giuliano

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IL TOMO

venerdì 23 settembre 2016

IL PALCOSCENICO DELLA VITA (coro a due voci nel Sentiero dell'Autunno) (26)










































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Tutti (noi Perfetti) morimmo a stento con solo la voce del silenzio (25/1)

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Il palcoscenico della vita (27)














La necrofolia moderna…
Il credo nella materia è una fede nella morte. Il trionfo di questa forma religiosa è una macabra aberrazione. La macchina attribuisce alla sostanza inerte una realtà vitale illusoria.
Anima la materia.
E’ uno spettro.
Collega fra loro gli elementi manifestando una certa ragione. Dunque è la morte che, con un lavoro sistematico, simula la vita. Mente in maniera ancor più flagrante dei giornali, che lei stessa provvede a stampare. Poi distrugge il ritmo umano con un’azione ininterrotta del subconscio. Chi resiste tutta la vita accanto a questa macchina dev’essere un eroe; chiunque altro ne sarà annichilito. Da chi ne è soggiogato non può più venire alcuna emozione spontanea. Neppure attraversare un penitenziario riesce ad essere spaventoso quanto percorre i padiglioni assordanti di una moderna stamperia (o una piccola ed inetta filiale…).
Rumori animaleschi, liquidi maleodoranti, tutti i sensi orientali al bestiale, al mostruoso, che è al tempo stesso fantomatico.
Dar forma, partendo dal mondo spirituale, ad un organismo vivo, capace di reagire alla pressione più lieve!




…In città… sono stato una volta studente…
E’ un periodo della vita, in cui non si sa mai che cosa fare di preciso, quindi sono andato a vedere i quadri di Holbein e Bocklin, mi sono arrampicato su per gli archi delle torre del duomo e ho fatto tappa anche davanti a tre piccoli banchi vuoti, dove il giovane professor Nitzsche di Namburg ha dissertato sui greci. Allora per me ‘la città’ era quella degli umanisti. Stavolta rischia di diventare la città dei beccamorti, delle stravaganze della fiera e delle anomalie, perché ho l’impressione di essere diventato una curiosità di fronte a me stesso, qualcosa di strampalato, un becchino.
Se devo prestar fede a quel che dice chi mi sta accanto, questa città è la scopa morale e, per così dire, l’occhio vigile di Argo sulla Svizzera. Chi si azzardasse a prender dimora qui anche solo per scherzo, senza dichiarare chi erano la madre e la nonna e le antenate fino alla sesta generazione, avrebbe qualche sorpresa non proprio piacevole.




Chi alla domanda imbarazzante su quale sia la sua professione su questa terra, fosse colto da un tic nervoso, pur subito smorzato, si troverebbe, senza tanti complimenti, oltrefrontiera nel giro di ventiquattr’ore e da lì rispedito dov’è domiciliata la sua glossolalia.
…Basilea (e sue consimili sparse per ogni dove… dall’uno all’altro oceano…) non ha un senso per l’immacolata concezione e neppure per chi ha qualche titubanza nel parlare. Se qualcuno ha un peso nel cuore o sulla coscienza, che poi è lo stesso, suona il tamburo per farsi capire. Se l’idea che ha del mondo gli procura qualche pena, suona il tamburo un po’ più forte. Ma quando riscontra un turbamento più serio, tale da far sospettare una menomazione, batte così forte che gli devono ingessare le braccia.
Solo una volta si suona l’adunata generale.
La cittadinanza si raccoglie al gran completo.
Si smaltiscono d’un colpo le energie accumulate, senza badare a rango, posizione sociale e decoro, in rullii, vibrazioni e molteplici cadenze. E’ una vera orgia di rumori assordanti, in un giorno che vede le più svariate e severe penitenze e preghiere.
Vengono a galla convulsioni inaspettate.




Tutto quel ch’è sommerso e nascosto si riversa all’estremo appello del tamburo. Si commemorano amici e familiari defunti; un ricordo va anche alle gioie di questo mondo e, in una prospettiva più ampia, alle esecuzioni, fucilazioni, battaglie storicamente documentate e a tutto quel che v’è di militare. Si ricordano tutte le ordinanze dei magistrati, le carestie, le catastrofi causate da inondazioni e incendi, le pestilenze e i taglieggiamenti. In una parola, si rievocano le istituzioni e i fatti luttuosi di questa oscura esistenza, per scacciarli dall’anima a colpi di… tamburo…
Qui praticamente tutti portano il tamburo come amuleto al collo o ciondolo per catenina dell’orologio. E’ il ventre del tempo, che fa sentire i suoi astiosi brontolii, è la chiamata alle armi di intere generazioni. Dopo ogni esibizione, ci sono dodici mesi di tempo per escogitare una variante del tremolo, perciò chiunque fa il guardiano dello strepito altrui e lo sfida con il timballo. E si può dire che, in certi periodi, le grinze sulla fronte assumono tali dimensioni che al Giudizio universale uno di Basilea, provocando, con il tamburo, brividi d’orrore, quali non si sono proprio mai visti, trascinerà tutti gli altri nell’Orco più tenebroso.
Il frastuono del tamburo ti distrugge…
Se preso per allarme o sveglia, come s’usa nelle caserme, richiama la resurrezione dei morti. Forse è il caso che mi chieda (come quel viaggiatore…) che ci faccio qui con questi… E’ come fosse la città più tetra dell’intera Germania.
Qui non mi posso aspettare nulla di buono!

Sono arrivato con il mal d’ossa come fossi sceso da un albero ed i reumatismi con dolori lancinanti come coltellate infilate sulla schiena…






















sabato 17 settembre 2016

L'AUTUNNO (21)











































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L'Autunno (22)

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Il Mouseion (20)














 In ogni Autunno il compito non stava nel raccogliere la legna e destinarla al normale componimento che ci dona la stagione del Tempo (questo il segreto dello Sciamano del bosco…).
In quel dì di Novembre la preghiera è di altra natura.
Gli spiriti vanno raccolti affinché le voci assieme ai loro ricordi non rimangano muti. In verità sono rinati in nuovi elementi che ora raccontano l’infinita strofa.




La sinfonia della vita… non vista…
Questa eresia strana, che solo a raccontarla potrebbe essere bruciata come una pianta, un tronco, un ramo secco, va narrata per la gloria celata a cui la verità è stata per sempre condannata.
Il grande componimento della vita ora inizia la sua vera rima. E quando la neve scende ad imbiancare la vallata, il vecchio albergatore la saluta con una preghiera mai raccontata.




Immobile rimane a contare le ore come apostolo di una diversa dottrina: come uno Sciamano contempla e parla alla Terra. Il Tempo è assente in quel lungo dialogo, perché ogni frammento e fiocco di neve è come un nuovo albero risorto. Ogni foglia di nuovo narra la sua infinita storia perché ognuna diversa dall’altra. Ogni albero raccoglie la rima come il grande Tomo della vita. Ogni fiocco di neve torna al suo principio: cade nello stesso identico posto dove ha dimorato una Primavera e una Estate intera.
Nulla per il vero è morto.




E quando rimango immobile ad udire tutto quel silenzio, quel rumore di vita pronta a morire per poi rinascere nel suo infinito dire, tanti segreti apprendo e prego… tanti frammenti in quell’invisibile Universo…
Anni dopo, per mio diletto, fotografai il loro volto, per scoprire come ogni anima ha un disegno perfetto: una bellezza delicata raccolta in ogni pagina come una strofa imprigionata nel destino nominato vita. 
Una musica strana di cui ascolto e odo ogni singola nota.




La compongo per il diletto di questa storia segreta… eretica preghiera…
Ho atteso la loro rima come un uomo strappato dalla vita e gettato in un sogno, e da quella poesia… non riesce più a farne ritorno. Quella vita da loro narrata e vissuta non è figlia di questo frammento di Tempo raccolto e bruciato come l’anima a cui si vuole purgare un peccato mai consumato.
Per questo ho atteso con apprensione, ora che la vita domina un villaggio nominato progresso, il ritorno di ogni elemento a cui il loro misero Tempo destina il fuoco delle ore. A cui la creazione destina il fuoco che allontana ogni tremito, come fosse il freddo della morte a cui non sanno dare un nome.
Forse perché vivono nell’illusione della vita.
Forse perché vivono l’illusione dell’Inverno.
Forse perché hanno paura della morte.




Così come dicevo, quando arriva l’Autunno mi raccolgo vicino al bosco, e quando la neve lenta si posa su ogni foglia dell’albero della vita e ne imbianca la cima, io ascolto la voce che si fa’ rima…
Ascolto e leggo il libro della vita.
Non provo freddo… e parlo con il vento.
Non provo solitudine, odo tante voci come se la sala del mio vecchio albergo fosse rinata entro il mio invisibile Tempo.
Prima non riuscivo più ad udire verbo nella stagione del loro incompreso Tempo, ora ascolto ogni frammento, ogni proponimento, ogni pensiero del Primo Dio risorto.




La sala in quel momento senza Tempo è colma di tutti gli ospiti di questa eterna nostra avventura, la vestono con i nuovi colori della loro invisibile natura. Ora che il Tempo trema entro la sua strana ora, una cella fredda, una sala scaldata dal fuoco della passione entro il mito nominato istinto, temono la verità soffocata dal vino…, mentre adoro e parlo con Dio.
La sala ora si adorna, è l’Autunno che accende ogni colore come una stella che muore del proprio dolore, ed i colori, quando la linfa della stagione forma la strofa di un’altra vita, danno illusione di una morte sospesa… mentre la neve adorna il ricordo e simmetrico disegno non scorto si posa in ugual ramo di una morte prematura. 

(Prosegue...)









venerdì 16 settembre 2016

L'AUTUNNO (23)































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L'Autunno (22)  (21)

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L'Autunno (4)













...Studia per ogni bestemmia detta con la complicità divenuta preghiera.
Ridevi così all’invisibile strofa mentre lo spirito acquista nuova vista sì che la tua rima concime di vita, mentre contrasta lo spirito dell’invisibile stagione non ancora venuta, rinasce e narra la storia a te per sempre celata (e giammai riconosciuta) per ogni violenza compiuta…
Ecco il mistero di questa immonda eresia: tu cerchi il calore della vita all’albero della tua ultima venuta, io vago nel freddo senza Tempo dell’opera taciuta e la vista coglie lo spirito (prigioniero) della vita in ogni opera che tu pensi compiuta… perché scritto nella materia della tua visibile (e Seconda) natura…




Rimase immobile nel ricordo racchiuso nel sogno della linfa specchio di una foglia, lui che fu privato ed ingannato della vita ora con una corda è trascinato lungo la via, lui che non voleva morire e donava solo memoria, ora su un  fuoco dovrà patire il rogo per tutte le vite di troppe eresie all’ombra di uno stretto cortile che conta l’ora della fine.
Lui che indicò il pensiero ad ogni illustre o stolto forestiero, lui che indicò la via quando il caldo soffocava l’ora e il sudore di un ricordo antico scendeva goccia a goccia da un viso d’improvviso impietrito, come una paura raccolta da una fuga agitata, un frutto, ricordo di un sogno interrotto: stanchezza che sa’ di paura taciuta poi   una sete agitata, un attimo di salvezza ed il pensiero torna vivo nell’invisibile frescura di un ombra scura…: il viandante risorge alla sua nuova natura… Solo un incubo raccolto da una fatica dura, Prima anima racchiusa nello specchio di un lenta tortura prigioniera di una Seconda natura…




Lui che parlava come una rima racchiusa all’ombra della sua poesia, ora tagliano e deturpano ogni suo frammento, immobile ed eterno nell’apparenza di un tronco di legno non ancora sepolto al fuoco dell’architettura nominata vita, lui come un fante in questa guerra ora è trascinato via… a miglior vita…
Mi ricordo di loro in questo momento senza Tempo, in questo grande albergo, ma sono solo uno Straniero come una foglia al vento di un lungo inverno coperto di neve, chi mi vede ha la strana visione o forse solo illusione, ma per taluni è assoluta certezza, di un pazzo vicino ad un bosco, immobile come una preghiera del Tempo privato della parola.




Immobile e coperto di neve in questo specchio di Tempo riflesso nell’ora nominata Autunno, calendario di una antica litania che vorrebbe essere vita,  certezza costretta ed ancorata ad un lento patimento all’urlo ingordo di una bufera che spazza e cancella ogni cosa perché così è la storia, lasciando solo cenere al vento perché lo scheletro anche privato di ogni foglia è troppo bello esposto a quel tormento, ed ugual viandante al fresco di un primaverile ricordo rimembra il sogno al suo cospetto divenire silenzioso rispetto.




Mira la stessa via ed il pensiero muta in preghiera fors’anche invisibile eresia: un poeta ad ugual vista divenne profeta, un viandante mutò la sua seconda natura, un boia seppellì la sua corda, un soldato depose la sua spada e contemplò di nuovo la vita, un prigioniero mi narrò l’intera sua via quando il ramo spezzò la cima della corda che lo teneva stretto alla soffocata vita, una donna cercò l’amore scoprendo la foglia della sua ugual natura, un bambino trovò il seme dell’intera sua esistenza divenne nuovo profeta, un affamato mi accarezzò un ramo e io appagai la fame della sua venuta, un prete bigotto, invece, lo spezzò per farne un bastone, poi accese un fuoco con decisione: dalla fiamma di quel ricordo divenne cacciatore e ad una strega fanciulla senza più onore rubò la segreta natura mentre quella gridava nella violenza taciuta del suo dolore… foglia caduta…




Anch’io feci la stessa sua fine e lo scheletro della prematura sepoltura non allieta neppure la vista dell’ingorda natura, strada nuda che all’ombra del mio ricordo ora non matura più il sogno, ed il volgo muta la sua Prima Natura racchiusa nella visibile materia che trasuda invisibile onda: un traliccio color acciaio dove un mare agita e smuove ogni ricordo… nella falsa certezza nominata parola… rima di un falso progresso in nome del mio patimento, morire a stento foglia bruciata all’onda del vento… 
Ora l’Inverno della prematura fine della Natura si avvia al convento della Storia, sempre la stessa, certo più brutta e volgare della semplice e povera foglia, ma grazie a quella ogni pensiero compie la sua lenta evoluzione e all’ombra del fumo della falsa dottrina ogni morte si avvicina. Un frammento di neve mi sussurra nella pagina della sua nuova venuta una strofa una rima, simmetria della vita, mi narra la strana avventura entro la carne nominata vita perché....

(Prosegue...)









TEONE (18)



















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Quadratura del cerchio Cerchiatura del quadro (17/1)

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Teone (19)














25 milioni di uccelli ogni anno uccisi nel Mediterraneo uccisi a colpi d’arma da fuoco, catturati con le reti o incollati ai rami: sono 25 milioni gli uccelli selvatici uccisi illegalmente ogni anno nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, con l’Italia (fino a 8 milioni di uccelli uccisi all’anno, tra cui passeriformi come fringuelli e frosoni ma anche grandi rapaci) ai primissimi posti della triste classifica. Lo afferma il nuovo report The killing  presentato alla Birdfair 2015/6, in Inghilterra, da BirdLife International, un report realizzato con i partner dell’area mediterranea compresa Lipu-BirdLife Italia. Per la prima volta su vasta scala, BirdLife ha così potuto effettuare delle stime del numero di uccisioni illegali effettuate nei singoli paesi.




I dati del report di BirdLife rivelano una realtà spaventosa, una vera e propria minaccia per la biodiversità. L’80% delle uccisioni stimate (pari a 20 milioni di uccelli in totale) si concentrano in 10 Paesi. Al primo posto l’Egitto (5,7 milioni) cui segue l’Italia, con 5,6 milioni in media di uccelli uccisi (il numero è compreso tra i 3,4 e gli 8,4 milioni), poi Siria (3,9), Libano (2,6),Cipro (2,3). Chiudono la classifica delle top ten la Grecia (700mila uccelli uccisi ogni anno, la Francia, la Croazia e la Libia (500mila ciascuno), l’Albania (300mila).
Tra i metodi crudeli utilizzati ci sono gli abbattimenti con armi da fuoco, la cattura con le reti, la colla sui rami e l’utilizzo di suoni registrati per attrarre gli uccelli nei luoghi attrezzati con trappole illegali. Tra le vittime più frequenti dell’illegal killing nel Mediterraneo compaiono il fringuello (2,9 milioni di esemplari uccisi ogni anno), la capinera (1,8 milioni), la quaglia (1,6 milioni) e il tordo bottaccio (1,2 milioni), oltre a specie classificate come vulnerabili dalla Lista rossa come il chiurlomaggiore.




In Spagna e in Italia tra le specie minacciate che risultano vittime della caccia illegale ci sono il capovaccaio e il nibbio reale, oltre che l’aquila imperiale spagnola (in Spagna) e l’anatra marmorizzata (in Italia). Parlando di singole aree, la peggiore per illegal killing risulta essere Famagosta, a Cipro (690mila uccelli uccisi), mentre Malta presenta il maggior numero di uccisioni per chilometro quadrato.
I dati sull'Italia, anticipati in sintesi dalla Lipu lo scorso 21 maggio a Roma in occasione del convegno parlano di una strage di fringuelli (tra i due e i tre milioni), pettirossi (300/600mila), frosoni (200mila/1 milione) e storni (100/500mila). Le specie minacciate di estinzione più colpite dalla caccia illegale nel nostro Paese sono l'anatra marmorizzata, da 1 a 5 esemplari colpiti (pari 50% della popolazione nidificante), il nibbio reale, da 50 a 150 esemplari coinvolti (pari al 30% della popolazione nidificante) e ilcapovaccaio, tra 1 e 5 esemplari colpiti (20% popolazione nidificante)




“ll report mostra la terribile entità del fenomeno illegal killing nel Mediterraneo – dichiara Patricia Zurita, direttore generale BirdLife International – Le popolazioni di alcune specie che un tempo erano abbondanti in Europa sono ora in declino, con numeri persino in caduta libera”. “Gli uccelli selvatici, un immenso patrimonio di tutti e che non conosce confini nazionali o internazionali – aggiunge Claudio Celada, direttore Conservazione natura Lipu-BirdLife Italia – si meritano delle rotte migratorie, dette flyways, più sicure. Chiediamo dunque che l’Europa e l’Italia, quest’ultima in particolare con un Piano antibracconaggio nazionale e un inasprimento delle norme, incrementino gli sforzi per la conservazione e la condanna delle illegalità, prima che sia troppo tardi”.
Il report è disponibile in versione completa Classifica dell'Illegal Killing nel mediterraneo Uccelli illegalmente uccisi/catturati ogni anno (min – max)



























1. Egitto 5,700,000 (741,000 – 10,600,000)

2. Italia 5,600,000 (3,400,000 – 7,800,000)

3. Siria 3,900,000 (2,900,000 – 4,900,000)

4. Libano 2,600,000 (1,700,000 – 3,5000,000)

5. Cipro 2,300,000 (1,300,000 – 3,200,000)

6. Grecia 704,000 (485,000 – 922,000)

7. Francia 522,000 (149,000 – 895,000)

8. Croazia 510,000 (166,000 – 855,000)

9. Libia 503,000 (325,000 – 680,000)

10. Albania 265,000 (206,000 – 325,000)

11. Spagna 254,000 (103,000 – 405,000)

12. Tunisia 139,000 (50,400 – 227,000)

13. Serbia 133,000 (104,000 – 163,000)

14. Montenegro 130,000 (64,000 – 197,000)

15. Malta 108,000 (5,800 – 211,000)

16. Territori Autorità palestinese 89,700

(70,000 – 109,000)

17. Portogallo 82,400 (32,400 – 133,000)

18. Marocco 74,400 (23,400 – 125,000)

19. Turchia 59,100 (24,400 – 93,900)

20. Bosnia ed Erzegovina 34,700 (22,400 – 46,900)

21. Algeria 28,900 (17,500 – 40,300)

22. Slovenia 21,900 (140 – 43,700)

23. Giordania 17,300 (13,000 – 21,600)

24. Macedonia FYR 2,100 (600 – 3,700)

















domenica 11 settembre 2016

QUADRATURA DEL CERCHIO CERCHIATURA DEL QUADRO (il sogno di Giuliano) (16)






































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Quadratura del cerchio Cerchiatura del quadro (15/1)

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Quadratura del cerchio Cerchiatura del quadro (17)











IPAZIA

Quasi venti anni fa, quattro neonati furono portati nella foresta, dov’era stato costruito per loro un palazzo. Ciascuno d’essi ebbe un alloggio a parte, in un ambiente da cui non è mai uscito. I primi amori ricominceranno e vedremo quel che accadrà!

VOCE

Benissimo… Vai avanti così!...

IPAZIA

Perduto, è il tempo, in quanto ci sta alle spalle, è già passato… ma perduto, anche, nel senso più grave e profondo, perché è stato sciupato… lo si è lasciato trascorrere senza andare a fondo del suo potere di seduzione… della sua verità… o della felicità incorruttibile che esso contiene!

VOCE

E allora?... Chi è Lei?... Chi è?... Beatrice? Eva? Ottilia? Ipazia?... Una maschera che si mette una maschera sulla maschera per perdersi nei sessantasette livelli di fuga tra i libri?

IPAZIA

Il tempo non è come una linea dritta. Ogni tanto si attorciglia. E se uno va veloce come la luce, tutto il suo passato, come un filo, si arrotola in un unico gruno di tempo. L’eterno presente!

VOCE

L’avete sentita?... E’ un cerchio perfetto, quello, no? Quello da quadrare. Una tempesta di chicchi senza passato né futuro. Ecco il suo posto presente! Stare col suo anello e danzare fuori dal tempo!

IPAZIA

Se tutte le cose fossero fatte sparire dall’Universo, spazio e tempo, sparirebbero anche essi. Mentre per Newton lo spazio assoluto sarebbe ciò che resta, se Dio annientasse la materia.

…Però… se il tempo assoluto sta in un cerchio… allora…

VOCE

Allora ci viene voglia di essere tutti. Di non finire. Di avere più tempo. Più vita. Più vite. Dove vanno, i personaggi dei libri quando finisci di leggerli? Ma anche tra una pagina e l’altra, mentre li sfogli… dove vanno? Cosa fanno? Si nasce, al mondo, in molte forme: albero, pesce, fiume, farfalla… donna… uomo… Eretico…

(M. R. Menzio, Spazio, tempo, numeri e stelle)







IL SOGNO DI GIULIANO (Cerchiatura del quadro)


Parto poi torno, materialmente e con la memoria.
Tutti dovremmo avere memoria storica, genetica, morale,
ho scoperto però non essere una prerogativa umana,
una dote essenziale.
Parto poi torno e talvolta è come se non fossi mai nato,
o mai morto nella riva del torrente dove ricordo.
Nella riva del fiume dove dormo.
Nella tenda dove ascolto,
nel grande bosco dove prego.
Parto poi torno con la memoria
e il sogno che nulla scorda
in questa grande terra che non conosco,
in questa valle di cui non ricordo il nome,
per questa montagna che ogni anno che passa
trovo cambiata, mutata, rinsecchita.
Parto poi torno, cercando ogni volta una fuga,
una possibile strada di sopravvivenza.
Parto e poi torno dai tanti libri che mi ‘volano d’intorno’,
dalle tante pagine che mi fanno capolino,
dalle tante verità che mi scrutano mute,
dalle eterne parole che mi chiedono attenzione.
Attento il sentiero è periglioso!
Attento la valle è insidiosa!
Attento alle genti, pur la bella rilegatura,
evocano un’immagine impressa quale scudo araldico,
di una difficile lingua sull’antica copertina. (1)

Le stagioni che modellano il luogo sono dure,
gli oscuri passi dove talvolta scruto muto
l’espressione dei viandanti e abitanti, conserva tristi pagine,
pensieri lontani non in sintonia con la bellezza dei panorami.
Parto e poi torno nei miei e altrui ricordi,
e se evocarli può arrecare dolore,
se leggere la verità può portare rancore…..,
salgo sull’alto ripiano, cammino lento nell’altipiano,
scruto attento nella memoria,
cerco riparo là dove non sono accetto,
scavo scrupoloso nell’archeologia dei lineamenti,
fra una pagina e l’altra, fra una lacrima e l’altra,
fra una risata e l’altra, fra una presunzione e l’altra.
I ricordi vagano fra un gradale e l’altro,
che con puntualità da ‘bottegaio’ apro nell’oscura bufera
dove ho dormito, sognato, e immaginato.
Fra una pagina e l’altra vi è vita,
quella che ci fu negata nella lenta traversata,
sulla triste collina,
nel duro campo,
sulla difficile linea,
nella squallida baracca,
nella fredda e calda tenda,
nell’innominata chiesa,
nell’antico mulino,
vicino al fiume nel ricordo di una prateria,
un deserto, una distesa di ghiaccio,
un caldo lago e un silenzio che è solo l’inizio.
Un immenso ghiacciaio e una mare di verde, prima.
Una lancia appuntita, e una grande traversata, poi.
Una roccia, un frammento, una cascata, una via verso la vita.
Verso la verità.
Verso il ricordo,
sull’uscio della caverna,
dove ho abbandonato vita e dignità,
morale e decoro,
disciplina e responsabilità.
Amore e affetti,
vita e morte,
tempo e luogo.
Responsabilità e apparenza.
Salgo piano dalla collina alla montagna,
schivo i dardi, cerco accorto il sentiero,
studio attento la cartina,
guardo incosciente il panorama: attraverso l’occhio digitale
di un pensiero divenuto occhio magico della memoria,
attraverso l’anima di ciò che pensano senza anima,
attraverso la parola di chi non ha parola,
attraverso la pazzia di chi non conosce cura,
attraverso la cura di chi conosce il raro dono della ‘pazzia’,
attraverso pagine e ricordi scritti,
attraverso parole e sogni mai svelati,
attraverso libri ancora da scrivere, e altri per sempre dimenticati,
pagina per pagina;
respiro che diventa rantolo…poi pian piano sudore,
rancore, pietà e rumore.
Frammenti nel vicolo che diventa sentiero,
passo e fuga,
aria più tranquilla dicono, rarefatta;
roccia armoniosa, polmoni aperti,
più ossigeno per la via che diventa impervia,
per la solitudine che ti osserva,
per la roccia che ti scruta,
per l’acqua che ti parla
….e per il cacciatore che a fondo pagina ti punta.
Passo veloce per il corpo che corre,
per la pagina che finisce,
per il tomo che si chiude;
paura che prende, sangue che sgorga, anime in fuga,
vendette in agguato, odio non pagato.
Croci in cima alla vetta,
fosse vicino alla cantina,
sentieri prima della mèta,
storie che dominano la vita.
Il sudore si asciuga, il piede si riposa,
la parola dopo il pensiero traccia l’icona alla fine della via,
della strada, dell’affollata piazza,
alla fine dello stretto vicolo prima del mercato,
dove i ricordi diventano vivi, dove il calore divampa,
dove il condannato fu trascinato senza motivo,
dove la sentenza non ha repliche,
dove gli stracci e l’umile sacca sono più pesanti dell’anima,
dove lo sguardo nascosto è mutato nell’odio,
di volti come maschere prestati alla disciplina,
di chi mai appare perché il suo nome è solo un inutile confine,
che diventa Impero e poi solo un lungo tormento.
Il ghigno di chi ha sentenziato diventa tortura e la memoria dolore,
il freddo verità,
la povertà tua sola sostanza,
il tremore passo incondizionato di fuga e riparo,
l’onestà la colpa.
La cima l’estremo sacrificio, il fuoco l’ultimo ricordo.
Il sogno segna il passo.
L’incontro un libro scritto o forse ancora non del tutto …pregato.
La preghiera diviene litania,
e uguale componimento nelle pagine della storia,
la frase sconnessa l’oracolo di tanti e troppi Dèi dimenticati.
E …mai pagati!
La moneta ti osserva, il tempo la comanda.
La ricchezza ti scruta, la potenza l’orienta.
La volontà la sveglia, il sangue s’appresta, l’orgoglio avanza.
Il tempo, suo compagno, ti inganna, mentre contempli il tutto che danza.
Il tempo ritorna in cima alla vetta,
in cima alla stanza,
dove il libro sporge con incuranza e evidenzia una verità che parla,
e non vuol essere contata.
Una verità che segna il tempo e non vuole tempo,
che gela le membra, che annebbia la vista,
che duole fin dentro le ossa,
quelle dei vivi e quelle dei morti
…e quelli che moriranno ancora.
Il tempo in essa spera e comanda,
mentre la cima con orgoglio ritrovato contempli,
come un vecchio tomo mai morto,
come una vecchia stampa che ravviva i ricordi.
Sembra facile, per taluni, andare e tornare,
sembra facile per alcuni andare e parlare.
Ma io che non conosco moneta e tempo,
dovrò patire gli inganni della storia;
ed io che non conosco e non prego croci,
su una croce di legno segneranno la mia moneta,
e il tempo di chi la conia.
La rabbia ci assale,
nel ricordo del sentiero cancellato,
nella certezza di un inganno mai raccontato.
Se anche lo fosse, ed è,
il tempo e denaro non permettono l’indugio della verità.
La verità ammirata, annusata, respirata, contemplata, pregata e pianta,
nell’angolo di un torrente, nell’antro di un caverna, nel fitto di un bosco,
al margine di una vecchia mulattiera,
vicino ad una lapide,
un sasso che parla,
una croce che urla,
un granaio che brucia,
una casa che piange,
una donna che fugge,
uno sparo che insegue,
una fila di cadaveri che compare invisibile,
una corda che pende,
il silenzio di un urlo…e nessuno che ha udito.
Volti che piangono,
volti che scompaiono,
anime che imprecano,
vendette che esplodono.
Ma nel fragore di tanto silenzio qui o lassù,
tutto il tempo che è e ci è appartenuto, muove l’anima,
fa vibrare l’oscuro sentimento dell’oracolo,
dello sciamano,
del pazzo.
Pazzi per secoli, abbiamo contato tempo e denaro,
per il Dio del sacrificio.
Pazzi per millenni abbiamo confuso ragione e sentimento,
verità e preghiera, Dio e Diavolo.
In cima alla via, in fondo alla valle, hanno chiuso il libro
che per millenni si è aperto ai nostri occhi,
hanno eretto croci e segnato vie e sentieri,
cancellato pietre e montagne,
mari e civiltà, anime e universi,
di un mondo e una natura che parla la sua lingua,
la sua storia,
il verso del tempo e del luogo,
il geroglifico stratigrafico della pietra…
…nostra compagna che impreca, che suda, che scorre e arma.
Il tempo dell’essere ed appartenere,
la moneta di un più giusto e probabile Dio. (2)

Così ora, tra una pagina e l’altra,
che dono come panorami mai morti della natura umana,
che offro come acqua preziosa,
come un fiume dove non ci bagnammo mai due volte,
ma che tanto sangue ha visto scorrere,
compongo in frammenti,
sentieri e strade,
fra scenari da non dimenticare,
fra vallate da ricordare,
fra case da contare,
fra sogni da numerare,

fra guerre da fotografare....