giuliano

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IL TOMO

lunedì 4 settembre 2017

COSCIENZA E VITA (1)










































Prosegue in:

Nell'Anima collettiva (2)













…La coscienza non è la corrente dell’esperire vitale, ma nasce nella misura in cui quest’ultimo è trafitto dal lampo della comprensione.
Prendiamo in considerazione, per accertarci di ciò anche empiricamente, le forme in cui si manifesta la vita o, quanto meno, la vita organica.

Prendiamo ad esempio le piante!

In nessuna epoca e in nessun popolo si è mai dubitato del fatto che esse siano viventi; il pensiero autentico ha in comune con quello arcaico la tendenza a scorgere la pienezza della vita, ancor più che nell’irrequietezza dell’animale, proprio nella lussureggiante vegetazione del bosco primordiale, ed il culto degli alberi diffuso quasi dappertutto nella preistoria ha proprio in ciò le sue radici.
Nessuno, a meno che non sia già pienamente incorso nell’errore sopra esaminato, attribuirà perciò una coscienza alla pianta, ritenendola capace di avere comprensione tanto del raggio di sole quanto perfino del proprio esperire vitale della luce. E questo ci porta subito ad un punto ulteriore, in cui conoscenza e vita sono nettamente separate.

Le componenti della vita, nelle piante come negli animali, sono – come noto – le cellule.
La vita appartiene sempre al corpo cellulare; ma, in quanto tale, si sottrae interamente alla coscienza. In ciascuno di noi, senza dubbio la vita delle cellule risale ininterrottamente – attraverso milioni di morti e di nascite di caduchi individui – fino ai primi giorni agglomerati di protoplasma del ‘brodo primordiale’; i nostri ricordi coscienti, invece, non conservano neppure più la vita embrionale del corpo nel ventre materno, per non parlare delle esperienze vitali dei nostri progenitori. Mentre la vita in noi è soltanto la parte anteriore ogni volta istantanea di una corrente incessantemente fluente, che risale senza interruzione fino all’epoca in cui si formò la roccia scistosa cristallina, la coscienza si vede invece limitata alla durata esistenziale del singolo essere umano, e in confronto a quella diventa letteralmente un nulla.

E’ possibile che, nonostante ciò, vita e coscienza siano state confuse?

Intanto, non occorre guardare all’esterno, per trovare conferma del fatto che la coscienza assomiglia soltanto al lampeggiare che continuamente si accende sulle acque della vita, illuminando di volta in volta un raggio limitato, ma lasciando gli orizzonti lontani nella loro oscurità inafferrabile alla coscienza; quotidianamente, infatti, ne abbiamo coscienza da noi stessi.

Se la moderna scienza dell’Anima, che si presume tale, ha dovuto lasciare in parte allo pseudo sapere del cosiddetto ‘occultismo’, in parte allo pseudo sapere della medicina l’intero ambito del ‘dono profetico’, dal presentimento, dal sogno, dall’istinto, fino al sentimento della lontananza, alla chiaroveggenza e alla percezione sonnambolica - riuniti dal molto più illuminato Romanticismo nel concetto di ‘polo notturno della coscienza’ -, ciò è allora l’espressione non di una mera mancanza, bensì di una mezza paralisi del pensiero che ha la sua origine nel disconoscimento intellettualistico della vita…

La vita non è percepita, bensì sentita con oscura intensità… E a noi basta riflettere soltanto su questo sentimento, per accorgerci della realtà della vita con una certezza, oltre la quale nulla può essere più certo.
Se giudichiamo, pensiamo o vogliamo, oppure desideriamo, sogniamo, fantastichiamo, è l’unica medesima corrente del sentimento elementare della vita a sostenere e pervadere tutto ciò, ed essa non può essere paragonata a niente, ricondotta a nulla, né concepita né analizzata, e certo neppure mai ‘compresa’.
E poiché noi stessi, vivendo, sentiamo la vita, allora incontriamo la vita anche nell’immagine del mondo. Detto in breve: viviamo la nostra vita e in essa la vita universale…
(L. Bonesio, L’uomo e la Terra)







Esplicito cotal dire….


Sono stato eretico predicatore alpinista scienziato geologo geografo storico.
Ho combattuto guerre… mi hanno ucciso!
Mi hanno messo su una croce.
Ho discusso di resurrezione.
Ho avuto delle visioni e ho cercato di interpretarle.
Ma prima di esse sono stato sciamano.
E ancor prima… miriade diverse di forme viventi.
Ho pregato come un buddista sotto un albero.
Ho pianto come un druido all’ombra di esso.
 Poi ne ho studiato forma consistenza ed utilità.
Dalla bellezza dei rami e delle foglie ho compreso e studiato la loro funzione.  
Ho iniziato a respirare l’aria che mi ero guadagnato e grazie ad essa restituito in quieta specie di parlare.  
Sono divenuto acqua e ho scavato letti che ora percorro in cerca della memoria.  
Ho visto grotte ne conservo ricordi e disegni che vi ho tracciato. Sono stato cacciatore…, un tempo…  
Mentre adesso istintivamente guardo al suolo in cerca di qualcosa, una Vela mi insegna e fiuta il passato divenuto presente.
Mi hanno braccato… avverto l’odore della paura.  
Mi hanno ucciso.  
Piango me stesso sulle poche ceneri di un fuoco acceso di fretta.  
Mi hanno imprigionato… ancora vedo il maestoso castello in cui una volta ero signore.
La congiura di nuovo padrona.  
Ho fatto miracoli.  
Poi ho studiato i segreti della vita.
Più miracolosa ancora.
Ho incontrato gente diversa ma con caratteristiche comuni.
Ho parlato loro di filosofia e quando questa non bastava sono salito nello spazio profondo per spiegare la vita ancora prima della vita.
Ho perso forma peso e gravità. 
Mi sono dissolto in un gas scomposto.  Mentre la forza del calore divampava.
Perché urlavo contro il Tempo… questo maleficio questo diavolo che mi ha legato in questo luogo.  
Sono andato oltre la sua dimensione e qualche delatore mi ha denunciato… mentre pregavo la verità… una verità senza Tempo.
 Poi sono scomparso nel nulla di un punto e forma contratta alla materia.
Mentre gridavo all’orrore.
Sono morto tante volte… e poi rinato nella gioia di una natura che non mi disconosce.  
Ma è vero… con l’orrore negli occhi nella voce nel pensiero…
(G. Lazzari, l’Eretico Viaggio)

(Prosegue...)
















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