giuliano

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IL TOMO

lunedì 17 agosto 2015

I PUPARI (dell'economia)




                 












Precedenti capitoli:

Dietro le scene (2/1)













Traffico di droga uguale riciclaggio!
E' impossibile che i profitti derivati dal commercio di stupefacenti giungano ai
beneficiari per vie legali. Da qui la scelta della clandestinità...Per tre (3) moti-
vi: il carattere illegale dell'affare; le eventuali restrizioni all'esportazione di ca-
pitali; la naturale prudenza di spedizionieri e destinatari.
Poiché le manovre finanziarie necessarie per riciclare il denaro sporco possono
venire effettuate integralmente dalle organizzazioni interessate - cui fanno difet-
to le competenze tecniche necessarie -, il compito è affidato a esperti della
finanza internazionale, i cosiddetti 'colletti bianchi', che si pongono al servizio
della criminalità organizzata per trasferire capitali di origine illecita verso paesi
più ospitali, i ben noti 'paradisi fiscali'.




E' sempre difficile individuare le tracce di operazioni del genere.
Il riciclaggio - che consiste in operazioni dirette a ripulire la ricchezza dalla sua
origine illegale - per essere combattuto efficacemente richiederebbe armoniche
legislazioni internazionali e una seria collaborazione tra gli Stati interessati.
La legislazione italiana non è ancora adeguata alla gravità e alle dimensioni, spe-
cialmente sul fronte delle indagini patrimoniali e bancarie. E il nuovo Codice di
procedura penale non è venuto di certo a migliorare la situazione, con i limiti
temporali che impone alle indagini e con l'obbligo di informare la persona sospet-
ta.



Si sente ripetere sui giornali che il riciclaggio passa attraverso le finanziarie di
Milano. Ma quante ne sono state identificate?
Pochissime.
Si dice da più parti che i riciclatori si servono delle operazioni di Borsa.
Quante operazioni di questo tipo abbiamo scoperto?
Nessuna, che io sappia.




Affermazioni avventate di tal fatta possono influire in modo non irrilevante sul
mercato legale. A volte il semplice fatto che la stampa additi alcuni settori finan-
ziari come privilegiati dal riciclaggio basta a dirottare l'investimento con le intuibili
conseguenze negative. Per dirla coi banchieri, il denaro ha 'zampe di lepre e cuo-
re di coniglio'.
Raramente i grandi flussi di denaro sporco coinvolgono un solo paese.
E' indispensabile quindi una larga collaborazione tra Stati.




Indagando su Vito Ciancimino, nel 1986 accerto che su tre (3) conti di banche
svizzere, intestati a un sospetto italiano - chiamiamolo il signor X -, si erano verifi-
cati nel 1981-82 bruschi e importanti movimenti di capitali, presumibilmente pro-
venienti dal traffico di droga. Chiedo alle autorità elvetiche di poter consultare la
loro documentazione in materia.
Autorizzazione concessa.
Continuo l'indagine e scopro che le somme trasferite - cinque (5) milioni di dollari -
sono finite sul conto di una società panamense. Che le ha divise in due (2) parti:
2 milioni e mezzo di $ hanno preso la strada di una banca di New York, i rima-
nenti 2 milioni e mezzo di $ sono stati dirottati su una banca di Montreal. Nel 1991
i dollari si ritrovano di colpo insieme sul conto di una società di Guernesey, in Gran
Bretagna, che è del tutto all'oscuro della loro provenienza illecita.
Su ordine del signor X, la società divide i cinque (5) milioni in cinque (5) parti e
li deposita su cinque (5) diversi conti bancari. Da qui riprendono la strada per la
Svizzera, dove atterrano (senza alcuna preoccupazione....).
(Giovanni Falcone, Cose di cosa nostra)
















domenica 9 agosto 2015

COSA E' LA PEDAGOGIA? (3)








































Precedenti capitoli:

Cosa è la pedagogia? (2)

Prosegue in:

Cosa è la pedagogia? (4)













Nel 1851 i due fratelli Reclus, rientrati ad Orthez dopo aver attraversato tutta la Francia a piedi, attaccheranno con un gesto dimostrativo il municipio del paese protestante contro il colpo di Stato di Napoleone III e fuggirono quindi esuli a Londra. Dall’esilio londinese Elisée troverà lavoro come amministratore in una tenuta in Irlanda e nel 1852 lo troviamo a Liverpool, pronto ad imbarcarsi sulla John Howell diretta a New Orleans. La sua prima impressione degli Stati Uniti non sarà particolarmente positiva…

…E’ una grande sala d’aste dove tutto è in vendita, si possono mercanteggiare schiavi e proprietari, voti e onori, la Bibbia e le coscienze, tutto appartiene a chi offre (ed offrirà) di più…

In Luisiana lavora prima come scaricatore di porto, poi come precettore presso la famiglia di Septime Fortier nella piantagione di canna da zucchero di Felicité, sul Mississippi, a monte di New Orleans.  In ‘Fragment d’un voyage à la Nouvelle Orléans’, Reclus racconta la sua traversata dei Carabi, l’ingresso nel delta del Mississippi, le sue impressioni di una New Orleans antecedente alla guerra di secessione e la disumanità della schiavitù. Sarà proprio l’avversione verso il sistema schiavistico e le sue convinzioni abolizioniste che lo porteranno ad abbandonare la Luisiana: egli scrive di non poter continuare a vivere insegnando ai figli degli schiavisti e, quindi….

…rubare ai Neri che realmente hanno guadagnato con il loro sudore e sangue il denaro che mi metto in tasca… 

Si rimetterà, quindi in viaggio diretto verso sud e, dopo una tappa imprevista a Cuba per riprendersi dalla malaria, si spingerà fino in Colombia nella sierra Nevada di Santa Marta con il sogno, presto fallito, di fondare una colonia agricola di stampo utopistico….
Nel 1857, dopo l’amnistia generale, rientra in Francia e si dedica alla scrittura, pubblicando numerosi articoli; inizia, inoltre, una lunga collaborazione con la casa editrice Hachette, per la quale scrive una serie di guide turistiche nella collezione Joanne, a grande richiesta nel clima di entusiasmo per le informazioni geografiche della Francia coloniale.
In Svizzera conoscerà l’esule russo Petr Kropotkin, egli pure geografo e anarchico, con il quale avvia una profonda amicizia e collaborazione scientifica che continuerà per tutta la vita….
(E. Reclus, Storia di un Ruscello)




In ragione di quest’ultimo (Kropotkin) ritengo doverosa una nota bibliografica tratta dalla sua opera per meglio inoltrarci nel vasto dibattito ove i principi divisi al porto delle diverse finalità in verità conseguite, sia nel vasto ramo dell’Ecologia, ‘materia non esiliabile’ dalla Geografia della vita; sia dell’Economia per la quale e con la quale le divisioni oggi più che mai sono polarizzate verso opposti ed avverse finalità con le quali confrontano e riconoscono la vita. E con la quale l’essere ed appartenere al diritto di ognuno, al sisma di una nuova e più certa frattura evoluto, con cui misurare la ricchezza di ogni Terra emersa o peggio affogata nel mare della propria povertà al Tetide mare della venuta. Disconosciuti principi vengono ‘innestati’ ed ‘elevati’ ai valori condivisi della vita non più naturale evoluzione e condizione di ciò che eravamo, ma ciò che diventiamo nella mancanza della libera e reciproca comunione con gli ideali e motivi con cui scritto il codice genetico cui dobbiamo rinunciare o rinnegare il vero estinto dalla Natura partorito.
Lo Spirito smarrito.
L’Anima Mundi abdicata a diversa Filosofia, che l’Economia non me ne voglia è il ruscello a certificare il miracolo compiuto il Notaro fuggito in altro paradiso dal pellegrino desiderato così il peccato mi pare scontato…   
(curatore del blog)   




 …Della varietà e dell’intensità di vita…
Può anche darsi che, da principio, lo stesso Darwin non si sia reso perfettamente conto dell’importanza ben più generale del fattore da lui primariamente individuato solo per spiegare una serie di fatti relativi all’accumularsi di variazioni individuali nelle specie nascenti. Ma egli stesso aveva previsto che il termine che stava introducendo nella scienza avrebbe perso il suo significato filosofico, e più vero, se fosse stato impiegato esclusivamente nel senso più ristretto: quello di una lotta fra singoli individui per i puri mezzi di sopravvivenza.
Già nei primi capitoli della sua memorabile opera insisteva perché il termine fosse preso nel suo ‘senso largo e metaforico, che comprende l’interdipendenza degli esseri viventi e che comprende inoltre (cosa ancor più importante) non soltanto la vita dell’individuo ma anche il successo della sua discendenza’ (L’origine delle specie  cap. III). 
La teoria di Darwin ha avuto la sorte di tutte le teorie che trattano dei rapporti umani. Invece di svilupparla secondo gli indirizzi che le erano propri, i suoi continuatori l’hanno sempre più ridotta. E mentre Herbert Spencer, partendo da osservazioni indipendenti ma analoghe, ha tentato di allargare la discussione ponendo il grande quesito su chi sono i più adatti (in modo particolare nell’appendice alla terza edizione di Principi di etica), gli innumerevoli seguaci di Darwin hanno ridotto la nozione di lotta per l’esistenza al suo più angusto significato. Essi sono arrivati a concepire il mondo animale come un mondo di lotta perpetua fra individui affamati, assetati di sangue, facendo risuonare la letteratura contemporanea del grido di guerra. Guai ai vinti, come se fosse questa l’ultima parola della moderna biologia. E per interessi personali hanno elevato questa lotta spietata all’altezza di principio biologico, al quale anche l’uomo deve sottomettersi, sotto pena di soccombere in un mondo fondato sul reciproco sterminio.




Lasciando da parte gli economisti, che di scienze naturali non sanno che qualche parola presa a prestito dai divulgatori di seconda mano, bisogna riconoscere che anche i più autorevoli interpreti di Darwin hanno fatto del loro meglio per consolidare queste false idee. Viceversa quando studiamo gli animali, non soltanto nei laboratori e nei musei ma anche nelle foreste e nelle praterie, nelle steppe e sulle montagne, ci accorgiamo subito che, benché in natura siano fortemente presenti la guerra e lo sterminio fra specie diverse, e soprattutto fra differenti classi di animali, vi si ritrova al contempo altrettanto se non più mutuo appoggio, mutua assistenza e mutua difesa tra gli animali appartenenti alla stessa specie, o almeno allo stesso gruppo sociale.
La socialità è una legge della natura tanto quanto la lotta reciproca. Senza dubbio molto difficile valutare, anche approssimativamente, l’importanza percentuale di queste due serie di fatti. Ma se ricorriamo a una testimonianza indiretta e domandiamo alla natura: ‘Quali sono i più adatti: coloro che sono continuamente in lotta tra loro, o coloro che si aiutano l’un l’altro?’, vediamo che i più adatti sono, senza dubbio, gli animali che hanno acquisito abitudini di solidarietà. Essi hanno maggiori probabilità di sopravvivere e raggiungono, nelle loro rispettive classi, il più alto sviluppo delle capacità intellettive e fisiche.
Se gli innumerevoli fatti che possono esser citati a sostegno di questa tesi vengono presi in considerazione, possiamo affermare con certezza che il mutuo appoggio è una legge della vita animale tanto quanto la lotta reciproca, ma che, come fattore dell’evoluzione, il primo ha probabilmente un’importanza decisamente maggiore in quanto favorisce lo sviluppo delle abitudini e dei caratteri più adatti ad assicurare la preservazione e lo sviluppo della specie, oltre a procurare con una minor perdita di energia una maggior quantità di benessere e di felicità per ciascun individuo.




Quando si comincia a studiare la lotta per l’esistenza sotto i suoi due aspetti, quello proprio e quello metaforico, ciò che colpisce subito è l’abbondanza di dati sul mutuo appoggio, e non soltanto per quanto riguarda l’allevamento della prole, come riconosce la maggior parte degli evoluzionisti, ma anche la sicurezza dell’individuo e il procacciamento del cibo necessario. In molte categorie del regno animale l’aiuto reciproco è la regola. Si va scoprendo il mutuo appoggio anche fra gli animali più in basso nella scala evolutiva, ed è lecito aspettarsi che, prima o poi, i ricercatori che studiano al microscopio la vita elementare individuino forme di mutuo appoggio incosciente anche fra i microrganismi.
Vero è che la nostra conoscenza degli invertebrati, a eccezione delle termiti, delle formiche e delle api, è estremamente limitata; e tuttavia, anche in ciò che concerne gli animali inferiori possiamo raccogliere alcuni dati, opportunamente verificati, di cooperazione. Le innumerevoli società di cavallette, farfalle, cicindelidi, cicale, ecc., sono in realtà pochissimo conosciute, ma il fatto stesso della loro esistenza indica che esse devono essere organizzate più o meno secondo gli stessi principi delle società temporanee di formiche e api finalizzate alle migrazioni. Quanto ai coleotteri, abbiamo fenomeni di mutuo appoggio perfettamente osservabili fra i necrofori. Questi hanno bisogno di materia organica in decomposizione per deporvi le uova e per assicurare il nutrimento delle larve. Ma questa materia organica non deve decomporsi troppo rapidamente, così hanno l’abitudine di sotterrare nel suolo i cadaveri di piccoli animali di ogni specie che incontrano sul proprio cammino. Di norma vivono isolati, ma quando uno di loro scopre il cadavere di un topo o di un uccello che gli riuscirebbe difficile seppellire da solo, chiama quattro, sei, …o persino dieci altri necrofori per portare a termine l’operazione riunendo gli sforzi; se necessario, trasportano il cadavere in un terreno morbido e ve lo seppelliscono, dando prova di molto buon senso e senza poi entrare in conflitto per scegliere colui che avrà il privilegio di deporre le uova nel corpo sepolto.
Anche da questa breve rassegna possiamo vedere come la vita in società non costituisca l’eccezione nel mondo animale: essa è piuttosto la regola, la legge della natura che raggiunge il suo completo sviluppo nei vertebrati superiori. Le specie che vivono isolate o in piccole famiglie sono relativamente poche e il numero dei loro membri limitato. Sembra anzi molto probabile che, tranne qualche eccezione, gli uccelli ed i mammiferi che attualmente non sono gregari, vivessero in società prima che l’uomo invadesse il globo, intraprendendo una guerra permanente contro di essi o semplicemente distruggendo le loro fonti primarie di nutrimento. 


















sabato 8 agosto 2015

COSA E' LA PEDAGOGIA?


















Prosegue in:

Cosa è la pedagogia (2)













La storia di un ruscello, anche di quello che nasce e si perde fra il muschio, è la storia dell’Infinito…
Quelle goccioline che scintillano hanno attraversato il granito, il calcare e l’argilla; sono state neve sulla fredda montagna, molecola di vapore di una nuvola, bianca schiuma sulla cresta delle onde; il sole, nel suo corso giornaliero, le ha fatte risplendere dei più vividi riflessi; la pallida luce della luna le ha cosparse di vaghe iridescenze; il fulmine le ha trasformate in idrogeno e ossigeno, e poi con un nuovo impatto ha fatto scorrere come acqua quegli elementi primordiali. Tutti gli agenti dell’atmosfera e dello spazio, tutte le forze cosmiche hanno lavorato insieme per modificare continuamente l’aspetto e la posizione dell’impercettibile  gocciolina.
Anch’essa è un mondo, come gli astri che ruotano nei cieli, e la sua orbita si sviluppa di ciclo in ciclo in un movimento senza sosta. Ma il nostro sguardo non è abbastanza ampio da abbracciare nel suo insieme il circuito della goccia e ci limitiamo a seguirla nei suoi giri e nei suoi salti, da quando appare nella sorgente fino a quando si mescola con l’acqua del grande fiume o dell’oceano. Deboli come siamo, cerchiamo di misurare la Natura secondo le nostre capacità; ogni suo fenomeno si riduce per noi alla quantità ridotta di impressioni che abbiamo provato.




Che cos’è il ruscello, se non l’angolino grazioso in cui abbiamo visto l’acqua scorrere all’ombra degli alberi, in cui abbiamo visto oscillare l'erba flessuosa e fremere giunchi degli isolotti?
La sponda fiorita su cui ci piaceva stenderci al sole sognando la libertà il sentiero sinuoso che costeggia la corrente e che seguivamo a passi lenti osservando il filo dell'acqua, l’angolo di roccia da cui la massa compatta si tuffa in una cascata e si infrange in schiuma, la sorgente gorgogliante: nel nostro ricordo, più o meno, il ruscello è tutto qui.
Il resto si perde in una nebbia indistinta.
La sorgente soprattutto, il punto in cui il rivolo d’acqua, fin allora nascosto, improvvisamente appare: ecco il luogo affascinante verso il quale ci sentiamo irresistibilmente attratti. Che la sorgente sembri dormire nel prato come una semplice pozza fra i giunchi, che gorgogli nella sabbia giocando con le pagliuzze di quarzo o di mica che salgono, scendono e rimbalzano in un vortice ininterrotto, che sgorghi modestamente fra le due pietre, all’ombra discreta dei grandi alberi, oppure che zampilli rumorosamente da una fessura della roccia: come non sentirsi affascinati da questa acqua che, appena sfuggita all’oscurità, riflette così allegramente la luce?
Se anche noi godiamo del quadro incantevole della sorgente, ci è facile capire perché gli arabi, gli spagnoli, i montanari dei Pirenei e tanti altri di ogni razza e clima che abbiamo visto nelle sorgenti degli ‘occhi’ attraverso i quali esseri rinchiusi nel buio delle rocce vengono per un attimo a contemplare il verde e lo spazio.




Da sempre la trasparenza della sorgente è stata simbolo della purezza morale; nella poesia di tutti i popoli l’innocenza è paragonata allo sguardo terso delle fonti, e il ricordo di questa immagine, trasmesso da un secolo all’altro, è diventato per noi un’ulteriore attrattiva. Verosimilmente quell’acqua poi si sporcherà; passerà su detriti di roccia e su vegetali in putrefazione; stempererà terre fangose e si caricherà dei rifiuti impuri lasciati dagli animali e dagli uomini; ma qui, nella sua conca di pietra o nella sua culla di giunchi, è così pura, così luminosa, che sembra aria condensata: solo i riflessi cangianti della superficie, gli improvvisi gorgoglii, i cerchi concentrici delle increspature, i contorni indecisi e fluttuanti dei ciottoli sommersi rivelano che questo fluido così limpido è acqua, così come lo sono i grandi fiumi melmosi. Se ci chiniamo sulla fonte, scoprendo i nostri volti stanchi e spesso incattiviti che si riflettono in quest’acqua così limpida, non possiamo far a meno di ripetere istintivamente, anche senza averlo mai imparato, il vecchio canto che i parsi insegnavano ai loro figli:

  Avvicinati al fiore, ma non spezzarlo!
 Guarda e dì sommessamente: Ah, se fossi così bello!
 Nella sorgente cristallina non lanciare una pietra!
 Guarda e pensa sommessamente:Ah, se fossi così puro!

A migliaia e migliaia i ‘pastori dei popoli’, perfidi o pieni di buone intenzioni che siano, si sono armati della frusta e dello scettro o, più abili, hanno ripetuto per secoli e secoli formule di obbedienza per rendere docili le volontà e stupide le menti; ma per fortuna tutti questi signori, che volevano asservire gli altri uomini con il terrore, l’ignoranza o lo spietato meccanismo dell’abitudine, non sono riusciti a creare un mondo a loro immagine, non sono stati capaci di trasformare la Natura in un grande giardino di mandarini cinesi, con alberi torturati a forma di mostri e di nani, vasche geometriche e grotte artificiali all’ultima moda.
La Terra, con la grandiosità dei suoi orizzonti, la freschezza dei suoi boschi, la trasparenza delle sue sorgenti, è rimasta la grande educatrice e ha continuato a richiamare le nazioni all'armonia e alla ricerca della libertà.
Una montagna che mostra nevi e ghiacciai in pieno cielo al di sopra delle nuvole, una grande foresta in cui rimbomba il vento, un ruscello che scorre fra i prati, spesso hanno fatto più degli eserciti per la salvezza del popolo. Ora spetta a tutti gli uomini che amano la poesia e la scienza, a tutti coloro che vogliono lavorare per la felicità umana, togliere il (cupo e triste) sortilegio lanciato contro le sorgenti dai preti ignoranti del Medioevo...
(Elisée Reclus, Storia di un ruscello)




Ciò che sorprende da questo geografo e sotto certi aspetti primo Ecologo non sono solo le sue parole, che suscitano indubbio amore e antico rispetto cui tanto abbisogniamo in questo Secolo ove la volgarità regna  incontrastata padrona di ogni Poesia nei secoli creata da una Natura sovrana.
Vita dettata da una ‘Parabola al canone ripetuta’, o peggio, da un politico recitata, il quale, come secolare ‘copione’ impone per ogni piazza e vicolo della sua venuta il teatrino cui affida la Giostra o Torneo ai pupi comandata, non previene il male seminato ma ne fa concime del piatto saporito quale  illustre ben voluto ed onesto ciarlatano all’Economia asservito, quale primo principio riverito. In ragione di un falso motivo di Stato in quanto mal nutrito e gestito: chi nei Secondi cresciuto pensa risolvere il male seminato in ragione di un minuto, quanto evoluto e perduto in secoli e millenni di Memoria distrutta, giammai da una clima impazzito ma da un principio barattato per Economia all’industria anarchica motore di vita. 
Non avendo per il vero capito la misura e statura della Natura, la quale impone i valori che fondano moneta alle eterne ragioni della vita in tutti i principi abortiti confusi e barattati, in quanto sappiamo bene la stratigrafia della Patria così poco amata, se pur bella e Pia, troppo spesso confusa ed ubriaca da falsi e corrotti motivi. 

















lunedì 3 agosto 2015

COSA E' IL PROGRESSO? (3)

















Precedenti capitoli:

Cosa è il progresso? (2)

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Cosa è il progresso? (4)













....Basso di civiltà si incontri qualcosa che si avvicina a questa condizione di perfezione?
In America del Sud e in Estremo Oriente, sono vissuto a lungo in mezzo a comunità selvagge che non hanno altre leggi o altra corte di giustizia se non l’opinione pubblica, liberamente espressa dalla popolazione. Lì, ognuno rispetta scrupolosamente i diritti del prossimo: un’infrazione a queste regole capita raramente, per non dire mai. Un’uguaglianza pressoché perfetta regna nella comunità: niente che assomigli a quell’ampia demarcazione tra educazione e ignoranza, ricchezza e povertà, padrone e servo, presente nella nostra civiltà. Non c’è nemmeno la divisione del lavoro che, pur aumentando la ricchezza, crea conflitti di interessi, né accanita concorrenza, né lotta per la vita.
Se considerassimo l’insieme delle nostre popolazioni, non potremmo vantarci di una superiorità reale sui selvaggi. Tuttavia, si avrebbe torto a generalizzare ciò che il grande naturalista e sociologo ha detto degli indigeni dell’Amazzonia e dell’Insulindia e ad applicarlo a tutte le popolazioni selvagge dei continenti e degli arcipelaghi. L’isola del Borneo, dove Wallace ha trovato quegli esempi di nobiltà morale che hanno determinato il suo giudizio, è la stessa grande terra che Boeck ha descritto sotto il nome di Paese dei Cannibali e che si potrebbe chiamare anche Paese dei tagliatori di teste, facendo allusione a quei Dayak che, per acquisire il diritto di chiamarsi Uomini e di fondare una famiglia, devono aver fatto cadere una o più teste con astuzia o in leale combattimento. Nello stesso modo, la meravigliosa isola di Tahiti, la nuova Citera, di cui i navigatori del diciottesimo secolo parlano con così sincero entusiasmo, non risponde che molto parzialmente agli elogi che ne fecero gli europei, incantati sia dalla bellezza del paesaggio, sia dall’amabilità degli abitanti. Certi personaggi solenni e dolci, certi venerabili anziani che sembravano con la loro nobile gravità completare le scene incantevoli del paradiso oceanico, appartenevano forse alla temibile casta degli Oro (Arioi) che, dopo essersi costituiti in un clero votato al celibato, avevano finito per diventare un’associazione di omicidi, dedita a riti infernali e all’assassinio di tutti i loro figli. Vero è che in questo periodo i Tahitiani stavano già evolvendo verso uno stadio culturale molto lontano da quello primitivo. Ma allora, invece di svilupparsi nel senso del progresso, si trovavano forse in fase di regressione, oppure i due movimenti si incrociavano nella vita sociale della piccola nazione, chiusa nel suo ristretto universo oceanico?
Qui sta la principale difficoltà.




Migliaia di popolazioni e di agglomerati etnici, riuniti dagli orgogliosi civilizzati sotto il nome di selvaggi, corrispondono a punti vitali molto diversi gli uni dagli altri, che si collocano variamente nel corso dei tempi e nella rete sconfinata degli ambienti. Alcune popolazioni sono in   piena evoluzione progressiva, altre in incontrovertibile decadenza. Le prime sono nel loro momento di ascesa, le seconde sulla via del declino e della morte. Ogni esempio citato dai diversi autori nella grande indagine sul progresso dovrebbe quindi essere accompagnato dalla storia specifica del gruppo umano in questione, perché due situazioni, pressoché identiche in apparenza, possono nondimeno avere un significato assolutamente opposto, a seconda che si riferiscano all’infanzia o alla vecchiaia di un organismo.
Un primo fatto spicca in modo evidente dagli studi di etnografia comparata. La differenza essenziale tra la civiltà di una popolazione primitiva, ancora poco influenzata dalle popolazioni vicine, e la civiltà delle immense società politiche moderne consiste nel carattere semplice dell’una e nel carattere complesso dell’altra. La prima, poco sviluppata, ha perlomeno il vantaggio di essere coerente e conforme al proprio ideale; la seconda, immensa per il ciclo che abbraccia, infinitamente superiore alla cultura primitiva per le forze messe in movimento, è complessa e diversificata, oberata di sopravvivenze, necessariamente incoerente e contraddittoria, senza unità, poiché persegue contemporaneamente obiettivi contrapposti. Nelle società della preistoria e del mondo ritenuto ancora selvaggio l’equilibrio può  stabilirsi facilmente, perché in esse l’ideale è semplice; di conseguenza, queste popolazioni, queste razze primitive con conoscenze scientifiche pochissimo sviluppate, avendo solo arti rudimentali e conducendo una vita senza grande varietà, hanno potuto nondimeno raggiungere uno stadio di giustizia reciproca, di equo benessere e di felicità, superando di molto il corrispettivo delle nostre società moderne, così infinitamente complesse, trascinate dalle scoperte e dai progressi parziali in uno slancio continuo di rinnovamento, mischiato variamente a tutti gli elementi del passato.
Perciò, quando noi paragoniamo la nostra società mondiale, tanto potente, ai piccoli gruppi impercettibili dei primitivi che sono riusciti a mantenersi lontano dai civilizzatori troppo spesso distruttori possiamo essere portati a credere che questi primitivi siano superiori a noi e che noi siamo regrediti nel corso dei tempi. Il fatto è che le nostre qualità non sono dello stesso ordine di quelle antiche; il confronto, quindi, non può essere fatto in modo equo….




…Tuttavia è un fatto ben noto che l’aria della città è carica di elementi mortiferi. Sebbene le statistiche ufficiali non presentino sempre a questo proposito la sincerità auspicabile, è nondimeno certo che in tutti i Paesi d’Europa e d’America la vita media dei campagnoli supera di parecchi anni quella dei cittadini; gli immigrati, lasciando il campo nativo per la via stretta e nauseabonda di una grande città, potrebbero calcolare in anticipo di quanto tempo approssimativamente abbreviano la loro vita in base al calcolo delle probabilità. Non solo il nuovo arrivato soffre in prima persona e si espone a una morte anticipata, ma condanna parimenti la sua discendenza; non si ignora che nelle grandi città, come Londra e Parigi, l’energia vitale si esaurisce rapidamente e che nessuna famiglia borghese va oltre la terza o la quarta generazione.
Se l’individuo può resistere all’influenza mortale dell’ambiente circostante, la famiglia invece finisce per soccombervi; senza continue immigrazioni di provinciali e di stranieri che marciano allegramente verso la morte, le capitali non potrebbero reclutare la loro enorme popolazione. I tratti del cittadino si affinano, ma il corpo si indebolisce e le sorgenti di vita si esauriscono.
Così anche dal punto di vista intellettuale, tutte le brillanti facoltà sviluppate dalla vita sociale sono dapprima sovreccitate, ma poi il pensiero perde gradatamente la sua forza, infine si indebolisce e cede prima del tempo. Sicuramente il monello di Parigi, paragonato al rustico giovane delle campagne, è un essere pieno di vivacità e di brio; ma non è proprio questo pallido monellaccio che si può paragonare, nel fisico e nel morale, a quelle piante malaticce che vegetano nelle tenebre delle cantine?
Insomma è nelle città, soprattutto in quelle che sono maggiormente famose per ricchezza e civiltà, che si trovano certamente gli uomini più degradati, poveri esseri senza speranza che la sporcizia, la fame, l’ignoranza bruta e il disprezzo di tutti hanno posto ben al di sotto del felice selvaggio che percorre in libertà le foreste e le montagne.  Accanto al massimo splendore che bisogna cercare l’infima abiezione; non lontano da quei musei dove si mostra in tutta la sua gloria la bellezza del corpo umano, bambini rachitici si riscaldano nell’aria inquinata esalata dalle bocchette delle fogne.




Se da un lato il battello a vapore conduce nelle città moltitudini sempre in aumento, dall’altro riporta nelle campagne un numero sempre più considerevole di cittadini che va a respirare per un po’ all’aria aperta e a rinfrescarsi le idee alla vista dei fiori e del verde. I ricchi, padroni di crearsi degli svaghi a loro piacimento, possono sfuggire alle occupazioni e ai logoranti piaceri della città per mesi interi. Ve ne sono anche altri che risiedono in campagna e che fanno solo fugaci apparizioni nelle loro case delle grandi città. In quanto ai lavoratori di ogni genere che non possono allontanarsi per molto tempo, a causa delle esigenze della vita quotidiana, la maggior parte di essi strappa nondimeno alle proprie occupazioni la tregua necessaria per andare in campagna. I più fortunati si prendono settimane di ferie che trascorreranno lontano dalla capitale, in montagna o in riva al mare. Coloro che sono maggiormente asserviti dal loro lavoro si limitano a scappare di tanto in tanto, per qualche ora, dallo stretto orizzonte delle strade abituali; si sa con quanta gioia approfittino dei loro giorni di festa quando la temperatura è dolce e il cielo è terso: in quel momento ogni albero dei boschi vicini alle grandi città ripara una allegra famigliola. Un numero considerevole di negozianti e di impiegati, soprattutto in Inghilterra e in America, sistema coraggiosamente moglie e figli in campagna e si costringe a fare due volte al giorno il tragitto che separa l’ufficio dal focolare domestico.




Grazie alla rapidità delle comunicazioni, milioni di uomini possono così riunire i vantaggi del cittadino e del campagnolo; il numero di persone che dividono così la loro vita non cessa di aumentare ogni anno. Intorno a Londra si possono contare a centinaia di migliaia quelli che tutte le mattine si buttano nel vortice di affari della grande città e ritornano tutte le sere nella loro tranquilla home della verde periferia. La city, vero centro del mondo commerciale, si spopola di residenti: di giorno è l’alveare umano più attivo, di notte un deserto. Sfortunatamente questo riflusso dalle città verso l’esterno finisce per imbruttire la campagna: non soltanto rifiuti di ogni specie ingombrano lo spazio intermedio compreso fra le città e i campi, ma cosa ancor più grave la speculazione si impadronisce di tutti i luoghi piacevoli delle vicinanze, li divide in rettangoli, li chiude entro mura tutte uguali, poi vi costruisce centinaia, migliaia di casette pretenziose.
Per chi passeggia e vagabonda attraverso i sentieri fangosi di queste pretese campagne, la natura è rappresentata solo da arbusti potati e fitte aiuole di fiori che si intravedono attraverso le recinzioni. In riva al mare, le scogliere più pittoresche, le spiagge più incantevoli, sono anch’esse, in molti punti, accaparrate da proprietari gelosi o da speculatori che apprezzano le bellezze della natura come i cambiavalute stimano un lingotto d’oro. Nelle zone di montagna, la stessa smania di possesso si impadronisce degli abitanti; i pascoli sono suddivisi in lotti e venduti al migliore offerente: ogni curiosità naturale, la roccia, la grotta, la cascata, il crepaccio di un ghiacciaio, tutto, fino al suono dell’eco, può diventare proprietà privata.
Degli imprenditori appaltano le cateratte, le circondano di barriere di legno per impedire ai viaggiatori non paganti di contemplare il tumulto delle acque, poi a forza di  pubblicità trasformano in bella moneta sonante la luce che gioca sulle goccioline in sospensione e il soffio del vento che dispiega bande evanescenti di vapori. 
Poiché la natura è profanata da tanti speculatori, proprio a causa della sua bellezza, non c’è da meravigliarsi che nei loro lavori gli agricoltori e gli industriali dimentichino di chiedersi se non contribuiscano all’abbruttimento della terra. Certo che il rude contadino si preoccupa ben poco del fascino della campagna e dell’armonia dei paesaggi, purché...















sabato 1 agosto 2015

COSA E' IL PROGRESSO?










































Prosegue in:

Cosa è il progresso? (2)













Cosa è il progresso?
E’ quello che le ha attribuito lo storico Gibbon.
Egli suppone che, dall’inizio del mondo, ogni secolo abbia aumentato e aumenti ancora la ricchezza reale, la felicità, la conoscenza e, forse, la virtù della specie umana. Questa definizione, che contiene una certa perplessità dal punto di vista dell’evoluzione morale, è stata ripresa e diversamente modificata, ampliata o ristretta, dagli scrittori moderni; resta fermo il fatto che, nell’opinione comune, il termine progresso dovrebbe comportare il miglioramento generale dell’umanità nel corso della storia. Bisognerebbe però guardarsi dall’attribuire ad altri cicli della vita terrestre un’evoluzione necessariamente analoga a quella che ha percorso l’umanità moderna.
Le ipotesi assai plausibili che si riferiscono ai tempi geologici del nostro pianeta rendono alquanto probabile la teoria di un’oscillazione di periodi corrispondente in proporzioni considerevoli al fenomeno alterno delle nostre estati e dei nostri inverni. Un va e vieni che comprende migliaia o milioni di anni, o di secoli, comporterebbe una successione di periodi distinti e contrastanti, determinando evoluzioni vitali molto diverse le une dalle altre.
Che cosa diventerebbe l’umanità attuale in un’epoca di lungo inverno, se una nuova era glaciale ricoprisse le isole britanniche e la Scandinavia di un mantello ininterrotto di ghiaccio e le nostre biblioteche e i nostri musei venissero distrutti dal gelo?
 Bisogna allora sperare che i due poli non si raffreddino simultaneamente e che l’uomo possa sopravvivere, adattandosi a poco a poco alle nuove condizioni e trasferendo nei paesi caldi i tesori della nostra attuale civiltà?




Ma se il raffreddamento è generale, è ammissibile che una sensibile diminuzione del calore solare, fonte di vita, e l’esaurimento naturale delle nostre riserve di energia possano coincidere con uno sviluppo ininterrotto della cultura, nel senso di un miglioramento e quindi con autentico progresso?
Già in epoca contemporanea possiamo constatare che le normali conseguenze della siccità terrestre, successive all’era glaciale, hanno provocato incontestabili fenomeni di  regressione nelle regioni dell’Asia centrale. I fiumi e i laghi prosciugati, le dune dilaganti hanno causato la sparizione delle città, delle civiltà e delle stesse nazioni. Il deserto di sabbia ha sostituito le campagne e le città.
L’uomo non ha potuto resistere alla natura ostile.
Qualunque idea ci si faccia del progresso, un punto sembra innanzi tutto fuori discussione: in epoche diverse sono apparsi individui che, per alcune caratteristiche, si pongono in primo piano fra gli uomini di ogni tempo e di ogni Paese. Si riducono a una trentina i nomi dei personaggi che per perspicacia, capacità di lavoro, bontà profonda, virtù morale, senso artistico, o qualsiasi altro aspetto del carattere o dell’ingegno, costituiscono, nella loro particolare sfera, dei tipi perfetti, insuperabili.




La storia della Grecia, in particolare, ce ne mostra grandi esempi; ma altri raggruppamenti umani ne hanno posseduti: spesso li dobbiamo intuire dietro ai miti e alle leggende. Chi si potrebbe definire migliore del Buddha, più artista di Fidia, più inventivo di Archimede, più saggio di Marco Aurelio?
Negli ultimi tremila anni, il progresso, se vi è stato, è consistito in una più larga diffusione di quella iniziativa un tempo riservata a pochi e in un migliore utilizzo da parte della società degli uomini di genio. Alcuni grandi ingegni non si accontentano di ammettere queste fondamentali restrizioni: negano persino che ci possa essere un reale miglioramento nello stato generale dell’umanità. Ogni impressione di progresso sarebbe, secondo loro, una pura illusione e avrebbe solo un valore personale. Per la maggior parte degli uomini, il cambiamento si confonde con l’idea di progresso o di regresso a seconda che si avvicini o si allontani dal particolare gradino occupato dall’osservatore nella scala degli esseri.
I missionari, quando incontrano dei superbi selvaggi che si muovono liberamente nella loro nudità, credono di farli progredire dando loro abiti, camicie, scarpe e cappelli, bibbie e catechismi, insegnando loro a salmodiare in inglese e in latino. Da quali canti di trionfo in onore del progresso non sono state accompagnate le inaugurazioni di tutte le fabbriche industriali, con i loro annessi di bettole e ospedali!




Certamente l’industria ha portato effettivi progressi al suo seguito; tuttavia è importante criticare con molto scrupolo i dettagli di questa grande evoluzione!
Le miserabili popolazioni del Lancashire e della Slesia ci mostrano che nella loro storia non tutto è stato vero progresso!
Non basta cambiare ceto ed entrare in una nuova classe sociale per acquisire una più grande porzione di felicità; vi sono attualmente milioni di operai dell’industria, di sarte, di donne di servizio, che ricordano con le lacrime agli occhi la capanna materna, i balli all’aria aperta sotto l’albero secolare e le veglie di sera attorno al camino. E di che natura è il preteso progresso per le popolazioni del Camerun e del Togo, che hanno ormai l’onore di essere protette dalla bandiera germanica, o per gli arabi algerini che bevono l’aperitivo e si esprimono elegantemente in gergo parigino?
La parola civiltà, che si usa di solito per indicare il grado di progresso di questa o quella nazione, è come il termine progresso una di quelle vaghe espressioni i cui diversi significati si confondono.




Per la maggior parte delle persone, indica soltanto la raffinatezza dei costumi e soprattutto le abitudini esteriori di cortesia; ciò non toglie che uomini dal contegno austero e dai modi bruschi possano avere una morale di gran lunga superiore a quella dei cortigiani che fanno complimenti cerimoniosi. Altri vedono nella civiltà solo l’insieme di tutti i miglioramenti materiali dovuti alla scienza e all’industria: ferrovie, telescopi e microscopi, telegrafi e telefoni, dirigibili, macchine volanti e altre invenzioni che sembrano loro sufficienti testimonianze del progresso collettivo della società; non vogliono saperne di più, né penetrare nelle profondità dell’immenso organismo sociale.
Ma chi lo studia fin dalle sue origini, constata che ogni nazione civilizzata si compone di classi sovrapposte, che rappresentano in questo secolo tutti i secoli precedenti, con le loro corrispettive culture intellettuali e morali. La società attuale contiene in sé tutte le società anteriori allo stato di sopravvivenza; viste a contatto l’una con l’altra, le situazioni estreme presentano uno scarto sorprendente. Evidentemente, la parola progresso può essere causa dei più spiacevoli malintesi, a seconda dell’accezione in cui è presa da chi la pronuncia.
I buddisti e gli interpreti della loro religione potrebbero contare a migliaia le diverse definizioni del nirvana; allo stesso modo, secondo l’ideale sul quale impostano la propria vita, i filosofi possono considerare come passi in avanti le evoluzioni più diverse e persino le più contraddittorie. Per alcuni il riposo è il sommo bene: si augurano, se non la morte, almeno la perfetta tranquillità del corpo e dello spirito, l’ordine, quand’anche fosse solo abitudine. Il progresso, come lo intendono questi esseri stanchi, non è certamente quello concepito dagli uomini che preferiscono una pericolosa libertà ad una tranquilla servitù.




Nondimeno, l’opinione comune relativa al progresso coincide con quella di Gibbon ed implica il miglioramento della persona dal punto di vista della salute, l’arricchimento materiale, l’incremento delle conoscenze, insomma il perfezionamento del carattere, diventato certamente meno crudele, persino più rispettoso dell’individuo e, forse, più nobile, più generoso, più altruista. Considerato così, il progresso dell’individuo si confonde con quello della società, rinsaldata da una forza di solidarietà sempre più profonda. In questa incertezza, è importante studiare ogni fatto storico dall’alto e da lontano, per non perdersi in dettagli e per trovare il distacco necessario con cui poter stabilire i veri rapporti con l’insieme di tutte le civiltà connesse e di tutti i popoli interessati.
 Così, fra gli uomini di grande intelligenza che negano nel modo più assoluto il progresso e persino ogni idea di continua evoluzione in senso positivo, Ranke, pur storico di grande valore, non vede nella storia che periodi susseguenti, che hanno ognuno il proprio particolare carattere e che manifestano tendenze diverse, trasmettendo una vita originale, imprevista, persino piccante, alle diverse tappe di ogni età e di ogni popolo. Secondo questa concezione, il mondo sarebbe una specie di pinacoteca. Se ci fosse progresso, dice lo scrittore pietista, gli uomini, certi di un miglioramento di secolo in secolo, non sarebbero alle dirette dipendenze della divinità, che vede in modo sempre uguale tutte le generazioni che si susseguono nella serie dei tempi, come se esse avessero un identico valore. Questa opinione di Ranke, così in disaccordo con quelle che si è abituati a sentire fin dal diciottesimo secolo, giustifica una volta di più l’osservazione di Guyau secondo cui l’idea religiosa è in antagonismo con l’idea di progresso. 
Se quest’ultima è rimasta a lungo sopita, appena risvegliata nei filosofi del mondo antico più liberi di spirito, se ha preso vita e piena coscienza di sé solo con il Rinascimento e con le rivoluzioni moderne, la causa risale al dominio assoluto degli Dèi e dei dogmi che è durato dall’antichità al Medio evo. Infatti, ogni religione parte dal principio che l’universo sia uscito dalle mani di un creatore e che quindi abbia avuto inizio dalla suprema perfezione....