giuliano

domenica 21 maggio 2017

AFFARI CON I F.lli COMPA' & ALTRE STORIE...


















Prosegue in:

Più o meno negli stessi anni... (2)


















Il gorilla ammaestrato
ha vegliato le porte della notte
l’attesa del numero a conferma
della sorte
il destino gli è nemico!

Il circo ha barattato
una cassa di fuochi d’artificio
per una nuova acrobazia
e più degna tranquillità rappresentata
allo show della vita
per le bestie dell’intera fattoria
con vista su un circo…
nominato vita…

Il numero lo stesso
da quando Bisonte impazzito
mima il proprio ed altrui circo:
tutti lo conoscono come il Bufalo
di un antico sogno

Ora scortato da strani animali
il numero uguale
da quando il mago si libera
delle catene
… e il Bufalo ringrazia il pubblico…

Il gorilla ha vegliato
fuori e dentro la gabbia
le porte onde il tutto creato:
suoi ed altrui desideri;
quando il giocoliere comanda
lui fa un inchino…
a vegliare Pensiero & Dio…

Il suo numero
è un amplesso strano…
mal riuscito:
testimoniare l’evoluzione
che vuol compiere l’acrobata
del trampolino
e vegliare ogni possibile
e avvenuto naufragio
fuori e dentro il capannone
per ogni sparo di cannone…

Ed ove la donna
al numero comandato
lo guarda e lo ammira
poi accende la miccia
e vola alta verso…
una nuova acrobazia

Il suo numero il più difficile:
giacché con cura preparato
in nome e per conto del fato
che attento studia ogni particolare
per nulla abdicare al caso…

Il suo numero il più difficile
dell’intera compagnia:
si lancia verso una strana mèta
sfidare sorte e gravità
a dispetto della miccia
se pur corta
allontana e accorcia
ogni possibile misura…

Quando il pubblico l’ammira
è alta nell’acrobazia
narra l’uomo del circo
e il numero con gli indiani
conferma…. la riuscita
e in sol tributo
la gente accorsa
…applaude…
non scorgendo la miccia…

L’uomo del circo
confuso nella fiera sicurezza
comanda l’antica fattoria
donde il tutto evoluto:
il suo numero è fuoco che scintilla
e la sua parola allieta
la sofferta maggioranza
…in trepida attesa!

Il gorilla lo veglia
e lo scorta
Fra i due regna confusa paura
mista a reciproca diffidenza
affinché la cassa dove seduto
sia colma del proprio intuito
…evoluto…

Mangiafuoco sputa acqua
su qualcuno del pubblico
hanno scoperto il vecchio trucco
la miccia bruciata prima
del numero previsto…

Ed il gorilla scalcia un verso
e comanda un nuovo trucco

Mangiafuoco…
annuncia acqua verso il pubblico
per allietare secolare acrobazia
al circo della vita…

Tartarino anche lui
Fa il proprio numero
ad allietare a mo(n)do suo
medesima cassa in trepida
attesa:
dicono non sia approdata al porto
comandata e ordinata

Lui morirà per ugual miccia
per medesimo artificio
un po’ più lungo
fedele alla magnifica storia
ancora non esplosa…

L’Europa è cosa seria!

Il gorilla non ancora
approdato al porto per
un ultimo addio
per un solerte inchino
la monarchia fu suo martirio
e Tartarino lo guarda avvilito
lui è figlio di un altro Dio…
un po’ più evoluto
…almeno così dicono…

(Il Poeta [è] impazzito!)







Verso la metà degli anni trenta dell’Ottocento, una categoria sconosciuta di uomini bianchi portò nuovi prodotti commerciali e nuove opportunità. La gente di Victorio volle a tutti i costi ricavarne un vantaggio. Benjamin Davis Wilson fu il perfetto rappresentante di questi americani. Inizialmente ottenne una licenza dal governo messicano per cacciare i castori, ma scoprì presto che il commercio era più redditizio delle pellicce.
Dopo il 1821 i bianchi avevano iniziato a migrare verso il Texas e, come le haciendas già presenti e le comunità minerarie nel nord del Messico, le fattorie e i ranch di nuovo insediamento avevano bisogno di bestiame e di manodopera. Wilson capì anche che gli Apache e i Comanche volevano fucili e munizioni di fabbricazione americana. E così iniziarono gli scambi. Quando, per esempio, il governo di Sonora si impegnò per cercare di impedire che il traffico dei contrabbandieri d’armi americani prendesse piede, gli Indiani continuarono a fare razzie nel Sonora ma liberandosi delle merci saccheggiate nel Chihuahua o nel New Mexico.




Questo commercio in espansione fece emergere la tendenza dei leader apache di negoziare parziali trattati di pace con città, haciendas o persone. Non che gli Indiani riuscissero a comprendere il concetto di realtà politiche più ampie, come a volte è stato sostenuto. Questi trattati erano utili soprattutto come accordi commerciali che gli Apache rispettavano per il tempo sufficiente a piazzare il loro bottino e che poi rompevano quando qualcuno offriva loro condizioni migliori.  
I messicani lo capirono, gli americani no!
Un trattato firmato il 29 agosto 1832 da 29 uomini tra capi apache e rappresentanti del Chihuahua evitava accuratamente qualsiasi menzione al Sonora. Come previsto, i funzionari chiusero un occhio quando i fratelli Compà depredarono beni nel Sonora che poi distribuirono a compratori in attesa nel Chihuahua o a nord del Rio grande. Certa merce arrivò in territorio americano addirittura attraverso Fort Bent, nel Colorado sud-orientale. Nel periodo in cui Victorio era immerso nel suo addestramento di dihoke, aveva già visto spesso i gruppi di guerrieri chihenne radunarsi per preparare un saccheggio a cantare prima di tutto per ore al ritmo dell’esadedene, il tamburo, fino a ricoprirne il suono martellante con le loro voci.




E’ molto probabile che almeno una delle missioni da novizio di Victorio lo abbia portato nel Sonora a fare una razzia e a scambiare i beni rubati per ritornare con armi, pezze di cotone o tessuti di lana, coltelli d’acciaio, vasellame metallico e molti altri prodotti americani ben realizzati. A culmine di questi traffici, il governo del Sonora ripristinò una nuova versione della scellerata politica della taglia sulle orecchie istituita alla fine del secolo XVIII. Nel corso del tempo, ovviamente, le taglie sugli scalpi che da quella politica derivava generarono un odio fortissimo nei popoli indiani del Sudovest. Se questo non ridimensionò i traffici illegali, provocò però atti di estrema crudeltà da entrambe le parti per il resto del secolo XIX.
Le gesta di John James Johnson, del Kentucky, illustrano bene la ferocia che quella politica incoraggiò. Johnson, come Benjamin Wilson, arrivò in Messico cercando for-tuna nel settore delle pellicce. Come richiesto, si dichiarò cittadino del Sonora, teoricamente si convertì al cattolicesimo e partì per arricchirsi. Come Wilson, si accorse rapidamente che il commercio era molto più redditizio. Due dei suoi soci commerciali preferiti erano capi nednhi, Juan Diego e Juan José Compà, che avevano molti contatti con i Chihenne. Insieme a Johnson, nel 1837, viaggiavano due americani, James, o Santiago, Kirker e Charles ‘il re’ Woosley, nomi che più tardi diventeranno sinonimi di cacciatori di scalpi.




Il 20 maggio 1837, Johnson si mise in contatto per la prima volta con i fratelli Compà, che si trovavano accampati vicino alle miniere di rame, probabilmente insieme a Man-gas Coloradas. Come era consueto, le due parti si riunirono e mercanteg-giarono per parecchi giorni. Né Juan né Juan Diego avevano alcuna ragione per dubitare di quegli americani più del solito. Scambiarono il loro bestiame e i loro prigionieri con coltelli e altri strumenti, ma era la riserva di fucili americani che i due fratelli volevano davvero e che li spinse a continuare i traffici…
Un uomo che Victorio arrivò a odiare fu James Kirker, un altro cacciatore convertito al commercio. Nel 1821, Kirker lavorava per McKnight & Brady, la più fiorente attività di commercio di Saint Louis. Quella primavera, Kirker e John McKnight ammassarono nei loro carri i prodotti da smerciare e partirono per il territorio del New Mexico nella speranza di poter approfittare dell’indipendenza del Messico e della prolungata penuria di beni tra gli abitanti di Santa Fe. Lungo il cammino, i Comanche intercettarono i carri e saccheggiarono gran parte della mercanzia e, più avanti, i soldati messicani li fermarono e li minacciarono di im-prigionarli. Kirker e McKnight errarono fino a Santa Fe con i pochi beni rimasti. Erano il terzo gruppo di venditori americani che arrivava e se fossero riusciti a raggiungere la città con la merce intatta avrebbero fatto una fortuna. Kirker intuì comunque le potenzialità del territorio messicano. Lasciò Saint Louis nel 1822 e andò all’Ovest, mantenendo però forti legami con il Missouri. Avendo ottenuto dal nuovo governo messicano il permesso di cacciare i castori, usò le carovane che entravano e uscivano da quel territorio per portare le sue pellicce a Saint Louis.
Intanto iniziò a scavare attorno a Santa Rita e dal 1828 usò il rame anche come merce di scambio per procurarsi materiali per l’estrazione. Poi acquistò una tenuta vicino   a Santa Rita e nel 1834 ne fece il suo quartiere generale per trafficare illecitamente con gli Apache e i Comanche. Offriva pistole, polvere da sparo e munizioni in scambio di cavalli e muli rubati che poi rivendeva alle carovane dirette a sud, in Messico, o a nord, verso Santa Fe. Dopo il 1849, i convogli sarebbero andati anche in California e quasi tutti con un disperato bisogno di bestiame.

(K. P. Chamberlain, Victorio)

(Prosegue...)















sabato 20 maggio 2017

INTERMEZZO STORICO ai Viaggi onirici: Gente di passaggio (25) & (98)
















































Precedenti capitoli:

Personaggi alla finestra  (7/8)   (9/10)   &












Migrazioni e Relazioni &

Nessun superbo ama Dio...&

Terza passeggiata

Prosegue in:

Viaggi onirici: gente di passaggio (99) (26)













Franklin ed io viaggiavamo a cavallo da Philadelphia a New York attraverso il mondo del 1785 ( o di qualche altro secolo…); lui era appena ritornato dalla Francia. La strada era stretta e fangosa, e bordata di inferriate fittamente intrecciate di rampicanti e rovi.
Io indossavo una giacca larga e verde, di vecchio stile con bottoni d’argento; un panciotto rossastro a fiorami, pantaloni alla zuava color tabacco, e stivali di pelle nera da cavallerizzo. Il mio riflesso nelle finestre mi rivelò poi che…, ma Franklin non voleva credermi, quando una voce aveva raggiunto il villaggio di New Brunswick perché, quando cavalcammo per le strade acciottolate di quel luogo, trovammo folle spaventate e udimmo le campane suonare a rintocchi in tutti i campanili. 
Intorno a Metuchen, qualche tempo dopo, incontrammo una strana nebbia, e a Rahway vedemmo le forme spettrali del 19… e….. (nuovi edifici, auto, persone abbigliate modernamente…) che invadevano le strade acciottolate (ma non solo quelle…)……






Non avrei dovuto farlo….

Tornerò a controllare i gesti, la mente?

Buffa, sublime, paurosa visione.

Oppure abbandonarmi completamente…


I boschi ondulati del Mittelland fino a raggiungere l’Aare, poi lentamente sul piatto e largo barcone passando Olten, Suhrsee.. e finalmente Lucerna, all’estremità profonda del cupo lago dei cantoni, dove incrocia la Reus.
Da lì, a dorso di mulo, due anzi, uno per il bagaglio e i libri di Perna, tra le centinaia che risalgono carichi i fianchi del torvo monte Pilatus sbuffando su sentieri spesso impervi, ma fitti di traffico e umani e carri e bestie.
Su e giù da questo transito obbligato di pendii assolati e prati alpestri, di foreste selvagge e splendide, contornate di vette aguzze, nitide d’aria pungente tagliata alle estreme altezze dalle ali del falco pellegrino.




Limpida mattina di primavera, assaggio la tonica ebbrezza dell’alta quota. Osservo il varco improbabile su una nuova stagione, il valico che da Andermatt porta ad Airolo, San Gottardo che guarda il suolo italiano.
Devo essere completamente pazzo.
Un vecchio uscito di senno che da queste montagne rotola verso il grande bordello del mondo della vita, delle buffonate di questa vostra nuova civiltà….
Buffa e sublime visione….
Panico che irradia torpore alle membra….
Un capriolo guizza fulmineo tra gli alberi…
Potrei morire ora….
Nell’estesa di una terribile euforia, nella paralisi del sole caldo sopra muscoli invecchiati e dolenti. Ora. Senza sapere chi sono. Senza un piano, e con due pesanti sacchi di libri. Prima che l’assurda inerzia riprenda, che l’insensato intelletto torni in sella a quel mulo.
Due sacche e più di libri….
Guardo le scoscese valli italiane che precedono la pianura, fino al mare.. nulla è mutato per quei luoghi….
Per poi incontrare gli spettri, sotto l’insegna del Pozzo.




QUALCHE MESE PRIMA….. La casa di Johann Oporinus è grande abbastanza per contenerci tutti.
La comunità dei transfughi approdati in Svizzera conta una ventina di persone, protestanti più o meno illustri, cani sciolti che hanno conosciuto le migliori menti della Riforma: amici di Bucero, Capitone e Calvino, che proprio a Basilea ha dato alle stampe la prima edizione della sua ‘Institutio Christianae Religionis’.
Molti di questi letterati non concordano con i padri della Riforma sulla costituzione di una nuova organizzazione ecclesiastica. La scelta di Bucero a Strasburgo e di Calvino a Ginevra, quella di trasformare le capitali della Riforma in città-chiese, non è condivisa da tutti.
Molti di quelli che sono fuggiti quaggiù si sono scontrati con l’ostracismo dei loro stessi maestri, oggi indaffarati a ricostruire una nuova chiesa che sappia rimpiazzare la vecchia: nuovi dottori che provvedono all’insegnamento catechistico, nuovi diaconi, nuovi pastori e anziani che vigilino sulla vita religiosa e morale dei fedeli.




Oporinus ci ha convocati per parlare a tutti quanti, non ha voluto dire di cosa, ma penso si tratti delle voci che circolano sul fatto che il concilio Ecumenico più volte annunciato dal Papa, questa volta si farà davvero, alla fine dell’anno.
L’unica faccia nota è David Joris, fino a pochi mesi fa la guida dell’anabattismo olandese, anche lui arrivato quaggiù, con pochi seguaci, fuggendo dalla morsa dell’Inquisizione. Bocholt, agosto ‘ 36: il concilio degli Anabattisti; Batenburg contro tutti, contro Philips e Horis, ricordo bene, LA SPADA CONTRO LA PAROLA….
Vedo Pietro Perna scivolare verso una sedia, un paio di libri in mano che adesso sfoglia annoiato, scuotendo la testa tra sé, come trovasse conferma a una pessima aspettativa….
Mi siedo anch’io, un po’ in disparte….
Apprezzo l’attività del nostro amico stampatore: Paracelso, Serveto, Socini, sono autori che possono portare guai, gente che Calvino è disposto a sacrificare pur di assurgere a nuovo Lutero….
















mercoledì 17 maggio 2017

UN SOGNO NON MUORE MAI: ovvero alla morte di don Chisciotte (7)



















Precedenti capitoli:

Owl Creek (6/5)

Prosegue in:

Alla morte di don Chisciotte (8)













Alla morte di don Chisciotte…

(e con lui ogni ‘picaresco’ sogno da miglior vita e istinto narrato nella e per miglior Natura maturato, e giammai da confondere con ben altri moderni avventurieri… cui i loro indesiderati sogni privare la linfa di cui il principio mortificato… Nell’introdurre araldo e scudo e indelebile nome  comporre e coniare diversa moneta… Per ben distinguere il profondo solco e confine per chi impropriamente si arma di equivoci e con questi ornare impropria natura nella differenza di cui i due non nutrono di certo alcuna similitudine, sogno nel sogno Poesia maturata, giacché questa di cui si narra è ben altra Rima di vita; l’altra solo sterco della comune via… ben pagata! E per chi ‘due’ - uomo e natura - fedele scudiero accompagnare siffatto Viaggio premettere in cotal breve enunciato sempre un ‘uno’ per i tanti e troppi successivi accadimenti comporre Spazio e Tempo per ogni Sogno nel Sogno sottratto alla materia comporre pur diversa visione per medesima via… )…




…il paese cominciava a svegliarsi e non si sentiva né una voce, né un rumore di passi, né gli zoccoli dei cavalli sulla pietra, né il ravvicinato zampettare delle capre, come sfilacciato.
Niente!
Solo i galli…
…E qualche cane…
Poi sì…
A metà mattina si sentono le campane (medesime narrate per ugual valle antica rimata…).

‘Alla morte di cotal sogno’ la casa si riempì d’un grande silenzio, che solo i sei agnelli rimasti nel recinto si azzardarono a rompere. Date le circostanze avevano dimenticato di riportarli dalle madri, e loro belavano, tristi e affamati.




Alla morte di don Chisciotte e dopo le prime condoglianze e la logica agitazione, gli amici lì riuniti, la governante e la nipote non seppero bene cosa fare, anche se poi, piano piano, agirono in modo ordinato durante il resto del giorno, quasi quella fosse allo stesso tempo la prova generale e il debutto di una così triste e memorabile giornata, e fecero quanto ritenevano indispensabile per confortare il dolore degli altri, alleggerendo in questo modo il proprio.

Alla morte di don Chisciotte tutto si fece un po’ più confuso ma anche più chiaro di prima…

…E accadde anche un’altra cosa…

…Alla morte di don Chisciotte, i più ingenui (o più ignoranti) pensarono che anche le sue storie avrebbero avuto fine (per abdicare il sogno ad altri incubi, per tacitare la natura a ben altre sofferenze neppure svelata per ciò che compone altro sofferto contrario principio), proprio come, anche se il paragone non è elegante, si vuol dire: morto il cane, niente più rabbia.
Quanto sapevano che la follia e le buffe stravaganze di don Chisciotte erano finite nel libro che Cide Hamete Benengeli, il cronista arabo alle cui orecchie erano arrivate, aveva scritto e Miguel de Cervantes fatto tradurre, quanti lo sapevano probabilmente pensarono che, morto don Chisciotte, tutto era pur finito.




Ma non fu di certo così perché le storie rispondono alla nota similitudine del cesto di ciliegie che, quando qualcuno ne vuol prendere una, si attaccano una all’altra fino a tirarsi dietro le rimanenti, non solo quelle del cesto, ma anche tutte le infinite ciliegie del mondo delle ciliegie; e nello stesso modo, dopo la storia di don Chiosciotte, stava aspettando quella di Sancio Panza, e con la sua quella di Teresa Panza e dei suoi due figli… (certo è che anche da quell’antica Panza ne corre di distanza nell’altrui priva di qualsivoglia nutrimento saziare lo Spirito, eccetto che, materia masticata ingurgitata e digerita di fretta comporre sterco e sostanza priva di qualsivoglia natura concimare la Terra…/ E senza, in verità e per il vero, comprendere cosa compone più sano e retto appetito alla mensa della vita…/ Senza per il vero comprendere cosa sia saziare e resuscitare ogni infinito Spirito…/ Senza per il vero intuire cosa sia il vero cibo in questo immateriale dire…: Nutrire intelligibile principio nella distanza che corre allo stomaco di un diverso istinto… privato del sapore con cui la vita nutre ogni Creatore cogitare se medesimo… saziare la fame che divora la vita… Non certo il contrario, di chi invece, saziando l’ingorda terrena avventura è pur divorato dalla fame che da ciò ne deriva…).

E se per questo neppure il romanzo di don Chisciotte terminò con la sua morte. Quella testa matta non sapeva neanche, quando morì, gli infiniti problemi che lasciava riguardo alla sua proprietà.
‘Beato don Chisciotte, che è morto nella più assoluta ignoranza’, arrivò a dire don Pietro in merito a tutto quel disordine. Infatti senza saperlo e senza volerlo, era morto rovinato e pieno di debiti e con creditori non meno di strozzini voraci accompagnati da usurai disposti a dividere in tanti pezzetti i beni mobili e immobili che erano appartenuti ai suoi nonni e bisnonni.




Alla morte di don Chisciotte questa fu la vera Panza scudiero di ben diverso Viaggio… scalciare il proprio ed altrui malessere nell’ingorda avventura…

Quando partì a miglior vita, oppure se preferite, nella Panza di cotal compagnia…, morì nell’appetito e intestino di altrui e dubbia natura, di certo la sua in compagnia del fedele e stanchissimo Ronzinante comporre più degno quadro fedele alla dottrina di ogni Elemento celebrato…
Se non se ne fossero assieme andati dialogando come pazzi da quella casa masticata sarebbero morti di malinconia digeriti dalla Panza di una diverso destino…
Infatti a don Chisciotte non bastava sì miserevole tavola…
Quello che bastava al curato, al barbiere, al fersettaio, alla governante e alla nipote, insomma quello che sembrava andar bene a tutti, divenne per don Chisciotte un’inquietudine che gli divorava l’Anima non meno dello Spirito.
La malinconia non meno dell’antica melanconia lo fece impazzire, ed ancora la malinconia lo uccise, quando ormai rinsavito.
Lo seppe in un modo oscuro.
Non disse: ‘Sono pazzo perché non posso uscire’ o: ‘Se non me ne vado di casa, finirò per impazzire’ e neanche: ‘Siccome sono pazzo, diventerò un cavaliere errante’. E non era neanche vero che avesse mangiato il coriandolo verde, come in un primo tempo ipotizzò uno dei medici.




No!
Semplicemente don Chisciotte aveva pensato: ‘La vita è fuori di qui, la realtà è lì che aspetta da qualche parte e con lei più certa e degna verità; e tutto ciò che sembra reale non lo è, è solo un brutto sogno, un sogno quotidiano, una cosa che sembra ma non è, e così la o il governante, non è né Tempo ne governo, mia nipote non è mia nipote, mia figlia non è mia figlia, e io non sono io, finchè non me ne adrò via di qui.
O adesso o mai più!
E che duri la vita…

In verità e per il vero… la cavalleria errante e tutto l’armamentario di cui si è parlato tanto furono una scusa. Se non ci fosse stata la cavalleria errante, avrebbe pensato a qualcosa d’altro. Avrebbe potuto partire con una tribù di zingari o una compagnia di soldati, o magari mettersi a fare il pellegrino. Il caso volle che gli piacessero i romanzi e quella fu la piega che prese la sua pazzia, perché la pazzia e l’acqua puntano sempre al punto più debole.
E cosa poteva fare un hidalgo in quel misero paese se non leggere romanzi? E certo, quando li ebbe letti volle farsi cavaliere. Cos’altro avrebbe potuto diventare, sennò? 
In quella sua prima uscita arrivò ad una locanda che scambiò per un castello, a tre o quattro leghe da casa sua. Si sarebbe potuto pensare che chiunque, vedendolo...


















sabato 13 maggio 2017

UN SOGNO NEL SOGNO... ovvero: OWL CREEK (5)










































Precedente capitolo:

Un Sogno nel Sogno (4)  &

persi nei boschi (53)

Prosegue in:

Owl Creek (6)













Un uomo stava in piedi sul ponte della ferrovia, nell'Alabama
settentrionale, e guardava le acque scorrere rapide sei metri
sotto di sé.
L'uomo aveva le mani dietro la schiena, i polsi legati da una
cordicella. Una fune gli stringeva il collo. Era assicurata a una
robusta trave sopra il suo capo e la corda in eccesso gli pen-
zolava all'altezza delle ginocchia.
Alcune tavole sconnesse, appoggiate sulle traversine che so-
stengono le rotaie della ferrovia, reggevano lui e i suoi carne-
fici: due soldati semplice dell'esercito federale, al comando
di un sergente che nella vita civile doveva essere stato un vi-
ce sceriffo.




A pochi passi, sulla stessa piattaforma provvisoria, c'era un
ufficiale nell'uniforme del suo grado, armato. Era un capitano.
A ciascuna estremità del ponte, stava una sentinella col fuci-
le in posizione cosiddetta 'spall'arm', vale a dire, verticale
davanti alla spalla sinistra, con il cane appoggiato sull'avam-
braccio piegato ad angolo retto davanti al petto - una posi-
zione regolamentare e innaturale che costringe a un porta-
mento eretto.
Non sembrava fosse compito dei due uomini sapere che
cosa stesse succedendo in mezzo al ponte; essi si limitava-
no a bloccare le estremità della passerella che l'attraversa-
va.




A parte una delle sentinelle, non c'era nessuno in vista; la
ferrovia si inoltrava per un centinaio di metri in foresta, poi
curvava e scompariva.
Senza dubbio, un po' più lontano c'era un avamposto.
L'altra sponda del fiume era terreno scoperto: un dolce pen-
dio terminava in una palizzata di tronchi d'albero piantati ver-
ticalmente, muniti di feritoie per i fucili e di un'unica stromba-
 tura da cui sporgeva la bocca del cannone di bronzo che domi-
nava il ponte.
A metà salita, tra il ponte e il forte, c'erano gli spettatori,
una compagnia di fanteria in riga, in posizione detta di 'ri-
poso', cioè con il calcio del fucile poggiato a terra, la can-
na leggermente inclinata all'indietro contro la spalla destra
e le mani incrociate sulla cassa.




A destra della linea stava un tenente, la punta della spada
a terra, la mano poggiata sulla destra.
A eccezione dei quattro in mezzo al ponte, nessuno si muo-
veva. La compagnia che guardava il ponte era immobile, lo
sguardo fisso, quasi fosse di pietra. Le sentinelle che guar-
davano il fiume avrebbero potuto essere statue messe ad
abbellire il ponte.
Il capitano a braccia conserte, osservava in silenzio il lavo-
ro dei suoi subordinati, senza un cenno. La morte è un di-
gnitario che quando arriva preannunciato va ricevuto con
manifestazioni formali di rispetto, anche da coloro che so-
no in maggiore intimità con lui.




Nel codice dell'etichetta militare, silenzio e immobilità so-
no forme di deferenza.
L'uomo che era impegnato a farsi impiccare aveva, all'ap-
parenza intorno ai 35 anni d'età. Era un civile, a giudicare
dall'abito da piantatore che indossava. Aveva dei bei linea-
menti; il naso diritto, la bocca risoluta, la fronte ampia, i lun-
ghi capelli neri pettinati all'indietro che ricadevano da dietro
le orecchie sul bavero della finanziera che gli calzava a pen-
nello.
Portava baffi e pizzo, ma non i favoriti; aveva grandi occhi
grigio scuro, con un'espressione gentile quale non ci si aspet-
ta da uno con la corda al collo. Evidentemente non era un
volgare assassino.




Il codice militare nella sua liberalità provvede a impiccare
ogni sorta di persone, e i gentiluomini non sono esclusi.
Completati i preparativi, i due soldati semplici fecero un
passo di lato e tolsero le tavole che li avevano sorretti.
Il sergente si girò verso il capitano, fece il saluto militare
e si mise proprio alle spalle dell'ufficiale che, a sua volta,
fece un passo di lato.
Quei movimenti lasciarono il condannato e il sergente alle
due estremità della stessa tavola, che copriva tre delle tra-
versine del ponte.
L'estremità sulla quale si trovava il civile arrivava fin qua-
si a toccarne una quarta. La tavola era rimasta in equili-
brio sotto il peso del capitano; ora vi rimaneva sotto quel-
lo del sergente.




A un segnale del primo, il secondo si sarebbe fatto di la-
to, la tavola si sarebbe ribaltata e il condannato sarebbe
caduto tra le due traversine.
Egli stesso poteva costatare la praticità e l'efficenza del
piano. Non gli avevano né coperto il viso né bendato gli
occhi. Osservò per un attimo il suo 'appoggio instabile',
poi lasciò che lo sguardo vagasse sull'acqua vorticosa
del fiume che scorreva a folle velocità sotto i suoi piedi.
Un pezzo di legno che danzava alla deriva attirò la sua
attenzione e con gli occhi seguì a lungo la corrente.
Con quanta lentezza sembrava che si muovesse!
E che fiume indolente!




Chiuse gli occhi per concentrare i suoi ultimi pensieri sul-
la moglie e sui figli. L'acqua, tinta dall'oro del primo sole
del mattino, la foschia che ristagnava sotto le sponde a
qualche distanza lungo il fiume, il forte, i soldati, il pez-
zo di legno; tutto aveva contribuito a distrarlo.
Si rese conto che qualcos'altro lo stava infastidendo.
A insinuarsi nel pensiero dei suoi cari era un suono che
non poteva né ignorare né comprendere, una percussione
distinta, acuta, metallica simile al colpo del martello del
fabbro sull'incudine; rimbombava allo stesso modo. Si do-
mandò cosa fosse, se provenisse da una distanza incom-
mensurabile o da poco lontano; sembrava l'una e l'altra
cosa.
Giungeva a intervalli regolari, ma era lento come il rintoc-
co di una campana che suona a morto.
Attese ogni colpo con impazienza e, non sapeva il perché,
con apprensione.
Gli intervalli di silenzio diventavano sempre più lunghi; gli
indugi lo facevano impazzire....

(prosegue....)