giuliano

martedì 28 marzo 2017

INDICE SENTIERI PERCORSI (e quelli ancora da percorrere) (1)



















Prosegue in:

Indice Sentieri percorsi (2)  &  (3)


















5)  Il Viaggio









10)  Il drago












18)  Chicago


20)  La bamboula





21)  Ribelli

22)  il Klan











33)  Io povero pagano (1)   (2)    (3)
































INDICE SENTIERI PERCORSI (3)


















































Precedenti capitoli:


























13)  Un dialogo  





18)   Mark Twain








23)  L’indice (1)    (2)     (3)

24)  Lo Straniero:  (1)   (2)   (3/4/5)   (6/7/8)  (9) 

       (10/11/12)   (13)   (14/15/16)   (17)   (18/19/20)    

       (21/22/23)   (24)  (25)   (26/27/28)  (29)

       (30/31/32/33)   (34)












32)   Dio ride

















49)   1951 1591 

50)  1971 1791











61)  L’oca





66)  La genesi





















domenica 12 marzo 2017

RACCONTI DELLA DOMENICA



















Prosegue in:

Racconti della Domenica (2)














E’ certo giunto il momento di presentarmi….
Per cominciare non sono né un pazzo né un essere stravagante. Ci tengo a precisarlo, perché non vorrei che prendeste per menzogne le cose che vi racconterò…
Mi chiamo Darrell Standing, un nome che alcuni lettori non faranno fatica a ricordare ma, poiché a tutti gli altri non dirà nulla, è opportuno che mi presenti come si deve…
Anni fa ero docente di Agronomia ed Ecologia Eco-compatibile alla Facoltà di Scienze della Terra dell’Università della California. Otto anni fa la sonnolenta città universitaria di Berkeley fu sconvolta dall’omicidio del professor Haskell, assassinato all’interno del laboratorio dell’Istituto minerario inerente alle Ricerche geologiche della stessa… Terra…
Fu detto l’assassino Darrell Standing…
Sì, certo, ma voglio confessarvi che non sarò impiccato per questo delitto, che al tempo mi costò l’ergastolo: avevo allora 36 anni… oggi non me lo ricordo più sempre in ragione del Tempo… (poi vi spiegherò…).




Qui al carcere penitenziario lo chiamano isolamento, cinque dei quali immerso nell’oscurità, eppure in questi anni di ‘morte in vita’ sono riuscito ad attingere una libertà che solo pochi conoscono. Io, che fra tutti i detenuti ho sofferto la segregazione più dura, la persecuzione più ingiustificata e spietata, eppure non ho vagato soltanto per il mondo, ma anche come vi accennavo attraverso il Tempo…
Coloro, i maledetti, che mi murarono vivo per anni, mi concessero – involontariamente, si intende – il privilegio di percorrere i secoli… Ora sono qui, nel braccio degli assassini del carcere che attendo il giorno fissato dalla macchina dello Stato, quando cioè i suoi fedeli servitori ed aguzzini mi porteranno in quella che chiamano tenebra di cui hanno paura e da cui attingono immagini di superstizione e terrore, davanti agli altari delle loro divinità antropomorfe, generate dal medesimo orrore.
Non sarò mai preside di una facoltà di agricoltura né tantomeno un celebrato docente ecologo, ma la materia la conosco bene: era il mio mestiere, sono nato con essa e prima di questa…




Mi basta uno sguardo per distinguere una vacca da un porco… e mi basta uno sguardo, non al singolo appezzamento, ma alla pura e semplice morfologia della zona, per indicare pregi e difetti del suolo nonché futuri accidenti… Non mi serve la cartina al tornasole quando dico che un terreno è avvelenato, ma tuttavia lo Stato accompagnato dalla grande massa del suo gregge della propria movibile e barattabile pecunia nominata ‘cittadini’, crede di poter cancellare questa mia osservazione scagliandola nel buio eterno mettendomi alla forca e dando un brusco strattone alla forza di gravità, se non fosse propria la nominata Facoltà della Terra che ha contraccambiato e rovesciato l’esito della sentenza e la forca si è trasformata nel loro capestro… del tempo belato… non certo rimato in quanto la poesia come la Visione senza Tempo non gradita al Convivio di un popolo nominato eletto… (1*)




(1*) Per compier l’esame di quei mondo fantastico che, in diverse forme atteggiato, era presente alla immaginazione del poeta (come dello scrittore…), quando, per compiere un giuramento affettuoso, poneva mano alla Commedia, giova adesso conoscere la categoria di Visioni che dicemmo politiche.
Alleato alle visioni contemplative, nate da allucinazione sincera, o dettate da zelo di spirituale perfezionamento, altre ne sorgono ben presto, che, sotto l’involucro religioso, celano fini ben differenti. Queste, non più di monaci devoti, ma sono opere principalmente di ecclesiastici involti negli umani negozi, i quali se ne fanno strumento tanto più terribile e poderoso, quanto maggiormente il secolo è proclive a ciecamente credere ciò che in esse è narrato.




Così all’estatico  rapimento del devoto, succede il sogno premeditato del politico, e la visione diventa acconcissima non solo a punire i persecutori della religione quanto la società intesa come luogo ove vivere e consumare l’umano e terreno passaggio materiale (vedi S. Francesco e gli Eretici prima e dopo di lui), ma anco a santificare il possesso dei beni terreni, a magnificare e premiare i dotatori dei monasteri, a minacciare i renitenti e i ribelli, e spaventarli con terribili esempi.
La visione di questa forma non invita tanto al pentimento del peccato, quanto al pagamento delle decime, e più che la religione tutela le immunità degli ecclesiastici e con loro dei politici corrotti.




Seguendo le vicissitudini della Chiesa, dal momento che essa divenne un potere umano, e alla direzione delle anime volle unire il governo della civile società; la visione diviene arma dei vescovi contro i principi, e via via dei monaci contro i vescovi, e degli ordini religiosi l’un contro l’altro.
Allora gli abissi si popolano di coloro che peccarono anziché contro Dio, contro il pontefice e con lui contro la società; e nel paradiso abbondano, più che i confessori ed i martiri, coloro che arricchirono il clero accompagnati ai corrotti uomini di governo, e ne furono devoti e mansueti servitori. Uno dei più antichi esempi di queste visioni, nelle quali vediamo menzionati per nome, ad ammonimento i potenti della Terra…




Così come quel passo del Dialogo di S. Gregorio in cui si narra che un monaco dell’isola di Lipari, il giorno in che Teodorico moriva in Ravenna, vide volar per l’aria tre anime. Legato e scalzo, il signore d’Italia era trascinato da Giovanni papa e da Simmaco patrizio, da lui già perseguitati e fatti uccidere, e gettato entro la bocca del vulcano. Or non si direbbe che questa leggenda sia quasi la postuma vendetta dell’uomo romano e del cristiano ortodosso, contro il re barbaro e l’eretico seguace di Ario?




E mi portai con la memoria ai giorni della mia gioventù quando sedevo ai piedi di Ario, che era stato presbitero della città di Alessandria, prima di vedersi derubato della carica da quell’eretico e blasfemo di Alessandro, il seguace di Sabellio. Sì perché questo era Alessandro, un sabelliano, una vera creatura dell’inferno.
Avevo partecipato al Concilio di Nicea, che aveva sorvolato sulla questione. E ricordavo quando l’imperatore Costantino aveva bandito Ario e motivo della sua rettitudine, e che poi per motivi politici e per il bene dello Stato si era pentito di questa decisione e aveva ingiunto ad Alessandro di raccogliere Ario nella comunione subito, il giorno dopo.
Quella notte stessa Ario morì per strada per un violento malore, si sostenne, con cui Dio aveva esaudito le preghiere di Alessandro. Ma io dissi, e lo stesso fecero tutti i seguaci di Ario, che il malore era stato causato dal veleno e che il veleno proveniva da Alessandro in persona, vescovo di Costantinopoli e avvelenatore per conto del demonio. A questo punto il corpo su e giù lungo la roccia acuminata, parlando fra i denti e proclamando la mia inflessibile convinzione: ‘Che ebrei e pagani ridano pure, che celebrino pure il loro trionfo! Il loro tempo sta per finire. Quando verrà la fine dei tempi, per essi sarà la fine’.




Parlai a lungo tra me e me, su quello sperone di roccia che dava sul fiume. Avevo la febbre e di tanto in tanto bevevo in sorso d’acqua da un otre maleodorante che tenevo esposto al sole, in modo che il fetore aumentasse e l’acqua diventasse più calda e non mi trasmettesse alcun senso di refrigerio. In mezzo alla sporcizia della spelonca avevo un po’ di cibo, qualche radice e un pezzo ammuffito di focaccia d’orzo, ma, sebbene avessi fame, non mangiai nulla. Per tutta quella benedetta giornata non feci che sudare e soffocare al sole, mortificai la carne contro la roccia, contemplai il paesaggio desolato, riesumando vecchi ricordi, sognando e proclamando i  miei convincimenti.
Quando il sole tramontò nella effimera luce del crepuscolo diedi un ultimo sguardo a quel mondo che presto sarebbe scomparso. Tutt’intorno ai piedi dei colossi distinguevo le forme striscianti di belve che si rintanavano in quelli che erano stati una volta superbi monumenti innalzati dalla mano dell’uomo. Accompagnato dai loro ruggiti, mi rintanai nel mio buco e qui, già mezzo assopito, in preda a fantasticherie e visioni febbrili, mormorando fra me e pregando che la fine del mondo venisse presto, scivolai nel buio del sonno.
Ripresi conoscenza nella mia cella di rigore, attorniato dal solito gruppetto di bulletti...
Sono Darrell Standing e come vi ho detto fra non molto mi uccideranno, prima che questo avvenga voglio dire ciò che serbo dentro di me e parlare, in queste pagine… di altri tempi ed altri luoghi…




Dopo la sentenza, dunque, andai a trascorrere il resto della mia ‘vita naturale’ nel carcere di San Quentin, qui diedi prova di essere incorreggibile, e per ortodossa psicologia carceraria un soggetto spaventoso una sorta di mostro…
Mi avevano messo in un laboratorio di concimi chimici dannosissimi per il suolo ma con l’unico pregio di creare un ottimo raccolto, e vicino a questo laboratorio un altro ove assemblavano scarti di prodotti derivanti dal mancato riciclo di componentistica per computer, ove volenterosi ergastolani come me nonché programmatori ricavati dalla pirateria del nuovo oceano lavoravano a ingegnosi programmi da installare su parabole da orbitare per la sicurezza dell’Apocalisse del nuovo millennio…
Insomma un vero e proprio Inferno…
Io odio lo spreco non tanto del moto ma lo spreco del vero e più puro Intelletto così cercai di fargli comprendere che tutto ciò portava alla dissoluzione di qualsiasi ordine e comprensione contesi fra Verità e Ragione.
L’unico risultato che ottenni che è mi fecero rapporto e mi rinchiusero in una cella sotterranea, ove all’esterno e liberi nel fraudolento intento circolano indisturbati nei loro secolari misfatti falsi predicatori nonché ecologi e curatori dell’Anima composta e dismessa fra Terra e Cielo… così malamente curata…
Quando ne venni fuori, cercai di adattarmi alla caotica inefficienza dei laboratori di ogni risma e alchemica nuova sostanza… Mi ribellai di nuovo e questa volta, oltre la cella di rigore, mi beccai la camicia di forza: in segreto (e quanto vi sto narrando pura verità del misfatto) gli aguzzini dopo avermi pestato mi immobilizzavano contro il muro con le braccia in croce, mi appendevano per le mani con i loro chiodi….
Dovetti patire secoli e devo ancora soffrire quanto già sofferto giacché queste animali non conoscono Intelletto e Spirito e con loro l’Anima-Mundi della Terra con la quale riconoscere il vero e Primo Dio… Deve essere terribile, per un uomo, essere rosicchiato vivo dai topi: ebbene, per me, quelle guardie, quegli esseri sciocchi e brutali, erano e sono come dei ratti comandati a distanza… Dei ratti che mi rodono l’intelligenza la coscienza e tutto quanto fa di me una persona viva e pensante…(2*)




(2*) Ma l’abuso che per politici intenti e per fini mondani erasi fatto della visione, aprì la via, come suole accadere, ad altro abuso : e questa forma non fu quasi più altro se non tema di poesia e modo di satira nonché di inventiva dipanata nella scrittura (sottointeso ambedue perseguitate come Standing narra dal carcere).
Già non credevasi più allo visioni se non fossero raccontate da uomini che indi a poco fossero venuti a morire, come se il gran passo all’eternità fosse riprova del vero, e l’anima allora presentisse i suoi futuri destini e la vita avvenire; né tutti potevano addurre a testimoni dei loro racconti quella pelle color di fuoco che il tedesco Evervaco riportò dai tormenti infernali (tutto chiuso ed assiso all’alchemico suo laboratorio… un ergastolano anco lui…).




Intanto ai monaci solitari ed agli inframettenti prelati succedono lieti e giocondi poeti laici. La famiglia dei Troveri, dei Giullari e dei Menestrelli, allegri e spensierati quanto severi e cupi erano stati quei loro antecessori nell’uso della visione, venne a sorgere quando appunto più erasi della visione abusato. 
Posti quasi sempre in lotta e in antagonismo con un’ordine sacerdotale, questi poeti vollero anch’essi provarsi ad un soggetto così spesso trattato, e divenuto ormai popolare e comune; e ad occhi aperti e con aperto intelletto, finsero anch’essi un inferno e un paradiso. Ma se il clero e con lui l’intiera società detta civile aveva confitto....
















giovedì 9 marzo 2017

INTUISCI UN (falso) CREATORE, MONDO? (28)



















Precedenti capitoli:

E voi che intendendo il terzo cielo movete (27)

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Cercalo al di sopra del cielo stellato! (29)















La grande Notizia....

Circa la tirannide della vita....

Un Tomo:

Tirannide e Filosofia (nello Spazio & Tempo [ri]nato)

















O voi ch’avete li ’intelletti sani
Mirate la dottrina che s’asconde
Sotto ’l velame de li versi strani




…La ‘dottrina’ quanto la ‘verità’ è nascosta….
Qui sorge spontanea la domanda: perché nasconderla?
Ma ancor prima ci saremmo dovuti porre un’altra domanda: come poteva un qualsiasi signor Alighieri, un laico, permettersi di proporre una ‘dottrina’?
Lo poteva fare solo la Chiesa, che all’epoca bollava come eretico e metteva al rogo chiunque non accettasse la dottrina da lei insegnata o addirittura osasse proporne di diverse.
A questo punto abbiamo la risposta alla domanda: perché nasconderla?
E’ ovvio che dovesse farlo, ed è anche ovvio che era (ed è!) eterodossa, Eretica, o meglio: quand’anche non lo fosse stata, tale sarebbe stata giudicata dai vertici della Chiesa.
E infatti tale fu giudicata, soprattutto nei primi secoli. Solo recentemente (1881), e sotto la pressione della crescente considerazione dell’opera di Dante all’estero, fu consentito alla Chiesa che la Commedia venisse pubblicata in Italia integralmente, cioè senza i tagli dell’ Index libro rum expurgandorum, e si dovette attendere il 1921 per sentire un papa lodare Dante quale paladino della fede cattolica.
Certo ci volle molto troppo tempo in patrio suolo italico…
Di ciò bisognerebbe sempre tener conto: a nutrire dubbi sull’ortodossia di Dante non è un manipolo di sobillatori anticlericali, ma era la Chiesa stessa, fino a non molto tempo fa.

Con grande coraggio il nostro Dante vuole ‘dottrina dare’ ‘verità annunciare’. Infatti sia il Convivio, sia la Divina Commedia contengono, esplicitamente, una ‘dottrina’. Interessante l’aggiunta ‘la quale altri veramente dare non può’.
Anche qui dovremmo chiederci a chi mai possa alludere Dante con quell’‘altri’ se non la Chiesa, l’unica autorizzata a ‘dottrina dare’ (e certo in codesto medesimo velato Tempo non nego ma al contrario affermo il nucleo sociale ove la sua ed altrui ‘espressione’ parte di una comune nonché monolitica cultura…).
Non può essere che la Chiesa. Ma allora perché Dante dice ‘non può’ darla?
Questo è un altro degli infiniti fili che conducono all’Eresia…
Se da un lato è vero che, dati i tempi, una simile dottrina doveva essere ben nascosta, dall’altro è anche vero che l’obiettivo era di farla conoscere. Il solo fatto di usare la lingua volgare denota (già a partire dai trovatori) una volontà di uscire dall’ambito dei pochi ‘litterati’, ovvero di coloro che sapevano leggere e scrivere in latino. L’uso del volgare – una vera e propria rivoluzione – apriva a un pubblico molto più vasto. Anche la Divina Commedia sarà rivolta a tutti, ai posteri soprattutto, a coloro che questo tempo chiameranno antico.
…Ed agli intellettuali sani…
Ora, se Dante voleva essere compreso, è ovvio che doveva scrivere in modo semplice. Infatti la Divina Commedia è semplice: quello che la rende spesso difficile sono i commenti dei critici.
Che cosa intendeva Dante per ‘intelletti sani’?
Non certo gli eruditi! Bensì la gente semplice, che ha il cuore puro e aperto o che sta compiendo un ‘cammino spirituale’. L’‘intelletto’, infatti, non è la ‘ragione’, non è la facoltà di discernere e argomentare: è tutt’altra cosa. Intelletto e ragione non sono sinonimi; averli considerati tali ha generato gravi fraintendimenti.
La conoscenza intellettiva è intuitiva, è un ‘vedere’ puro, vero, assoluto, mentre la ragione procede per deduzioni e dimostrazioni. Dante usa varie volte la parola intelletto nella Divina Commedia, a partire da quando, appena varcata la porta dell’Inferno, definisce i dannati le ‘genti dolorose c’hanno perduto il ben de l’intelletto’. Con ciò non vuole certo dire che hanno perso la capacità di ragionare, anche se è proprio questo che si intende oggi quando si usa l’ormai proverbiale locuzione dantesca. Il ben de l’intelletto è Dio. E’ con l’intelletto che Dante arriva a ‘vedere’ Dio, non con la ragione, della quale infatti dice:

Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.

Della ragione può dire che ha corte l’ali, espressione che non userebbe mai per l’intelletto, il quale può essere offuscato, legato, piegato, ma non ha certo le ali corte, dato che la sua natura è quella di volare in alto, sino a Dio.
Sono tutte espressioni usate più e più volte da Dante. Quindi quando si rivolge ai lettori che abbiano gli ‘intelletti sani’ intende rivolgersi a coloro in grado di cogliere sotto il velo, tra le righe, un messaggio spirituale, non un discorso razionale.
Nella terzina del ‘velame’ c’è anche un’altra parola che viene in genere fraintesa: strani… I critici, volendo limitare la portata di questa esortazione al singolo episodio, chiosano una parola che non ne avrebbe bisogno. Allora ‘strani’ viene forzato a significare ‘che narrano eventi straordinari’, o cose analoghe…
Dante è molto più semplice: strani significa ‘strani’, nel senso che diamo ancor oggi a questo aggettivo…
Cosa significa nascondere un messaggio (come l’intero titolo di questo stesso 28esimo capitolo?)…
Lo Spiega Leo Strauss in un saggio che ha un titolo molto esplicito: ‘Scrittura e persecuzione’ (proseguo in riferimento allo stesso autore con un tomo a vostra disposizione da cui traggo pretesto evidenziando uno e più passi in ragione del vostro intelletto…1*).
Strauss, il quale non parla di Dante ma fa un discorso in generale applicato poi alle opere di Maimonide e di Spinoza, sostiene che ogni persecuzione influisce sulla letteratura in quanto ‘spinge tutti quegli scrittori che pensano in modo eterodosso a sviluppare una peculiare tecnica letteraria in cui la verità sulle questioni cruciali appare esclusivamente tra le righe…’.
Ragion per cui ripetiamo il Verso strano… e voliamo in alto ‘oltre l’azzurro cielo visibile’ e apostrofiamo con l’Eretico dire:

Intuisci un (falso) creatore, mondo?
Cercalo al di sopra del cielo stellato!
oltre le stelle deve albergare…
e non certo nella
‘Grande Notizia’ annunciata
con solo un volto e uno schermo…
di una falsa ‘parabola’ apostrofata:
Secondo di una Parola
celare l’inganno dell’intera ‘creazione’
motivo e materia
di un Guerra velata
in nome e per conto
di una falsa economia…
spacciata!

(M. Sorasina, Libertà va cercando)





(1*) Il discernimento degli ordini e delle cause, dei regimi e delle opinioni, e dunque la disposizione o la facoltà necessaria alla vita politica, dove si tratta di guidare l’azione alle prese con un’esperienza imperfetta e opaca. Esso si mostra però anche virtù teorica più che mai nel caso della tentazione che la tirannia rappresenta per la vita della Città e del pensiero, in modo specifico della Città moderna e del pensiero moderno.
Le esperienze totalitarie sembrano infatti riassumere o illustrare, con la stessa radicalità con cui danno ad esse una risposta inadeguata, le questioni sollevate dalla vita politica e dal movimento moderno. Le contraddizioni che in esse divengono drammaticamente operative sono le contraddizioni intellettuali e politiche di un’epoca. Comprendere quelle contraddizioni significa discriminare e orientarsi tra le dimensioni che compongono le tirannie moderne, ma anche tra quelle che definiscono l’agire storico e il rapporto dell’uomo alla Città.
Ciò vale per Aron in ambito di giudizio e commento dell’azione presente, ma anche sul piano dell’interpretazione storica o dell’indagine teorica, quando si tratta di rendere intelligibile la genesi di quei fenomeni, i loro caratteri di regimi tirannici delle società moderne – o di regimi tirannici delle società moderne – e le loro dinamiche interne ed esterne. Quello sforzo di discernimento traduce una profonda e paziente preoccupazione del vero e ispira ad Aron il ricorrente richiamo a tener conto, nell’analisi del nazismo così come in quella del comunismo, della diversità e dell’interazione tra le loro cause. La pluralità di definizioni ricorrenti nell’opera aroniana riflette dunque, in un certo senso, anche le contraddizioni epocali forzate o rese eclatanti dall’impresa tirannica ed esprime un approccio analitico volto a cogliere senza forzature speculative, ma senza nemmeno perdere di vista l’essenziale, quel composito carattere. I tratti originali del fenomeno totalitario che si innestano sulle tendenze antiche della tirannia, la situazione politica che rivela o si somma a quella dell’anima, le crisi economiche, sociali e istituzionali che estremizzano il dispiegamento di radicate contraddizioni intellettuali, tutto ciò si cristallizza ed esprime sul piano dei motivi degli uomini che l’interprete mira a chiarire nella loro contingenza, nelle loro possibili ragioni e nell’orizzonte generale in cui trovano posto: vi sono sempre alternative fondamentali e possibilità eterne al fondo di esperienze che si concretizzano in una congiuntura unica e specifica. Una simile prospettiva mira a rispettare le articolazioni del fenomeno umano e a preservare i diversi approfondimenti dal rischio dell’astrazione legato all’isolamento analitico di fattori che trovano il loro esatto significato solo all’interno del tutto a cui appartengono.
La pluralità di elementi e di contraddizioni che definisce le tirannie moderne va cosi esaminata sul piano delle loro dottrine, delle loro pratiche e dell’interazione tra queste ultime e le circostanze. Il regime sovietico va ad esempio compreso per Aron come l’indissolubile combinazione di un ‘insieme di istituzioni’ e della ‘intenzione metafisica’ di coloro che le hanno fondate. L’anima e i mezzi delle tirannie moderne caratterizzano congiuntamente il fenomeno, non solo perché i loro ambiti specifici sono modellati dalla loro complessiva finalità politica o ideologica, ma anche perché la barbarie o la volontà tirannica che esse rappresentano si afferma al culmine della modernità e dunque anche armata dei suoi strumenti.
Allo stesso modo, o dalla stessa prospettiva, l’avvento e il carattere dei totalitarismi risultano dalla concatenazione di situazioni interne e internazionali (in primis la guerra), di processi originali e drammi antichi, di disponibilità delle masse e decisioni delle elites, di matrici nazionali ed esperienze universali. Le dottrine che supportano e sospingono le imprese totalitarie rendono particolarmente visibile o intelligibile, se ben comprese, il paradossale ed esplosivo intreccio dei loro motivi e dei loro progetti.

Le contraddizioni delle tirannie moderne sono in particolare scomposte e messe in luce allorché Aron rintraccia ad esempio al cuore del loro movimento la cooperazione tra cinismo e dogmatismo, o tra il più ‘sregolato’ machiavellismo e un fanatico fervore religioso (secolare). Nel restituire l’atmosfera spirituale respirata nella morente Germania di Weimar o la logica della ‘filosofia’ che animava l’impresa sovietica, Aron mostra come il concorso di quelle opposte attitudini in una così efficace macchina distruttiva sia solo apparentemente paradossale: i loro termini rinviano l’uno all’altro, come ‘manifestazioni opposte della stessa crisi’.....