giuliano

venerdì 20 gennaio 2017

LA POLITICA DELLA RICCHEZZA
































Prosegue in:

La politica della ricchezza (riflessione nel giorno dell'insediamento) (2)














La parola corruzione deriva dal latino corruptus, che significa ‘rompere’ o ‘distruggere’
La corruzione infrange e distrugge quella fiducia che costituisce un ingrediente essenziale della delicata alchimia che sta al cuore della democrazia rappresentativa (nonché, aggiungo, del diritto… che ne deriva giacché ognuno dovrebbe beneficiare, grazie a tal alchimia, ciò di cui in segreto privato dal patto scellerato con cui il corrotto gode l’improprio frutto coltivato e raccolto nella virtuale illusione di rendere fecondo e propizio ciò da cui deriva, non il pregiudizio, ma al contrario, certa vista circa una deformazione rinnovata e non ben enunciata nella propria realtà celata…. E di nuovo calata e celebrata dalla Storia… rendiamo così monito e ricordo, e che il nuovo ‘bosco’ non ci conservi rancore circa una più onesta ragione rinfrancata…).
Nella sua forma contemporanea, la corruzione comporta sempre un’unione incestuosa di potere e ricchezza, e in particolare la cessione di denaro in scambio di un abuso di potere pubblico.
È irrilevante che ad iniziare lo scambio sia la persona che ha la ricchezza o quella che ha il potere; è lo scambio in sé a costituire l’essenza della corruzione….
È irrilevante che ci si arricchisca con il denaro o con un ammontare equivalente di influenza (acquisita… ed importata…), prestigio, status o potere; il danno proviene dall’aver sostituito surrettiziamente la ricchezza alla ragione nella determinazione negli usi del potere.
Ed è irrilevante che il potere così acquisito (anche se democraticamente votato) venga considerato in una luce favorevole da un gruppo più o meno ristretto di individui; è la disonestà della transizione ad essere velenosa.




Quando il processo ‘decisionale’ non è più governato dalla ragione (e se questa viene offuscata da altri valori i quali nulla hanno da condividere con la democrazia si innestano tutti quei ‘paradossi’ in cui la stessa trema alla ‘faglia’ ove cotal principio fu superato in ciò da cui nato… come fra breve leggeremo…), si espone più rapidamente all’esercizio del potere nudo e crudo; e la propensione alla corruzione si rafforza di conseguenza.
In effetti, in anni recenti, abbiamo assistito ad una serie di casi lampanti di corruzione e all’uso fraudolento del potere pubblico a scopi privati (ne ravviviamo a mo’ di antitodo e prevenzione la memoria storica…). Le attività che oggi risultano più dannose per la salute e l’integrità della democrazia americana sono in maggioranza legali. Tutti questi abusi hanno una caratteristica comune: i loro autori danno per scontato di non aver nulla da temere dall’indignazione popolare (infatti si difendono e vendono dietro fortini e barricate preventive…), dal momento che pochi verranno a conoscenza dei loro misfatti (se ciò avviene come spesso successo nei feudi dei loro soci in affari si viene direttamente al giudizio del ‘creatore’ con cui saldare l’opinione poco gradita… Così rimembro il ricordo di tal Medioevo detto socialista in cui ragione & saggezza ed altre virtù poco apprezzate dal monarca nominato da Dio governarono per circa mezzo secolo… Ed il nuovo - evo - nulla di meglio promette….).




Le volpi private (anche se hanno platealmente annunciato la dovuta rinuncia… nel rispetto, dicono, della legge e con questa del principio da cui nata ed anche in qual tempo abortita…) sono state messe a guardia dei pollai pubblici; il fatto sconcertante è che questo stesso approccio è stato adottato in molte altre agenzie e dipartimenti. Ma ciò non suscita alcuna indignazione, perché nella nostra democrazia il dialogo bilaterale è pressoché scomparso. Ogni sorta di scempio si compie quotidianamente (ciò che fu sarà di nuovo…) sotto i nostri occhi, ma nessuno sembra o vuole accorgersene. Un comportamento siffatto non potrebbe mai aver luogo se vi fosse la benché minima probabilità che tale corruzione ‘istituzionalizzata’ venisse denunciata in uno spazio pubblico rilevante ai fini dei risultati elettorali.
Thomas Jefferson ammoniva che la concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo sarebbe stata foriera di corruzione, a meno che il pubblico non avesse sottoposto a un monitoraggio costante e minuzioso tutte le nomine a incarichi di governo. Tali nomine, infatti, sarebbero state cedute al miglior offerente tra le diverse lobby influenzate dalle decisioni prese da persone chiamate a ricoprire incarichi. ‘Al riparo dagli occhi del pubblico’, scriveva Jefferson, ‘si possono comprare e vendere segretamente [le cariche federali], come e non meno di un mercato’.




Superato il Medioevo (almeno in virtuale conto del Tempo così sembra…) ed approdati all’Illuminismo, quando la ragione aveva il primato sulla chiesa e sulla monarchia, il sistema politico e il sistema di mercato – le due fonti di valutazione nella sfera pubblica – erano considerati alleati naturali da un punto di vista filosofico. I padri fondatori erano convinti che il popolo libero avrebbe usato il potere della ragione per proteggere la repubblica dal pericolo che temevano più di ogni altro: una concentrazione di potere politico che avrebbe potuto degenerare in una tirannide (i residui di quella sono prezioso concime di quanto ora narrato…). A quei tempi era opinione comune che il capitalismo operasse in una sfera del tutto diversa (negli odierni si è superata questa barriera di spazio e tempo per un nuovo Universo rivelato il quale sembra non rimembrare donde rilevato o forse… nato…).  Il problema non era considerato il denaro in se; in ultima analisi, i soldi hanno valore soltanto nella misura in cui altri li accettano come mezzo di pagamento in cambio di beni, servizi o comportamenti.
Nella nuova repubblica americana (quindi società specchio esportato anche in altri galassie ed universi) era inconcepibile che il potere potesse essere comprato con il denaro. La distribuzione del potere veniva determinata in una sfera differente, quella democratica, dove il principio di ragione regnava sovrano. Il confine tra queste due sfere si è spostato nel tempo in una direzione e nell’altra, ed è stato spesso causa di tensioni. Tale linea di divisione è quanto mai evidente nel confronto tra l’espressione coniata da Adam Smith, ‘la vita, la libertà e la ricerca della proprietà’, e le famose parole di Jefferson contenute nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, ‘la vita, la libertà e la ricerca della felicità’ (aggiungo in onor della cronaca non del tutto esplicitata nella violenza cui i soggetti avversi e dicono perdenti nella contesa se pur il ruolo abbisogna di sollecita ripresa… hanno  subito nella violazione di questi principi sottratti ai valori su cui si fonda la più grande democrazia ora celebrata)




Quasi due anni prima che fosse pubblicata la Dichiarazione di indipendenza, il Primo congresso continentale redasse un documento precursore, noto come la Dichiarazione dei diritti delle colonie (1774), nel quale compariva la frase ‘diritto alla vita, alla libertà ed alla proprietà’. Nel commentare la prima bozza della Costituzione redatta da James Madison, nel 1787 Thomas Jefferson scrisse di voler ‘insistere’ affinché alla Costituzione venisse allegato un Bill of Rights, o Carta dei diritti, nel quale si contemplassero: ‘1. La libertà religiosa; 2. La libertà di stampa; 3. Il diritto ad un giusto processo davanti a una giuria; 4. L’assenza di monopoli nel commercio; 5. L’assenza di un esercizio permanente’. 
Questa preoccupazione per i ‘monopoli nel commercio’ avrebbe fatto la sua comparsa più volte, a dimostrare che, se anche la democrazia e il capitalismo erano considerati due sfere che si completavano e si rafforzavano a vicenda, il ‘capitalismo democratico’ si presentava fin dall’inizio ricco di contraddizioni interne. 





















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