giuliano

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IL TOMO

sabato 27 maggio 2017

I 'PERFETTI' INGRANAGGI DELL'ARTE ovvero GLI SPECCHI DELLA VERA NATURA (14)










































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I 'perfetti' ingranaggi dell'arte (13)

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O, se preferisci, Giochi di Specchi (15)














...Era tutto preso da queste fantasticherie quando Sancio gli disse:

‘Non è strano, signore, che io pur abbia ancora davanti agli occhi lo smisurato naso, l'enorme naso del mio compare Maso Cecial?’…

‘Ma credi tu, Sancio, per avventura, che il Cavaliere dagli Specchi fosse davvero il baccelliere Carrasco, e suo scudiero Maso Cecial tuo compare?’…

‘Non so che mi dire quanto a cotesto’  rispose Sancio; ‘so soltanto che i contrassegni che mi dette della mia casa, della moglie e dei figlioli non me li avrebbe potuti dare altro che lui appunto. Il viso poi, tolto via il naso, era quello stesso di Maso Cecial, come ben gliel'ho io visto tantissime volte nel mio villaggio non ché in casa sua che è a uscio a uscio proprio con la mia. Anche il suono della voce era tutt'uno’.

‘Ragioniamo un po', Sancio’ soggiunse don Chisciotte. ‘Senti: come fare a supporre che il baccelliere Sansone Carrasco venisse quale cavaliere errante, armato di armi offensive e difensive, a combattere con me? Forse che ci ho mai avuto che dire? Gli ho mai io dato motivo d'averla con me? Sono io suo rivale o fa egli professione delle armi che possa invidiare la fama che con esse io ho conquistato?’…

‘Eppure, che dire, signore’  obiettò Sancio ‘del fatto che quel cavaliere, sia chi si sia, rassomigliava tanto al baccelliere Carrasco e il suo scudiero a Maso Cecial mio compare? E se ciò è incanto, come vossignoria ha detto, non c'erano due altri nel mondo a cui potessero rassomigliare?




‘È tutto artificio e macchinazione’ rispose don Chisciotte ‘dei maligni stregoni che mi perseguitano; i quali, prevedendo che io dovevo rimanere vincitore nella contesa, avevano disposto già che il cavaliere vinto sembrasse avere il viso del mio amico baccelliere, perché l'amicizia che ho per lui si frapponesse tra il filo della mia spada e la rigorosità del mio braccio, e moderasse la giusta ira dell'animo mio, cosicché restasse in vita colui che con sotterfugi e con falsità cercava toglierla a me. A prova di ciò, tu già sai, o Sancio, per certa esperienza che non ti può mentire né trarre in inganno, quanto sia facile agli incantatori cambiare dei visi in altri visi, facendo una cosa brutta di ciò che è bello, e una bella di ciò che è brutto, poiché non son due giorni che tu vedesti proprio con i tuoi occhi la bellezza e la leggiadria della incomparabile Dulcinea, in tutta la sua perfezione e naturale armonia, mentre io la vidi in tutta la bruttezza e la volgarità di una zotica contadina con gli occhi malati e la bocca che le puzzava. Inoltre, che il malvagio incantatore il quale ardì operare così tristo cambiamento, abbia operato quello di Sansone Carrasco e del tuo compare per togliermi dalle mani la gloria della vittoria, non fa meraviglia. Tuttavia però mi consolo, perché, insomma, io sono rimasto vincitore del mio nemico qualunque fosse la figura che egli aveva preso’.

‘Dio sa la verità di tutto’ concluse Sancio.

E siccome egli sapeva che la trasformazione di Dulcinea era stata macchinazione e raggiro suo, non lo appagavano le fantasticherie del suo padrone; non volle però replicare per non avere a dire qualche parola che rivelasse lo sua marioleria....




Erano in questi ragionamenti quando furono raggiunti da un tale che dietro a loro, per la stessa via, cavalcava una bellissima cavalla storna, vestito di un gabbano di fino panno verde con gheroni di velluto lionato e in capo un berretto alla cacciatora dello stesso velluto. I finimenti della cavalla erano da campagna e da cavalcar corto, di colore paonazzo nonché verdi anch'essi. Portava una scimitarra moresca pendente da un largo budriere verde e oro, e come questo erano lavorati i borzacchini. Gli sproni non erano dorati, ma verniciati di verde, così lucidi e levigati che, accompagnandosi con tutto il vestito, facevano miglior effetto che se fossero stati d'oro fino. Come fu loro d'appresso il viaggiatore, li salutò cortesemente e, spronando la cavalla, stava per tirare di lungo, ma don Chisciotte gli disse:
‘Gentile signore, se vossignoria va per il nostro stesso cammino e se non le preme di andare in fretta, sarebbe per me gran mercé il potere andare di conserva’.

‘In verità’ rispose quel dalla cavalla ‘non intendevo tirare così di lungo se non fosse il timore che il cavallo, stando insieme con la mia cavalla, s'avesse a imbizzire’…

 ‘Ben può, signore’ rispose a questo punto Sancio, ben può trattenere le redini alla sua cavalla, poiché il nostro è il cavallo più virtuoso e morigerato del mondo. In circostanze simili non ha mai commesso alcun'azionaccia; una volta sola che scappucciò un po', la scontammo per lui il mio signore ed io a sette doppi. Torno a dire che vossignoria può, se vuole, fermarsi, perché, anche a dargliela come cosa appetitosa, il cavallo per certo non la guarda neppure’.




Trattenne la briglia il viaggiatore, meravigliato dell'assetto e del viso di don Chisciotte, il quale era senza la celata che Sancio portava come una valigia nell'arcione posteriore della bardella dell'asino. E se quel dal Verde Gabbano guardava insistentemente don Chisciotte, molto di più don Chisciotte guardava lui che gli parve persona di merito.
Mostrava avere un cinquant'anni d'età; capelli un po' brizzolati, naso aquilino, l'aspetto fra gioviale e serio; in una parola, al vestire e al bell'assetto faceva capire di essere una persona di alte qualità. Il giudizio ch'egli si fece di don Chisciotte della Mancia fu che una simile specie e figura di uomo non l'aveva vista mai: gli destarono meraviglia la lunghezza del collo, l'alta statura, la magrezza e il giallore del viso, le armi,l'atteggiamento, la sua gravità: una figura e un ritratto che in quella regione non s'eran visti di sicuro da secoli e secoli.
Don Chisciotte ben notò l'attenzione con cui il viaggiante lo guardava e lesse in quello stupore la sua curiosità di sapere; e poiché era tanto cortese e tanto propenso a compiacere tutti, prima che quegli gli domandasse nulla, lo prevenne dicendogli:




‘Se quest'aspetto che vossignoria ha notato in me le avesse, per essere sì strano e sì fuori dell'ordinario, destato meraviglia non me ne maraviglierei già io; ma cesserà di esserne sorpresa quando io le dica, come le dico, che sono cavaliere “Di quei che il popol dice/ Che a lor venture van”. Sono uscito dalla mia patria, ho impegnato i miei averi, ho lasciato ogni mia agiatezza e mi son dato in braccio alla Fortuna perché mi menasse dove più le piacesse. Ho voluto richiamare in vita la già morta cavalleria errante ed è ormai più e più tempo che, inciampando qui, cadendo là, venendo giù a capofitto qua e rialzandomi costà, ho adempiuto gran parte del mio desiderio, soccorrendo vedove, proteggendo donzelle e prestando assistenza a maritate, a orfani e a pupilli; proprio e naturale compito questo dei cavalieri erranti: cosicché, per le mie valorose, numerose e cristiane imprese ho meritato di andar già per le stampe fra tutte o quasi tutte le nazioni del mondo. Trentamila volumi sono stati stampati della mia storia ed è ben sulla via di essere stampata trentamila migliaia di volte se il cielo non ci mette riparo. Insomma, per dirla in poche parole, o meglio, in una parola sola, sappiate che io sono don Chisciotte della Mancia, per altro nome chiamato il Cavaliere dalla Triste Figura. E avvegna ché il lodarsi per sé stesso sia un abbassarsi, mi è pur giocoforza talvolta fare io le mie lodi, ben inteso quando non si trovi presente chi me le faccia. Per il che, signor gentiluomo, né questo cavallo, né questa lancia, né questo scudo e scudiero, né tutte insieme queste armi, né il giallore della mia faccia, né la mia sparuta magrezza vi potrà d'ora in avanti suscitar maraviglia, avendo ormai saputo chi sono e quale è la mia professione’.




Tacque, ciò detto, don Chisciotte, e colui dal Verde Gabbano, poiché indugiava a rispondergli si sarebbe detto che non trovasse le parole. Pur dopo una lunga pausa gli disse:


‘Ben vi apponeste, signor cavaliere, quando dal mio stupore comprendeste la mia curiosità; non siete però riuscito a far cessare la maraviglia che in me si produce alla vostra vista; ché, sebbene, come voi dite, signore, il sapere ormai chi siete me l'avrebbe potuta far cessare, così non è stato; anzi, ora che lo so, più rimango stupito e maravigliato. Com'è possibile che ci siano oggi cavalieri erranti nel mondo e che ci siano storie stampate di veritiere gesta cavalleresche? Non mi posso convincere che ci sia oggi sulla terra chi venga in aiuto di vedove, protegga donzelle, o difenda la reputazione di spose e soccorra orfani; né l'avrei creduto se in vossignoria non l'avessi veduto con gli occhi miei. Sia benedetto il cielo! Almeno ora con cotesta storia, che vossignoria dice essere stata stampata, delle sue alte e veridiche gesta cavalleresche, saranno state poste in dimenticanza quelle innumerevoli dei fantastici cavalieri erranti, delle quali era pieno il mondo, con sì grave danno dei buoni costumi e con tanto pregiudizio e discredito delle storie edificanti’....

















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