giuliano

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IL TOMO

domenica 24 maggio 2015

DA UNA REGIONE COSMICA ALL'ALTRA (3)









































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Da una regione cosmica (2/1) ....     All'altra...

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Da una regione cosmica (4)......       All'altra...














....Senza dubbio. Lo spirito al quale stiamo alludendo non è però una rinconcezione dello spirito in generale, ma una concezione di un particolare tipo di spirito. In base alle vostre descrizioni, è uno spirito autosufficiente, autonomo, che si nutre degli elementi ed è piuttosto indipendente dalla vita animale. Denota perciò un tipo di spirito indipendente che non è una manifestazione della vita animale. E' come se questa 'donna' avesse conosciuto, in qualità di spirito, solo la manifestazione della vita animale (attraverso un lupo o un orso), il respiro della creatura vivente con tutti gli eccessi ed i difetti (parliamo di un lupo...). Ma questo non è il vero spirito.
SIG. BAUMANN: Soprattutto per un americano, si potrebbe definire lo ‘spirito’ come una forma di azione.
DOTT. JUNG: Esattamente. Invece lo ‘spirito’ è anche una forma di inattività. Una forma di ‘spirito’ si presente come un senso di turbamento. Per esempio, il vocabolo tedesco per spirito è 'geist', che deriva dalla radice gotica 'us-gaisyan', che significa essere turbati, emozionati. La parola svizzera 'uf-gaista' significa essere molto turbati. 'Geist' in origine si riferiva alla parola 'ghost', si potrebbe dire quindi che uno spirito, uno spettro, denoti un turbamento. L'irritabilità, l'eccitazione dei cavalli focosi, nella nostra concezione, è 'geistig'. Le radici delle parole rimandano alle immagini che sottendono la nostra rappresentazione mentale, possiamo perciò concludere che lo spirito, 'Geist', l'anima, è un soffio, il "respiro dalle nostre bocche". Ma per contraddistinguerlo da ciò che si potrebbe chiamare un fraintendimento animale, l'inconscio reputa che la vita ‘spirituale’ autentica sia ‘assimilabile alla crescita delle piante’. E' la condizione orientale - della Cina o dell'India - ma non la nostra concezione occidentale. In occidente lo abbiamo identificato con ciò che chiamiamo 'Geist'. La gente comune definisce tuttora le grandi menti come grosse 'Geister'. Il  vocabolo inglese 'mind' (mente) è di gran lunga migliore del tedesco 'Geist', ma in tedesco è più significativo. In Francia sarebbe 'grand esprit'; lì pensano che gli esseri umani, essendo animali, potrebbero essere grandi spiriti….




… Questa rappresentazione mentale trae origine dalla supposizione che coloro che emettono respiri potenti, che producono un vento potente, devono essere ‘spirituali’ poiché producono qualcosa che ha una natura invisibile, come corpi fatti di respiro e che non possono essere visti, ma che escono dalla bocca. Si è sempre pensato che l' ‘anima’ uscisse dalla bocca. Le parole sono corpi aeriformi, suoni invisibili, perciò si presume siano ‘spiriti’. Eppure questi sono tutti fraintendimenti animali, perché le cose veramente ‘spirituali’ sono in ogni caso invisibili ai nostri occhi, per noi sono principi diametralmente opposti, il principio della vita vegetale che è interamente opposta, una forma di vita diversa. La vita dello ‘spirito’ è un contrasto assoluto, e per questo ci si accorge che, comunque lo ‘spirito’ si manifesti, è ostile a molte forme della nostra vita animale, alle nostre abitudini e alle nostre convinzioni. Ogni nuova manifestazione dello ‘spirito’ ha sempre comportato ogni sorta di guai. Pensate alla manifestazione dello spirito nell'islam, o nel Cristianesimo, sono stati versati fiumi di sangue, perché la vita delle piante ha una crescita diversa da quella degli animali. Vedete, la vita animale ha una crescita che può essere rappresentata così: A è l'inizio e B è la fine della vita, si presenta come un'ascesa e una discesa. A causa delle diverse stagioni della vita non c'è una crescita regolare, la stagione degli amori per gli animali, i periodi di calore, per esempio, o i cambiamenti dovuti alle migrazioni stagionali. Per l'uomo è la stessa cosa, la crescita animale è sempre crescente e decrescente. Bene, anche la crescita delle piante ha un'oscillazione stagionale, ma per lo più si tratta di una crescita di questo tipo: (AC) sino a quando, alla fine, l'albero muore improvvisamente. Ma fino al suo ultimo anno di vita fiorisce e produce frutti come ha sempre fatto sin dall'inizio. Inoltre, in questo tipo di vita, le oscillazioni stagionali sono molto meno violente. E' naturale che siano meno violente per qualcosa che è radicato nella terra; un albero non può tirare fuori i piedi dalla terra. L'animale può saltare via, può permettersi di turbarsi, di eccitarsi, e perciò ne trae vantaggio e indulge nella sua eccitazione, come facciamo noi; la maggior parte della gente indulge nel proprio turbamento, le piace essere eccitata e saltar via, mentre coloro i quali hanno una nozione della vita degli alberi sentono che questa eccitazione è per niente positiva. E' per questo che nello yoga cinese o indiano il primo principio fondamentale è che si rinunci alle proprie emozioni, che ci si ritragga da esse; è come se ci si allontanasse dalla curva del corpo animale che procede a scosse in quel modo insensato.




SIG.RA SAWYER: In certa misura le piante dipendono dalla vita animale.
DOTT. JUNG: Sì, nella simbiosi tra piante e animali.
DOTT. BARKER: Sembra esserci un'associazione tra questa idea e il vegetarianesimo. I vegetariani si considerano molto più spirituali dei carnivori.
PROF. DEMOS: Si potrebbe forse dire che la comparsa dell'ellenismo sulla scena della cultura orientale corrisponda all'evoluzione dell'animale dalla pianta? Intendo dire, la prospettiva occidentale è la volubilità, mentre le piante sono padrone di sé, come l'Oriente.
DOTT. JUNG: Assolutamente, è quello che penso.
SIGN.RA CROWLEY: Vorrei chiedere se non possa basarsi su qualcosa di diverso dal respiro, poiché le piante respirano.
DOTT. JUNG: Verissimo. La respirazione delle piante però è una sorta di concetto scientifico, e noi dobbiamo tener conto del fatto che per ciò che riguarda i primitivi non esistono cose come dei concetti scientifici. Ciò che fa la pianta viene definito respirazione, ma il respiro di un animale fa veramente muovere l'aria, e questa è una caratteristica specificatamente animale. Per esempio, si sente l'impatto del vento, eppure non lo si vede; diventa perciò una similitudine per le cose che non possono essere viste nonostante i loro effetti siano evidenti. Vediamo che un fatto spirituale, un fatto invisibile, ha avuto luogo e ci chiediamo come sia stato provocato; è all'opera qualcosa di invisibile, e il nostro unico esempio di una forza invisibile è il vento. E' come se il primitivo fosse a modo suo terribilmente imbarazzato nel descrivere ciò che noi chiameremmo effetti psichici. Poiché il corpo caldo, dice che deve esserci una fiamma, oppure deve esserci un respiro poiché il corpo respira, o sta succedendo qualcosa di soprannaturale perchè sente freddo. Un vento freddo è sempre stato il segno di una presenza spettrale. Nelle sedute spiritiche succede davvero: si sente un soffio di aria fredda che precede la manifestazione dello ‘spirito’, come se qualcuno fosse passato molto velocemente. Si suppone che si tratti di uno ‘spirito’, il che significa:  ‘Sono turbato perché un vento freddo mi ha colpito’. Questa è l'idea di un effetto spirituale. Non c'è niente da vedere e niente su cui si possa poggiare le mani, non c'è niente. Ma il fatto è che l'aria si è mossa (nello stesso istante), ed è una sensazione molto particolare quando per la prima volta si sente (parlare) uno sbuffo di aria molto fredda innegabilmente reale. E' naturale pensare che si tratti di un'allucinazione, ma la gente ha avuto queste allucinazioni fin dalla creazione del mondo. In ogni cultura è possibile scoprire esattamente lo stesso fenomeno, sia che stiate partecipando a un incontro spiritistico in Cina, in Tibet, con i beduini sul deserto africano o a New York.
(C. G. Jung, Visioni)




1) Si può presumere che vi sia in noi una 'duplice sostanza' e perciò anche due specie di facoltà e attività, quelle che sono sempre perfette, e quelle che sono successivamente imperfette e perfette. Questa soluzione cerca di spiegare la tensione esistente nella nostra vita psichica attraverso un'anima duplice. L'uomo dunque avrebbe un'anima superiore, che è immutata e sempre perfetta, e un'anima inferiore, che cambia, e con cui si può spiegare il passaggio dall'imperfezione alla perfezione. Se le due sostanze sono separate l'una dall'altra, allora viene spezzata l'unità dell'essere vivente, in quanto essa poggia sull'unità dell'anima. In questo caso, sarebbe composta da una molteplicità. Inoltre, l'anima superiore sarebbe interamente separata, non avrebbe più controllo sulla vita umana, e non avrebbe, di fatto, niente da fare con essa. Il fatto che la vita umana sia caratterizzata dall'essere perfetta e imperfetta di volta in volta, si può imputare solo alla seconda anima. 'ipotesi di un'anima che non muti è pertanto completamente superflua. Si potrebbe, forse, sostenere che questo non si riferisce a due 'sostanze' in senso proprio, ma piuttosto a due 'vite' o 'princìpi'  o 'relazioni' all'interno dell'anima stessa. Certamente, in questo modo, viene garantita l'unità dell'essere vivente, cosicché l' 'Io' umano non è come un CORO o certe altre molteplicità, poiché queste  'vite', si combinano per formare un singolo principio. Ma allora ci troviamo....














DA UNA REGIONE COSMICA ALL'ALTRA


















Prosegue in:

Da una regione cosmica all'altra (2)













I miei ricordi sono confusi…..  
Non mi è chiaro neppure dove abbia inizio di preciso la mia memoria; a volte si estendono di fronte a me panorami agghiaccianti di anni senza numero, mentre altre volte mi sembra che il presente non sia che un semplice attimo isolato in una eternità grigia e senza forma. Non so neppure con certezza come sto comunicando questo messaggio. Mi accorgo di parlare ma ho la vaga impressione che un agente mediatore di qualche sorta, strano e forse terribile, sarà necessario per portare ciò che dico ai luoghi dove desidero essere udito.
Anche la mia identità è avvolta nelle nebbie dell'incertezza. Sembra che io abbia subito un grave shock: un'inattesa e mostruosa conseguenza, forse, di qualcuna delle mie uniche e incredibili esperienze, che si snodano secondo cicli interminabili. Tutti questi cicli di esperienze, naturalmente, hanno avuto per origine quel libro roso dai tarli.
….Ricordo quando lo trovai, in una bottega fiocamente illuminata sulla riva del fiume, là dove la corrente limacciosa e inquinata sembrava attrarre una perenne coltre di nebbia. L'edificio era assai antico, tappezzato sino al soffitto di scaffali pieni di volumi in disfacimento, in ciascuna delle stanze uniformemente prive di finestre. C'erano anche mucchi informi di libri abbandonati sul pavimento o sistemati in rozze casse di legno. Fu in uno di questi mucchi che trovai ‘l’Eretica cosa'. Non ne ho




mai saputo il titolo, perché mancavano le prime pagine. Ma quando lo presi mi cadde di mano, aprendosi verso la fine: e ciò che vidi fece vacillare i miei sensi. C'era una formula - una specie di elenco di cose da dire e da fare - che riconobbi come qualcosa di tenebroso e proibito; qualcosa di cui avevo letto in precedenza solo in frasi evasive, trasudanti un misto di fascino e orrore, scritte da quanti avevano osato scavare entro i più gelosi segreti dell'Universo: singolari figure dalle cui opere, da tutti sfuggite, io ero un lettore attento e appassionato. Quella formula era una chiave - o una guida - verso certe 'soglie' o stati di transizione dei quali i mistici hanno sognato e sussurrato sin da quando la nostra razza era giovane; soglie che conducono verso ignoti stati di libertà, e verso scoperte al di là delle tre dimensioni e dei reami della vita e della materia a noi già noti.
…Da secoli, ormai, nessuno ne ricordava i passaggi essenziali, né sapeva dove cercarli: ma quel libro era davvero molto antico. Non un torchio da stampa, ma la mano di un monaco oscurato dalla follia aveva tracciato quelle terribili frasi latine in una grafia onciale incredibilmente arcaica. Ricordo l'occhiata furtiva e il sogghigno del vecchio che abitava quel posto quando sollevai il libro, e ricordo il curioso gesto che fece con la mano quando me lo portai via.
Non volle essere pagato, e solo molto tempo dopo compresi perché…..
Mentre tornavo verso casa, attraversando le vie strette e gonfie di nebbia dei quartieri prospicienti il fiume abbi l'impressione spaventosa che dei passi silenziosi e leggeri mi seguissero costantemente. Le case fatiscenti, vecchie di secoli, su entrambi i lati della via, sembravano vive, e trasudavano una nuova, morbosa malignità: come se si fosse all'improvviso riaperto un canale, da tempo chiuso,




attraverso il quale una conoscenza malefica si riversava sulla Terra. Mi sembrava che quelle mura, quegli abbaini sporgenti di mattoni scoloriti, intonaci butterati da muffe, travi annerite - con finestre simili ad occhi spalancati, le cornee lucide come diamanti - a stento si trattenessero dall'avanzare verso di me per scacciarmi... eppure non avevo letto che un piccolissimo Frammento di quella formula blasfema, prima di chiudere il libro e portarlo via.
Ricordo, poi, in che modo lessi tutto il volume: il volto bianco come gesso, chiuso nella stanza sui tetti nella quale da tempo conducevo le mie strane ricerche. Il grande edificio era silenzioso, perché soltanto dopo mezzanotte avevo iniziato la mia lettura. Mi sembra di ricordare che allora avevo una famiglia - anche se i dettagli sono assai incerti - e so che c'erano anche molti servitori.
Quale anno fosse, non posso dirlo: da allora, ho conosciuto ère e dimensioni senza numero, ed il mio concetto di tempo si è frammentato e ricomposto in maniera diversa. Lessi a lume di candela - ricordo il gocciolare incessante della cera - e di tanto in tanto giungevano sino a me rintocchi di lontani campanili. Se rammento bene, seguivo, quei rintocchi con ansiosa attenzione, perché temevo che ad essi si sovrapponesse una nota lontana ed estranea.
Quindi, vennero per la prima volta il rumore di colpi ed il fruscio dietro la finestra che si apriva sugli alti tetti dalla città. Vennero mentre mormoravo il nono verso di quell'antico incantesimo: fui scosso da un tremito, perché sapevo di che si trattava. Perché chi passa attraverso una soglia acquista un'ombra, e dopo non è mai solo. Io avevo evocato qualcosa, ed il libro era davvero ciò che sospettavo.
Quella notte attraversai la soglia. Mi trovai in un vortice nel quale erano distorti il tempo e la percezione; quando, la mattina seguente mi risvegliai nella stanza sui tetti, vidi nelle pareti, negli scaffali e nei mobili strani particolari che non avevo mai osservato prima. Da allora, il mondo non mi apparve più come quello che conoscevo. Mescolate con il panorama del presente c'erano sempre delle schegge del passato e dei frammenti del futuro: anche il più familiare tra gli oggetti assumeva sembianze ignote nella nuova prospettiva apertasi di fronte alla mia percezione ingigantita.
Dopo di allora continuai a procedere come in un sogno fantastico, tra forme sconosciute o appena riconoscibili; e ad ogni nuova soglia che varcavo, sempre meno chiaramente potevo riconoscere gli oggetti propri della sfera ristretta alla quale ero stato sino allora legato. Ciò che vedevo io, nessun altro poteva scorgerlo; trascorrevo la mia esistenza nel silenzio e nella solitudine, per timore di essere considerato un folle.
(H.P. Lovecraft)



  
Nel 1931 Godel ormai padroneggiava l'arte di usare un'analisi rigorosa per trovare nuovi sentieri nel labirinto del pensiero autoreferenziale. A ogni stadio della sua carriera parve evidente che egli apriva nuovi orizzonti concettuali: nei primi anni, segnati dai trionfi in matematica e logica, nella seconda fase, in cui si rivolse a questioni di fisica, nella speranza di ripetere i suoi cedenti successi; e negli ultimi anni, in cui si dedicò principalmente alla riflessione su problemi filosofici.
Nella filosofia della matematica Godel era un platonista risoluto. Assumeva che gli oggetti matematici (Anche se un ‘Dio prima di Dio’ l’essenza cercata da Godel è assente all’insieme detto o enunciato) esistessero da qualche parte oltre lo spazio e il tempo, ma che non fossero per questo meno reali. Nelle sue parole, 'abbiamo una certa percezione degli oggetti della teoria quantitativa, e ci formiamo anche le nostre idee di questi oggetti sulla base di qualcosa che è direttamente dato'.
Non ci sono dubbi che questa sia una concezione platonica degli oggetti matematici. Per il platonista gli oggetti si presentano come dati all'intuizione. Al contrario, per l'intuizionista o il costruttivista essi sono invenzioni della mente umana. 
Dunque, un 'realista' matematico come Godel afferra mediante l'intuizione oggetti matematici che esistono....















IL VOLO DI JONATHAN: dialogo con l'eremita (17)


















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I sentieri di Jonathan (1/16)

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Il volo di Jonathan (18):   ..... Dialogo con l'eremita













Ora riprendo il volo, confesso che la Terra dall’alto di questo cielo oggi mi pare più limpida, più facile la Via proprio quando pensavo averla smarrita, in questo mese ove giù da basso si sente la Rima di tanti miei amici, mi sia concessa in questa Primavera di una Resurrezione così lieta anche a me la dolce strofa della poesia che allieta la Vita. Quando costretto, dalle terrene esigenze, volare in basso dalle alte stratosfere prive di quella materia che il popolo divora. So i miei amici farmi compagnia lungo la via ed allietare la strofa della terrena sofferenza. Udirli la mattina nel loro Canto e Poesia al Girone ove legata la strofa della Rima è una lieta novella che annuncia la Vita, ed il volo interrotto mentre alto nei cieli di una geografia così ricca al confine di una città che fa mostra di se nell’Esposizione della ricchezza, un Eretico mi ha narrato il suo Viaggio, mi ha confessato la pena della vita interrotta dal cacciatore della Rima.
La sua traversata, o per meglio dire, il volo terreno per questi ed altri cieli fu interrotto da uno o più uomini appostati con degli strani schioppi, cercavano la linfa della Vita per appagare il ventre del loro istinto al soldo di chi non ha ali per questa rotta. Inchioda l’Anima ad una verbo che vola con sicura e decisa traiettoria alla velocità di una mira che non conosce l’oracolo del Sogno che crea Parola. Poi il calore di un Tempo sconosciuto alla loro Memoria, da dove l’Universo si ricompone per espandersi alla velocità della luce, un minuscolo evento giammai quantificabile nello strappo di una antica simmetria che dal gelo apparente e senza vita, sboccia al calore della Vita. Così 




l’Universo è di nuovo nato in questo invisibile Creato, e se lo osservi con occhi diversi scoprirai dimensioni invisibili ai tuoi sogni terresti, la direzione del Tempo donde per il vero io provengo, dona a me la vista e il potere del Dialogo degli eventi, così riesco a scorgere un mondo invisibile comporsi in miriadi di Cieli e Universi dove la lotta talvolta si annuncia difficile e dura. Per lo stesso motivo il poeta Milarepa, aggrappato alla radice della vita quale suo unico nutrimento e verde come la foglia divenuto e nella terrena vita evoluto, dovette combattere una difficile strofa, una difficile guerra, fra il Bene che avanzava e il male che muta sembianza e crea quella materia a noi estranea e priva di ogni sostanza. Placare Dèmoni e angeli caduti in una lotta priva di ogni logica Divina: debbo tacitare questa invisibile crosta ove digerita la povera sostanza dell’umile via, incide la placca ove inciso l’araldo di lontana memoria antica.
Assiso sotto un albero meditai la Luce e la Vita.
… Ma nel profondo di un Oceano di fuoco fu intrappolata la vista, tartaro e fucina della Materia di chi vuole controllarne il Primo Sogno, strappo di un creato nato, minuscolo frammento più piccolo del Tempo misurato onde creo la Vita. La curvatura onde piego l’ala della mia venuta quando il vento indica alla mia Via l’orientamento dall’uomo smarrito nella rotta così ben miniata e dipinta di ciò che pensa composta la Regola pregata.
Quando si accorgerà che esistono altri Universi lontani e distanti miliardi di anni luce precedenti al piccolo Frammento di una Primavera della vita, capirà l’errore dell’infallibile parola coniata. Perché Dio assente al Tempo della loro venuta. Assente alla dimensione della piccola Natura sognata. Si espande in questa alba di Primavera e poi torna al gelo di un inverno ove il Dio prima di Dio nacque dal freddo di un Padre Straniero, e morì in un desiderio di vita incompiuto dopo aver creato la vita appesa al fucile. Traiettoria di un cacciatore appostato lungo la Via. Se fu delatore dell’Eretica Parola e Rima non so dirvi con precisione, il mio amico incontrato una mattina alle alte quote di un volo invisibile alla loro Vita, mi narrò la vita sacrificata all’ala di chi non conosce la Verità celata nel Sogno di una diversa vita, prigioniero di un pasto con cui pensa saziare l’ingordo appetito. 




Così sacrificano la Vita e Dio che compone la strofa, perché quell’essere che vola mostro antico a cui la Storia della sua Natura ha donato una morta prematura ad una meteora della sua venuta, un Tempo narrato dalla stessa strofa nuotava in un mare antico, ma tutto ciò è illusione di uno strano Dio, indecifrabile al Tempo di un Secondo calcolato e narrato dal loro Creato così misurato.
In un volo celato al loro cielo scrutato la dimensione di ciò che pensano Vita e Materia conosce diversa Luce e Tempo nella Rima che compone lo Spirito che si incarna per ogni foglia di questa invisibile via. E il ciclo della Vita si ricompone per ogni vita di nuovo prigioniera ed appesa alla traiettoria di una navicella che vola nell’assenza di ogni gravità cui pensano composta la vita. Gravità e Tempo che necessitano di una diversa vista all’angolo della loro vita, l’angolo ove si apre l’ala che vola pur prigioniera alla materia e gravità sospesa di questa vita. E l’amico incontrato una mattina mi narrò il volo spezzato all’orientamento della sua rotta. Il desiderio di Vita e l’amore della Natura sono divenuti altri Elementi e araldi dello stesso Creato. L’ho avvistato poi al freddo di una mattina mentre miravo il panorama alto di questa geografia, correva a braccare il gregge di un pastore che gli aveva rubato la compagna della sua vita.
Ed in una nuova Simmetria di quella geografia ove il cacciatore apostrofa la vita, vedo il riso della parola coltivata nell’araldo della terrena via, sazia la strofa della vita. Un campo di riso, e mentre loro ridono io vi narro brevemente del riso della vita in una lettera letta all’uscio di una antica dimora, perché il volo richiede giusto nutrimento allo Spirito privo di materia cui composta la terrena via.

Havendone lo Illmo duca de Ferrara facto richiedere per mezo del suo Ambassatore che gli vogliamo  compiacere sachi XII de riso quale desidera de haverne per seminare in Ferrarese Te scrivemo et commettemoti che al dicto Ambaxiatore o ad qualunche suo messo debbii subito far consegnare li dicti sachi XII de riso per lo urgentissimo bisogno per sui fratelli frati et eremiti dislocati in lontani confini ove lo Terra scalcia come uno somaro impazzito e lo companatico non se pote trasbordare per lo ordine de mare  o per per terra tanto le strade inaccessibili vi demorano Lo detto Ambassatore ha espletato penitenza terrena per talune hearesie dello quale perseguito dai suoi devoti nemici et alla Bolla dello presente Ordine Divino se accompagna penitentia terrena per li peccati commessi affinché detta  Lettera con lo riso richiesto non ne venga fatto sequestro dallo delegato Sanctissima e Benedectissima Inquisitio et affinché neanco io venga persecuito per istessa immonda et innominata haresiae per lo ventre della Beata Vergine e Benedecta Maria cui allego alla presente devota offerta per lo convento in costruzione et facio sollenne giuramento de onni precriera
Me firmo in fede alla devotissima Chiesa Galeazzo Maria Sforza duca de Milano…

Quanti campi così ben coltivati, quanti terreni e osteria della ricca parola alla dimora del riso della vita che sazia codesta Rima nutrita al ventre della vita. Quale geografia alimenta questa Preghiera al sor-riso di una antica poesia affinché il riso di un profeta che nacque alla retta Parola non perisca alla materia di una crosta indurita con cui saziamo la mortale vita.
Il segreto lo conservo nel ricordo coltivato e nutrito di un Eremita incontrato un mattino, volava alto nel limpido cielo. Non sono mai riuscito a imitarne il volo, perché diveniva una sol cosa con il Creato, prodigio del Nulla cui talvolta appariva nella caverna di un pensiero profondo cui custodiva il segreto della vita, cui nutriva la saggezza della Prima Rima. Da lui, per il vero, ho meditato e saziato l’evoluzione del mio volo. A Lui debbo qualcosa dal riso di una diversa venuta, e nel dialogo antico 




apprendo la saggezza della vita e contraccambio con il riso con cui condirono e inchiodarono la Vita all’osteria del Cacciatore della parola per sempre riccamente nutrita. Ognuno, saggio e devoto alla retta Via, sazierà e nutrirà la dura disciplina, sfamerà e condirà la terrena Vita. A noi sarà destinato il riso nella povertà nutrito e nella stessa ora condividerne il martirio. Leggerne la strofa che sazia lo Spirito di un profeta e poeta diviso fra il Bene ed il male di un mito specchio del Creato. E di un male giammai arrecato nell’Universo pregato ai piedi di un Buddha smagrito e mutilato alla vista di un nuovo Dio forgiato…

Jonathan: Disturbo signor Eremita? O forse preferisce che la chiami Ibis dal ciuffo?
Ibis: No, no, è troppo frivolo. Eremita ha un’aria più dignitosa. Ma a che cosa il piacere della sua visita?
Jonathan: Ero sopra queste risaie e ho pensato di venirle a far visita. Qui Eremiti come lei non si trovano più, so per l’appunto che è rimasto solo, ciò mi dispiace. Del resto, che altro può fare con quel nome, se non vive solo? Immagino che si stia dedicando alla meditazione.
Ibis: Dice bene, sto imparando a meditare, o almeno ci provo. Io non ero un contemplativo, tutt’altro, ma i guai la vita e la solitudine modificano il carattere. Se uno li prende male diventa nevrastenico, se li prende bene acquista saggezza, e siccome io sono un Eremita longevo il Tempo per maturare non dovrebbe mancarmi è questo il difetto di quegli uomini che camminano laggiù. Li vede? Non meditano mai le loro terrene parole, se solo meditassero sulla fragilità dell’esistenza terrena saremmo più eremiti e contemplativi. Pensi…, l’anno scorso quando siamo tornati dalla solita migrazione, eravamo ancora in Tre, ma Tre volte Grandi! Fortuna che non siamo transitati sopra l’Osteria del Cacciatore, quelli quando ci vedono sono spari e riso…
Jonathan: Lo so bene, non mi dica nulla mi rattrista la mattinata… E’ strano che vi siate ridotti a questo punto. Non siete mai stati molto numerosi, e poi lo ammetto fosse solo la cucina del vecchio oste, nulla al confronto della Lanterna ‘dal cinese Rosso’. Dal cinese dell’ultima dinastia l’Ibis dell’antica parola è un piatto prelibato e ben condito. Non lo cuoce allo spiedo dal fuoco nutrito come sa fare solo il Cacciatore Oste antico. Questo so di certo…, ma dal Rosso è tutt’altra salsa e l’Osteria così gestita rende la Vita 

(Prosegue....)
























mercoledì 20 maggio 2015

ELLIS ISLAND (3)

















Precedenti capitoli:

Ellis Island (1)

Ellis Island (2)

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Ellis Island (4)



20 maggio 2015 museo dell'immigrazione....













....Gli impone di condividere con l'inimmaginabile
straniero la sacralità della sua americana coscien-
za, l'intima essenza del suo americano patriotti-
smo; ma mai quella verità gli si era rivelata con
simile forza.....




Nella luce livida di cui quei cortili di sgomento la
inondano, essa lo scuote - almeno mi piace imma-
ginare che lo scuota - fin nel profondo del suo es-
sere; mi piace immaginarlo, debbo assolutamente
immaginare che a seguito di quell'esperienza per
sempre vaghi con un nuovo sguardo sul volto, se-
gno esteriore per chi riesce a vederlo, del nuovo




gelo che gli ricopre l'anima.
E' questo il marchio visibile della persona, non
so quanto privilegiata, che ha avuto un'apparizio-
ne, che ha visto un fantasma nella sua vecchia ca-
sa, ritenuta sicura.
Che l'incauto, pertanto, non visiti Ellis Island.
Come io stesso mi accorsi, peraltro non sarebbe
stato per niente facile cancellare il retrogusto di




quell'esperienza tanto pungente; al contrario, lo
sentivo continuare a crescere ovunque volgessi
lo sguardo; altre impressioni sarebbero potute
andare e venire, ma quella conclamata asserzio-
ne dello straniero, per quanto incommensurabil-
mente straniero, a condividere il più sacro rap-
porto di ciascuno, rimaneva comunque l'elemen-
to costante, il monito che non poteva essere e-
luso.




Il rapporto più sacro di ogni individuo, così si
era sempre pensato, era quello col proprio pae-
se: concetto, questo, che per tanta parte è co-
stituito dai propri concittadini e concittadine...
Così davanti alla tradizione di cui quelli erano in
gran parte il prodotto, fu come se per tutto quel
periodo l'idea stessa di nazione andasse incontro
a una sorta........

(Prosegue......)















martedì 12 maggio 2015

IL TEMPO E LA MEMORIA (18)



















Precedente capitolo:

Il Tempo & la Memoria (17)

Prosegue in:

Il Tempo & la Memoria (19)













…. Ma in questo caso, superata la simmetria storica, di cui non esageriamo o falsiamo i contenuti accertati, (‘condiamo’ la falsa coscienza della futura e comune Memoria, ‘perfetti’ custodi della vera Parola perché per l’appunto celebriamo il bilancio giammai falsato della Storia…) abbiamo a che fare con una persona istruita, e nei fotogrammi di questa storia assente alla direzione del Tempo, visto la Domenica del comune ricordo, introduciamo una breve parentesi... (ove due opposti ma uguali totalitarismi si celebrano nella liberazione, e futura, per quanto nuova carcerazione dello Spirito quanto del corpo: l’Armata Rossa libera dal nazismo quel che rimane della Germania riflessa nelle macerie dell’Europa nella corsa contro il tempo per le sorti della geopolitica che condizionerà il destino tedesco quanto europeo per i successivi quaranta e più anni, e di cui, se pur le ammissioni di colpa, la volontà scritta nei geni di un popolo (sconfitto o/e liberatore) sembra palesare al di qua e al di là della nuova frontiera, uguali intenti ed istinti… In condizioni apparentemente e diplomaticamente avverse contrarie e lontane dai rispettivi interessi… E di cui mi par doveroso rinfrancare e dissetare la giusta Memoria alla Biblioteca della comune Storia, in quanto uguali intenti si possono di nuovo ‘materializzare’ nel delirante teatro dell’egoismo inteso come reciproca incomprensione… dettati da opposti interessi…).




In questa giornata, il sentiero dell’inquisitore di ‘frate Lanfranco’, non immune dalla logica, dalla sottile logica che lo lega indissolubilmente ad un (futuro) Eichmann, oppure ad un (futuro) volenteroso guardiano di gulag, e di cui il libretto vergato costituisce una testimonianza utile, rappresenta una valida simmetria di cui l’autrice del notevole testo ci trasporta in una geografia e testimonianza storica piuttosto rara; e di cui, i futuri totalitarismi, dovranno molto, in quel ‘ruolo’ e ‘bilancio’ accertato di ‘padre Lanfranco’. E di cui il singolo fotogramma così ben visualizzato, ci conduce alla visione di uno snodo documentario che non può e deve essere isolato come l’esule il clandestino o l’eretico qui ricordato, poiché il singolo evento, la singola eresia (anche e soprattutto se rapportata ad un piano più vasto simmetrico alla scienza della fisica trasposta alla metafisica), la singola ed avversa parola…, creano la ‘frattura’ su cui si costruisce la Verità storica. Creano la visione di una più reale e certa prospettiva dell’intero panorama osservato nella geografia ammirata e studiata. Ciò è condizione necessaria e sufficiente, indispensabile per quella Ecologia cui il nostro DNA ci porta a constatare le dinamiche (storiche e sociali proiettate nello spazio che si occupa) dell’ambiente cui desideriamo una duratura e prosperosa crescita immune da quell’‘inquinamento politico’ che degenera nello ‘smog asfissiante e delirante’ parente dall’intollerante e monolitica certezza. Futuro e certo terremoto di quella evoluzione sociale che porterà alle condizioni e premesse della moderna per quanto antica dittatura.




L’uomo è legato geneticamente socialmente e intimamente all’ambiente occupato, ragion per cui, tutt’uno con esso forma l’humus e contesto sociale per prosperare nelle proprie ed altrui condizioni di vita. Osservare la (Stato) geografia di un qualsiasi contesto: mare o montagna che sia e goderne le bellezze, comporta questa conoscenza evoluta su cui la terra o l’acqua camminata e navigata parlino e narrino la storia. In cui in un passato non del tutto remoto, sappiamo l’evoluzione di questo pensiero, di questa conoscenza, essere ancor oggi legato alla ‘teologia’ di una monolitica visione intesa quale ‘unica certezza’. Sia per il popolo tecnologicamente evoluto, sia per il ‘talebano’ che in nome della sua religione ‘mutila’ il passato rendendo a quella ‘iconoclastia’ di cui si fa artefice una realtà monolitica quanto l’ortodossa parola cresciuta nei fotogrammi di una dittatura. Due geografie che debbono convenire ad un panorama non comune in quanto diversa la loro memoria, ma nella diversificazione che ogni panorama offre, le possibili strade per condividerne ammirarne e goderne pacificamente i contenuti. L’osservazione e lo studio della geografia e le previsioni ad essa legate, quanto della storia, e le previsioni ad esse riconducibili, richiedono quell’intervento interdisciplinare indispensabile nel millennio che viviamo, per superare arginare e prevenire ugual intenti scritti nella stratigrafia genetica di un comune (e talvolta o molto spesso… intollerante e limitante passato). Perché in tale geografia ammirata, in quella Ecologia desiderata, nella libertà agognata, specchio dell’economia prefissata, per mantenere immune il panorama ammirato ed abitato nella prosperità confacente all’uomo bisogna considerare la stratigrafia che tale panorama ha solcato ed inciso nei secoli del suo sviluppo.  




…Tale condizione intimamente legata alla Storia che non può essere isolata nella visione che si ammira, più o meno rapiti. Ignorare ciò è limitativo ingenuo e fuorviante ed innesca tutti i motivi di una ciclicità di intenti e finalità. Gli attuali ‘viaggiatori’ di questa geografia, come altri, risentono ancor oggi di questa guerra di questi divari, di queste fratture nel comune terreno sociale e politico, come il Tempo e la Memoria al fotogramma di  frate Lanfranco (al teatro della vita molto o troppo spesso recitata sul palco  della memoria dimenticata o peggio scimmiottata, a cui si preferisce troppo spesso altro film altro teatro immune ed avverso alla verità vissuta e interpretata) o altri eretici esuli della geografia studiata. Talune frontiere sono irrimediabilmente divise con esiti e destini incerti scritti nel comune passato, che, anche se celebrato, rischia ugual fratture fra una eterna ‘ortodossia’ e ‘eterodossia’. Non basta dire e pensare nella limitatezza di intenti: ‘venite poveri a voi il paradiso terreno di una nuova terra’; non basta questo singolo gesto o parola per far prosperare la propria ‘geografia teologica’. Bisogna approdare ad una scienza filosofica dalla quale la geografia religiosa ha ereditato il passato pregato e ammirato in ugual intenti e finalità privi del requisito del materiale egoismo e di cui condividono i motivi, se pur la stratigrafia nella geografia ben accertata e documentata nell’araldo del Tempo risenta dei climi dell’intollerante limite della Memoria. Nella simmetria dell’intollerante ed egoistica finalità materiale legata al territorio occupato che porta a formulare ed offrire condizioni ed interessi differenti per l’esule il clandestino e l’emarginato.




La globalità, condizione non ottimale di fondamento economico, e sulla quale si vuol costruire la comune memoria, deve fare i conti, oltre con quella iconoclastia detta, figlia di un Medioevo intollerante, anche con il limite stesso della sua logica, scritta in simmetrico intento livellatore ed ugualmente iconoclastico. Il futuro è scritto e ‘certificato’ nel passato, ogni geografia nasconde questo segreto ed intima bellezza. Il futuro è scritto negli archivi ‘stratigrafie’ di un ‘progresso’ che purtroppo ha portato e porta costantemente ad un regresso, poiché nella geografia del comune ambiente condiviso vi sono più o meno visibili quelle realtà su cui lo stesso ambiente è legato alla sua Ecologica, condizione indispensabile di sviluppo se non si vuol intervenire successivamente come ogni giorno accade. E qui non si vuole intimamente abusare di tal termine su cui qualcuno può speculare, ma è condizione necessaria e sufficiente per la Natura e la geografia da essa formata quelle condizioni biologiche e chimiche che creano le condizioni della vita (legate e scritte nella diversità biologica, e quindi, etnica, equamente e socialmente distribuita, in quanto ogni essere vivente abbisogna del proprio spazio vitale per poter vivere senza che sopprimiamo o artificialmente interveniamo come spesso accaduto e accade, eccetto che, per tutti quegli interventi di cui si rende indispensabile il ‘controllo’ e la dovuta ed evoluta prevenzione del ‘territorio’ osservato. La dittatura sul ‘libero arbitrio’ ha portato a condizioni storico-economiche non confacenti con la Natura dell’uomo quanto del regno animale da cui discende…).




Il regno animale oltre ad offrire un valido esempio è il serbatoio sul quale sono scritti i comuni geni della memoria, l’animale (di allevamento, e non, parente a noi prossimo) da cui traiamo nutrimento non rappresenta solo motivo di sfruttamento, ma motivo e condizione economica per studiare due modi e concetti di ricchezza e sviluppo. L’animale che trae sostentamento in rapporto al territorio occupato nella millenaria ecologia e ciclo della vita riproduttiva seriamente minacciata dall’uomo e su cui  interviene per migliorare le proprie condizioni da quando cacciatore più o meno evoluto, è legato al terreno o territorio (occupato) su cui coltiviamo (ed alleviamo) i nostri intenti alimentari come culturali. Se seminati sulla ‘zolla’ ed ‘humus sociale’ intollerante sfavorevole o geograficamente ‘non confacente’ perché iniquamente ripartito, con quei virus che sovente infettano raccolti e piante come i principi dell’intollerante e fertilizzante veleno, creano quei frutti (vegetali e non…) e raccolti dannosi alla salute per il presente quanto per il comune futuro di tutte quelle malattie intese come ‘cancri’ che dividono e uccidono la sanità del corpo quanto dello spirito. L’interdisciplinarietà di più eventi non è un singolo fatto utopistico o peggio una  forza a cui deleghiamo e successivamente coniamo la moneta o il ‘sogno’ del più forte e ‘libero’ impero, così come i nobili delegavano il proprio impegno a difesa del potere temporale per consolidare il proprio feudo; ma altresì la capacità di arginare errori e comuni intolleranze nella prospettiva di una geografia storica non immune dal Tempo e la Memoria…
(curatore del blog…)




… Altrettanto raramente si esplicita l’identità religiosa di uomini e donne: mai l’inquisitore supera il  livello stereotipo dell’indicazione della vera o presunta ‘setta’, né si addentra in specificità dottrinali. L’interesse di frate Lanfranco è altro. Paradossalmente gli eretici sono comparse sul palcoscenico della repressione antiereticale dove agiscono inquisitori e collaboratori, rappresentanti dei poteri pubblici e signori locali. Non è chiara la strategia antiereticale, non sono precise le accuse contro gli eretici. In modo più evidente appare che la ricerca e la persecuzione di uomini e di donne sono funzionali a traiettorie politico-ideologiche esterne, se non estranee, a molti di quegli uomini e di quelle donne. Rispetto al momento giudiziario, i rendiconti si collocano in una dimensione temporale differita: rappresentano il prima e il dopo di realtà processuali. Si soffermano sui prodromi dell’azione degli inquisitori e dei suoi collaboratori (spie, officiales, ecc.) e sugli esiti (ad esempio confische e vendite di beni). Non danno risposte esplicite su chi viene indagato, ma su come si arriva ad un eretico. Non svelano i perché di scelte di religiosità critica. Le scritture contabili sono al di qua e al di del momento processuale e, sebbene poche informazioni trapelino circa i procedimenti giudiziari, il termine processus compare con una certa frequenza solo quando si provvede all’acquisto di materiale per scrivere e per rendere conto scritto dell’operare degli inquisitori, non certo di quello degli eretici. 




Collaboratori stretti del frate inquisitore si rivelano i detentori della pubblica fides, ossia i notai, la presenza di un notaio indica la necessità di redigere un documento (più o meno valido più o meno giusto più o meno confacente con l’interesse dell’eretico…): la missione ha superato la fase poliziesco-investigativa ed è al finale momento giudiziario. La loro presenza, ed il loro ruolo, inevitabilmente, indica la stesura di atti formali e qualifica il tipo di missione.
Passiamo ora agli Eretici: l’obiettivo umano di un meccanismo dinamico e flessibile, indefessamente adattato alle circostanze e alle persone per raggiungere la meta coercitiva. Le note di frate Lanfranco corrispondono a fotogrammi di esistenza che si fanno animata pellicola di vita: le sequenze compulsive sono talvolta intensamente drammatiche, talaltra meramente operative. I quaterni racionum diventano crocevia di innumerevoli vicende umane incatenate all’inscindibile nesso tra azione, cifra numerica e giustificazione contabile.
Uomini e donne non hanno parola e diritto: agiscono e subiscono azioni.. l’agire azionato dall’incontro/scontro con l’officium fidei – è codificato e certificato nelle scritture notarili (come i ‘futuri’ ‘conti’ di Eichmann o i ‘futuri’ verbali ricordati nei diari di guerra di Solzenicyn), ed inoltre emerge con chiarezza che il frate inquisitore è del tutto indifferente a connotazioni dottrinali, quasi fossero elementi marginali e secondari rispetto alla concreta ‘materialità’ dei beni degli inquisiti (questa lapidaria affermazione della Benedetti è di una efficacia sorprendente, di una limpida chiarezza storica che la porta sullo stesso piano di una Arendt quando inviata al processo di Eichmann, nella differenza che la prima ha dovuto desumere i contenuti accertati in un ‘carotaggio’ effettuato ad una profondità geologica molto più ampia, ove i documenti storici per ricostruire il nostro comune passato, quella geografia enunciata, sono rari, e dove i secoli hanno ‘virtualmente’ modificato ugual panorami.  Ove vediamo progresso e modernità, ove vediamo le più ampie manifestazioni di un futuro sognato desiderato e creato, in realtà ‘camminano’ ‘prosperano’ ‘vivono’ ugual intenti e pensieri, logiche comportamentali e sociali cresciute dalla stratigrafia falsamente evoluta di una ‘parabola’ e falsa certezza nominata progresso nella differenza che ugual ‘genetica umana’ è progredita ‘ciclicamente’ in una simmetria più confacente con la sua ‘intelligenza’. Infatti dove esiste(va) il libretto di frate Lanfranco in futuro troviamo la più evoluta IBM venduta dall’impero meglio organizzato (leggi l’olocausto e l’IBM) per razionalizzare e pianificare le regole dello sterminio, su ugual imputati così solertemente schedati. E dove il notaio ‘certificava’ il risultato ottenuto troveremo i diari di guerra che narrano più o meno gli stessi metodi e mezzi per rafforzare il potere, non più Temporale, ma ugualmente e simmetricamente confacente con lo stato totalitario che consolida identico intento, mezzi e metodi sono così evoluti e riflessi nell’intelligenza, nelle finalità accertate contrarie alla Natura umana. L’Ecologia enunciata sopra, rappresenta questa utopistica volontà di vedere con occhi diversi la geografia del comune paesaggio condiviso scritta nella geologia della sua presunta evoluzione, caratteri ed araldi del Tempo… e la Memoria..), dunque, disinteresse per gli ‘Eretici’ in quanto tali e attenzione rivolta ai loro beni (i quali vengono imparzialmente confiscati.. sottratti ai legittimi proprietari…). Non stupisce l’azione attiva degli inquisitori e l’identità passiva degli Eretici, il valore pecuniario del patrimonio e non l’importanza individuale del proprietario. In tale prospettiva, i libri racionum (i  preziosi carotaggi) di frate Lanfranco sono fonti peculiari per la storia dell’inquisizione e non specificatamente per la storia degli Eretici: fonti attente alle dimensioni patrimoniali che, contestualmente, mostrano la trasformazioni di individui (si badi bene, in futuro tale ruolo di frate Lanfranco sarà delegato alle autorità cittadine…). Il pragmatismo contabile (al pari del ragionier Eichmann)  elimina attribuzioni d’identità ereticali, solo di rado uomini e donne verranno qualificati per le loro scelte religiose.
(M. Benedetti, inquisitori del… Duecento…)




… Verso la fine del 1298 viene catturato un uomo dal nome di… la sua carcerazione è strettamente collegata all’interrogatorio di una donna… Alla fine della seduta inquisitoria – che ebbe luogo con buona probabilità nel palazzo vescovile – il frate inquisitore compera del vino e con lui devono gli ‘officiales’ che lo avevano aiutato. Il giorno seguente l’interrogatorio, il giudice e i frati si riuniscono in un convivio sempre offerto da frate Lanfranco, ove redige un verbale in presenza di altro Dottore inquisitore della diocesi per compilare un verbale circa lo stato mentale del detenuto. Il giorno seguente l’interrogatorio, il giudice ed i frati si riuniscono in un convivio sempre offerto da frate Lanfranco, quando l’avventura terrena della compagna dell’inquisito si conclude, l’inquisitore paga coloro che avevano collaborato: gli ‘officiales’, i frati, il priore di…, e il lettore. Ma non finisce qui! Una ‘pitancia’ di pesce è offerta al convento per i non pochi frati che avevano tentato di convertirla. Il vino dopo il processo e la ‘pitancia’ dopo il…. ROGO sono segni marginali di un aspetto della operosità del frate Lanfranco: mostrando i costi umani e sociali sul fronte della lotta antiereticale, rivelano una coattiva socialità in funzione di una concorde azione repressiva (non si conoscono né le motivazioni né le presunte colpe dei due Eretici… - M. Benedetti, Inquisitori del Duecento…)…







Appesa alla gloria ed al dovere
di una parola che uccide la passione,
e un libro che spiega felice,
come arrecare sofferenza e tormento,
per una terra che trema al suo cospetto.
Strega che macina in silenzio
un’erba antica quanto la vita:
radice di un verso, preghiera sommessa, 
strofa che sazia l’amore…
nella lingua segreta di Madre Natura.
Perché narra la sua eterna poesia,
né vista né letta. (1)

Un verso, uno sputo, un riparo
nascosto,
vicino ad un tugurio
dove Dio non ha pane,
né fuoco, né un poco di rimorso.
Dove lontano la bestia s’appresta
con un abito scuro
per un pasto sicuro.
Animale che scrive la vita
dopo averla colta
nel folto di un bosco.
Chiesa raccolta
in fondo ad una grotta,
e in cima ad una foglia,
dove la radice non è mai morta.
Dove l’inverno partecipa al tormento
di un animale che parla
ed un altro che muore,
nel ventre materno
di una terra profonda. (2) 

Dove la primavera fa capolino
fra una risata ed un’anfora di vino,
nell’incanto di un sole
che scalda la neve,
abbiamo cercato il fungo,
una bacca, ed il ruscello
che sazia la sete.
Parlando alla foglia
di un albero che vi dimora,
scrutando nostro fratello,
è solo un’animale
vicino allo stesso torrente.
Ci guarda senza paura
al cospetto di un mito
perché ne fa sacrificio. (3)

Ci da la caccia per ogni stagione
nostro eterno tormento,
nel nome di un libro
che non abbiamo mai letto.
Ci ostacola il passo e la via,
con una croce incisa sul petto
nel ferro vestito
del suo eterno mito.

Ora lo chiama sacramento,