giuliano

mercoledì 26 luglio 2017

LO SPECCHIO DEI SAGGI


















Noi con la concezione di questa Filosofia (escatologia) possiamo comprendere che la Storia tutta intera ad essere ‘vista in ‘Hurqalya’ (la storia immaginale)….

Perciò gli accadimenti di questa storia sono molto di più di ciò che noi stessi chiamiamo ‘fatti’, sono visioni.

Per contro, tutto ciò che noi chiamiamo ‘storia’ e a cui diamo importanza come ‘storico’, tutto questo non è ‘visto in Hurqalya’ non è accadimento in Terra di Hurqalya, e di conseguenza è sprovvisto di interesse religioso e di significato spirituale: è storia metaforica, non storia vera.

Il passato non è dietro di noi, ma sotto i nostri piedi…

…E’ con un particolare impressionante che il Genesi mazdeo ci descrive la formazione delle montagne: sotto l’assalto delle potenze demoniache di Ahriman, la Terra fu presa da un tremito, fu percorsa d’orrore e di rivolta.
Come per opporre loro un baluardo, la Terra drizzò le sue montagne…




“Ieri pomeriggio, la morte redentrice ha accolto mio padre in un altro regno. Mi chiedo se ora guarda le altezze brillanti e luminose, le glorie di Dio, a cui egli ha sempre costruito così sicuro?”.
Ha scritto la figlia di Compton Marion il 23 marzo 1921al Dr. Karl Blodig, il fedele compagno amico di lunga data e arrampicata del defunto. 
E.T. Compton come  pittore e grafico ha creato i 2.000 disegni e dipinti e come alpinista fu in grado di trasportare più di 300 grandi salite. 

Compton è nato in un sobborgo di Londra, il figlio di un funzionario di assicurazione, da giovane ha frequentato diverse scuole d’arte inglese e ha creato i primi studi della natura, dove ha trovato motivazioni adeguate, soprattutto nelle zone inglesi dei laghi dove la sua famiglia trascorreva l’estate per molti anni. 
Nel 1867 si trasferisce a Darmstadt. 
Nel 1872 la giovane pittore sposò la Münchnerin Gusti di Romako e ha intrapreso con lei un viaggio di due anni che ha condotto la giovane coppia nel Tirolo Carinzia e Italia. 

E.T. Compton  ha effettuato viaggi in Nord Africa, Spagna, Corsica e la Scandinavia, ma la più grande impressione su di lui l’ebbe con l’enorme scenario alpino, nell’Oberland bernese, dopo di che si dedicò solo alla pittura di montagna. Inizialmente l’inglese ha sviluppato una presentazione sempre più realistica, dopo, dipinse dipinti ad olio e acquerelli, ma anche disegni a china realizzati e vista topografico accurate sulle montagne. 
Lavora con scene estremamente vivide le quali sono spesso di grande valore documentario che ci permettono una vista impressionante di queste gradi vette della Terra per non parlare del suo lavoro come illustratore per varie pubblicazioni e riviste alpine…




E’ perciò che noi possiamo tralasciare ogni discussione di topografia positiva, per considerare solo l’Immagine, la Forma immaginale, quale organo di percezione, e quale è percepita da una psico-geografia, da una geografia immaginale.

Ora, sono questi i quattro gradi del Cielo mazdeo (con i quali scaliamo la vetta…).

L’Alborz è dunque di fatto la ‘montagna cosmica’, eretta dal supremo sforzo della Terra per non essere separata dal Cielo.
Essa è ‘la montagna risplendente… dove non ci sono né notte né tenebre, né malattie dalle mille morti, né infezione creata dai demoni malvagi, là ove non regna e prospera il male’.



Durante la prima guerra mondiale Compton ha raggiunto un invito da parte dell’esercito austriaco a dipingere quadri del fronte montagna. Ma l’Alto Comando della Baviera ha proibito tale accordo quindi il pittore è stato espulso dalla Associazione degli Artisti di Monaco perché inglese. 
Con il suo lavoro E.T. Compton ha influenzato le opere di Ernst Heinrich Square, Karl Arnold, e non ultimo quello di suo figlio Edward Harrison Compton (1881-1960). 




Non ci meraviglieremo dunque più di trovare al principio dell’inno a Zamyat il richiamo delle montagne, e non vi vedremo un semplice ‘catalogo orografico di ogni contenuto religioso’: è la Terra che l’Immaginazione attiva mazdea ha trasmutato in simbolo e centro dell’Anima, e che è integrata agli accadimenti spirituali di cui l’Anima stessa è la scena. Quindi la ‘geografia immaginale’ è il luogo degli accadimenti dell’Anima, privati di questa essi non hanno più un luogo; ‘non hanno più luogo’.



Tuttavia, il geniale pittore di montagna era anche un ottimo scalatore. Tra i suoi numerosi tour in Alpi orientali e occidentali non ci sono meno di 27 nuove rotte e prime ascensioni. 
Dopo Purtscheller Compton prende tutti eccellenti arrampicatori con i quali camminare, ‘le sue abilità lucide alpinistiche su roccia e ghiaccio, la sua perseveranza quasi ammirevole, la sua inesauribile pazienza nel sopportare le difficoltà, davvero geniale talent scout, tutti sono ammirati  dalla sua sublime serenità e la sua serenità è olimpica ed indistruttibile’, così qualcuno… parla di lui…




…Possiamo allora affermare che Imago Terrae significa, insieme all’organo stesso della percezione, ciò che viene percepito circa gli aspetti e le figure della Terra, non più semplicemente attraverso i sensi né come dati empirici sensibili, ma attraverso la Forma immaginale, l’Immagine-archetipo, l’Immagine a priori dell’Anima stessa.

La Terra è allora una visione, e la geografia una geografia visionaria, una ‘geografia immaginale’. Perciò è questa Immagine sua e la sua propria Immagine che l’Anima ritrova ed incontra. Immagine proiettata da essa è al contempo quella che la illumina e quella che le riflette le figure a sua immagine, figure di cui a sua volta è essa stessa l’Immagine, vale a dire gli Angeli femminili della Terra che sono ad Immagine dell’Anima.
Ecco perché la fenomenologia mazdea della Terra è propriamente un’angelogia (opposta e contraria all’odierna demonologia del progresso…). 

(H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste)



























lunedì 24 luglio 2017

OGNUNO & NESSUNO












































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La battaglia fra borsellini e salvadanai













La scena è popolata di personaggi…





Non obbediscono al richiamo ammonitorio del quadro!
Ciascuno per proprio conto a lume di una lampada (oggi potremmo dire illuminata dalla meccanica ragione del silicio…) in un gran cumulo di oggetti materiali (come se in verità e per il vero avessero smarrito coscienza e Spirito… Anima e saggezza, occhio e ciò che di più nobile la compone in nome della Ragione…), e cercando non già se stessi, bensì ciò che ognuno ritiene che gli aspetti (anche dove un tempo il Pensiero se pur perseguitato potea esser cogitato… dal 1984 di mirabile traguardo…).




Gli oggetti del mucchio si trovano frammischiati alla rinfusa con imballi, come quelli che venivano usati per le spedizioni, ciascuno con la sigla del proprio destinatario, ed il senso di questa commissione è evidente: in casa, nel lavoro, nel divertimento, e anche nella scienza (tra gli altri oggetti a destra un libro aperto) ognuno va cercando ciò che (pensa) aspettargli, proprio come farebbe in un mucchio di pacchi in arrivo.

Una figura curva, provvista di occhiali e di lume (qual lume illumina codesta dubbia ragione lo abbiamo già e più volte espresso), vaga cercando nel mucchio, e altre uguali fanno lo stesso, più in là: tutte portano scritto sull’orlo della veste il nome Elck, Ognuno.

Sotto la figura principale, confuso fra gli altri oggetti, sta un orbe, simbolo del mondo; quest’elemento può sottolineare l’universalità di significato della figura o anche ricordare la tragica perdita di chi, perseguendo il proprio (materiale) fine nelle cose più minute non meno di quelle immense, perde di vista il mondo intero…




La figura di un uomo ormai vecchio, sembra infatti oltrepassare senza averlo veduto il mondo che è ai suoi piedi, e questa cecità circa un oggetto tanto vistoso contrasta tragicamente con gli occhiali, l’attitudine curva per il lungo cercare (così dovrei meditare giusto distinguo fra chi, cercando l’essenza ed il Principio in nome e per conto di Dio abbandonando la Ragione nella contemplazione del Creato, o almeno ciò di cui rimasto; e chi, al contrario, perseguitando tal spirituale intento uguale e simmetrico a colui che cercando e evocando ortodosso [quello per sempre pregato e ben conservato] Dio nelle scritture recitato… in nome e per conto del Verbo pregato, si accumuna al medesimo Uno braccato dall’ateo negato; e in codesto breve enunciato di due opposti - annullandosi reciprocamente - confermare medesimo il risultato prossimo allo zero, pur anche questo differente dal Nulla con cui formulo distinguo: giacché nell’immateriale insieme celare più di quanto il conto compone l’ordine del proprio dire, da quando cioè, la Storia numera e tiene di conto circa se stessa non intendendo invisibile e superiore Primo Enunciato prossimo al Nessuno di codesto mirabile quadro, scusate sto parlando allo specchio dell’Infinita Natura perdonate la Rima e con essa l’espressione poca gradita neppur ancora verso da Ognuno recitato…: il fuoco del rogo di questa vostra secolare cultura divampa e rimembra specchio di antica tortura… nell’Apocalisse dell’atto al Secolo ben recitato… ).




Il commento latino dice:

Ognuno cerca il proprio vantaggio ovunque,/ Ognuno cerca se stesso in tutto ciò che fa, / Ognuno battaglia ovunque per il proprio rendiconto, / Questo tira dalla sua parte, quello dall’altra, / Ciascuno ha uguale amore per il possesso. /

Più i vari Ognuno si immergono nella ricerca di ciò che è proprio e più sembrano affossarsi nelle cose, perdendo di vista (e come poco sopra detto, uguagliandosi nel morbo di siffatto incompiuto istinto del tutto umano, ‘recitano’, ecco perché il grande amore per la Natura…, anche lei ama chi nato dal proprio grembo e nulla ha pur rinnegato per poi prendersi cura e contraccambiare quanto donato provando similare intento di Ognuno cercare in medesimo grembo tutto divorare per proprio diletto, ma Lei state pur certi conserva il proprio egoismo per ciò che fu vero dono in nome della vita cui assieme riflettere ‘quadri’ meditati…) se stessi ed il mondo intero: uno ha la testa quasi affondata in una cesta, un altro è entrato, per cercare, in un gran sacco; in primo piano a sinistra si vede uno di questi tristi cercatori, isolati come immersi nell’abisso di se stessi, che si è calato con gli occhiali e la lampada in una botte, nella cui angustia appare imbottigliato e quasi sepolto.




Sullo sfondo, un Elck in ricerca, con la propria lampada (al silicio illuminarne medesimo profilo…), appare accanto alla schiera e alle tende di un esercito, come a ricordare che la filosofia egoistica di Ognuno regola anche le contese fra i popoli.

Nella tavola di Bruegel, come nella tradizione letteraria, la figura di Elck (Ognuno) si contrappone negativamente a quella di Nessuno.

Ognuno cerca se stesso ma invano, nei beni e negli interessi del mondo (anche alle soglie di quel mondo che non gli appartiene, purtroppo oggi lo scenario, o meglio l’orrore, si compone anche di siffatto traguardo contrario ad ogni morale decoro e natura… alla quale ci dilettiamo con occhio velato di nostalgia per ogni ‘panorama’ perso  nello Spirito quanto nella Natura e Principio di cui la genetica conserva lontana memoria cancellata…); Nessuno raffigurato nel quadretto appeso al muro, trascura ogni cosa per conoscere se stesso contemplando nello specchio il proprio volto (e parlare con chi in vero l’ha partorito ma all’oculo… lampada di Ognuno barattato per un povero ed inetto pazzo….).

(Vizi e Virtù e Follia nell’opera grafica di Bruegel il Vecchio… con commenti di Nessuno!)

(Prosegue...)


















venerdì 21 luglio 2017

DE UMBRA CICERONIS (il manoscritto ritrovato)



















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De Umbra (2)














  La parola fu donata da Dio agli uomini per manifestare i pensieri alle persone vicine, e la scrittura fu inventata dagli uomini per conversare con persone lontane. Quanto tempo abbia impiegato l’uomo a trovare i segni alfabetici non c’è dato determinare, i più antichi risalgono al carattere geroglifico, a cui seguì il geratico e da ultimo, dall’istrumento, onde si scriveva, a mo’ di cono, il cuneiforme.
Questo carattere, venuto nell’uso comune, abbandonò a poco a poco la sua primitiva rozzezza e prese linee più uniformi e regolari: il cono, ridotto ad un’asta con una delle punte acuminate per scrivere, l’altra aperta a forma di paletta per correggere mende ed errori, si disse stile, e soleva adoperarsi sopra pergamena spalmata di cera.
Aumentato il numero dei letterati, si sentì il bisogno di affrettare la comunicazione dei sentimenti e degli affetti e di ricercarne il mezzo più spedito. Allo stile fu sostituito il calamus scniptorius, cannuccia da scrivere, e alla cera l’atramento, inchiostro nero. E già al tempo di Cicerone ne vediamo l’uso universale…

…Poi qualcosa avvenne e l’uomo un tempo nominato Sapiens perse l’uso della scienza che dall’Anima-Mundi prosegue sino all’Intellegibile Principio, ed inciso per restituire verità circa il DNA di più certa appartenenza e di certo non un codice a barre digitato nella propria caverna per il diletto dell’altrui scemenza…


















      …E sì ci vorrebbe proprio il sottoscritto (il Cicerone detto) per ammirare siffatto 
scempio, siamo qui di nuovo presso lo scaffale di questo bosco antico ammirato da lontano o forse troppo da vicino, in tutto il triste spettacolo del degrado raggiunto. Fosse solo un rogo sarebbe sì poca cosa, in quanto se pur molti e troppi nell’apparenza a rinnovare l’infinita stagione da quando nata la parola, oggi siamo più inquisiti di pria nell’odierna realtà tradotta alla ‘parabola’ della nuova dottrina.
Che sia il virus della vita?

O meglio di quel male antico che disdegna ogni saggia e retta conoscenza?

Di certo noi figli della vera Natura in quanto ad essa conformati secondo la sua logica, se pur ci indicano antichi e superati, inutili per questo panorama ammirato ma di certo giammai compreso; non riconosciamo evoluzione in siffatto Sentiero da molti attraversato: li scorgiamo passo chino scrutare ma non vedere né Anima né Spirito in ciò che appena annusato confondere ed eccitare l’istinto: olfatto a caccia della vita ingannare la vista rimembrando il frutto propizio al rogo condire Anime attraversare il ciclo di una Selva ben più profonda non meno dal Principio al Nucleo della stessa…

Di quella ve ne fosse barlume ammirata pregata e composta in  un piccolo schermo senza Anima e Parola: automi regrediti privi dell’istinto con cui evoluta la ragione e con essa la volontà innata della conoscenza almeno ché non derivi da quell’alchemica sfera la quale per il vero fa torto anche all’antica scienza… divenuta d’incanto breve scemenza!




Per questo da qui ammiro ed introduco quell’albero altrettanto antico a cui alla sua ombra tanto debbo circa la reciproca natura.
Se non fosse stato per uomini di siffatto ingegno e cultura e volontà tradotta nella conoscenza oggi non regnerebbe né bosco né elemento né pia conoscenza. Il virus che ci assale è un morbo antico e moderno del quale grazie al fumo che dalla nostra cenere ne deriva ogni uomo può aspirare non solo al calore di un inverno privato della vera linfa della vita, ma anche al nobile progresso sottratto alla ragione della conoscenza di cui noi fotosintesi e indispensabile Elemento.

Certo questo male che ci destina ad un lento martirio trascinato su per un bosco privo di vita, sarà l’alba del nuovo millennio donde ogni ramo e foglia e con loro l’antico arbusto precipiterà o fors’anche regredirà al verso privo di parola, e questa, al gesto meccanico di chi disdegna il Pensiero, giacché questo il falso principio di chi aspira al nuovo Millennio in nome di ciò che comunemente nominano… Materia.

Sì certo ed anche per questo antica e nuova disputa rinnovo in nome e per conto della vera Natura, lo abbiamo appena detto virus antico e moderno donde taluni scorgono il principio della vita altri la fine della conoscenza…
Debbo essere accorto anche nella limpida aria riflessa quale specchio della breve conquista in siffatto Sentiero respirata altrimenti raggiungo con troppo fretta la mannaia della nuova scienza la quale disdegna la parola e con essa superiore ragione che ne deriva dalla dialettica al diritto della Natura di partecipare al vero scopo della vita; altrimenti la Materia nella propria innominata illimitata deficienza proverebbe l’istinto affine alla bestia fino alla clava regredita alla caverna della nuova alba… privato del successivo mattino con cui coniugare e veder nascere la vita…

 Costruisco così il DNA smarrito perso dimenticato barattato confuso e tradito….
(De Umbra Ciceronis)




…Aldo Romano è il primo a concepire il libro come svago: inventa il piacere di leggere…
Una vera e propria rivoluzione intellettuale trasforma uno strumento usato per pregare o per apprendere in un mezzo utile a trascorrere in levità porzioni di tempo libero. Aldo è anche il primo editore in senso moderno: negli anni precedenti a lui gli stampatori erano rudi operai del torchio, spesso ignoranti, interessati al libro come oggetto commerciale, prova ne sia la quantità di errori con cui erano infarcite le edizioni antecedenti l’era Manuzio.
Aldo è un raffinato intellettuale, uno che sceglie le Opere da stampare in base al loro contenuto, non solo alla potenziale capacità di vendita. E’ il primo ad unire il patrimonio di conoscenze culturali, le capacità tecniche, e l’intuizione nel comprendere cosa il mercato richieda, tanto che il mondo dell’editoria si distingue in prima e dopo Manuzio…
…A lui dobbiamo la diffusione del carattere corsivo che va di pari passo con l’altra grandissima innovazione attuata da Aldo, il tascabile, i libelli portatiles, come lui chiamava queste edizioni di piccolo formato, senza commento del testo, e quindi alla portata di un po’ tutte le tasche. ‘erano economici a sufficienza per gli studenti e gli studiosi che vagavano tra le grandi università europee’.
Non è il primo ad usare il piccolo formato già utilizzato per i testi sacri, in modo da permettere ai religiosi di spostarsi con i loro libri, cosa che sarebbe risultata assai complicata con i grandi volumi in folio che dovevano starsene aperti su un leggio.
Dopo di lui l’editoria sarà irrevocabilmente diversa da com’era prima: ancor oggi conviviamo con le sue intuizioni. Ci vorrà forse, il libro elettronico per mandarle in soffitta.
Nel gennaio 1515 Aldo stampa la sua ultima edizione, il De rerum natura di Lucrezio…
(Alessandro Marzo Magno, L’alba dei libri)




Comincio a scegliere il materiale che mi è indispensabile per formulare una ispirazione, una volontà. Per desiderare innanzitutto un’Opera nell’Opera, per meglio valorizzare e definire il concetto espresso nella miriade di buoni ‘legni’ che troviamo in questo fitto bosco. Aspiro alla foglia la quale dona vita e se pur tende alla luce e grazie ad essa compie le sue funzioni principali è riconducibile all’essenza della radice. Una ben visibile, l’altra nascosta e protesa verso i meandri della terra ma fonte prima di sussistenza per l’albero e il legno ad esso riconducibile (a cui aspiro per questa scala protesa verso il Tomo della vita).

Cerco la foglia e ammiro la sua perfezione.

Sfoglio la pagina respiro il Tempo che è stato è quello che di nuovo sarà…

Ciò che contemplo nella compostezza di un panorama colto da lontano è l’infinito concetto di verde in tutte le sue forme, di cui la foglia come una o milioni pagine di vita detta la storia nell’immenso suo capitolo.

Il verde d’estate con il loro germogliare in primavera, poi il lento morire, con le innumerabili sfumature d’autunno, mi conducono verso gli spazi e colori dell’universo.
Quando la linfa viene meno ecco la stella accendersi di colori ultimi e abbaglianti per poi ripiegarsi in monocromatici eventi che risiedono alla base del nero. Ma la bellezza, che conviene all’animo che colpisce la retina dell’occhio che fa vibrare in noi ogni sentimento di gioia e amore per le cose della Natura è composta dall’insieme di quelle note di verde.

Così, io, seleziono con cura e senza far inutile rumore questi ‘legni’. Non legno qualsiasi, ma accuratamente scelto, a costo di sacrifici e lunghe passeggiate. Poi pian piano costruisco il Tomo della Vita, così il legno, essenza originaria diventa irriconoscibile, e una volta lavorato perde quella sua (anche se pur raffinata consistenza) rozzezza.
L’Opera più raffinata e completa e nello stesso illuminante non è mai paragonabile a quel ponte sospeso fra due sponde. Nel Nulla della concretezza e astrazione dei temi trattati anche argomenti secolari, quelli che rimangono perenni testimoni dell’evoluzione creatasi nelle pieghe della sua struttura, così come nelle curve dei rami o nella forza dirompente delle radici, può cedere il passo alla volontà che sottostà all’ombra di quella ‘creatura’.
Quel ponte sospeso nell’attimo del raccoglimento è l’idea che supera l’opera originaria: il seme che feconda la terra per generare il frutto e la vita. È l’opera che in sé contiene la summa delle opere e ne supera la sostanza. Perché non si attiene ad essa, ma da essa ne prende linfa per uno slancio nuovo che produce l’energia fondamentale per assaporare la vita, e trasformare in processo incessante ciò che è morto e abbiamo reso tale, verso una lenta ricomposizione degli elementi per una nuova esistenza.


















domenica 16 luglio 2017

NOTE DEL TEMPIO IN ROVINA








































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E brevi Frammenti in Rima (2)


Dedicato alla morte di un dissidente (uno dei tanti uno dei troppi...)













…Lascio lo zaino in una locanda vicino alla stazione…
Se non trovo il mio amico posso sempre tornare a fare un pisolino e poi prendere il primo treno per il mattino.
In un banco per strada mangio una scodella di minestra di riso di soia e la stanchezza sparisce all’istante.

…All’uscita del paese il cielo è punteggiato di stelle, e si sente solo il gracidare delle rane. Finisco in una pozzanghera, ma non importa, penso solo ad arrivare dal mio amico.
Intorno a mezzanotte, al buio, riesco a trovare il suo appartamento e busso alla porta.

‘Sei tu, diavolo’, grida per lo stupore e la gioia.

‘Da dove sbuchi?’, mi domanda.

‘Da sottoterra’.

Anch’io sono felice.

‘Porta il vino. No, fa troppo caldo, porta il cocomero’, dice alla moglie, una donna robusta, si direbbe una del posto. Lei si limita a sorridere, è di poche parole. Il mio amico non ha perso il buon carattere di un tempo.

Mi domanda se ho ricevuto il suo romanzo.
Dice che ha letto le mie opere e ha spedito il manoscritto alla redazione di una rivista che ha pubblicato un mio testo, pregandoli di mandarmelo. Dice che lo ha spinto a scriverlo un impulso irresistibile, ha voluto fare una prova per tastare il terreno.
Il romanzo racconta di un ragazzino di campagna malvisto dai compagni di scuola a causa del nonno ex proprietario terriero. Ogni giorno sente il maestro dire che bisogna isolare i nemici del partito e di classe, si convince che i suoi guai vengano da quel vecchio malato che non vuole proprio morire e così un bel giorno mette nel decotto per il nonno un fiore selvatico velenoso, che ti toglie quando si fa l’erba per i maiali. Al mattino, quando gli altoparlanti diffondono nel villaggio le note di ‘L’oriente è rosso’ per chiamare i contadini al lavoro nei campi, il ragazzino trova il vecchio riverso a terra con la bocca colma di sangue nero raggrumato.
E’ morto!




Il romanzo descrive lo stato d’animo del fanciullo che osserva, con gli occhi del bambino di campagna, un nonno incomprensibile.
Il redattore mi aveva restituito il manoscritto senza impiegare le solite formule di rito. Non aveva usato il consueto tono da burocrate, come: la trama non è ben congegnata, manca di forza, i personaggi non sono ben delineati, oppure non possiede a sufficienza i tratti del ‘tipico’. Aveva detto senza giri di parole che era ben scritto ma l’autore era andato troppo in là, le autorità non ne avrebbero mai consentito la pubblicazione. Avevo dovuto spiegare che lo scrittore era un geologo che lavorava in campagna, avvezzo ai sentieri di montagna, non poteva conoscere i limiti da non superare nell’odierno mondo letterario.

‘E quali sono i limiti?’.

Dagli occhi che lo fanno assomigliare a Pierre traspare l’incapacità di comprendere.

‘Ma come?’, prosegue lui, ‘Non si parlava sui giornali, proprio qualche giorno fa, di libertà di creazione artistica e, in campo letterario, della necessità di descrivere la realtà?’.

‘E’ per colpa di questa fottuta realtà, di questa fottuta questione, dipingere o meno la realtà non meno della Verità, che sono finito nei guai, ed è per questo che ora sono qui da te’, dico.

Fa una gran risata: ‘Quindi non ci sono speranze per la storia della mia amazzone’. Prende le foto e la ripone dal cassetto, poi dice: ‘L’ho conosciuta in un tempio in rovina dove ho alloggiato una volta che ero in viaggio per lavoro. Parlammo un giorno intero e mi confidò le sue vicissitudini. Ho riempito mezzo quaderno, sono le cose che ha vissuto di persona’.

Prende il quaderno da un cassetto e me lo sventola davanti agli occhi.
‘Ce n’è a sufficienza per un libro, il titolo l’ho in mente da un pezzo: ‘Note del tempio in rovina’ ’.

‘Non mi pare che sia adatto ad un racconto di cappa e spada’.

‘Certo, non lo è. Se ti interessa prendilo, dagli un’occhiata, ti può essere utile per un romanzo’.

Poi ripone nel cassetto anche il quaderno e dice alla moglie: ‘Portaci del vino, va’ ’.

‘Non parliamo di romanzi’, dico, ‘non riesco più a ripubblicare nemmeno vecchi saggi. Come vedono il mio nome, rimandano tutto indietro (e mi braccano per ogni dove…)’.

‘E tu faresti meglio ad occuparti solo della tua geologia! Come ti è saltato in mente di metterti a scrivere?’, interviene la moglie quando ci porta il vino.

‘E adesso come ti vanno le cose? Dimmi, dimmi!’…

E’ molto affettuoso…




‘Vago qua e là per evitare di essere costretto a fare autocritica. Di essere torturato. Sono in viaggio da mesi, aspetto che passi la bufera per tornare a casa. Là ove stabilisco un domicilio puntuale arriva la tortura…. Se la situazione peggiora mi cerco un riparo, poi taglio la corda. In ogni caso non mi farò mandare ai lavori forzati mansueto come un agnellino, come in passato i vecchi ‘reazionari’ ’.

Ridiamo entrambi di cuore.

‘Ti racconto una storia divertente. Quando facevo parte di una squadra incaricata di individuare miniere d’oro abbiamo catturato un selvaggio’.

‘Non prendermi per i fondelli. L’hai visto con i tuoi occhi?’.

‘Visto? L’abbiamo catturato! Cercavamo una scorciatoia per arrivare al campo prima del buio. Tra i boschi sotto la vetta della montagna c’era una striscia bruciata, piantata a granturco. In un campo tutto giallo si muoveva qualcosa, di sicuro un animale selvatico, pensammo. Per motivi di sicurezza in quei posti giravamo sempre armati. I compagni dissero che secondo loro si trattava di un orso o di un cinghiale. Dell’orso non c’era traccia, potevamo almeno procurarci un po’ di carne, sarebbe stata già una bella fortuna. Circondarono la zona. La cosa sentì il movimento e scappò verso il bosco. Erano circa le tre del pomeriggio, perché il sole era a ponente e la vallata era ancora luminosa. Come la cosa si mosse, la testa apparve tra le piante di granturco. Era un uomo selvaggio con i capelli lunghi fino alle spalle! Lo videro tutti. Erano eccitatissimi e gridavano: un selvaggio! Un selvaggio! Non lasciatelo scappare! Gridava un altro nel puntare il fucile. A stare tutto il giorno in giro per monti e valli capitava di rado di sparare, così si erano scatenati, chi correva, chi gridava, chi sparava. Una volta avvicinati lo costrinsero ad uscire, nudo come un verme. Barcollò, poi cadde a terra, aveva solo un paio di occhiali legati al collo con un cordone, e le lenti erano così consumate che parevano vetro smerigliato’.

‘E’ frutto della tua fantasia?’, dico.

‘E’ tutto vero, no?’, fa la moglie dalla stanza da letto.
Non si era ancora addormentata.

‘Quanto a inventiva mi superi, ormai sei un romanziere’.

‘E’ lui il vero romanziere’, dico verso la stanza della moglie, ‘ha un talento innato. A scuola non lo batteva nessuno, quando si metteva a raccontare storie restavamo tutti ad ascoltarlo a bocca aperta. Peccato che il suo unico romanzo sia stato stroncato prima di vedere la luce’.

Mi dispiace molto per lui.

‘Oggi parla tanto solo perché ci sei tu, di solito non dice mai una parola di troppo’, fa la moglie dalla sua camera.

‘Allora sta’ ad ascoltare’, dice alla moglie…

‘Continua’, lo incito. Ha acceso la mia curiosità.

Beve un sorso di vino per riprendere la carica.




‘Si avvicinarono, gli sfilarono gli occhiali, lo spinsero con la canna del fucile e gli domandarono duri. Se sei un uomo perché scappi? Tremava come una foglia, e gridava frasi sconnesse. Uno lo minacciò con il fucile, e urlò per spaventarlo: ti ammazzo se continui a fare il matto! Allora scoppiò in singhiozzi e raccontò che era fuggito da un campo di lavoro e non voleva tornarci. Che crimine hai commesso? Ero un reazionario. Ma è una vicenda vecchia, i reazionari sono stati riabilitati da tempo, perché non sei tornato a casa? Disse che i familiari non l’avevano voluto nascondere, così si era rifugiato su queste montagne. Dove sta la tua famiglia? A Shanghai. Che bastardi, perché non ti hanno fatto restare? Avevano paura di essere coinvolti. In cosa? I reazionari sono stati indennizzati con grosse somme di denaro, e ora tutti vorrebbero averne uno in famiglia. Ma non avrai per caso il cervello fuori posto? Rispose di no, che era solo molto miope. A quel punto si misero tutti a ridere come matti’.

Anche la moglie scoppia a ridere…

‘Sei un buontempone, solo tu riesci a raccontare storie del genere’.

Anch’io non riesco a trattenermi dal ridere, da tempo non ero così allegro.

“Nel…. [ometto la data dell’autore giacché interviene breve riflessione, questo racconto dedicato a chi sacrificato per la pace e avverso al totalitarismo di stato, sia esso in nome di un partito, sia esso per conto del libero mercato, cosicché ognuno si può riconoscere in quanto di seguito riportato, non meno del medesimo  come lui perseguitato, avversi ad ogni forma di tortura dedico questo breve parentesi a tutti i perseguitati, ma non solo: calunniati e perseguitati da chi avverso per propria natura ad ogni Verità della Storia… ed alla Memoria, e con lei, ogni Verità cancellata e contraffatta   numerare la Storia attraversata… e ben conservata… o fors’anche ben recitata…]… era stato bollato come esponente di destra e nel… era stato mandato in un campo di lavoro [uno dei tanti in ogni luogo ove il libero arbitrio perseguitato…]… Nel… era sopraggiunta una terribile carestia, non c’era nulla da mangiare, si era gonfiato come un pallone, era stato ad un passo dalla morte e così era fuggito a Shanghai dove rimase nascosto due mesi in casa. I familiari però volevano assolutamente che tornasse in prigione perché la razione di cereali non bastava nemmeno per una persona. Come avrebbero potuto continuare a nasconderlo in casa? Così se ne era andato a aveva trovato rifugio su queste montagne, dove viveva da più di vent’anni. Il primo anno lo aveva accolto una famiglia di montanari, per campare li aiutava a tagliare la legna e a fare qualche lavoro nei campi. Poi un giorno, saputo che la comune popolare stava per indagare su di lui, si era rifugiato in una zona impervia ed era riuscito a sopravvivere grazie a quella famiglia… I miei colleghi gli domandarono in che modo fosse diventato reazionario e lui spiegò che all’università studiava le antiche iscrizioni oracolari su gusci di tartaruga, era giovane e pieno di entusiasmo e nel corso di una riunione aveva manifestato opinioni sconsiderate sulla situazione politica. Allora gli dissero: seguici, torna ad occuparti delle tue iscrizioni oracolari. Ma lui si rifiutò, disse che doveva falciare il campo di granoturco che di dava cereali per tutto l’anno, e aveva paura che se fosse andato via i cinghiali avrebbero distrutto il raccolto. Al che i miei colleghi gridarono: e lascia che caghino sul granturco! Voleva andare a prendere gli indumenti che stavano in una grotta sotto la roccia, e che non metteva quando non faceva troppo freddo. Gli diedero una camicia da mettere intorno alla vita per portarlo al campo con loro’.




‘Finita?’.

‘Finita’, dice. ‘Comunque ho pensato ad un’altra conclusione…’.

‘Fa sentire’…

‘Il giorno seguente, dopo essersi rimpinzato e rinfrancato con un buon sonno ristoratore, scoppia all’improvviso in terribili singhiozzi senza che nessuno riesca a capire cos’abbia. Si avvicinano per domandarglielo ma farfuglia tra le lacrime qualcosa di incomprensibile. Alla fine si capisce una frase: se avessi saputo che al mondo ci sono persone così buone non avrei sopportato le ingiustizie di questi anni!’.

Avrei voglia di ridere ma non ci riesco…

Dietro le lenti si illumina in un sorriso malizioso.

‘E’ superfluo’, dico dopo aver riflettuto un istante.

‘L’ho aggiunto di proposito’.

Si toglie gli occhiali e li appoggia sul tavolo.

Mi accorgo che c’è più malinconia che malizia nei suoi sguardi, sembra un uomo diverso quando porta gli occhiali, con quell’aria onesta e gioviale. Non l’avevo mai visto sotto questa luce.

‘Vuoi stenderti un po’? mi domanda.

‘No, non importa, tanto non riuscirei a dormire’, dico.

Dalla finestra si intravedono i primi bagliori dell’alba. Fuori la calura si è dissipata e soffia una brezza fresca.

‘Possiamo chiacchierare anche sdraiati’, dice.

Mi sistema una branda di bambù, prende una sdraio per sé, poi spegne la luce e si stende.

‘Devi sapere che all’epoca mi misero sotto inchiesta e si occupò di me proprio la squadra che aveva catturato l’uomo selvaggio. Non mi fucilarono per un pelo. La pallottola mi ha scalfito il cranio, mi hanno mancato per poco, ho avuto fortuna. A parte questo, erano brave persone (questo bisogna pur dirlo…)…

‘Il bello nella tua storia del selvaggio è che ti mette allegria malgrado la crudeltà, perché la lasci intuire, non la descrivi direttamente’….

‘Ma aspetta mi è venuta in mente una nuova conclusione in nome dei vecchi tempi di scuola andati, ti ricordi quando studiavo e traducevo vecchi Papiri ed iscrizioni oracolari, ascolta ne ho trovata una’altra te la leggo…

Anche questa una buona conclusione oppure un inizio…’….





Parto poi torno, materialmente e con la memoria.
Tutti dovremmo avere memoria storica, genetica, morale,
ho scoperto però non essere una prerogativa umana,
una dote essenziale.
Parto poi torno e talvolta è come se non fossi mai nato,
o mai morto nella riva del torrente dove ricordo.
Nella riva del fiume dove dormo.
Nella tenda dove ascolto,
nel grande bosco dove prego.
Parto poi torno con la memoria
e il sogno che nulla scorda
in questa grande terra che non conosco,
in questa valle di cui non ricordo il nome,
per questa montagna che ogni anno che passa
trovo cambiata, mutata, rinsecchita.
Parto poi torno, cercando ogni volta una fuga,
una possibile strada di sopravvivenza.
Parto e poi torno dai tanti libri che mi ‘volano d’intorno’,
dalle tante pagine che mi fanno capolino,
dalle tante verità che mi scrutano mute,
dalle eterne parole che mi chiedono attenzione.
Attento il sentiero è periglioso!
Attento la valle è insidiosa!
Attento alle genti, pur la bella rilegatura,
evocano un’immagine impressa quale scudo araldico,
di una difficile lingua sull’antica copertina. (1)

Le stagioni che modellano il luogo sono dure,
gli oscuri passi dove talvolta scruto muto
l’espressione dei viandanti e abitanti, conserva tristi pagine,
pensieri lontani non in sintonia con la bellezza dei panorami.
Parto e poi torno nei miei e altrui ricordi,
e se evocarli può arrecare dolore,
se leggere la verità può portare rancore…..,
salgo sull’alto ripiano, cammino lento nell’altipiano,
scruto attento nella memoria,
cerco riparo là dove non sono accetto,
scavo scrupoloso nell’archeologia dei lineamenti,
fra una pagina e l’altra, fra una lacrima e l’altra,
fra una risata e l’altra, fra una presunzione e l’altra.
I ricordi vagano fra un gradale e l’altro,
che con puntualità da ‘bottegaio’ apro nell’oscura bufera
dove ho dormito, sognato, e immaginato.
Fra una pagina e l’altra vi è vita,
quella che ci fu negata nella lenta traversata,
sulla triste collina,
nel duro campo,
sulla difficile linea,
nella squallida baracca,
nella fredda e calda tenda,
nell’innominata chiesa,
nell’antico mulino,
vicino al fiume nel ricordo di una prateria,
un deserto, una distesa di ghiaccio,
un caldo lago e un silenzio che è solo l’inizio.
Un immenso ghiacciaio e una mare di verde, prima.
Una lancia appuntita, e una grande traversata, poi.
Una roccia, un frammento, una cascata, una via verso la vita.
Verso la verità.
Verso il ricordo,
sull’uscio della caverna,
dove ho abbandonato vita e dignità,
morale e decoro,
disciplina e responsabilità.
Amore e affetti,
vita e morte,
tempo e luogo.
Responsabilità e apparenza.
Salgo piano dalla collina alla montagna,
schivo i dardi, cerco accorto il sentiero,
studio attento la cartina,
guardo incosciente il panorama: attraverso l’occhio digitale
di un pensiero divenuto occhio magico della memoria,
attraverso l’anima di ciò che pensano senza anima,
attraverso la parola di chi non ha parola,
attraverso la pazzia di chi non conosce cura,
attraverso la cura di chi conosce il raro dono della ‘pazzia’,
attraverso pagine e ricordi scritti,
attraverso parole e sogni mai svelati,
attraverso libri ancora da scrivere, e altri per sempre dimenticati,
pagina per pagina;
respiro che diventa rantolo…poi pian piano sudore,
rancore, pietà e rumore.
Frammenti nel vicolo che diventa sentiero,
passo e fuga,
aria più tranquilla dicono, rarefatta;
roccia armoniosa, polmoni aperti,
più ossigeno per la via che diventa impervia,
per la solitudine che ti osserva,
per la roccia che ti scruta,
per l’acqua che ti parla
….e per il cacciatore che a fondo pagina ti punta.
Passo veloce per il corpo che corre,
per la pagina che finisce,
per il tomo che si chiude;
paura che prende, sangue che sgorga, anime in fuga,
vendette in agguato, odio non pagato.
Croci in cima alla vetta,
fosse vicino alla cantina,
sentieri prima della mèta,
storie che dominano la vita.
Il sudore si asciuga, il piede si riposa,
la parola dopo il pensiero traccia l’icona alla fine della via,
della strada, dell’affollata piazza,
alla fine dello stretto vicolo prima del mercato,
dove i ricordi diventano vivi, dove il calore divampa,
dove il condannato fu trascinato senza motivo,
dove la sentenza non ha repliche,
dove gli stracci e l’umile sacca sono più pesanti dell’anima,
dove lo sguardo nascosto è mutato nell’odio,
di volti come maschere prestati alla disciplina,
di chi mai appare perché il suo nome è solo un inutile confine,
che diventa Impero e poi solo un lungo tormento.
Il ghigno di chi ha sentenziato diventa tortura e la memoria dolore,
il freddo verità,
la povertà tua sola sostanza,
il tremore passo incondizionato di fuga e riparo,
l’onestà la colpa.
La cima l’estremo sacrificio, il fuoco l’ultimo ricordo.
Il sogno segna il passo.
L’incontro un libro scritto o forse ancora non del tutto …pregato.
La preghiera diviene litania,
e uguale componimento nelle pagine della storia,
la frase sconnessa l’oracolo di tanti e troppi Dèi dimenticati.
E …mai pagati!
La moneta ti osserva, il tempo la comanda.
La ricchezza ti scruta, la potenza l’orienta.
La volontà la sveglia, il sangue s’appresta, l’orgoglio avanza.
Il tempo, suo compagno, ti inganna, mentre contempli il tutto che danza.
Il tempo ritorna in cima alla vetta,
in cima alla stanza,
dove il libro sporge con incuranza e evidenzia una verità che parla,
e non vuol essere contata.
Una verità che segna il tempo e non vuole tempo,
che gela le membra, che annebbia la vista,
che duole fin dentro le ossa,
quelle dei vivi e quelle dei morti
…e quelli che moriranno ancora.
Il tempo in essa spera e comanda,
mentre la cima con orgoglio ritrovato contempli,
come un vecchio tomo mai morto,
come una vecchia stampa che ravviva i ricordi.
Sembra facile, per taluni, andare e tornare,
sembra facile per alcuni andare e parlare.
Ma io che non conosco moneta e tempo,

dovrò patire gli inganni della storia;