giuliano

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IL TOMO

lunedì 28 novembre 2016

DAL MAR BALTICO ALLA LUNA (11)



















Precedenti capitoli:

L'umanità corrotta (1/10)  &
















Insoliti viaggi onirici.....















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....Alla Luna.... (12)














Era l’estate di 175 anni fa; il 21 agosto 1835 il New York Sun avvertì i propri lettori che avrebbe presto ripubblicato un estratto dell’Edinburgh Scientific Journal, con le ultime scoperte dell’astronomo più famoso dell’epoca, John Herschel (a sua volta figlio di un altro grandissimo astronomo, lo scopritore di Urano William Herschel). L’annuncio non destò particolare clamore, ma una settimana dopo, quando iniziarono a susseguirsi gli articoli, scoppiò un vero e proprio putiferio.




Il Sun del 25 agosto raccontava infatti di come John Herschel fosse riuscito a montare un gigantesco telescopio al Capo di Buona Speranza, con il quale aveva potuto “stabilire una nuova teoria per le traiettorie delle comete e osservare nuovi pianeti al di fuori del sistema solare”; ma, soprattutto, scandagliare con precisione la superficie lunare, sulla quale aveva trovato segni di vita intelligente!
Dopo l’annuncio di un fatto così sconcertante, l’articolo proseguiva con una serie di spiegazioni tecniche sulla costruzione del telescopio, di come si fosse riusciti a fare in modo che gli oggetti ingranditi fossero comunque luminosi tramite l’inserimento di una seconda lente, e di come l’impresa avesse avuto tra i finanziatori lo stesso principe d’Inghilterra. Il tutto si concludeva promettendo, per i giorni successivi, ulteriori novità.




Nelle edizioni seguenti le rivelazioni si succedettero, sempre più strabilianti. 
Il secondo articolo raccontava dei mari e delle praterie lunari, con la loro flora. 
Nel terzo si descriveva la fauna, fra cui alcune specie di bisonti, e degli strani unicorni azzurri. Nel quarto fecero la comparsa gli uomini intelligenti, dal pelo arancio come quello degli oranghi, che vivevano in palafitte e conoscevano l’uso del fuoco. A fianco di questi si descriveva una specie più evoluta di “uomini pipistrello”, denominata “Vespertillo Homo”, dai modi più raffinati e dalle alte costruzioni. 
Nel quinto e nel sesto articolo si analizzava ulteriormente la civiltà degli uomini pipistrello, descrivendo un anfiteatro color zaffiro abbandonato, e il loro stile di vita, decisamente “bucolico”. Tutti gli articoli erano firmati dal Dr. Andrew Grant, sedicente assistente dell’illustre astronomo. Inutile dire che non esisteva nessun Dr. Grant, e che John Herschel – che in effetti all’epoca si trovava davvero al capo di Buona Speranza, per osservare il transito di Mercurio sul disco solare – era all’oscuro di tutta la vicenda.




 I lettori però ci credettero, e l’impressione e i dibattiti suscitati dagli articoli furono enormi. La notizia travalicò persino i confini nazionali, arrivando in Europa: fra le vittime illustri ci fu François Arago, presidente dell’Accademia delle Scienze francese. Anche in Italia uscì un opuscolo con le traduzioni degli articoli del Sun; la cosa interessante è che, nella migliore tradizione delle leggende metropolitane, il libello italiano aggiungeva dettagli e particolari originali. Fra i “debunkers” che cercarono di smontare la notizia ci fu anche Edgar Allan Poe, all’epoca giornalista, che pubblicò un’analisi punto per punto delle affermazioni del Sun, accusandoli di aver copiato un suo precedente racconto di fantascienza.




Ma – cosa che forse dovrebbe fare riflettere – sembra che i cittadini di New York preferissero ascoltare le improbabili storie del Sun piuttosto che dare retta ai ragionevoli argomenti esposti da Poe. Il diretto concorrente del Sun, il New York Herald, accusò Richard Adams Locke, un giornalista appassionato di ottica e di astronomia, di aver orchestrato la bufala con il solo scopo di aumentare la tiratura del suo giornale; e in effetti il Sun, che allora era solo un piccolo giornale, aumentò a dismisura la propria tiratura, rimanendo stabilmente a un numero maggiore di copie vendute anche quando divenne evidente la natura “bufalina” degli articoli.




Insomma, tutta l’operazione potrebbe essere definita come un esempio di “marketing virale” ante litteram. Lo stesso Herschel si dimostrò dapprima divertito dalla vicenda, quindi contrariato, infine decisamente scocciato di dover ripetere in ogni occasione pubblica la sua estraneità ai fatti. A poco a poco la storia si sgonfiò, e la ‘Great Mon Hoax’  rimase a lungo la più riuscita burla mediatica della storia giornalistica. Probabilmente il suo successo si deve anche al fatto che la possibilità di vita sulla Luna era, a quei tempi, un tema molto dibattuto: se da un lato la chiarezza della forma lunare durante le eclissi faceva pensare al fatto che non ci fosse atmosfera, e quindi neanche la vita, dall’altro schiere di astronomi e filosofi erano più che convinti dell’esistenza di abitanti sul nostro satellite. 




Lo stesso matematico Fredrich Gauss aveva proposto la costruzione di un enorme triangolo nella tundra, in modo da segnalare ai lunari la nostra presenza. La verifica di ciò che c’era effettivamente sulla Luna sembrava allora una sfida lontana e impraticabile: una sfida che però l’umanità, con l’epoca eroica della conquista spaziale, ha vinto, permettendoci finalmente di sapere molte cose sulla natura del nostro satellite, che 175 anni fa, all’epoca degli “uomini pipistrello”, ancora ignoravamo.


































domenica 27 novembre 2016

INSOLITI VIAGGI ONIRICI: ovvero... racconti della domenica...










































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Insoliti Viaggi (onirici) (2)














Trentasei ore di ‘diretto’ mi conducono di un fiato da Milano fino a Reggio Calabria….
Scendo, disimballo la bicicletta che avevo difesa per precauzione di quei 1400 km, di ferrovia, e riparto immediatamente.
Sono le 9 del mattino.




I primi venti chilometri corrono presso a poco piani lungo il mare, costeggiando lo stretto di Messina. La Sicilia è a circa tre chilometri di distanza: il canale ha qualche somiglianza col Lago Maggiore. Tre grossi vapori solcano lo specchio azzurro lasciandosi dietro una larga scia divergente. Messina è schierata di fronte, candida nel sole brillante delle Madonie, non tanto alte da nascondere a sinistra il cono nevoso dell’Etna. Lungo la spiaggia innumerevoli imbarcazioni da pesca e di piccolo cabotaggio, reti, argani per trarre le barche in secco, piccoli cantieri per calafati, lavanderie, qualche rudimentale stabilimento di bagni, casotti di finanzieri, frotte di ragazzi e ragazze a gambe nude che fanno il chiasso, pescano colla lenza o raccolgono frutti di mare: una spiaggia formicolante di vita come quella ligure.




La campagna è ridente, simile a quella dei dintorni di Napoli, con una nota di maggior rigoglio. Si è sempre tra aranceti e limonaie in un inebriante acuto profumo di fiori d’arancio, di cedro, di limone, di bergamotto: sono le nozze della natura. Il paese, qui, è industriale: numerose e importanti filande di seta, parecchie con una architettura disadatta di chiese mal riuscite. L’occhio, dalle finestre, vede interni disposti bene, con macchine perfezionate. Molti capitali sono d’inglesi, altri – e furono ritirati con jattura grave - delle banche, massime della Generale. Di tanto in tanto nel mare, tranquillo e senza increspature appare come un filo bianco di spuma, che si allunga, si allunga fino a mezzo chilometro contorcendosi come un serpente, come se un grosso cetaceo corresse colla schiena al filo dell’acqua. E un gorgo, un innocente gorgo di quelli che ai poeti disoccupati dell’antichità suggerirono la fola di Scilla e Cariddi: oggi anche le più fragili barchette vi si avventurano senza pensarci più che tanto.




Incontro verso Villa San Giovanni una bicicletta, l’unica che vedrò fino a Salerno. Messina resta addietro; costeggio di fronte la riviera meravigliosa del Faro: una miriade di casette e di paesi lungo il mare si insegue sino alla punta estrema della Sicilia, che sembra immergersi nelle onde, come digradando. Soltanto la torre del Faro, col cupolino che dai cristalli rimanda i bagliori accecanti del sole, si stacca diritta e affusolata sulle acque azzurre come sentinella avanzata.
 E più avanti, nell’atmosfera infuocata, il gran dosso di un monte solitario emergente dal mare: è lo Stromboli.
Una donna mi saluta e mi dice: – Venite dall’America?
Evidentemente il mio aspetto da viaggio, che del resto nulla ha di straordinario, le pare oltremarino.




Corro in mezzo a siepi magnifiche di frangola, di rovi in fiore, di ginestre tutte gialle, di lunghi cespugli di gaggie odoranti. In quell’istante il dolcissimo ritmo di Lola sembra sprigionarsi da ogni fiore, da mare, dal cielo rovente, dai profumi acuti: Fior di gaggiolo di angeli belli è pieno il cielo….., e lo scintillante volar delle ruote sulla strada bianca si accorda così bene coll’ambiente, che la mia non è una corsa, è…. una poesia biciclettata. Di mezzo in mezzo chilometro, davanti alla spiaggia, a quattro o cinquecento metri da terra sta ferma una barca, come avamposto in vedetta. Nella barca due o tre rematori pronti a vogare, sulla prua, ritto, un fiociniere in attitudine di gladiatore che lancia il giavellotto; nel mezzo della barca è inflitto un palo alto tre metri, alla cui estremità poggiando i piedi su due denti di legno sta attaccato un uomo che spia. E’ tutto l’attiraglio per la pesca del pesce spada, che la spia vede in distanza, che i rematori rincorrono, che il fiociniere trapassa. 
(Luigi Vittorio Bertarelli)




Ormai solo 250 km. circa mi separavano  da Gellivar, la nebulosa meta cui anelava da tanto tempo….
Dopo qualche ora di riposo mi rimettevo in cammino da Lules con un’ansia febbrile; abbandonai il Golfo di Botnia per dirigermi a nord-ovest. La strada assai stretta e poco buona è frequentata solo nell’estate da qualche stolkjaerre e da kariol, un piccolo sentiero discreto però lo si trova sempre per la bicicletta; si risale il corso della Lulea dapprima sulla riva sinistra sino a Edefors, quindi si passa sulla destra. Dopo Storbacken al confluente della Stora Lule e della Lule Ille elf la strada si dirige ad ovest, finché circa 10 km. dopo Kosekats varcai finalmente il Circolo Polare in bicicletta!
Lo scopo del viaggio era ormai raggiunto!




In breve arrivai quindi a Iokkomokk, ma una grave disilusione mi attendeva. In una carta comperata a Stockolma, di recente pubblicazione, era segnata la continuazione di quella piccola strada sino a Gellivar; la strada invece da parecchio tempo progettata non è ancora stata compiuta ma prosegue solo per nove km. sino ad Ostanzid sul lago Vackyisure, a 66,38° di latitudine.
Dopo aver percorso 4235 km. mi vedevo arrestato a soli 90 km. dalla meta. Per quanto il passaggio del Circolo Polare in bicicletta fosse un fatto ormai compiuto, pure non mi bastava; partendo da Milano il mio obiettivo era Gellivar ed a qualunque costo ci dovevo arrivare. D’altra parte avevo cognizione certa di una strada possibile in bicicletta, che da Gellivar per Hakkas e Nandsum scende a Neder Kelix ed Haparanda.
Con molta fatica per la difficoltà della lingua, trovai due finni che parlavano anche il lappone, smontai la mia ‘Triumph’ e la chiusi in un sacco, in un altro ho posto il mio bagaglio e ieri mattina stessa mi misi in cammino colle due guide per compiere la traversata a piedi. Varcate alcune colline, dopo 4 ore di marcia, abbiamo raggiunto i primi campi lapponi sulle rive del lago Anaisure, nel piano compreso fra il torrente Anajokki e il monte Addojegge. 




Si contava di arrivare a Gelliver in due giorni circa, ma alcuni lapponi incontrati ieri presso Ligga ci avvertirono che, a settentrione, da una settimana il tempo è pessimo, la neve ha già fatto la sua comparsa: a soli sei giorni di cammino da noi una mandria di renne è già stata assalita da qualche lupo. Abbiamo quindi affrettato: arrivammo ieri sera alle imponenti cascate di Niommelsaska, che la Stora Lule forma uscendo dal gran lago di Lule; la foresta vergine che la circonda e la vista ell’Ananasvare formano un quadro magnifico!
Più oltre i pini vanno facendosi sempre più rari, finché nella vasta landa sorgono qua e là folti cespugli di betulla nana. Passammo la notte in una capanna lappone alle falde del Vousmaape, fu per me un’emozione grandissima indimenticabile! 
Il sole è tramontato alle 20,45, ma alle 22 ancora alcune nuvolette a ponente presentavano una leggiera tinta porporina; è stato un crepuscolo continuo, finché stamane alle 3, quando ci siamo messi n cammino, il cielo cominciava già ad indorarsi. In seguito però ad un vento gelido di settentrione l’orizzonte è andato man mano offuscandosi, tanto che quando raggiungemmo la vetta del Dundret, che sorge a sud-ovest di Gellivar, cominciava già a cadere qualche fiocco di neve.
 (R. Gatti)




….Wilkye non si era ingannato  sulla scelta della macchina, per procedere prontamente e con piena sicurezza  verso quel misterioso polo australe, che fino allora aveva opposto le sue immense barriere di ghiaccio agli arditi tentativi delle navi di tanti esploratori…
Si poteva dire, quasi con certezza, che egli stava per sciogliere felicemente la secolare questione sui mezzi meglio adatti per poter raggiungere quel punto, fino allora mai veduto da alcun essere umano. Se le navi avevano fatto cattiva prova, se le spedizioni pedestri erano terminate quasi tutte con un completo disastro, quella macchina leggiera ma solida, che poteva filare sopra gli immensi campi di ghiaccio con una velocità superiore a quella dei più agili od ai più rapidi steamers moderni, poteva riuscire nell’ardua impresa e trionfare pienamente sulla spedizione inglese che non disponeva che dei mezzi ordinari e assolutamente insufficienti in quelle regioni del freddo.




Era bensì vero che gli esploratori americani avevano appena allora cominciato il viaggio e che forse gravi pericoli li attendevano sull’immenso continente polare, il quale poteva preparare a loro delle tremende sorprese, ma pel momento dovevano essere soddisfatti ed anche sperare nella buona riuscita della spedizione. Infatti il velocipede funzionava perfettamente bene e divorava la via procedendo senza scosse e senza slittamenti, quantunque rimontasse la costa che era erta assai.
Le gomme dentellate pareva che si aggrappassero alla liscia superficie dei ghiacciai e guadagnavano terreno con tale velocità, che in pochi minuti i tre esploratori si trovarono sulla cima delle colline. Volsero gli sguardi verso la costa e scorsero, fermi dinanzi alla capanna, Bisby ed i sei marinai, che li salutarono per l’ultima volta agitando i loro berretti. - Addio amici! gridò Wilkye.
Un hurrà fragoroso fu la risposta, poi quei sette uomini scomparvero.




Il velocipede superata la cima, scendeva l’opposto versante, seguendo un burrone ricoperto di ghiaccio, muovendo diritto verso le immense pianure che si estendevano verso il sud, fino ai piedi della lontana catena di montagne scorta il giorno innanzi. In tre velocipedisti, mettendo in opera i freni per impedire qualche pericoloso scivolamento che poteva produrre dei guasti al motore, giunsero felicemente nella pianura, la quale scintillava sotto i raggi dell’astro diurno, come un immenso specchio. La temperatura non era più rigida come sula costa: oscillava fra i 3° ed i 5° centigradi sotto lo zero, accennando a rialzarsi allo zero, e qua e là si vedevano le tracce d’un imminente sgelo. Infatti dalle alture cominciavano già a scendere dei piccoli torrentelli che andavano a perdersi nella pianura e sotto al crostone di ghiaccio che copriva la terra, si udivano di quando in quando dei muggiti, che parevano prodotti dallo scorrere dei grossi torrenti. Qua e là s’aprivano poi delle fessure, dei lunghi crepacci che dovevano però rinchiudersi durante la brevissima notte, e dovunque si udivano crepitii e detonazioni. 




















giovedì 24 novembre 2016

L'HOMUNCULUS (5)








































Precedenti capitoli:

Lettera a un bambino (4/1) &















in riferimento allo specifico contratto matrimoniale:

Mentre nascevo...

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L'homunculus (6/1)













…Prima di addentrarmi in successive narrazioni…

(le quali come specificato all’araldo del Primo Passo di codesto sofferto e periglioso cammino, sempre in compagnia, oltre che del fido ronzino anche di una ‘eletta’ e poco raccomodabile schiera a cui poco è gradita sia la Rima che la sofferta Opinione espressa, giacché debbo specificare sia all’asino del fedele cammino sia al suo solerte allevatore, taluni sentieri percorsi… talché mi sembra obbligo ‘morale’ quanto ‘storico’ per l’acuto suo acume o intelletto, dono di un creatore di cui fece così raro tesoro nell’ingegno suo posto, questo par sottointeso non meno del ‘verbo’…, specificare, come qui dico e ripeto, il bivio là ove è solito segnalarlo o fors’anche impalarlo di una buona e costante ‘segnaletica’…: croce la qual accompagna sempre il sofferto cammino di chi Eretico per sua nobile e discreta e non meno umil Natura… Ad indicare così l’intento di chi esce dal Sentiero maestro specchio del devoto ma poco illuminato ingegno: fedele ronzino asino per sua nobile e diletta natura ‘carico’ del popolo che bela e lavora ed ogni tanto, o fors’anche troppo spesso, impunta lo zoccolo malfermo al bivio di un carico trascinato e sofferto o solo indeciso giacché sempre mulo del padrone a cui il devoto lavoro nobilita la ‘pentola’ caricata ad ogni ora dell’eterno giorno della sua ed altrui Storia priva di qualsivoglia giusta Memoria… E più non dico…)….




Volli esaminare il ‘contratto matrimoniale’ di mia madre, per soddisfare il lettore e me stesso su quei punti che esigevano un chiarimento; ebbi la fortuna di capitare sull’argomento che cercavo, dopo aver letto senza interrompermi soltanto un giorno e mezzo, mentre temevo di impiegarci almeno un mese…
Il che mostra in modo evidente che, quando uno si accinge a scrivere una storia, foss’anche soltanto quella di Pollicino con i suoi compagni o compari, conosce quanto i suoi calcagni gli ostacoli e i pasticci, in cui s’imbatterà cammin facendo, o i salti mortali che sarà costretto a fare tra una digressione e l’altra (giacché l’opinione è sempre poco gradita come la verità per ogni via…), prima di terminare o iniziare il Sentiero, o, come meglio si aggrada alla lingua e palato di un ‘illuminato’ destino di un popolo il qual ha confuso pentola e pendola alla eterna cucina della sua ed altrui gola la qual nominano talvolta ‘politica’ talvolta pasto gradito e ben saporito all’osteria ove il passo ed il cammino poco gradito… Ma io carico lo Spirito e con questo la ‘pentola’ augurando al suo ingordo ventre ‘buon appetito’ sempre e sottointeso di aver cura dello stomaco con cui nutre l’ingegno pur non essendo neppure quella nobile donna la qual mirava Spiriti invisibili presso la sua dimora… ma forse questa è tutt’altra ‘materia’… al cospetto di chi danza un altro e diverso tempo della Storia…




…Uno storiografo potrebbe trascinare la sua storia come un mulattiere trascina il suo mulo, dritto filato, senza mai sostare per esempio da Roma a Loreto, e senza mai voltare (né pagina né rigo privato del devoto inquisitore… della storia…) né a destra né a sinistra; allora forse potrebbe riuscire a prevedere l’ora in cui pensa di terminare il Viaggio. 
Ma un tal comportamento, moralmente parlando, è impossibile perché, se è una persona dotata di un po’ di Spirito, devierà almeno cinquanta volte dal cammino diritto per unirsi durante il Viaggio, ora ad una compagnia ora ad un’altra, e codesto inconveniente, se così vi piace nominarlo, non potrà essere evitato. Sempre nuove vicende e nuovi avvenimenti (e non certo i soliti che la sofferta e limitata Memoria ci riserva nell’ortodossa mulattiera di codesta via…) lo solleciteranno e non potrà stare a lungo fermo a guardarli, ma, prima o poi, prenderà il volo se ancora sa volare…
Avrà inoltre
situazioni da armonizzare,
aneddoti da cogliere,
dediche da redigere,
racconti da legare assieme,
tradizioni da vagliare,
personaggi da presentare,
panegirici da affiggere alla porta,
barzellette e buffonate: tutti obblighi da cui, naturalmente, sono esclusi tanto l’uomo o l’homunculus che il suo mulo…

E, per finire, vi sono pezzi d’archivio da esaminare a ogni passo, che l’amore di giustizia ogni tanto esige che si leggano. In breve, non si arriva mai alla fine di un tal lavoro… Da parte mia, dichiaro d’aver impiegato ben sei settimane (e cercavo di fare tutto a gran velocità come i tempi moderni richiedono) per narrarvi e porre all’attenzione del prezioso palato di codesti nobil-uomini quanto avete letto sinora e, notate, non sono ancora nato: INTENDO DIRE COME PRECEDENTEMENTE ESPRESSO che ho potuto dirvi ‘quando’ ciò accadde, ma non ‘come’; lo vedete anche voi che la cosa è ben lungi dall’essere realizzata… 

















domenica 20 novembre 2016

INTERMEZZO VENATORIO: il cacciatore














































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Intermezzo venatorio (2)













Arrivai all’Albergo della Posta a Martigny verso le quattro del pomeriggio…
‘Perbacco!’ dissi al padrone posando il bastone nell’angolo del camino e aggiustandovi sopra il mio cappello di paglia ‘c’è una bella trottata da Bex fin qui!’.
‘Sei piccole leghe nostre, signore’.
‘Che son poi circa 12 leghe di Francia! E di qui a Chamonix?’.
‘Nove leghe’.
‘Grazie. Fatemi trovare una guida per domani mattina alle sei’.
‘Il signore va a piedi?’.
‘Sempre’.
Compresi che se le mie gambe crescevano nella considerazione del mio ospite, ciò avveniva certamente a spese della mia posizione sociale.
‘Il signore è artista?’ continuò l’albergatore.
‘Pressappoco’....




‘Il signore pranza?’.
‘Tutti i giorni, devotamente’.
Infatti, siccome i pranzi sono molto cari in Svizzera, e ognuno costa quattro franchi, prezzo fisso sul quale non è possibile ribattere nulla, nei miei programmi di economia avevo già da tempo tentato di rifarmi in qualche modo su quest’articolo; finché, dopo lunghe meditazioni, ero riuscito a trovare una via di mezzo tra la rigidità scrupolosa degli albergatori e la ribellione della mia coscienza: si trattava di non alzarmi da tavola se non dopo aver mangiato per un valore di almeno sei franchi; in tal modo il mio pranzo veniva a costarmi soltanto quaranta soldi.
Naturalmente, vedendomi accanito all’opera e sentendomi dire: ‘Cameriere; replica!’, l’albergatore borbottava tra i denti: ‘Ecco un inglese che parla maledettamente bene il francese’.
Si vede che l’albergatore di Martigny non era profondo nella scienza fisiognomica del suo compatriota Lavater dal momento che osava pormi questa domanda piuttosto impertinente: ‘Il signore pranza?’.
Quand’ebbe inteso la mia risposta affermativa: ‘Il signore è capitato bene oggi’  continuò ‘abbiamo ancora dell’orso’.
‘Ah! Ah!’ feci, mediocremente entusiasta dell’arrosto ‘E’ buono questo vostro arrosto?’. L’albergatore sorrise scuotendo la testa con un movimento dall’alto in basso, che poteva tradursi così: ‘Quando lo avrete assaggiato, non vorreste mangiare altro’.




‘Benone’, ripresi ‘e a che ora si pranza?’.
‘Alle cinque e mezza’.
Guardai il mio orologio; erano soltanto le quattro e dieci: ‘Bene; giusto il tempo d’andare a visitare il vecchio castello…’.
… Quando rientrai, gli altri viaggiatori erano già a tavola: gettai un’occhiata rapida e inquieta su di loro; tutte le sedie si toccavano, e tutte erano occupate; ero senza posto!... Un brivido mi passò per la schiena, e mi voltai per cercare l’albergatore. Era dietro di me. Mi parve di scoprire sulla sua faccia un’espressione mefistofelica. Sorrideva!
‘Ed io’ gli dissi ‘ed io, disgraziato!’.
‘Guardate’ mi rispose, indicandomi col dito una piccola tavola a parte, ‘guardate: ecco il vostro posto! Un uomo come voi non deve mangiare con tutta quella gente là’.
Oh il degno discendente degli Octodurii! Ed io che avevo pensato male di lui! La mia piccola tavola era apparecchiata meravigliosamente. Quattro piatti formavano la prima portata, e in mezzo troneggiava un arrosto d’un aspetto tale da far vergogna a un ‘beefsteak’ inglese!
L’albergatore vide che esso attraeva tutta la mia attenzione. Si chinò misteriosamente al mio orecchio: 
‘Solo.... 

(Prosegue...)