giuliano

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IL TOMO

martedì 3 aprile 2018

LA (CO)SCIENZA DELL'UNIVERSO sottratta all'umana violenza (9)



















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Sfidare la violenza (11)














…Girard ritiene che una teoria unificata dell’evoluzione animale debba spiegare come la selezione abbia operato a livello di gruppi sociali, assicurando la sopravvivenza a quelli che riuscirono a dotarsi di strumenti efficaci per far fronte ai pericoli che incombevano su di loro; pur senza sottovalutare i pericoli esterni (scarsità di cibo e acqua, malattie, predatori, ecc..).

Girard concentra la propria attenzione sul problema dell’aggressività intraspecifica, che sembra costituire una minaccia tanto più grave quanto più sono sviluppate le facoltà cerebrali. I fenomeni della vita associata, sia essa umana oppure no, si lasciano comprendere pienamente solo se esaminati sotto il punto di vista privilegiato della violenza intestina, la quale, nel corso dello sviluppo delle forme animali più semplici alle più evolute di maggior intelligenza, sembra divenire sempre più intensa e dotarsi di armi sempre più sofisticate e letali; è perciò necessario comprendere come una crescente propensione ai comportamenti violenti, i quali non hanno alcuna ragione per risparmiare gli individui più vicini e appartenenti al medesimo gruppo, abbia potuto consentire l’esistenza di società fortemente coese, quali quelle umane, anziché renderle del tutto impossibili.




In altri termini, bisogna spiegare come sia stato possibile incanalare la violenza verso l’esterno e sviluppare freni atti ad isolare una sfera di (relativa) non-violenza, che poteva coincidere con la famiglia o con il gruppo nella sua totalità. Tale problema si è presentato sia negli animali non-umani sia all’uomo - ma a quest’ultimo in misura maggiore, vista la sua maggiore capacità d’offendere ed aggredire grazie ad armi più potenti di quelle naturali - ed è stato risolto in forme differenti.

Nella prospettiva di Girard ‘non c’è un inizio assoluto nell’emergere degli elementi culturali nella storia dell’umanità’, che si stagliano piuttosto su uno sfondo comune alla vita di tutti gli esseri dotati di istinti sociali; anziché postulare una natura umana ideale e sempre già data, Girard indaga sui lunghissimi processi che l’hanno plasmata e le hanno dato quel sovrappiù di forza sul quale si fondano le sue pratiche di sfruttamento. La differenziazione che ha dato origine all’umano è perciò cercata da Girard su un piano del tutto diverso di quello postulato da altre teorie filosofiche (ragione, linguaggio, ecc…), essendo legata al problema delle modalità di controllo della violenza, vero punto di discrimine tra uomo e animale; ma tale differenziazione, a tutto vantaggio della semplicità della teoria, nasce da meccanismi comportamentali comuni a tutti gli animali e spiega anziché presupporre, le peculiarità della specie ‘Homo-sapiens-sapiens’.




In coerenza con il taglio darwiniano adottato, grande rilevanza assume nel suo pensiero il problema delle variazioni accidentali: la spiegazione dell’emergere dell’umano, nettamente antifinalista, fa appello ad eventi contingenti avvenuti in epoche remote. La stessa cultura umana è un fenomeno la cui insorgenza è casuale e il cui perpetuarsi obbedisce unicamente alla legge del miglior adattamento delle circostanze. Nelle poche pagine dedicate alla relazione tra umani e animali, prevalentemente contenute in ‘delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo’, Girard fornisce elementi sufficienti ad avviare un discorso coerente antispecista, svincolato sia dalle argomentazioni utilitaristiche sia da quelle legate al tema dei diritti e derivanti piuttosto da un’analisi storica di lungo periodo sulle condizioni che hanno reso possibile lo sfruttamento indiscriminato degli animali da parte della ‘specie simbolica’.
   



La lontanissima pratica di addomesticazione degli animali, sfociata poi nel consumo abituale dei loro corpi per l’alimentazione e per mille altri scopi, trova infatti una spiegazione solo nel rito, che è stato la scuola dell’umanità primitiva in ogni aspetto della sua esistenza. Applicando e svolgendo le intuizioni di Girard, dunque, possiamo affermare che ciò che ha condannato gli animali alla situazione presente è una dinamica di esclusione violenta, del tutto simile a quella esercitata nei confronti di altri esseri umani più deboli, rivolta contro chi garantisce l’assoluta sicurezza di non essere in grado di vendicarsi. Proprio la mancanza, negli animali, della possibilità di difendersi e di operare ritorsioni efficaci, costituisce la ragione ‘unica’ della loro collocazione ad un livello più basso della scala ontologica e del dominio spietato che essi subiscono. Tutti gli altri argomenti con i quali è stata sostenuta nel tempo la superiorità umana devono essere intesi come costruzioni teoriche sostitutive volte ad occultare la natura di una gerarchia che ha nella violenza il suo unico parametro; intere categorie umane, prima di divenire sufficientemente minacciose da rendere il loro sacrificio rituale e il loro sfruttamento economico troppo pericolosi, hanno del resto subìto una sorte non troppo dissimile da quella degli animali.




Onestà vuole dunque che si strappi il velo dell’ipocrisia e si riconosca il fondamento violento dello specismo, che non è umanistica ‘preferenza per ciò che è razionale’ ma accorta distinzione tra vittime dalla cui ritorsione è necessario guardarsi e vittime inoffensive, delle quali si può disporre liberamente.  Il problema dell’ominizzazione, ossia della differenziazione evolutiva dell’uomo dallo sfondo comune alle altre specie, è affrontato da Girard grazie agli strumenti offerti dalla teoria mimetica, da lui elaborata dapprima in riferimento alla psicologia umana e poi applicata a tutti gli esseri dotati di vita sociale, cioè alla grande maggioranza delle specie animali; la mimesi è infatti un sistema di comportamento che si può ritrovare in qualunque essere dotato di un cervello sufficientemente evoluto e si può presentare sia in forme essenzialmente innocue, come l’imitazione del canto degli adulti da parte dei giovani uccelli, sia in forme più pericolose, ma sempre istintuali, ad esempio, quando un individuo risponde ad un atto aggressivo con un contrattacco.

Le lotte fra animali non durano all’infinito e non portano, d’abitudine alla morte di uno dei contendenti. Si concludono, piuttosto,  con l’accettazione, da parte del vinto, di una supremazia dell’altro; l’individuo sconfitto frena da quel momento i propri comportamenti appropriativi, con un’accettazione della superiorità dell’avversario che comporta la rinuncia a imitarlo in alcune sfere precise della vita.




Ma cosa succede allorché la potenza mimetica diviene troppo forte, oppure, geneticamente (negli odierni tempi) ed artificialmente innestata! (questo è un preoccupante processo evolutivo che proprio dal vasto mondo animale dove esula completamente, attinge e divide, creando un divario incolmabile tra la Natura e la corretta sua evoluzione nella negazione e difetto dell’intelligenza, e l’opposto, l’artificialmente innestato e proiettato verso una globalità che riconduce la stessa al vasto regno animale ove tutto connesso ed unito ed anche nato; non ha caso ho riproposto un frammento dell’opera di Unamuno il quale intuisce questa grande Eresia la quale possiede una invisibile ma reale concretezza rimossa dalla coscienza quanto dalla conoscenza dell’Anima (mundi) e quanto dello Spirito,  nell’assenza di reali prospettive che dividono e distinguono una ricchezza da una povertà di mondo posseduta, non rendendo tangibile e conseguentemente distinguibile cosa appartenga alla povertà e cosa alla ricchezza. La ricchezza di ieri, anche in ciò in cui per secoli abbiamo unanimemente riconosciuto la Natura viene confusa per arretratezza; e il l’odierno progresso ‘unito da una singola voce’ imitata dai più, retrocedendo ragione e intendimento, al vero industrioso sano progresso…).


Si può infatti supporre che un più elevato sviluppo encefalico porti ad una maggiore tendenza all’imitazione (non meno di maggiori gigabyte di memoria connessa), fino al punto in cui essa diviene più forte della paura: non c’è bisogno di scomodare Aristotele per accorgersi che l’uomo, fra tutti gli animali, è il più atto all’imitazione (si scorgono casi di questa sino all’esilarante epilogo che annulla le facoltà per cui il nome ‘homo’ e questo certo è un sogno di antica levatura cui il ‘ditta-torello’ di turno coltiva la propria ed altrui artificiosa piccola natura….)…


















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