giuliano

sabato 28 gennaio 2017

SALVARE NOI STESSI (5)





































Precedenti capitoli:

Nell'infinito tornaconto...(4)  ...Da ciò che conta veramente... (3)

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Salvare noi stessi (6)













In un testo tra i più recenti del Nuovo Testamento, la prima Epistola di Pietro, scrivendo quasi certamente da una comunità dell’Asia Minore ad altre comunità dell’Asia Minore in una situazione di tensione, se non di vera e propria persecuzione, precisa quelli che a suo avviso dovrebbero essere gli obblighi dei credenti (nel nostro caso cristiani e non) verso gli atei, coloro cioè, propensi al più bieco materialismo privo di principi, affermando:

‘Carissimi, io vi esorto come stranieri ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all’anima’

Infatti, prosegue l’autore, la condotta del credente tra gli atei deve essere irreprensibile: essi non devono prestare il fianco alle calunnie dei denigratori non meno di quelle dei calunniatori.




Si tratta, per quanto ci consta, del più antico documento di una concezione destinata a grande fortuna: la concezione della Fede come comunità mondiale peregrinante su questa piccola Terra. Per meglio comprendere questa novità, occorre tener presente che, il nostro breve intervento, si compone di tre distinte concezioni profondamente diverse ma unite nell’intento di fede verso la finalità di una riflessione certamente più profonda di quanto possa apparire ad una approssimata lettura. Due concezioni una antropologica-individualistica di matrice greco-ellenistica e la concezione teologico-collettiva propria della tradizione ebraica.
Iniziamo dalla seconda di matrice biblica, a partire dal testo fondamentale di Gn 12, 1, là dove il Signore ingiunge ad Abramo: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che ti indicherò’, individua nello stesso Israele un popolo pellegrino, la cui condizione permanente di Straniero non terminerà nemmeno con l’arrivo nella terra promessa, dal momento che anche questa terra appartiene a Dio e, pertanto, Israele permane in essa ospite e forestiero (Lv 25, 23)




Ne consegue che, mentre la metafora dello Straniero indica, nella tradizione filosofica ellenistica, una condizione di estraniazione dell’Anima, il vero sé dell’uomo, rispetto alle sue concrete condizioni esistenziali, nella Bibbia, di contro, essa serve ad indicare una relazione tra Dio e l’uomo, inteso nella sua totalità (non vi è privilegia mento di una componente quale l’Anima) e come popolo, sullo sfondo di una concezione positiva del mondo, creatura di Dio.
Queste due concezioni si erano incontrate, nell’ambito del giudaismo ellenistico, nel pensiero di Filone Alessandrino, che, alla luce della sua particolare filosofia mosaica, le aveva rilette e fuse, dando luogo a una reinterpretazione destinata ad influenzare anche la tradizione cristiana. Il suo particolare platonismo porta Filone ad estendere la situazione di estraneità al mondo dal popolo eletto all’uomo in quanti tale.  
Adamo, in seguito al peccato, fu cacciato dal paradiso ed esiliato. Di conseguenza, ogni figlio di Adamo si trova a partecipare di questa condizione di esilio. La sua vera patria, infatti, è il cielo; ognuno di noi entra nel cosmo come una città straniera, in cui è destinato a soggiornare temporaneamente. Emerge così, un secondo tema, legato ma distinto dal primo: la vera patria di questo Straniero è non tanto il cielo, ma la città celeste, o meglio, da buon abitante di Alessandria, la megalopoli di cui a rigore l’unico cittadino è Dio.  




Se è vero che Filone universalizza il tema del popolo eletto come popolo migrante, pellegrino, è altresì vero che sullo sfondo delle sue preoccupazioni etiche egli lo individualizza. Per un verso, riprendendo spunti platonici, egli applica la metafora dello Straniero al dato etico- evolutivo; per un altro, però, ciò che gli preme mettere in luce è che la condizione di Straniero deve essere consapevolmente vissuta dal saggio. Il comportamento biblico di questo comportamento etico-religioso, cui deve aspirare il saggio se vuole ritornare nella sua vera patria, gli è fornito da Giacobbe.
Un ultimo spunto merita di essere sottolineato: proprio perché la vera patria dell’amico di Dio è la città intelligibile, egli deve volontariamente mantenersi in questa condizione di estraneità al corpo e al mondo. Se la sua residenza è celeste, lo sarà anche la propria familiarità con Dio. Di conseguenza, egli dovrà conservare la sua situazione di Straniero nel soggiorno temporaneo nei confronti del corpo e del mondo, con la conseguente situazione di estraneità. Il vero amico di Dio – questo in fondo il senso ultimo della spiritualità di Filone, precorritrice di certa ascesi cristiana – è colui che, estraniandosi dal mondo e rinunciando ai suoi beni, potrà così rifugiarsi presso Dio....


















martedì 24 gennaio 2017

CIO' CHE NON MUORE RISORGE (gennaio...) (1)








































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Ciò che non muore..... risorge (2)  &












Ciò che conta! (3)














I Frammenti qui raccolti sono prevalentemente il frutto del lavoro, dei viaggi e dei discorsi fatti e continuo a fare da quando, nel Gennaio del 1965, divenni senatore.
Al senato di questa grande nazione i problemi vengono trattati man mano che si presentano, e tutta la mia attenzione è ora rivolta a quel personaggio che occupa, democraticamente o meno, a seconda di come si ragiona ed accorda a questa retta condizione della medesima pensata, elevata condizione. Ragion per cui tutta la mia attenzione rivolta, giacché non del tutto privato della linfa non meno del democratico impegno, alla crisi di ogni momento ed avverso a chi di ugual principio abusa in nome e per conto di questo ed in cui l’evoluzione mi nomina difensore e custode.
Perciò in tali e brevi Frammenti non intendo delineare nessuno schema grandioso, nessun programma globale per la comune nazione o per il mondo, ma mi limito ad esaminare e ad approfondire le nostre reazioni di fronte ai problemi che ci stanno aggredendo con la maggiore urgenza e gravità se confrontati con quanto assunto con pochi e sgrammaticati tratti di penna, chi la penna non dovrebbe impugnare per medesime finalità ma pur in ragione di una certa e diffusa alfabetizzazione ne fa uso ricorrente ed improprio confondendo scrittura e cultura, lettura e sapere, business ed economia…




Proseguo…
Dalla fondazione della repubblica, da quando Thomas Jefferson, a trentadue anni, scrisse la Dichiarazione di indipendenza, Henry Knox, a ventisei, organizzò un corpo di artiglieria, Alexander Hamilton, a diciannove, andò a combattere per l’indipendenza, e Rutledge e Lynch, a ventisette, firmarono la Dichiarazione per la Carolina del Sud, ed ancora quando la Clinton e poi Obama riformarono a ragione ciò di cui il mio intervento circa la consapevolezza di una sanità ed assistenza per tutti, e quando quest’ultimo ha maturato retta consapevolezza ed urgenza di un piano ecologico per le nostre ed altrui ricchezze, ebbene…, mai giovane generazione di americani è stata più brillante, più preparata, più intimamente consapevole di quella attuale.
Nel Peace corps, nel Northern student movement, in Appalachia, sulle strade polverose del Mississippi e sugli stretti sentieri delle Ande, questa generazione di giovani ha mostrato idealismo e un amor di patria eguagliati in pochi paesi e superati in nessuno….




Si è tentati di far risalire alla guerra tutti i problemi della nostra gioventù malcontenta; ma sarebbe un errore!
E non si può neppure far risalire la causa del malcontento a un individuo, a un governo, a un partito politico; la diagnosi deve essere più profonda e più ampia.
Prendiamo per esempio la nostra economia, la stupefacente macchina produttiva che, a conti fatti, ci ha resi più ricchi (ed ancora di più come qualcuno promette con pochi e sgrammaticati tratti di penna - ma di quale comune ricchezza o difesa parla lascio alla limitata visione associata al pressapochismo circa la stessa economia la quale è cosa troppo seria per essere così infranta in ragione del comune principio che fa’ di ogni uomo ‘ricco di mondo’ nella povertà nonché brevità del contrario sottoscritto e nell'inganno firmato in nome della stessa [ricchezza] offesa nella finalità di un principio privato: questione di miglior convenienza e veduta a lunga scadenza - questa forse più retta scienza….) di qualsiasi popolo nella storia, e che ci sostenta e ci mantiene tutti.
È una economia imprenditoriale, il che significa che la maggior parte degli abitanti di questa grande nazione è occupata in qualche genere d’affari. Era certamente giusto, anche se non molto edificante, quanto disse Coolidge: “Gli affari dell’America sono gli affari”. Eppure sappiamo da una recente ed ancor attuale indagine che solo ilo 12% degli studenti universitari seniors desidera una carriera nel mondo degli affari o ritiene che questa carriera possa essere degna e soddisfacente. Senza dubbio uno dei motivi è che mentre le grandi aziende rappresentano un vastissimo settore della vita americana, il loro ruolo nella soluzione dei problemi vitali del paese è minimo.




Diritti civili, povertà, disoccupazione, igiene, istruzione, sanità (sottolineo quest’ultimo argomento): ecco solo alcune gravi crisi di fronte a cui l’intervento della classe imprenditoriale, con alcune importanti eccezioni, è stato e continua ad essere molto inferiore a quanto ci si potesse aspettare.  Possiamo prendere atto di talune eccezioni, ma indiscusso ed indubbio che il mondo imprenditoriale nel suo complesso non ha raccolto la sfida per una ‘nuova frontiera’ della nazione, eccetto un diffuso dissenso che dalla frontiera migrato verso l’uno e l’altro polo di questo mondo così maltrattato!
Naturalmente si può ribattere che il compito dell’imprenditore è il profitto (è business dice il ‘quarantacinquesimo’ della lista…. degli imprenditori di certo non dei Padri Fondatori giacché vi è notevole confine… tra quelli e questa limitata ‘ragione’), che tentare di più vorrebbe dire fare meno di quanto è dovuto agli azionisti. Ma, chiedono i giovani, che valore ha questa obiezione quando una sola azienda, come la General Motors o un’altra consimile conserva dei profitti annui superiori al prodotto nazionale di un qualche paese del mondo? Per dei giovani educati da solidi principi accompagnati da retti ideali e per i moralisti di ogni tempo, l’etica che misura ogni cosa sulla base del profitto che se ne può ricavare è ancora più sgradita!




Infatti hanno ben visto alti funzionari (nonché acclamati ministri) delle nostre aziende ingannare elettori e democrazia e complottare accordi non solo sui prezzi, ma anche sui principi su cui la democrazia siede e presiede taluni incarichi e di cui la stessa dovrebbe tutelarci dall’opposto in ragione della comune difesa, talché anche questa è divenuta business con cui ingannare il popolo e non solo il giovane morto in una inutile guerra… in difesa e per conto di questa democrazia ‘disdetta’…
E come dicevo…, questi giovani hanno visto alti funzionari delle nostre più grandi aziende complottare accordi sui prezzi, complottare circa il principio della verità affinché le loro stesse aziende ne potessero trarre il maggior profitto ed illecito guadagno di cui inaffidabili soci in affari; incontrandosi in squallide riunioni segrete per rubare qualche miliardo al mese dalle tasche di milioni di cittadini e non solo americani!
Ci hanno visto mandare la gente in prigione perché in possesso di marijuana, mentre ci rifiutiamo di limitare la vendita o la pubblicità delle emissioni di gas nocivi che ogni anno uccidono migliaia di cittadini nel mondo visto che il nostro paese nell’aspettativa di diventar ancor più ricco grazie a questo impegno è quello che più inquina al mondo…

















domenica 22 gennaio 2017

LE NOSTRE MONTAGNE DA SALVARE


































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Le nostre montagne da salvare (2)













        
Uno dei gruppi montuosi importantissimi costituenti l’Appennino centrale è quello del Terminillo, la di cui vetta più alta s’eleva a 2213 metri sul livello del mare. Esso sorge interamente nell’Abruzzo, e facili e brevi sono le vie di accesso; finora però è stato poco percorso e per nulla studiato.
Eppure le sue rocce di massiccio e grigiastro calcare che ne costituiscono il nocciolo centrale, le sue creste curiose nella loro denudazione, gli aspri e ripidi valloni che le acque hanno scavato nella compatta massa calcarea, le brulle e selvagge gole nelle quali cupi scorrono fiumi e torrenti, i ripidi pendii su cui si arrampicano pecore e capre in cerca di un misero pasto di pochi licheni, fanno vivo contrasto con le circostanti vallate, colline e pianure verdeggianti, ricche di prodotti, bene irrigate.
La disposizione orografica dell’Italia media presenta la riunione di tanti gruppi, di tante ristrette giogaie staccate, nelle quali lo spartiacque fra il mare Adriatico ed il Mediterraneo corre spesso non sulle più elevate cime, ma per piccoli sollevamenti. Questo sistema di gruppi si trova disposto con una regolarità grandissima; ciascun gruppo è foggiato a guisa di segmento di cerchio con la convessità rivolta verso l’Adriatico, rimanendo, in parte, come sovrapposto a quello che gli sorge verso nord, in modo che, incominciando dal sud, la parte estrema settentrionale di ogni gruppo ricopre verso est la parte estrema meridionale del gruppo sovrastante.




Nella regione Abruzzese che si stende dalle sorgenti della Nera a quelle del Trigno la conformazione orografica è rappresentata da un vasto altipiano, l’altipiano abruzzese, foggiato ad elisse allungata in direzione NO.-SE. e sostenuto verso l’Adriatico da un piano inclinato in direzione NE., solcato da numerose correnti.
L’altipiano appartiene all’Appennino Centrale propriamente detto e si formò geologicamente durante l’età terziaria, quando una pressione laterale, diretta da SO. a NE. o viceversa (è ancor controverso), incurvò e pieghettò gli strati sottomarini di quel mare che si stendeva là ove oggi sorge l’Italia, i quali uscirono all’aria nei culmini delle loro crespe, mentre la supposta Tirrenia, regione montuosa che al termine dell’età mesozoica emergeva ove ora è il letto del mar Tirreno, andava sprofondandosi e sommergendosi. Questo altipiano comprende tutta la provincia di Aquila, i confini della quale corrono precisamente sulla cresta della catena che ne forma l’orlo in forma di conca elissoidale. Oltre alle due linee che racchiudono l’altipiano, v’è una terza linea trasversale che divide l’altipiano in due parti: in conca Aquilana percorsa dall’Aterno, e in conca di Avezzano, le di cui acque sono raccolte dal Liri e dal Velino. Il versante NE. poi, cioè il piano inclinato suddetto, è diviso in due parti dal fiume Aterno-Pescara, le quali formano le provincie di Teramo a N. e di Chieti a S.




Fra le tre linee poi si stendono parecchi altri gruppi montuosi, non molto alti e lunghi, i quali racchiudono vasti altipiani a diversa altezza, con facili passaggi dall’una all’altro fra la interruzione dei gruppi stessi. L’asse maggiore dell’elisse formata dalle tre linee o gruppi principali è appoggiato coll’estremità settentrionale ai Monti Sibillini e con la meridionale ai monti napoletani per mezzo della cresta che congiunge il Monte Meta ai monti d’Isernia ed al Monte Miletto. Delle tre linee, quella che costituisce l’orlo orientale dell’altipiano è formata da una serie di gruppi divisi in due dal corso del Pescara: essa comincia presso il gruppo dei Monti Sibillini alla gola di Arquata, per la quale esce il Tronto, coi Monti della Laga, tronco montuoso estendentesi dal Tronto al Vòmano per circa 30 km. in direzione di S. a SE. Prosegue, dopo la gola da cui esce il Vòmano fra Monte Cardito e Monte Piano, nel Gruppo del Gran Sasso (2921 m.) il quale ha il suo asse di direzione non nel prolungamento dell’asse dei Monti Sibillini e della Laga, ma sensibilmente piegato verso oriente fino al Monte della Guardiola a 32 km. dal mare. Dal Monte della Guardiola la linea riprende la direzione di SE, e si abbassa ed assottiglia sul Pescara col Monte Roccatagliata (975 m.). Tutte le diramazioni che partono da questi gruppi vanno a finire, ramificandosi, nell’Adriatico e formano i monti della provincia di Teramo. Al di là della gola o Passo di Popoli, sorgono a continuare la linea orientale le montagne del Morrone ed il gruppo della Maiella (2795 m.). Fin qui la linea si è mantenuta pressoché parallela alla costa adriatica: ora si spiana nell’altipiano delle Cinque Miglia, poi volge verso O. rialzandosi nei Monti di Castel di Sangro coi quali va a riunirsi al Gruppo di Monte Meta. Tutte le diramazioni verso l’Adriatico delle montagne del Morrone e della Maiella, coi Monti di Atessa, formano i monti della provincia di Chieti (Abruzzo Citeriore).




La seconda linea che forma l’orlo occidentale dell’altipiano, a principiare dal N., è nel primo tratto costituita dal gruppo di Monte Terminillo che si stacca dai Sibillini e viene verso S. separando la valle del Velino e del Tronto, e cioè la conca aquilana, dagli altipiani di Leonessa, di Cascia e di Norcia i quali, inclinati verso la Nera, mandano a questa le loro acque per mezzo del torrente Corno. Nel secondo tratto la linea occidentale, incominciando con basse montagne fra Antrodoco e Cittaducale, per i monti del Turano e del Salto, si rialza col gruppo di Monte Autore nella provincia Romana, per arrivare sempre alta a Sora contro il Liri, al di là del quale segue una diramazione del Monte Meta.
Al fiume Velino comincia pure la linea centrale trasversale che divide in due parti l’altipiano abruzzese, separando così le acque del Velino e dell’Aterno da quelle del Salto. Si stacca di fronte al Terminillo e per i Monti Nuria (1892 m.), fra le Serre (1594 m.) e Monte Rotondo (2487 m.) viene verso SE. al Monte Velino (2487 m.) che è il più elevato nell’interno dell’altipiano, e poi al Monte Sirente (2349 m.). Di qui la linea piega più a mezzodì, racchiudendo col piano di Sulmona e le ultime pendici della Maiella l’altipiano delle Cinque Miglia, per finire sul Sangro a Castel di Sangro.




Il gruppo del Terminillo dunque, del quale intraprendiamo la descrizione, appartiene, anzi è la prima parte dell’orlo occidentale che circoscrive l’altipiano abruzzese. Quasi tutte le sue acque si versano nel Mediterraneo per mezzo dei fiumi Velino, Nera e Corno: esso quindi non appartiene, se non per le ultime sue diramazioni, alla linea spartiacque dei due mari. I limiti che possiamo assegnare al gruppo del Terminillo sono a S., partendoci dal confine della provincia d’Aquila con quella di Perugia, il corso del fiume Velino che scorre dapprima nella bella e fertile piana di Rieti e, ricevuto al confine dell’Abruzzo Aquilano il fiume Salto, passa sotto Cittaducale e si volge a SE. con corso tortuoso per addentrarsi in anguste gole nelle quali correva l’antica via Salaria.
Ad Antrodoco il confine meridionale del gruppo lascia il Velino e segue il corso del rio Corno; poi risale verso NE. la ripida valle fino a Sella di Corno (1000 m.) e scendendo pel versante opposto nella valle del Raiale raggiunge il fiume Aterno (che dopo la confluenza col Gizio nel piano di Sulmona prende il nome di Pescara). Il corso superiore dell’Aterno, dalle sue sorgenti che sono a NE. di Montereale in territorio di Aringo nel monte Capo Cancelli a 1347 m., segna il confine orientale, il quale da tali sorgenti pel Passo dell’Aringo prosegue lungo il fosso Basciano, lungo la stretta sua valle fino alla confluenza col Tronto a N. di Amatrice e poi per buon tratto lungo il fiume Tronto fino alla confluenza con la Neia. Qui comincia il confine settentrionale che segue il fosso la Neia dapprima e sale poi al Monte Pozzoni (1912 m.) a N. di Cittareale e raggiunge il confine montuoso della provincia aquilana coll’Umbria. Questo confine in direzione di NO. segna pure il limite da questo lato del gruppo del Terminillo, il quale passa per il Monte Oro (1295 m.), per il Monte del Trognano (1321 m.), per la Forca di Rescia e il Monte d’Ocri (1230 m.), attraversa il fosso Corno, e per la cima del Carpellone (1462 m.) volge a S. formando il limite occidentale: pel monte La Pelosa (1635 m.), il Colle Lungo (1652 m.), il Monte di Corno (1735 m.), i Monti di Ceresa (1522) e il colle La Forca (1294 m.) scende a raggiungere la valle del Velino nel punto già accennato della confluenza col Salto. Tutto il territorio compreso entro questi limiti, abitato già dai Sabini, è assai interessante per il suo carattere e la sua varietà e può distinguersi in quattro principali giogaie.




Quella che possiamo chiamare giogaia centrale contiene la vetta più elevata, il Terminillo propriamente detto. Essa è un imponente massiccio di compatto calcare a grossi strati orizzontali verso l’alto e verticali verso il basso. La giogaia è racchiusa fra il corso superiore del Velino a E., da Antrodoco a Posta, fra il fosso Carpellone ed il piano di Leonessa a N., fra il fosso di Cantalice e il piano di Rieti a O., e a S. fra il corso inferiore del Velino da Rieti ad Antrodoco.  
Il più terribile e spaventoso monte dei Sabini era il Mons Tetricus, dalla qual voce il grammatico Servio derivò il nome di tetrici agli uomini tristi e dolenti. Tetricae horrentes rupes, dice Virgilio; ed è ormai riconosciuto essere l’odierno Terminello, ora corrotto in Terminillo. Sovra tutti i monti, infatti, che si elevano nell’antico territorio dei Sabini, è desso il più orrido all’aspetto a causa dell’asperità delle sue rocce. Lunghe costiere adducono alla vetta più elevata, mentre profondi e stretti burroni solcano specialmente il pendio settentrionale del monte; citeremo la costiera NO. che dal Monte Acquasanta (1850 m.) per i Sassatelli (2079 m.) giunge alla vetta più elevata (2213 m.), la costiera S.SO. che da questa vetta va al Terminilletto (2108 m.), e la costiera meno importante ma più lunga che in direzione dapprima di E. volge poi a N. e va a rilegarsi al Monte Porcini (2081 m.), costiere curiosissime, esili, scagliose, tormentate, ripide, a pareti fiancheggiate da precipizi, le quali s’innalzano sul pendio ripidissimo del monte, quasi ponti arditi a rilegarne le cime. Aggruppati intorno alla vetta centrale, altri monti in questa giogaia sorgono quasi a difesa del gigante.




Noteremo a N. il Monte di Cambio (2084 m.) dal quale si dirama ad E. il Monte Iazzo (1854 m.) e più dappresso il Monte Porcini (2081 m.) che si dirama in una lunga costiera, ad E. della punta più elevata, costiera che cessa nel monte i Valloni (2028 m.) cadente a picco sul vallone Ravara. A S., per tacere d’altri meno importanti, sta il monte detto Euce dagli scrittori dei primi anni del secolo, Enze in carte posteriori, ed Ove (1580 m.) nella carta dell’Istituto Geografico Militare a provare la strana corruzione che avviene nei nomi topografici. A NE. della giogaia centrale sorge la seconda giogaia con la direzione di NE. Essa comincia di fronte ai Sibillini e termina di fronte alla centrale: è racchiusa a E. fra il corso superiore del Velino da Posta a Cittareale ed il corso del Tronto, fra i territori di Norcia a N., fra quelli di Cascia e di Leonessa a O., e fra il fosso di Carpellone a S. La giogaia come lunga costiera comincia a N. col Monte della Serra (1780 m.) formando il confine dell’Abruzzo coll’Umbria, prosegue coi monti i Ticcioni (1617 m.), coi monti i Pozzoni (1912 m.) e, staccandosi dal confine per addentrarsi nell’Abruzzo, continua coi monti La Speluca (1799 m.) a NO. di Cittareale, San Venanzio (1808 m.). La Boragine (1829 m.) e termina al monte La Cerasa (1550 m.) a N. di Posta. [136] La terza giogaia è a E. e a SE. della prima, e a S. della seconda. Essa è composta di un’ammasso di monti raggruppati senza apparente regolarità. È limitata a O. dal corso del Velino da Antrodoco a Posta: a N. dalla Neia, a NE. dal Tronto dalla sua confluenza con la Neia fino alle sorgenti che sono nel territorio di Poggio Cancelli, a SE. dal corso superiore dell’Aterno e a S. dal corso del Raiale e dal rio di Corno.




Le vette principali di questo aggruppamento, procedendo da N. a S. sono il Monte Rota (1536 m.) a NE. di Cittareale, il Monte (1407 m.) a E. di detta città, il monte del Cimitero (1231 m.), il Colle Verrico (1306 m.) e più ad E. la costa dell’Aringo col monte Capo Cancelli (1391 m.) ove sono le sorgenti dell’Aterno, a NO. di Montereale, il Monte Gabbia (1502 m.), il Monte Rua (1238 m.), a SO. di Pizzoli, e principali sovra tutti il Monte Calvo (1901 m.), a N. di Rocca di Corno, ed il Monte Giano (1826 m.) a NE. di Antrodoco. La quarta ed ultima giogaia che forma il gruppo del Terminillo è situata a NO. della centrale, a SO. della seconda giogaia. È anch’essa una lunga costiera, racchiusa fra il fosso di Cantalice e il piano di Leonessa a E., e la valle Nerina ed il piano di Rieti a O. Questa giogaia segna parte del confine fra l’Abruzzo e l’Umbria, cominciando alla cima del Carpellone (1462 m.) a NO. di Leonessa. Prosegue pel Colle Pérsico (1310 m.) pel monte La Pelosa (1647 m.), a SE. del quale è il Monte Tilia (1779 m.) sovrastante a Leonessa, pei monti di Corno (1738 m.) pel Passo della Fara (1525 m.), pel Colle La Tavola (1695 m.), ed il Monte Palloroso (1592 m.), per cessare con piccole diramazioni nel piano di Rieti. È in quest’ultima giogaia che si son voluti riconoscere situati i monti Fiscellus, Gúrgures, e Severus degli antichi. Il Monte Fiscello fu causa, per la sua topografia, di molti dissidi. Plinio lo ripose alla sorgiva del fiume Nera: Sabini Velinos adcolunt lacus roscidis collibus, Nar amnis exaurit illos e monte Fiscello labens (lib. III, cap. 12). Silio lo attribuisce ai Vestini: . . .  Vestina iuventus Agmina densavit venatu dura ferarum, Qui, Fiscelle, tuas arces, Pinnamque virentem, Pascuaque haud tarde redeuntia tondet Avellae. Da Varrone lo si unì col Tétrico, confermando così che doveva essere dal lato dei Piceni e dei Vestini, nella parte dei Sabini che guardava i Vestini, dove scorre un ramo del fiume Nar (Nera). 




Seguendo queste indicazioni, il Monte Fiscello è stato riconosciuto in quella parte della costiera che s’erge fra i territori di Leonessa, di Labbro e di Morro, dove si univa alla catena dei monti Tétrici, ed è forse il monte La Pelosa (1647 m.) che domina a N. sul vallone detto di Fuscello, corruzione dell’antico nome. Quanto ai monti Gúrguri, Varrone parlando dell’antica trasmigrazione dei bestiami dai pascoli di Puglia nell’inverno, a quelli dei monti nell’estate, dice che dalle amene pianure Reatine di qua e di là dal Velino, i muli si menavano nell’estate sugli alti monti Gúrguri: itaque greges ovium longe abiguntur ex Apulia in Samnium aestivatum..... Muli e Rosea campestri aestate exiguntur in Gurgures altos montes.

























venerdì 20 gennaio 2017

LA POLITICA DELLA RICCHEZZA
































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La politica della ricchezza (riflessione nel giorno dell'insediamento) (2)














La parola corruzione deriva dal latino corruptus, che significa ‘rompere’ o ‘distruggere’
La corruzione infrange e distrugge quella fiducia che costituisce un ingrediente essenziale della delicata alchimia che sta al cuore della democrazia rappresentativa (nonché, aggiungo, del diritto… che ne deriva giacché ognuno dovrebbe beneficiare, grazie a tal alchimia, ciò di cui in segreto privato dal patto scellerato con cui il corrotto gode l’improprio frutto coltivato e raccolto nella virtuale illusione di rendere fecondo e propizio ciò da cui deriva, non il pregiudizio, ma al contrario, certa vista circa una deformazione rinnovata e non ben enunciata nella propria realtà celata…. E di nuovo calata e celebrata dalla Storia… rendiamo così monito e ricordo, e che il nuovo ‘bosco’ non ci conservi rancore circa una più onesta ragione rinfrancata…).
Nella sua forma contemporanea, la corruzione comporta sempre un’unione incestuosa di potere e ricchezza, e in particolare la cessione di denaro in scambio di un abuso di potere pubblico.
È irrilevante che ad iniziare lo scambio sia la persona che ha la ricchezza o quella che ha il potere; è lo scambio in sé a costituire l’essenza della corruzione….
È irrilevante che ci si arricchisca con il denaro o con un ammontare equivalente di influenza (acquisita… ed importata…), prestigio, status o potere; il danno proviene dall’aver sostituito surrettiziamente la ricchezza alla ragione nella determinazione negli usi del potere.
Ed è irrilevante che il potere così acquisito (anche se democraticamente votato) venga considerato in una luce favorevole da un gruppo più o meno ristretto di individui; è la disonestà della transizione ad essere velenosa.




Quando il processo ‘decisionale’ non è più governato dalla ragione (e se questa viene offuscata da altri valori i quali nulla hanno da condividere con la democrazia si innestano tutti quei ‘paradossi’ in cui la stessa trema alla ‘faglia’ ove cotal principio fu superato in ciò da cui nato… come fra breve leggeremo…), si espone più rapidamente all’esercizio del potere nudo e crudo; e la propensione alla corruzione si rafforza di conseguenza.
In effetti, in anni recenti, abbiamo assistito ad una serie di casi lampanti di corruzione e all’uso fraudolento del potere pubblico a scopi privati (ne ravviviamo a mo’ di antitodo e prevenzione la memoria storica…). Le attività che oggi risultano più dannose per la salute e l’integrità della democrazia americana sono in maggioranza legali. Tutti questi abusi hanno una caratteristica comune: i loro autori danno per scontato di non aver nulla da temere dall’indignazione popolare (infatti si difendono e vendono dietro fortini e barricate preventive…), dal momento che pochi verranno a conoscenza dei loro misfatti (se ciò avviene come spesso successo nei feudi dei loro soci in affari si viene direttamente al giudizio del ‘creatore’ con cui saldare l’opinione poco gradita… Così rimembro il ricordo di tal Medioevo detto socialista in cui ragione & saggezza ed altre virtù poco apprezzate dal monarca nominato da Dio governarono per circa mezzo secolo… Ed il nuovo - evo - nulla di meglio promette….).




Le volpi private (anche se hanno platealmente annunciato la dovuta rinuncia… nel rispetto, dicono, della legge e con questa del principio da cui nata ed anche in qual tempo abortita…) sono state messe a guardia dei pollai pubblici; il fatto sconcertante è che questo stesso approccio è stato adottato in molte altre agenzie e dipartimenti. Ma ciò non suscita alcuna indignazione, perché nella nostra democrazia il dialogo bilaterale è pressoché scomparso. Ogni sorta di scempio si compie quotidianamente (ciò che fu sarà di nuovo…) sotto i nostri occhi, ma nessuno sembra o vuole accorgersene. Un comportamento siffatto non potrebbe mai aver luogo se vi fosse la benché minima probabilità che tale corruzione ‘istituzionalizzata’ venisse denunciata in uno spazio pubblico rilevante ai fini dei risultati elettorali.
Thomas Jefferson ammoniva che la concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo sarebbe stata foriera di corruzione, a meno che il pubblico non avesse sottoposto a un monitoraggio costante e minuzioso tutte le nomine a incarichi di governo. Tali nomine, infatti, sarebbero state cedute al miglior offerente tra le diverse lobby influenzate dalle decisioni prese da persone chiamate a ricoprire incarichi. ‘Al riparo dagli occhi del pubblico’, scriveva Jefferson, ‘si possono comprare e vendere segretamente [le cariche federali], come e non meno di un mercato’.




Superato il Medioevo (almeno in virtuale conto del Tempo così sembra…) ed approdati all’Illuminismo, quando la ragione aveva il primato sulla chiesa e sulla monarchia, il sistema politico e il sistema di mercato – le due fonti di valutazione nella sfera pubblica – erano considerati alleati naturali da un punto di vista filosofico. I padri fondatori erano convinti che il popolo libero avrebbe usato il potere della ragione per proteggere la repubblica dal pericolo che temevano più di ogni altro: una concentrazione di potere politico che avrebbe potuto degenerare in una tirannide (i residui di quella sono prezioso concime di quanto ora narrato…). A quei tempi era opinione comune che il capitalismo operasse in una sfera del tutto diversa (negli odierni si è superata questa barriera di spazio e tempo per un nuovo Universo rivelato il quale sembra non rimembrare donde rilevato o forse… nato…).  Il problema non era considerato il denaro in se; in ultima analisi, i soldi hanno valore soltanto nella misura in cui altri li accettano come mezzo di pagamento in cambio di beni, servizi o comportamenti.
Nella nuova repubblica americana (quindi società specchio esportato anche in altri galassie ed universi) era inconcepibile che il potere potesse essere comprato con il denaro. La distribuzione del potere veniva determinata in una sfera differente, quella democratica, dove il principio di ragione regnava sovrano. Il confine tra queste due sfere si è spostato nel tempo in una direzione e nell’altra, ed è stato spesso causa di tensioni. Tale linea di divisione è quanto mai evidente nel confronto tra l’espressione coniata da Adam Smith, ‘la vita, la libertà e la ricerca della proprietà’, e le famose parole di Jefferson contenute nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, ‘la vita, la libertà e la ricerca della felicità’ (aggiungo in onor della cronaca non del tutto esplicitata nella violenza cui i soggetti avversi e dicono perdenti nella contesa se pur il ruolo abbisogna di sollecita ripresa… hanno  subito nella violazione di questi principi sottratti ai valori su cui si fonda la più grande democrazia ora celebrata)




Quasi due anni prima che fosse pubblicata la Dichiarazione di indipendenza, il Primo congresso continentale redasse un documento precursore, noto come la Dichiarazione dei diritti delle colonie (1774), nel quale compariva la frase ‘diritto alla vita, alla libertà ed alla proprietà’. Nel commentare la prima bozza della Costituzione redatta da James Madison, nel 1787 Thomas Jefferson scrisse di voler ‘insistere’ affinché alla Costituzione venisse allegato un Bill of Rights, o Carta dei diritti, nel quale si contemplassero: ‘1. La libertà religiosa; 2. La libertà di stampa; 3. Il diritto ad un giusto processo davanti a una giuria; 4. L’assenza di monopoli nel commercio; 5. L’assenza di un esercizio permanente’. 
Questa preoccupazione per i ‘monopoli nel commercio’ avrebbe fatto la sua comparsa più volte, a dimostrare che, se anche la democrazia e il capitalismo erano considerati due sfere che si completavano e si rafforzavano a vicenda, il ‘capitalismo democratico’ si presentava fin dall’inizio ricco di contraddizioni interne. 





















sabato 14 gennaio 2017

AMMAZZARE IL TEMPO (chi lo ha ucciso?) (8)


















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In un momento in cui si guarda con sempre maggiore attenzione alla  probabilità di sostanziali e rapidi mutamenti climatici nel prossimo futuro, dovuti all’immissione antropogenica di gas serra nell’atmosfera, è possibile trarre delle vitali lezioni dallo studio della storia dell’ambiente.
I mutamenti che avvengono in varie componenti del sistema globale sono in grado di condurre a mutamenti climatici su scala planetaria: di tali cosiddetti fattori di forzamento fanno parte le alterazioni naturali della composizione dell’atmosfera, la posizione dei continenti sulla superficie terrestre, la configurazione dei bacini oceanici, la topografia dei continenti e la quantità di radiazione ricevuta.




Anche se tutti questi fattori sono in uno stato di continuo mutamento, essi cambiano a velocità assai diverse. Così, i primi tre assumono una reale importanza solo su una scala temporale che superi i 10 milioni di anni, mentre il sollevamento delle catene montuose ha avuto un impatto rilevantissimo negli ultimi 5 milioni di anni, causando gli sconvolgimenti climatici che contrassegnarono la transizione del periodo geologico Terziario al Quaternario, più o meno 2,4 milioni di anni fa.
Le nostre informazioni più dettagliate sui fenomeni di mutamento globale del clima, tuttavia si riferiscono alla scala temporale geologicamente assai breve dell’ultimo milione di anni.




Durante questo periodo, la maggior parte dei fattori di forzamento del clima sono mutati tanto poco da poter essere considerati virtualmente costanti; coloro che studiano il clima del passato li chiamano anche, in alternativa, ‘condizioni al contorno’.

Tali condizioni limite determinano lo stato generale del clima globale e la grandezza delle sue variazioni in risposta ai fattori di forzamento a variazione più rapida. I più importanti mutamenti climatici dell’ultimo milione di anni sono fondamentalmente dipesi dalle variazioni nella quantità di radiazione solare ricevuta dalla Terra, anche se sono stati accompagnati da cambiamenti naturali nella concentrazione di alcuni gas serra nell’atmosfera.




La quantità di luce solare che riceve la Terra varia secondo parecchie diverse scale temporali. Le variazioni più importanti, comunque, consistono in un numero abbastanza piccolo di fluttuazioni periodiche, fra le quali quelle a scala temporale più breve sono il ciclo giornaliero e quello annuale.
A scala temporale più ampia, le variazioni dell’orbita terrestre attorno al sole fanno variare la quantità di radiazione solare ricevuta e si crede che questa sia la causa dell’alternanza tra periodi glaciali e interglaciali.
Questo andamento alternante si è verificato negli ultimi 750.000 anni, con una periodicità vicina ai 100.000 anni. L’ultimo periodo glaciale è finito circa 10.000 anni fa ed è solo durante l’ultima parte del presente periodo inter-glaciale, generalmente chiamato post-glaciale, che si è sviluppata la civiltà umana.




Questi mutamenti climatici, di grande entità pur se geologicamente recenti, sono registrati in considerevole dettaglio dai fossili e da altri indicatori ambientali che si sono conservati nei sedimenti accumulati sul fondo degli oceani e dei laghi, ed anche in depositi di loess, strati formati da particelle assai fini trasportate dal vento che in alcune regioni continentali possono avere grande spessore.
La nostra conoscenza dei climi ambientali del passato – paleoclimi e paleoambienti – si fonda sul dettagliato studio stratigrafico di questi depositi e sulla ricostruzione degli ecosistemi – paleoecologia – di cui un tempo facevano parte gli organismi di cui studiamo i fossili.




Lo studio di questi materiali, e in particolare di quelli relativi agli ultimi 250.000 anni, può offrirci una certa comprensione di vari aspetti del sistema globale, che possono esser direttamente rilevanti per le previsioni sia del clima futuro sia delle risposte degli ecosistemi a tali mutamenti.
In modo particolare, i settori in cui si possono fare progressi sono:
1) la sensibilità del clima globale sia alle variazioni del bilancio radioattivo sia ai naturali mutamenti nel contenuto di gas serra dell’atmosfera;
2) i meccanismi con cui muta su scala globale;
3) i climi, globali e regionali, esistenti in tempi in cui la temperatura media globale è stata nettamente più bassa e/o un poco più alta dell’attuale;
4) la velocità dei mutamenti climatici del passato;
5) il modo in cui gli organismi e gli ecosistemi rispondono ai mutamenti del clima;
6) la velocità con cui possono aver luogo tali risposte.

































Anche se, come nella maggior parte dei campi dell’impresa scientifica, molto rimane ignoto, o noto solo in maniera imperfetta, ciò che sappiamo permette già di giungere ad alcune conclusioni che non vanno ignorate quando si considera il possibile impatto dell’effetto serra di origine antropica.
Si sosterrà, altresì, che la più importante lezione è che – ammesso che non si prendano delle misure per frenare le emissioni di gas serra – i mutamenti climatici previsti per il prossimo secolo daranno luogo a climi più caldi di quanto non abbia mai sperimentato la Terra almeno per diversi milioni di anni, e che tali mutamenti climatici si verificheranno più in fretta, di almeno un ordine di grandezza, dei più rapidi mutamenti climatici del recente passato geologico.
Le implicazioni di questo fatto per la capacità di risposta degli organismi e degli ecosistemi sono assai profonde; molti ecosistemi muteranno drasticamente ed è assai reale la prospettiva che molti organismi si possano trovare minacciati di estinzione.




La prima applicazione degli studi paleoclimatici ad essere oggetto di vasta attenzione è stata forse la possibilità di utilizzare i climi più caldi del passato come analoghi per il mondo più caldo del futuro.
Una buona massa di prove indica concordemente che verso la metà del periodo post-glaciale, cioè circa 6.000 anni fa, molte zone ad alte latitudini dell’emisfero nord erano più calde di oggi. Similmente, varie linee di indagine convergono a indicare che durante l’ultimo periodo inter-glaciale, circa 125.000 anni fa, il clima globale era più caldo di quanto non sia mai stato nel periodo post-glaciale, e c’è un generale accordo sul fatto che il mondo è stato più caldo ancora nel tardo Terziario, qualcosa come 3 o 4 milioni di anni fa.
Peraltro, l’uso di questi periodi come analoghi per un mondo progressivamente più caldo, come ha proposto in particolare Budyko, si scontra con dei problemi che sembrano insuperabili, come ha sottolineato il gruppo di lavoro degli scienziati dell’IPCC.


(Prosegue....)