giuliano

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IL TOMO

venerdì 30 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (12)



















Precedenti capitoli:

I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (1)  (2)  (3)  (4)  (5)  (6)  (7)  (8)  (9)  (10)  (11)

Prosegue in:

I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (13)














La pietra incide il principio
di un diverso Dio pregato.
La mano,
fossile antico di questo Creato,
scolpisce la forma divina di un
corpo,
ma con la testa di antico animale,
non sacrificato sull’altare.
Adorato come principio del Creato,
mitologia antica, diversa creanza:
insegna l’istinto d’un sogno proibito,
striscia cammina e poi vola lontano.
Dona i colori di un diverso
miracolo,
pensiero di vita infinita creazione,
pian piano diventa la sola
ossessione. (4)




Ora la mano accarezza il profilo,
scultura con corpo divino.
Il ricordo muta in passione,
la lacrima scende sul viso,
la goccia segna la fronte.
Adoro la bestia chino vicino
alla fonte,
quando il giorno aveva una
diversa ora,
e mai vi era paura.
Accarezzo il corpo,
come la pietra che mi dona
un altro fossile della memoria.
Bacio la vanga che mi ha restituito
Divina creatura,
piango la memoria di un’altra
storia.
La forma nell’ora del giorno
assume ora un nuovo contorno.
Ogni strato di pelle
che semino lieve,
è una scultura che ridona sorriso.
La forma ora assume colore,
il Dio muta il corpo perfetto
in maschera di terrore.
Esorcizza paura e dolore,
una vita impastata coi Démoni:
una lotta fra la luce
e la più nera visione
di dolore. (5)




La lotta si fa dura,
fra il bene che avanza,
e il male che domina ogni
sostanza,
scritta nella dura terra
della rozza materia.
La pietra diviene diavolo contratto,
angolo perfetto dell’intera
costruzione.
La scultura mi dona paura antica:
una parola non ancora capita,
quando Dio sussurrava
la prima rima nella materia,
lenta poesia della vita. 
Ha ferito solo la memoria,
un bene donato e mai capito,
forse solo appena intuito
nel gene del primo elemento.
E nella forma perfetta di altro
Dèmone
dell’intricata storia. (6)




Rapirono così il ricordo di una
preghiera,
illuminata anch’essa
da una stella.
Così rubarono l’amore di un Dio
che lotta contro la prigione
di un profeta,
perché non è materia
come la sua terra.
Ora mi dona la stessa visione.
La poggio sulla sua terra,
ora che il mostro invade il sogno
e diviene incubo di un altro regno:
la pietra incisa assume la forma
di una divinità mostro indegno. (7)




Invase per molti secoli
questo regno:
forma estinta di un’altra vita,
morta di colpo per mano di una
meteora impazzita.
Incise la volontà di un diversa
coscienza,
divenuta principio di vita
scolpita nella pietra.
Pian piano ci mostra la bellezza
antica,
splendida nella forma scolpita,
con una testa proibita di bestia
divina.
Gene della memoria,
scava un primo ricordo
mai morto,
forse solo un Dio…
…appena risorto. (8)  




Ricordo questo sogno,
paura mai morta
come una divinità
sepolta,
estinta come lo scheletro
crepato di sete
sulla riva del torrente.
Ricordo la visione di un animale,
lento striscia e mi spia,
forma mai estinta di vita.
Ricordo la terra tremare
al passaggio di quella Dea.
Ricordo il diavolo assumere
nuova visione,
nel caos di una nuova dimensione.
La pietra mi dona tanti troppi
ricordi mai sepolti,
e assume un nuovo colore,
in questa giornata piena di sole. (9)




Sono uno scultore,
e in un sol giorno scolpisco
la memoria,
di milioni di anni di storia.
Capisco che il chiodo è solo
l’ultimo minuto di uno stesso Dio,
morto troppe volte all’ombra di una
pietra,
della mia grande scultura.
È visione antica nominata mitologia,
ripetuta nella mente
di questo piccolo torrente.
La incido con amore e sudore
dalla mattina alla sera,
di un giorno infinito
….senza preghiera. (10)




La pietra,
più la giornata passa e muta
colore,
più assume diverso spessore.
La scultura antica diventa profilo,
si beffa del mio sudore
accompagnato al triste destino.
Ride al sole della nuova venuta,
ride come un satiro della mia scoperta,
ride della forma che incido,
ride osservando il mio profilo.
Mentre io scruto il suo
levando la polvere.
Lui mi asciuga la fronte di tanto
sudore,
e mi fissa con l’occhio rivolto
in un'altra direzione. (11)




Mi fissa e ride dell’illusione
del tempo che scorre.
È nato ridendo
ed è morto contento,
con la certezza che il tempo
mai è esistito,
quando adornava la tomba
del suo Dio.
Quando vegliava la sua casa,
quando annunciava il nuovo
martirio,
divenuta ultima tentazione
per un mondo migliore. (12)




Il caso lo volle ubriaco di gioia,
per ugual stella
che illumina la luce della parola.
Lo vuole ora,
muto testimone, 
con solo il riso della comprensione
di un’altra visione.
Continua a ridere,
mentre lo poggio a terra,
il mulo fedele spalanca la bocca
appena lo vede.
Il cane abbaia al vento,
urla alla bestia,
che scalcia e tira l’aratro
in un'altra direzione. (13)




La statua ride dello scompiglio,
è di nuovo padrona della situazione.
La stella muta colore
e dona nuova visione.
Un popolo intero trema
per questa divina creatura.
Chi prega, chi cerca riparo,
chi ritrova parola.
Lui nel riso del suo Dio,
prova solo compassione
per tanta incomprensione. (14)



 
Ride di gusto,
è la sua preghiera,
osservando il volgo
fatto ignoranza…,
che nella storia compone
la materia.
Rimane a guardia della casa,
luogo sicuro di una saggezza
che non conosce paura.
Solo l’avventura di un nuovo
cratere:
scava la pietra,
e un  Dio che offre la sua
cenere…
per una nuova preghiera.
La pietra muta sostanza,
diviene scintilla brilla come
un sole.
Luccica come le stelle,
ora stanno di guardia alla falce
d’una luna che saluta…,
la mia nuova avventura. (15)




Mi racconta con un sorriso,
verso la strada del mio paradiso,
di un altro mondo
e mi fa regalo del suo oro.
Mi narra di un’altra epoca
con una luce piena di gloria,
per dirmi solo che la scultura
non è ancora finita.
L’arte antica della mia ricerca
merita solo un dono d’amore,
è la rima di un’intera giornata
trascorsa al sole di una zolla di terra.
Ad ogni sasso incontrato
dalla mia vanga,
non ho pronunciato
una sola bestemmia,
né contato una preghiera,
ma parlato con la semina,
antico amore della mia infinita
ora.
Perché mi vuole più solo
di ogni pietra.
Incisa scolpita adorata,
come un antico profeta.
a cui non è concessa parola. (16)




Come un oracolo scopro
il miracolo.
Uno sciamano beve l’antica
bevanda,
e ride di gusto al tesoro trovato,
premio per ogni ora della giornata.
Una vita mai raccontata
dalla sacra memoria,
nella geografia della loro…
…oscura ora! (17)




Volge il giorno alla fine,
ogni stella racconta
la mia ora,
non s’attarda per il sogno
della notte,
mentre veglia e narra
un mondo senza parole.
Verità muta,
apre la vista della mia prima
forma.
Anima assopita prima dell’Universo
fatto materia,
prigioniera di una roccia dura,
dove scorgo il Dio della mia
scultura. (18)




Volge il sole al tramonto,
ed io ho scolpito la mia pietra
fino in fondo.
Ho vangato la memoria
di una giornata senza tempo…,
all’ombra di una strofa.
Mi ha insegnato la segreta via,
mentre il cane rimane a guardia
dell’opera mia.
Mentre il sole abdica la sua
ora,
ad una luna che mi adora.
Su un giaciglio che è solo
il misero premio,
per aver scolpito il tempo. (19)




Ora scorre lieve come un soffio
di vento,
gira nel vortice del bosco,
dove tante anime si rincorrono
fino ad un pozzo senza
fondo.
Dove un tempo parlarono
con la luna,
e l’acqua insegnò loro
una nuova parola…
dal nulla di quell’ora.
Ora invece chiedono solo
nuova gloria…
ad una vita mai morta
alla stessa ora,
perché regalò
la prima parola.
Ad un anima senta tempo
prigioniera della parola…
e scolpita nella materia,
con solo il tempo a scavarne….
la memoria. (20) 




Frusciano fra gli alberi
chiome scure di rami contorti
ricolmi di stelle.
Ogni foglia sospira lieve
al loro pallido colore,
scrigno di ogni preghiera
che in segreto rito…
intonano la sera. (21)




Pregano la terra e l’amore.
Il bosco,
segreto padrone
di ogni ramo e foglia.
Perché orna la gloria
di una natura mai morta.
Solo maestra incompresa
in ogni principio,
musa e anima di ogni
respiro. (22)




Quando dormo sullo scuro
giaciglio,
odo le voci rami di vita,
parlano ora la lingua
incompresa,
di foglie che pregano la loro
messa segreta. 
Poesia come musica sospesa 
senza una chiesa,
mi insegna la via
più in alto della grande
chioma,
dove vedo una stella che
illumina…,
la rima di una nuova strofa.
Ridona potere e speranza
di una diversa visione,
e vuole la vita di un diverso
colore. (23)




Il sogno mi lascia muto
in attesa del giorno,
sull’uscio di un alba simile
ad un nuovo tramonto.
In questo tempo di nuova
memoria,
mi dona una pietra da 
scolpire per la storia.
Antica come una diversa
dottrina,
mentre il giorno s’appresta
ed inonda la casa,
nuova luce ad ogni ora 
che avanza.
Lenta mi prende la mano,
e mi benedice alla fonte
della vita,
memoria di una Dèa,
senza una chiesa. (24)




Verbo di ogni
elemento, 
dona il principio non detto:
spiga che cresce,
pane povero che macina
la sua lenta preghiera,
ogni minuto chino sulla
terra,
della mia chiesa segreta. (25)




L’opera mia prende forma
e sostanza,
l’ammiro là dove l’occhio
non vede,
e l’anima scruta ogni contorno
della scultura che danza
al levar del giorno.
È bella come il sole che cresce
nel pallore lieve,  
si veste di un velo
sottile,
trasparente alla vista,
come una leggera foschia.
Scura di notte sottile di giorno,
piano lascia scoperte
le linee precise di una Dèa.
Nuda mostra le grazie
di un nuovo mattino…,
e battezza l’emozione
con acqua che penetra
…questa preghiera.  (26)

(G. Lazzari, Frammenti in Rima)

(Fotografie di M. Schlegel)


















giovedì 29 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (10)



















Precedente capitolo:

I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (9)

Prosegue in:

I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (11)













Con le mani unte e il ventre pieno, ci ritroviamo sotto le tende; i primus fanno le fusa; le pipe sono accese. Mentre si pulisce i denti, uno racconta una storia; il mio vicino, bocconi sul suo sacco, rutta e vomita; ha le labbra ancora ricoperte di rimasugli di grasso. L’indomani uno dei cacciatori che, come tutti gli Esquimesi, sogna molto, mi racconta più o meno questo: “Ho visto questa notte una larga sala chiara, completamente ghiacciata, donne che andavano e venivano con delle specie di calze che aderivano alla pelle. Al mio passaggio fanno un leggero cenno di saluto con la testa, accompagnato da un sorriso. Estasiato, le guardo passare una ad una davanti a me. Al momento in cui una di loro, tendendo le braccia, sembra invitarmi a seguirla, una voce tonante mi chiama:
- ‘Esquimese! Ah! ah! ah! ah!….
sempre con le mani in tasca.
- Esquimese, Ah! ah! ah!…come puzzi.
- Non sai cos’è questo… Come, non lo sai? E’ il grande spaccio Qraslunaq…. Estremamente importante; niente a che vedere con l’emporio di Siorapaluk. Boutiken-Kasik! Un piccolissimo spaccio da niente… Qui, ma guardati intorno’.
Le donne, in grembiule bianco come le infermiere dell’ospedale di Thule, stanno appoggiate con i gomiti su tavoli puliti. Tutto è ricco e brillante… Cose appese e ammucchiate da tutte le parti.
- Ne vuoi?
Mi offre la voce…. Tendo gioiosamente le braccia per ricevere le scatole di conserva:
- Grazie, dico a una…
- Molte grazie, dico a quest’altra…
- E’ molto gentile da parte vostra…
Confuso guadagno l’uscita. Dietro i me ridacchiano, mi volto e improvvisamente le scatole vengono giù; ce ne sono da tutte le parti…. Ne sono coperto…. Le infermiere mi segnano a dito con mille risatelle!…. I ho tre occhi e enormi orecchie di lepre. Il sangue scorre da una profonda ferita alla mano destra. Non ho più le gambe; Esquimese grottesco, un Esquimese infermo, Esquimese kiffak, è finita. Pignartoq tamaq!”.

(J. Malaurie, Gli ultimi re di Thule)




Per l'ipotesi da noi fatta che l'Atlantico rappresenti una spaccatura, i cui bordi si trovavano un tempo riuniti, è necessario un severo controllo, quale è dato da un confronto della struttura geologica delle due parti. Ci si può infatti attendere di trovare in ognuna di esse alcune pieghe ed altre formazioni anteriori alla rottura, cioè che le loro estremità siano disposte dalle due parti dell'oceano in modo da apparire nella ricostruzione l'una come un prolungamento immediato dell'altra. Dato che questa ricostruzione segue le linee obbligate dei bordi dei continenti e non permette un adattamento alle ipotesi, abbiamo qui un criterio del tutto indipendente e molto importante per giudicare l'esattezza della teoria della deriva dei continenti. La spaccatura atlantica presenta la maggiore ampiezza nel sud, ove si produsse da principio e ove ammonta a 6220 Km. Tra il Capo San Rocco e il Camerun vi sono solo 4880 Km, tra la Nuova Zelanda e l'Inghilterra 2410, tra Scoresbysund e Hammerfest 1300, e tra la Groenlandia nord-orientale e lo Spitzberg 300 Km circa.
Sembra che la frattura si sia verificata in tempi molto recenti.
Cominciamo dal sud.
Molto al sud nell'Africa in direzione da est ad ovest si trova un gruppo di catene a pieghe, che risalgano al Permiano (monti Zwarten). Nella ricostruzione, il prolungamento di questa catena verso ovest va a colpire la parte a sud di Buenos Aires, che non presenta sulla carta alcun rilievo. Ora è molto interessante il fatto che Keidel nelle Sierre che si trovano in questa località, specialmente in quelle del sud fortemente corrugate, ha riconosciuto che per la loro struttura, per la successione delle rocce e per i fossili che contengono, non solo sono del tutto simili alle pre-Cordigliere delle province San Juan e Mendoza, che terminano alle Ande, ma soprattutto ai monti del Capo.
Nelle Sierre della provincia di Buenos Aires, specialmente nel tratto sud, noi troviamo un succedersi di strati molto simile a quello delle montagne del Capo. Una grande concordanza sembra esserci per lo meno in tre strati: nello strato inferiore di arenarie, formatosi per fenomeni di trasgressione nell'eo-Devoniano, negli scisti ricchi di fossili, che rappresentano il massimo di questa trasgressione, e in una forma caratteristica più recente, i conglomerati glaciali del Paleozoico superiore.... Sia i sedimenti della trasgressione devonica che il conglomerato glaciale sono fortemente ripiegati come le catene del Capo; e in ambedue i casi la direzione del movimento è volta verso nord. Ciò sta a dimostrare che qui si tratta di un antico piegamento di grande estensione, che attraversa la punta dell'Africa, passa per l' America meridionale a sud di Buenos Aires e quindi, piegando verso nord, va a raggiungere le Ande. Oggi i resti di questo piegamento sono separati da un oceano della larghezza di oltre 6000 Km.
Nella nostra ricostruzione, che non si presta ad alcun adattamento, le singole parti coincidono esattamente: le distanze del Capo San Rocco o dal Camerun sono uguali. Questa prova dell'esattezza della nostra ricostruzione è molto significativa e qui torna il paragone delle due metà di una carta da visita lacerata in segno di riconoscimento. E la concordanza è pregiudicata assai poco dal fatto che la catena del sud-Africa, raggiungendo la costa, si dirama verso nord nella catena dei monti Cedar, in quanto questo ramo, che poi si perde presto, ha i caratteri di una deviazione locale, che può essere dovuta a una qualche discontinuità prodottasi nel punto di una frattura successiva.
Diramazioni analoghe si osservano in misura ancora superiore in Europa nelle catene del Carbonifero e nel Terziario, e non per questo si trova qui un impedimento nel ragruppare queste pieghe in un sistema unico e nell'attribuirle ad un'unica causa. Anche se il piegamento africano si è protratto fino ai tempi più recenti, come hanno dimostrato studi ulteriori, non è il caso di parlare di epoche diverse. Ma questo prolungamento dei monti del Capo nelle Sierre di Buenos Aires non è la sola conferma che ricevano le nostre idee; molte altre prove si ritrovano lungo le coste dell'Atlantico. Anche ad un esame superficiale il grandioso tavolato di gneiss dell'Africa mostra grande somiglianza con quello del Brasile. E che questa somiglianza non si limiti solo ai caratteri generali è dimostrato sia dalla presenza delle rocce eruttive e dei sedimenti, sia dalle antiche direzione delle pieghe.

(Alfred Wegener, La formazione dei Continenti e degli Oceani)




Ora tornando sui miei passi, come spesso faccio per rendere il viaggio coerente nel suo insieme vado a quanto detto circa Pasteur, probabilmente inizio a scorgere dietro le spalle vette imbiancate di monti, e da lontano sembra apparirmi quel disteso e immenso mare calmo piatto e denso. Torno a quel concetto di chiralità  espresso all’inizio dello scritto. A proposito delle molecole.

I chimici chiamano emantioneri levogiri e destrogiri le molecole che sono immagini speculari l’una dell’altra. Questa simbologia è un retaggio degli studi di Pasteur sulla rotazione polarizzata. Forme enantioneriche si trovano in molte sostanze organiche e inorganiche e in quasi tutte le molecole fondamentali per lo sviluppo della vita: in particolare sono enantioneri le proteine, che sono responsabili della struttura e della regolazione chimica delle cellule viventi, e il DNA, la molecola depositaria dell’informazione genetica.

(Simmetria e realtà,  Le Scienze Quaderni) 
 
Una inevitabile per quanto importante domanda che formulo nella cartina di questa non facile geografia…:  ‘l’asimmetria ebbe origine prima o dopo la comparsa della vita primitiva della ‘prima cellula?’.
Alcuni ricercatori  sostengono che l’asimmetria chirale debba essersi originata non prima, ma dopo la comparsa della ‘prima cellula’. Le risposte alle questioni tutt’ora in sospeso sulla chiralità dei viventi dovranno attendere ulteriori chiarimenti dalla biologia dello sviluppo e dell’evoluzione.

In fasi prima istintive, poi coscienti, ho definito con chiarezza questa prima immagine di vita  nell’attimo della visione. I gradi di associazione richiedono più livelli di connessione, per comprendere il tipo di sentiero o via che sto percorrendo per la non facile cima ‘evolutiva’ che ci conduce a quell’ ‘Anima Mundi’ ove l’Uno si è sviluppato nella progressiva spirale della vita specchio di ugual forma in ogni essere vivente. Una analisi comparativa delle successive fasi al ‘primo istante’ (ove la geologia della Terra rispecchia quanto appena detto…), mi porta ad una fase introspettiva e non solo, che può spiegare e permettere le successive ipotesi evolutive fin qui valutate solo sperimentalmente, un po’ come ebbe modo di appurare e definire quel Carl Strehlow, di cui abbiamo già accennato.
Cosa centrano fattori apparentemente differenti tra loro come quelli fin qui citati. Tutte queste lingue sfrecciano creando a loro volta quelle spirali di cui ho accennato all’inizio dello scritto differenziandone di due tipi; portano, come vedremo ad un unico intento e parlano una sola lingua. Io cercherò di superare ed andare oltre quell’Uno, e dimostrare che ciò che appare nella sostanza e nella forma, è il frutto di una verità fisica occultata da una grande bugia storica, vestita da una interpretazione consequenziale degli eventi mitologici - antropologici, legati all’uomo e alle sue credenze evolute nei secoli, fino a prendere forma in unica o triplice essenza teologica, a cui ci dissetiamo di fronte all’apparente irrazionalità o mistero della vita.
La verità non ci appare ai nostri occhi chiara come qualcuno la vorrebbe raccontare. In realtà essa quasi sempre è nascosta a beneficio di altro che certamente non risiede nella razionalità, nell’intelletto, nella scienza, nell’opinione, nella sensazione, e neanche nel ragionamento che deve percorrere indistintamente queste fasi logiche.
Per condurci alla conoscenza.
L’irrazionalità, di contro, parente stretta del concetto di limite, può portarci ad una falsa conclusione, ed affrettata, aggiungerei, poiché l’albero della conoscenza  implica una infinita ramificazione di intenti, là dove si estende la vita e la relativa estensione del suo concetto. Non collegare il frutto con la terra che lo ha generato, il tipo di terreno che rende fertile la pianta, e l’acqua quale nutrimento fondamentale, riducono la visione dello stesso o della stessa, ad una percezione formale della realtà, realtà poi con tutti i suoi problemi (dei quali io ne ho enunciato uno, ‘depressione’). La quale ci riconduce erroneamente ad un simbolismo astratto per la sua comprensione. Un simbolo che mi astengo a ritenere falso, in quanto appartiene ad un grado di coscienza dell’uomo che è comune, come la radice ed il frutto dell’albero appartengono alla loro natura; e come già abbiamo visto comune denominatore di tutte le culture nelle costanti mitologiche che le caratterizzano.
Una natura, come vedremo in seguito, irrimediabilmente minacciata dal male. Un male interiore, di cui per esorcizzare la potente e demoniaca natura di appartenenza tentiamo di curare con il ricordo del male stesso che l’uomo riesce giornalmente a compiere sul prossimo. Non bastano croci, saggi, predicatori, moschee e molto altro ancora, per sconfiggere la nostra natura particolare, aggiungerei io. In quanto, da questo punto di vista, ci differenziamo notevolmente dagli animali da cui deriviamo non solo per il grado della nostra intelligenza, ma anche per come essa riesce a porci in una condizione al di sotto degli animali stessi.

(Fotografie di M. Schlegel)

(Prosegue....)

















mercoledì 28 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (8)


















Precedente capitolo:

I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (7)

Prosegue in:

I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (9)













Sciamano della sacra tenda!
Forte, assai forte, forte sciamano!
Grande, grande sciamano!
Grande sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Sciamano, lo sciamano!
Sciamano che fuggi (gli spiriti)!
Che cosa ha detto, lo sciamano?
Che cosa ha detto, lo sciamano?
Che cosa dice, lo sciamano?
Che cosa dice, lo sciamano?
Sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Sciamano dell’azzurrognola lingua di terra!
Sciamano che canti!
Sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Sciamano che canti!
Sciamano dell’azzurrognola lingua di terra!
Che cosa chiede, lo sciamano?
Sciamano ricurvo!
Che cosa desidera lo sciamano,
il grande sciamano in persona?
Grande sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Dove va lo sciamano?
Sciamano del dorso della scure!
Sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Dove vuole andare lo sciamano?
Com’è in realtà, lo sciamano?
Che cosa dice, lo sciamano?
Com’è in realtà, lo sciamano?
Sciamano che cerchi!
Sciamano ricurvo!
Dove vuole andare lo sciamano?
Di quale città è lo sciamano?
Dove vuole andare lo sciamano?
Di quale città lo sciamano?
Che cosa cerca, lo sciamano?
Che cosa cerca questo sciamano?


Lo sciamano si rivolge poi agli spiriti-signori locali e del fuoco, alle grandi divinità ed allo spirito della malattia…

Signore del mio luogo, che hai otto vènti per vènti, aiuto!
Signore delle piante e delle erbe decorate, aiuto!
Madre-oceano, che hai per coperta sette mucchi di neve,
che hai per letto otto lastre di ghiaccio,
che hai per colletto delle volpi nere,
che hai per schiuma delle volpi artiche,
che hai per onde dei volpicini,
Signore Madre-oceano, aiuto!
Libera(ci)! Un invisibile reca oltraggio.
Nonno signore del fuoco, il tuo calore interno (respinga) questo
invisibile;
(con il tuo) calore interno, aiuta(ci)!
Pali inferiori intorno alla mia dimora, se ci sarà tempesta,
siate solidi!
Spiriti che mi avete fatto sciamano, aiutate(mi)!
Invisibile! Ascolta il mio grido! Ascolta le mie parole!
Abbandona quest’uomo, quest’uomo malato! questa terra!
Invisibile, il tuo luogo (ti) chiama!
Signore degli alberi e delle erbe decorate, aiuto!
Respingi quest’invisibile (con) il tuo soffio di luce!
Prolunga la vita di questa terra…

(Tret’ jakok, Sciamano, Siberia)



 
Accade raramente, dato lo stato ancora imperfetto delle nostre attuali conoscenze, che, nel riferirci al passato della terra, si giunga a risultati opposti, sia che si consideri il problema dal lato biologico sia da quello geofisico. I paleontologi concordano coi geologi e coi botanici nell'ammettere che i continenti, oggi separati da una larga estensione di mare profondo, fossero uniti nel passato geologico da tratti di territorio che resero possibile uno scambio ininterrotto e reciproco della fauna e della flora. I paleontologi traggono questa conclusione dalla presenza di numerose specie identiche, che nel passato della terra vissero sugli uni e sugli altri continenti e per le quali sembra inverosimile ammettere un'apparizione contemporanea. E che la percentuale di casi identici sia limitata, si spiega facilmente con il fatto che solo una parte degli organismi a quei tempi si è conservata allo stato fossile ed è stata trovata fino ad ora.
Ed anche se l'intero mondo organico fosse stato un tempo identico su tali continenti, la limitatezza delle nostre conoscenze non potrebbe avvalorare tale ipotesi; e d'altra parte, anche ammessa una completa possibilità di scambio, può darsi che il mondo organico non sia stato completamente identico, così come oggi l'Europa e l'Asia hanno una flora e una fauna loro particolari. Allo stesso risultato giunge anche lo studio comparato dell'attuale regno animale e vegetale. Le specie attualmente viventi sui due continenti sono sì diverse, ma i generi e le famiglie sono ancora gli stessi, ciò che oggi è il genere o la famiglia fu in altri tempi la specie. Allo stesso modo le affinità esistenti tra la fauna e la flora d'oggi portano a concludere che anche la fauna e la flora del passato geologico fossero identiche e che perciò debbano aver avuto luogo degli scambi. Solo dopo che venne a mancare questo collegamento si sarebbe determinata una separazione nelle varie specie oggi viventi. Non si ripeterà mai a sufficienza che, se non si ammettono queste unioni tra i continenti, tutto lo sviluppo della vita sulla terra e l'affinità degli attuali organismi, pur viventi in continenti lontani, sono desinati a restare per noi un enigma insolubile. 




(....) Nelle pagine precedenti ci siamo fermati con intenzione un po' a lungo sulle obbiezioni mosse alla teoria della contrazione, perché in una parte dello svolgimento seguito da queste idee ha radici un'altra teoria oggi diffusa, soprattutto tra i geologi americani, indicata come teoria della permanenza.
Willis così si è espresso: 'I grandi bacini oceanici sono delle formazioni permanenti della superficie della terra e, all'infuori di piccole variazioni nei loro contorni, si sono trovati sin dalla prima raccolta delle acque nello stesso luogo ove si trovano ora'.
In realtà, già in precedenza, a proposito della provenienza dei sedimenti marini dai mari superficiali, eravamo giunti alla conclusione che nella storia della terra le masse continentali come tali debbono essere state permanenti. La impossibilità che deriva dalla teoria dell'isostasia di considerare gli attuali fondi oceanici come dei continenti intermedi sprofondati, si completa con l'idea di una permanenza generale dei fondi dei mari e delle aree continentali. E poiché anche qui si è mossi all' ipotesi che la posizione relativa delle aree continentali non abbia subito alcun cambiamento, il modo in cui Willis ha espresso la sua teoria della permanenza appare come la conseguenza logica delle nostre osservazioni geofisiche, che portano a non tener conto di antichi collegamenti continentali.

(Fotografie di M. Schlegel)


















lunedì 19 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (7)






















.... Accumulo di eccedenze produttive. Nella prima ondata di conquista, molti dei luoghi sacri aborigeni vennero saccheggiati e violati, e molti degli originari abitanti di pelle un po’ più scura furono trasformati in profughi, privati purtroppo per sempre, di uno scopo di vita.
‘La nostra Terra è stata trasformata in un deserto dagli insensati bianchi’, solevano dirmi trent’anni fa molti degli Aranda più anziani, indirizzando lo sguardo ad un territorio tristemente privato del suo precedente stato di fertilità da anni e anni di siccità e da accumuli di eccedenze senza precedenti. Commentando con amarezza la rapida distruzione delle piante alimentari selvatiche e la quasi completa estinzione di molte specie di marsupiali, che prima abbondavano, essi dicevano tristemente: ‘Gi anziani che conoscevano il modo di chiamare a raccolta le nubi della pioggia, far moltiplicare gli animali e mantenere verde la Terra, adesso sono morti, e anche la nostra Terra sta morendo’.
Il Tempo ha attenuato molti dei più foschi colori di questo sgradevole quadro – il quadro di sedicenti esseri umani ‘avanzati’ che infangano (ed infrangono..) i loro stessi ideali di condotta civile e cristiana quando vengono a contatto con un popolo ‘primitivo’, la cui agonia è stata liquidata come stolta resistenza all’avanzata della Cultura del Progresso da parte di selvaggi fermi all’Età della Pietra. Sfortunatamente per gli abitanti dell’Australia centrale, l’uomo bianco invase per primo il loro territorio, nel momento in cui il flusso crescente del colonialismo europeo stava soffocando ovunque la resistenza dei non-europei, e il tronfio orgoglio dell’uomo bianco era al culmine della sua arroganza. Molti osservatori contemporanei delle vicende mondiali ritengono che la ‘hybris’ degli Europei del XIX secolo abbia avuto la sua degna ricompensa nel XXI secolo; e ovunque, nell’attuale era atomica, seri dubbi su molti aspetti della propria cultura tradizionale invadono la mente degli intellettuali progressisti.




… A noi che viviamo in Australia sembra di dover fronteggiare un nuovo paradosso. Gli abitanti originari di questo paese hanno vissuto per centinaia di anni in uno stato di amorevole vicinanza con la Natura, accontentandosi dei più scarni e poveri possessi materiali. Nella loro lotta per l’esistenza questi uomini si sentivano sicuri del fatto che, nonostante le malattie, la siccità e le catastrofi naturali, l’esistenza continua di uomini, animali e piante sarebbe stata salvaguardata per tutta l’Eternità, poiché essi credevano che tutti gli organismi viventi fossero parte globale della vita di questa Terra, vivente ed eterna. Quando gli europei vennero in Australia, portarono con sé piante da coltivare e animali da addomesticare. Inaugurarono un’epoca moderna di alto progresso tecnologico e di grandi lavori ingegneristici. Nel giro di poche generazioni a partire dai primi insediamenti bianchi, l’Australia divenne una nazione con una cultura materiale pienamente novecentesca, e poté gloriarsi di possedere ‘uno dei più elevati standard di vita’ del mondo.
La fede cristiana e una visione scientificamente accurata dell’Universo sostituirono quella che, a molti dei primi invasori bianchi, era dovuta sembrare una massa confusa di ‘grossolane superstizioni’ generate dalle ‘infime menti’ della ‘più miserabile razza sulla faccia della Terra’. Eppure questi cambiamenti rivoluzionari e nel complesso molto redditizi, che oggi assicurano a tutti gli australiani contemporanei, sia neri che bianchi, abbondante cibo, un buon standard di salute, nonché la rinnovata promessa del più gratificante progresso materiale in ogni campo, non sembrano aver portato con sé un ‘aumento proporzionale di felicità umana’. E’ un fatto che, sfortunatamente, tutti gli australiani oggi sono arrivati a condividere i timori, i dubbi, e il forte senso di disillusione tipici di quella comoda costruzione fittizia moderna che è l’‘Uomo Comune’, ovunque su questa Terra egli si trovi.




La nostra età moderna manca, tristemente, di quel senso vitale e di quella profonda convinzione di essere in comunicazione con delle verità e dei valori che si credono eterni. Di conseguenza molti di noi, se non tutti, sentono di aver perso qualcosa che i nostri progenitori un Tempo possedevano – una fiducia che cominciava là dove la conoscenza, derivata dai sensi e dall’intelletto, aveva raggiunto il suo limite massimo, una fiducia che può appropriatamente essere descritta come ‘la fede nelle cose in cui si spera, la certezza della realtà che non si vedono’. Sembra certo che sia stata la battaglia tra Scienza e Religione, cominciata nel XIX secolo, a rendersi responsabile in larghissima misura del senso di malessere psicologico che caratterizza le società del XX secolo. Proprio quando religione e scienza cominciano a scontrarsi, ogni comunità perde il senso dell’integrazione con l’Universo circostante. Per quanto i critici, sentendosi superiori, possano sorridere dei semplici concetti religiosi del ‘popoli primitivi’, resta il fatto che i numerosi tentativi moderni di elevare il progresso materiale a più alto e nobile obiettivo gli sforzi umani, e di fornire un sostituto del tutto adeguato e soddisfacente della religione sotto forma di spiegazioni dell’Universo formulate in termini di mere equazioni matematiche, hanno finora dato a pochissimi senso di sicurezza nel presente, o speranza di un mondo più umano nel futuro.
L’uomo civilizzato contemporaneo è circondato di beni materiali di una ricchezza non mai neppure sognata dalle civiltà precedenti, e il suo futuro è protetto dalla complessità delle macchine dell’assistenza sociale tipica dei moderni Stati assistenziali. Ma, benché la sua immaginazione corra il rischio di venire accecata dal bagliore delle batterie dei riflettori scientifici, che cercano di alzare il velo da tutti i misteri  della mente, della materia, dell’energia, che erano  avvolti nell’oscurità per i nostri progenitori, l’uomo civilizzato moderno non sembra aver conquistato un reale sentimento di sicurezza (compresa quella sicurezza psicologica, oggetto e motivo di queste ‘epistole’…), nello Splendido Mondo Nuovo di sua creazione. In verità, dietro il luccichio delle conquiste umane giace il timore persistente che la Terra su cui l’uomo vive, quella Terra nata da una stella all’inizio dei Tempi, possa un giorno, alla semplice pressione di un bottone per opera della mano di un folle, dissolversi in una polvere stellare radioattiva, in un’inimmaginabile catastrofe di calore, esplosioni e fuoco.




Forse persino l’uomo civilizzato potrebbe migliorare le sue prospettive di un futuro più sicuro adottando alcuni dei concetti di tolleranza e cooperazione su cui gli aborigeni australiani basavano il loro sistema sociale e politico. Sembra certo che l’uomo moderno riconquisterebbe molta della perduta pienezza emotiva, se gli si potesse ancora una volta mostrare il modo di mettere in contatto la sua esistenza temporalmente limitata con le ricchezze e le verità insite nell’Eterno, attraverso una fede che fosse formulata in termini capaci di armonizzarsi con una visione scientificamente corretta dell’Universo. I cinici, guardando indietro alle pagine macchiate di sangue che narrano la storia del sorgere e dell’affermarsi delle grandi religioni del mondo, avranno poche difficoltà a trarre da esse una serie di argomentazioni contro l’atroce fanatismo e l’intolleranza che tanto spesso sono stati partoriti da organizzazioni umane costituitesi al fine di prorogare e conservare anche le convinzioni più nobili (di contro ugual fanatismo di quel fondamentalismo religioso con medesimi intenti ed obiettivi…).
Eppure, può la scienza da sola penetrare realmente i misteri fondamentali e vitali dell’Anima, della materia, dell’energia, che determinano il benessere umano?
Possono le nozioni di bene e male venir determinate, definite, pesate e misurate attraverso astratte formule, siano esse matematiche, fisiche o chimiche?
E’ possibile dimostrare attraverso il solo ragionamento logico, o con equazioni matematiche, che gli uomini e le donne sono ‘esseri liberi’ nelle loro azioni più determinanti?
E’ forse l’Universo, nel quale passiamo per un breve lasso di Tempo, il mero risultato del cieco caso, o sarebbe forse più corretto definirlo come un ‘Universo Teologico’, governato da precise leggi logiche?
(T. G.H. Strehlow, I sentieri dei Sogni)




Trovare la ‘soluzione’, cercare una probabile ‘terapia’, o una ‘semplice equazione universale’ per malesseri comuni come hai formulato nella tua analisi è cosa Teologica con un fine umanitario nel quale non solo la gratificazione economica può sollecitare e motivare ulteriormente il tuo senso di ricerca, ma anche, per opposta visione, trovare quella giusta connessione che tale motivazione ti ha suscitato scoprendo verità ‘Invisibili’ nella loro immutata Prima Sostanza, Immateriali, e talvolta o molto spesso, Incomprensibili ad un linguaggio cui pensiamo affidare la comprensione della grammatica della vita, compreso quel Dio che tanto cerchiamo fuori.. o dentro di noi, verità con le quali ti devi misurare e confrontare per rendere il tuo obiettivo più… Divino che Umano.
Ed a un Trovatore, affido, qual Straniero io sono, un barlume di Poesia che la Rima della vita ci accompagni in questa Preghiera Antica….




Volto non aveva, come un Libro Grande tomo senza titolo di giacenza nello scaffale della storia: biblioteca di oscura memoria. Ed anche mai si era udita la sua strana lingua. Una fitta nebbia è il ricordo della storia purgata dell’immonda Eresia. Forse perché convinta del sole che dopo illumina l’intera vallata essere la sola via, e con essa la vita.
Certo è, io che ho scrutato e letto ogni libro, io che ho adorato ogni profumo antico di un prato, di un fiore, un albero appena fiorito mentre la sua preghiera si nascondeva…: ho visto il vero Dio Infinito senza alba… e quell’uomo comporre la Prima nebbia.
Non avrei certo goduto il mio sogno incompiuto nella materia caduto. Ogni muschio di quella primavera, ogni foglia e frutto, giammai avrebbe sfamato… il mio spirito arguto. Sono un Trovatore, ed ora che gli anni son passati mi appoggio al mio bastone, un tempo fui anche scienziato botanico e geologo. Nella ragione e nel raziocinio ho costruito il mio inchino alla stessa alba di quel mattino. Poi a nuova vita, tornato dal mio strano peccato di spiare ogni elemento del creato, in poesia mutai la mia Dèa.




Lei era atea, a nulla credeva, eccetto che, ad un numero senza uno Spirito, ad una equazione senza un’anima, per scoprire poi ad un principio di mattina, fra una cifra ed una parentesi, che anche se l’equazione può spiegare l’elemento, in realtà vi è un caso costante che rende ogni numero imperfetto.
Uno scherzo, uno strano segno di un sogno ancora non letto. Un sovrano strano che rende la mia scienza suo diletto, per burlarsi del mio… Dio. Così, quando nel tramonto della mia ora volsi gli occhi ad una diversa parola, ad un diverso principio, rinacqui all’alba di un nuovo mattino.  La poesia in questa vita divoro come fossi un animale in cerca di cibo, con solo l’istinto principio del suo stomaco che chiede nutrimento… per saziare lo spirito.
Poi, ho compreso, su un letto di fiume, quando la stagione mutò il suo corso, che ogni strofa dovevo ricomporre dalla nebbia di quella prima mattina di una fame antica che mi divora. Non è solo una crosta di Terra che sazia la mia memoria, oppure una conchiglia con cui compongo e ascolto l’intera storia. Ma un frammento, una parola, una poesia, una visione antica, fuggita…. all’alba di una mattina.
In una vallata forse l’ho trovata, un tempo, quando Dio mi ha sussurrato parte del frammento… da lui creato. Ebbi la certezza di capire ogni cosa. Ebbi la presunzione di intuire e vedere ogni elemento, prima e dopo, quel poco avvistato. Scavai la memoria di quel torrente, vidi ghiaccio e fuoco e pensai di essere padrone di ogni elemento, ed il sogno ricomponevo nel segreto di un… laboratorio. Pensai di conoscere il mistero della vita, ciò che vedo, non accorgendomi che in realtà ero più cieco di prima. Ogni esperimento confermavano la potenza del mio Dio. Forse perché pensavo di vedere o intuire la sua forma, il suo pensiero, riflesso nello specchio della mia breve ora. Forse perché pensavo di scorgere il mistero non ancora svelato dell’intero Creato. Addirittura ebbi la presunzione, nell’ora che volge al tramonto, di udire la parola, la musica antica, come un boato dal nulla della mia ora.




Dopo di quello scorgevo la grammatica della vita: milioni di ère a cui diedi un nome, fondai la mia disciplina.
Nulla vi era eccetto quello che vedevo.
Nulla vi era oltre il breve frammento della vita.
In quella vita, fui ateo, senza spirito, eccetto la conoscenza del mio arbitrio, scienza saggia, fors’anche priva di poesia, poi, quando ancora non era tramontata (la stagione ora … non ricordo…), la luce pensai vedere, cercando di spiare più da vicino l’occhio di un Dio.
Ho scomposto il suo mistero, il suo occhio, e vi lessi ogni segreto: onda e particella del creato, poi un caso… cambiò il mio destino. Il sole si oscurò, il giorno si spense, come un pozzo senza fondo, un buco nero senza contorno.
Così compresi che ciò che non si vede… è artefice e mente.
Così capii che nell’occhio di quel Dio si nasconde un ‘delirio’ antico, non appartiene alla divina luce del Creato.
Anche se questa è illusione di vita, il principio della realtà divina regna nella nebbia di una Prima Mattina, dopo una scura notte, dove a stento ci sembra di scorgere il Giorno della Vita…. Certo è, che questa fu ed è Eresia, perché, benché ateo, tutta la mia scienza dimorava su un libro, quasi fosse una Bibbia, e se pur il mio Dio creò il mondo in millenni di sudore, era in un certo modo parente, non dico stretto, di uno stesso Dio Straniero al suo verbo alla luce di uno stesso mattino.
Io e quel prete, o Papa che sia, adoriamo la vita così come fu concepita in funzione dell’uomo suo signore e padrone. Possiamo nutrire divergenze, ma il resto di quanto pregato dell’intero Creato, da me.. e quel prete, è materia ed elemento su cui debbo porre la mia legge.
Ogni cosa creata fu a noi donata non solo per studiare occhio e pensiero del mio Dio… non detto, ma per scrutare cammino e sentiero da qui fino su… in quell’azzurro cielo solo appena accennato… Per questo la notte osservo le stelle, sì certo… noi veniamo da quelle, vi scorgo la mente del Creato, per il prete è Dio l’artefice di tanto spettacolo. Ogni altra magia o antica alchimia, scienza arcana… eresia o strega che sia.., spiriti inquieti di altri misteri, appartengono ad un mondo confuso di una mente malata fors’anche approssimata… Confusi nell’ignoranza pagana di uno Sciamano futuro ciarlatano e di una superstizione antica che vuole ogni cosa viva….