giuliano

lunedì 17 aprile 2017

IL RAMO INDUSTRIOSO DELL'UOMO ovvero la foglia genesi della conquista...









































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....Nei giardini di primavera...












& una più saggia camminata.....





















Il passaggio dal dominio indiano a quello europeo nel New England (come in molti altri luoghi) comportò importanti cambiamenti – ben conosciuti agli storici – nei modi in cui questi popoli organizzarono le loro vite, ma implicò anche una riorganizzazione sostanziale – meno conosciuta dagli storici – nella comunità vegetale e animale della regione.
Alle conseguenze culturali dell’invasione europea, che gli storici a volte definiscono ‘il processo della frontiera’, dobbiamo aggiungere anche quelle ecologiche…
Tutto era collegato da complesse relazioni che per essere ben comprese richiedono gli strumenti di un ecologo e quelli di uno storico. La grande forza dell’uso dell’analisi ecologica, quando si scrive di storia, consiste nella sua capacità di scoprire processi e cambiamenti di lungo termine che altrimenti potrebbero restare invisibili.
E’ particolarmente utile per valutare i cambiamenti storici nei modi di produzione: in un simile approccio, l’economia diventa, in un certo senso, un sottoinsieme dell’ecologia.




La mattina del 24 gennaio 1855, Henry Thoreau si sedette con il proprio diario a riflettere su come Concord, la sua terra natale, era stata modificata da più di due secoli di colonizzazione europea. Aveva letto da poco il libro ‘New England’s Prospect’ nel quale il viaggiatore inglese William Wood narrava il proprio soggiorno del 1633 nel New England meridionale descrivendo il paesaggio ai lettori inglesi.
Ora Thoreau tentò di stabilire quanto il Massachusetts di Wood fosse diverso dal suo. I cambiamenti sembravano veramente radicali…
Iniziò dai prati che, scrisse, ‘a quel tempo sembravano crescere più rigogliosi’. Anche le fragole, se le descrizioni di Wood erano precise, erano state più grosse e abbondanti ‘prima che i campi coltivati non le costringessero in spazi angusti’. Alcune arrivavano a misurare almeno tre centimetri di diametro ed erano così numerose che se poteva raccogliere mezzo staio in una mattina. Altrettanto abbondanti erano l’uva spina, i lamponi e, in modo particolare, i ribes dei quali, pensò Thoreau, ‘così tanti scrittori del passato hanno narrato, mentre così pochi tra i moderni ne trovano allo stato selvatico’.




Nel 1633, le foreste del New England erano state molto più estese e gli alberi molto più grandi. Sulla costa, dove gli insediamenti indiani erano stati maggiormente vasti, i boschi erano apparsi ai primi coloni inglesi più aperti, simili a parchi, senza sottobosco e senza vegetazione cedua, così comuni invece nella Concord del XIX secolo.
Per poter ammirare una simile foresta, secondo Thoreau, sarebbe stato necessario organizzare una spedizione fino al Maine, dove si trovava ‘l’unico esemplare ancora esistente di essa’.
Le querce, gli abeti, i prugni e i liriodendri erano comunque tutti, a suo dire, meno numerosi di quanto non lo fossero stati ai giorni di Wood.
Nonostante la foresta fosse stata molto ridotta al suo stato originario, la maggior parte delle specie degli alberi erano rimaste. Non si poteva dire lo stesso per gli abitanti del regno animale. L’elenco di Thoreau delle specie scomparse era desolante: ‘L’orso, l’alce, il cervo, il porcospino, il leopardo delle nevi, il lupo vorace, il castoro, e la martora’. Derivò dalle elevate capacità di cacciare, che gli osservatori inglesi avevano considerato come una forma di ‘pigrizia’. Scrivendo sui castori, William Wood ammise che ‘queste bestie sono troppo astute per gli inglesi, i quali raramente o mai riescono a catturarne qualcuno; perciò li lasciamo a quegli abili cacciatori, gli indiani cioè, il cui tempo non è così prezioso’.




Non solo se ne erano andati i mammiferi terrestri; anche il mare e l’aria sembravano più vuoti. Un tempo si potevano catturare due o trecento esemplari di pesce persico in una sola volta. La riproduzione delle alose era stata ‘quasi incredibile’. Nessuno di questi pesci era ormai presente in tale abbondanza.
Circa gli uccelli, Thoreau scrisse: ‘Le aquile sono probabilmente meno comuni; sicuramente i piccioni i fagiani sono scomparsi e i tacchini. Probabilmente allora vi erano stati più gufi, e cormorani, e poi uccelli marini in genere, e cigni’.
Se una volta Wood poteva affermare che era possibile acquistare per cena un cigno appena preso al prezzo di sei scellini, Thoreau non poteva che scrivere sbigottito: ‘Pensateci!’.
 Vi è una sorta di malinconia in questa lista di Thoreau, il lamento di un romantico per un mondo incorrotto di tempi passati e ormai perduti. Il mito di un’umanità perduta in un mondo perduto è sempre molto presente negli scritti di Thoreau, e risulta maggiormente percepibile nella sua descrizione del paesaggio antico.
Un anno dopo il suo incontro con il New England del 1633 di William Wood, Thoreau ritornò alle sue lezioni con un linguaggio più esplicitamente morale. ‘Quando penso’, scrisse ‘che qui gli animali più nobili sono stati sterminati il puma, la pantera, la lince, il ghiottone, il lupo, l’orso, l’alce, il cervo, il castoro, il tacchino e altri ancora – non posso che sentirmi come se vivessi in un paese addomesticato ed evirato rispetto al suo stato originario’.




Visto in questo modo, un mutamento nel paesaggio significava la perdita di uno stato selvaggio e di una virilità fondamentalmente spirituali nel loro significato più profondo, un segno di decadenza sia della natura sia dell’umanità. ‘Non è questa allora’, chiese Thoreau, ‘una natura mutilata e imperfetta quella che mi circonda?’.
E’ importante rispondere in modo preciso a questa domanda di Thoreau: in che modo cambiò la ‘natura’ del New England all’arrivo degli europei?
Inoltre, è adeguato parlare dei suoi cambiamenti in termini di mutilazione e di imperfezione?
Non c’è nulla di nuovo nell’affermare che la colonizzazione europea ha trasformato il paesaggio americano. Molto prima di Thoreau, naturalisti e storici avevano commentato il processo mediante il quale la ‘wilderness’ era stata convertita in una terra di insediamenti agricoli europei. Sia che scrivessero di indiani, di commercio di pellicce, di foreste o di fattorie, gli autori del periodo coloniale erano decisamente consapevoli che profonde alterazioni della struttura ecologica si stavano verificando attorno a loro.
In un brano di un suo scritto, Benjamin Rush, anticipando parzialmente la tesi sulla frontiera di F. J. Turner, per esempio, descrisse una precisa sequenza di passaggi per deforestare e civilizzare la ‘wilderness’.




‘Dalla riconsiderazione delle tre diverse tipologie di colono’, scrisse della Pennsylvania ‘risulta che vi sono alcune fasi regolari che segnano il progresso dalla vita selvaggia a quella civilizzata. Il primo tipo di colono è quasi vicino a un indiano per il modo di comportarsi. Nel secondo, i modi di comportamento da indiano sono più diluiti: è solo nel terzo tipo di colono che vediamo la completa civilizzazione’.
Sebbene il paesaggio risultasse modificato da questa supposta evoluzione sociale, il processo ‘umano’ di sviluppo – dall’indiano, a colui che disbosca, al prospero agricoltore – era il momento centrale su cui Rush focalizzava la sua attenzione.
Il cambiamento ambientale era di interesse secondario.
Per i pensatori illuministi come Rush, a ogni fase, la configurazione del paesaggio era una conferma visibile dello stato della società umana. Ambedue subivano uno sviluppo evolutivo dallo stato selvaggio alla civilizzazione. Sia che venisse interpretato come decadenza, sia che venisse interpretato come progresso, il mutamento – dalla foresta – ‘degli animali più nobili’ di Thoreau ai campi e ai pascoli del prospero agricoltore di Rush – indicava una campagna veramente trasformata, una campagna i cui cambiamenti erano strettamente legati alla storia umana che si era sviluppata al suo interno.
Nel New England, la sostituzione degli indiani con la popolazione prevalentemente europea fu una rivoluzione tanto ecologica quanto culturale, e l’aspetto umano di questa rivoluzione non può essere pienamente compreso finché rimane vincolato a quello ecologico. Per arrivare a ciò è necessaria una storia non solo di attori umani, di conflitti e di questioni economiche, ma anche di ecosistemi.




Gli animali da pelliccia del New England coloniale furono distrutti in due modi: con il prezzo posto per la loro cattura e con la perdita degli ‘habitat’ ecologici, sostituiti da un nuovo utilizzo della terra da parte degli uomini. Gli ‘habitat’, precedentemente gestiti dagli indiani tendevano a ritornare boschivi per la diminuzione della  popolazione nativa. Ma, oltre alle foreste, anche il resto del paesaggio venne modificato o ridotto – e su larga scala – dal disboscamento, un’attività alla quale i coloni inglesi, con i loro confini fissi di proprietà, dedicarono un’attenzione molto più accurata rispetto agli indiani.
Sia che le terre divenissero foreste, o che divenissero campi, le conseguenze finali furono le stesse: la riduzione – o a volte la sostituzione, come avvenne con il bestiame europeo – delle popolazioni animali che le avevano un tempo abitate. La scomparsa del cervo, del tacchino e di altri animali minacciò così non solo una nuova economia basata sulla caccia, ma anche una nuova ecologia della foresta.
I coloni tagliarono gli alberi per molte ragioni. Alcune di queste – come il disboscamento dei campi per l’agricoltura – erano funzionali all’economia rurale europea, e spesso generavano solo indirettamente legami con i mercati. Altre, come il taglio del legname, erano molto più direttamente legate con l’attività mercantile e il commercio. Insieme alle pellicce, il legname fu tra i primi ‘beni commerciabili’ inviati in Europa per saldare i debiti con i finanziatori.




Nel 1621, quando i Padri Pellegrini fecero la loro prima spedizione verso la madrepatria con il ‘Fortune’, un vascello di 52 tonnellate, inviarono solo due casse di pellicce; il resto della stiva della nave fu, come raccontò Bradford ‘caricata di buone assi quante se ne potevano trasportare’.
Ancor più delle pellicce, il cui acquisto richiedeva uno scambio di beni con i cacciatori indiani, il legname poteva essere raccolto liberamente. Teoricamente era necessario possedere la terra sulla quale cresceva, ma questa era una regola facile da eludere. Buona parte del valore insito nel legname apparve come il dono della natura, che richiedeva solo un modesto investimento di lavoro e di capitale per es-sere trasformato in profitto. Per ‘migliorare’ gli alberi da legname, e acquistarne così i diritti di proprietà, si doveva semplicemente tagliarli, segarli o spaccarli in misure maneggevoli e inviarli al mercato, il passaggio più costoso.
In alcune zone, questo venne fatto contemporaneamente al disboscamento per gli insediamenti agricoli; in altre, il taglio della legna fu di per sé un’importante attività economica. I coloni cercavano specie diverse di alberi per scopi differenti, così, quando il taglio del legname non coincideva con il disboscamento, abbattevano le foreste in modo selettivo a seconda degli usi richiesti.
Dal 1630 circa in poi, la maggiore concentrazione del commercio di legname per esportazione era situata nel Maine e nel New Hampshire, lungo i principali fiumi a nord del Merrimac. In quelle regioni, al posto delle vecchie foreste incendiate, si trovavano distese di pini con alberi che arrivavano fino a quasi a due metri, e dai trenta ai sessanta metri di altezza. Nel 1682, ventidue segherie, operanti nei luoghi delle attuali Kittery, Wells e Portland, spedivano principalmente legno dolce che, contrariamente a quello più duro, poteva galleggiare sui corsi d’acqua navigabili che giungevano fino alla costa. La foce del Piscataqua divenne rapidamente il principale porto per il legname delle colonie del nord. Le foreste non erano solo un luogo di caccia, ma ora fonte primaria per il mantenimento del potere navale dei coloni. Le terre erano ora più che mai indispensabili…

(W. Cronon, la terra trasformata)

(Prosegue...)





















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