giuliano

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IL TOMO

sabato 24 giugno 2017

VENENUM MATERIA (36)




















































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Per quasi 10.000 anni, dalla nascita della civiltà e per tutto l’Olocene, il mondo è apparso incredibilmente vasto. Sconfinate foreste e immensi oceani offrivano quantità infinita di risorse. Gli esseri umani potevano inquinare liberamente, ed evitare le conseguenze spostandosi altrove. Ma grazie ai progressi della salute pubblica, alla rivoluzione industriale e, in tempi recenti, alla rivoluzione verde, la popolazione mondiale è passata dai 500 milioni del 1800 ai quasi 7 miliardi di oggi.
Negli ultimi cinquant’anni il numero degli esseri umani è più che raddoppiato, e il nostro sfruttamento delle risorse ha raggiunto livelli incredibili: il consumo globale di cibo e acqua dolce è più che triplicato, e il consumo di combustibili fossili è quadruplicato. L’umanità usa da un terzo a metà di tutta la fotosistensi che avviene sulla Terra. Questa crescita sfrenata ha trasformato l’inquinamento da un problema locale a un assalto di dimensioni planetarie. L’assottigliamento dello strato di ozono e l’elevata concentrazione di gas serra sono due problemi più noti, ma stanno emergendo molti altri effetti negativi.




L’improvvisa accelerazione della crescita demografica, del consumo di risorse e dei danni ambientali ha cambiato la terra. Oggi viviamo in un mondo ‘pieno’, con risorse limitate e ridotta capacità di assorbire gli scarti. Perciò anche le regole per vivere il pianeta sono cambiate. Dobbiamo intervenire in modo da vivere all'interno della ‘zona di sicurezza’ dei nostri sistemi ambientali.
Se non rivedremo il nostro modo di agire, provocheremo cambiamenti ambientali catastrofici che potrebbero avere conseguenze disastrose.

Che cosa potrebbe causare questi cambiamenti?

E come possiamo evitarli?

Recentemente un team internazionale di scienziati ha provato a rispondere a questi interrogativi ponendosi una domanda ancora più ampia: ci stiamo avvicinando a un serie di ‘punti di non ritorno’ planetari che modificheranno l’ambiente in modi mai verificatesi nel corso della storia umana?

Dopo aver esaminato numerosi studi interdisciplinari sui sistemi fisici e biologici, il team ha individuato 9 processi ambientali che potrebbero alterare drasticamente la  capacità del pianeta di sostenere la vita umana. Per ciascuno di questi processi sono stati stabiliti limiti all’interno dei quali l’umanità può ritenersi al sicuro. 7 di essi hanno valori di soglia molto chiari, definiti in maniera scientifica per mezzo di un numero: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, inquinamento da azoto e fosforo, riduzione dell'ozono della stratosfera, acidificazione degli oceani, consumo globale del suolo. Gli altri 2 processi, inquinamento dovuto all’aerosol atmosferico e inquinamento chimico globale, non sono stati studiati a sufficienza per stabilire limiti numerici precisi. Secondo questa analisi, la terra ha già oltrepassato i limiti in 3 casi: perdita della biodiversità, inquinamento di azoto e cambiamento climatico.
Ma anche negli altri processi per cui è stato stabilito un limite numerico la tendenza è inequivocabilmente verso il raggiungimento della soglia. I singoli valori potrebbero avere bisogno di piccoli aggiustamenti, e nuovi processi potrebbero venire aggiunti in futuro, ma si tratta comunque di un primo indice dei problemi ambientali più pericolosi e di una base di partenza per pensare come gestirli.




Nella visione economica convenzionale, il consumo rappresenta la via al benessere umano.

Più si ha e più si è considerati ricchi.

Si ritiene che al crescere dei consumi corrisponda un miglioramento del benessere. Questo punto di vista riesce a spiegare molto bene il motivo per cui il perseguimento del maggior prodotto interno lordo (pil) sia diventato uno degli obiettivi politici fondamentali di quasi tutti i paesi. Un pil in aumento simboleggia un’economia robusta e fiorente, più potere di spesa, vite più ricche e soddisfacenti, più sicurezza familiare, scelta più ampia e maggiore spesa pubblica. I mercati finanziari si rallegrano per l’ascesa dell’ ‘uccello d’oro’ dell’India e la sua classe di consumatori; e la robusta economia cinese ha portato a un senso di ottimismo nel mercato ugualmente straordinario.
Però, l’economia è rimasta quasi intenzionalmente silenziosa sul fatto che la gente apprezzi o meno determinati beni e servizi. Il modello ‘utilitaristico’ è diventato così popolare che gran parte dei libri di testo di economia quasi non parlano delle sue origini e men che meno mettono in discussione la sua veridicità.
Tutto quello che gli economisti sanno dire a proposito dei desideri delle persone deriva da ciò che deducono dai comportamenti di spesa. Se la domanda per una particolare automobile, elettrodomestico o strumento elettronico è alta, sembra chiaro che i consumatori, in generale, preferiscono quella marca anziché un’altra.

I motivi dietro a tale scelta rimangono oscuri all’economia.




Fortunatamente, altre aree di ricerca, quali la psicologia del consumo, il marketing, e la ricerca motivazionale, hanno sviluppato un bagaglio di conoscenza decisamente più ampio.
Questa ‘scienza del desiderio’ si è occupata principalmente di aiutare i produttori, dettaglianti, venditori e pubblicitari a progettare e vendere prodotti che i consumatori compreranno. Una minima parte della ricerca si preoccupa esplicitamente dell’impatto sociale e ambientale del consumo. Di fatto, parte di essa è del tutto antitetica alla sostenibilità. Ma il suo spirito è preziosissimo per un’accurata comprensione delle motivazioni dei consumatori. innanzitutto, è subito chiaro che il consumo va ben oltre la mera soddisfazione di bisogni fisici o fisiologici del nutrirsi, di un tetto e così via. 

I beni materiali sono profondamente legati alle vite sociali e psicologiche di un individuo. Gli individui creano e mantengono identità utilizzando cose materiali. L’‘identità’, sostengono i ricercatori di marketing è la Roma a cui tutte le teorie del consumo portano. Gli individui raccontano la storia della loro vita attraverso la ‘roba’. Cementano relazioni con altri individui con beni di consumo.  Utilizzano pratiche di consumo per suggellare la loro fedeltà a certi gruppi sociali e per distinguersi dagli altri.  
Inizialmente, potrebbe sembrare strano scoprire che cose semplici possano avere un tale potere sulle vite sociali ed emotive, eppure tale capacità degli esseri umani di impregnare di significati simbolici cose nude e crude è stata identificata dagli antropologi in ogni società documentata che si conosca. La gente va matta per le ‘cose’, e non solo a livello materiale. Il ruolo di semplici oggetti è avvalorato da migliaia di esempi molto familiari: un vestito da sposa, il primo orsacchiotto di un bambino, un cottage ricoperto di rose vicino al mare. Il ‘potere evocativo’ delle cose materiali innesca una gamma di complesse e radicatissime ‘narrazioni sociali’ circa lo status, identità, coesione sociale e la ricerca di un senso personale e culturale. In momenti difficili, i possedimenti materiali portano speranza e offrono prospettive di un  mondo migliore in futuro. In una società secolare, il consumismo diventa una sorta di sostituto alla consolazione religiosa. Da recenti esperimenti psicologici è emerso che quando si diventa più coscienti della propria mortalità, si fa di tutto per migliorare la propria autostima e proteggere la propria visione culturale del mondo.































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