giuliano

sabato 15 novembre 2014

IL TEMPO & LA MEMORIA (5)













































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L’immagine del rogo dei libri ha una lunga storia alle spalle e rappresenta con drammatica efficacia l’estrema conseguenza del conflittuale rapporto tra poteri organizzati e voci avvertite come dissidenti.
Nello stesso torno di tempo l’atto di censurare ha però conosciuto meno appariscenti, ma forse più rilevanti gesti che hanno variamente influito sulla nostra civiltà e sui modi di intendere il potere e la capacità di espressione. Fu soprattutto nel corso dell’età moderna, tra gli inizi del secolo XVI e la fine del XVIII, che in Europa nacque, si sviluppò ed entrò in crisi un sistema di controllo sulla produzione, la circolazione e l’uso del libro, inteso come naturale complemento di una società ben organizzata.
In questo senso la situazione italiana appare confusa e frammentata, frammentazione politica dovuta dalla più accentuata capacità di vigilanza della Sede Apostolica. E’ d’altra parte problematica una ricostruzione complessiva degli atteggiamenti della censura, anche per la mancanza di studi preliminari su varie situazioni di grande rilievo. Basti pensare che non molto si conosce delle regolamentazioni effettive della stampa a Roma che, dopo Venezia, era il secondo centro editoriale italiano.
Poco contribuisce a chiarire la questione il considerare che buona parte della penisola, almeno tra la seconda metà del ’500 e inizi del ’700 rimaneva sotto la sovranità spagnola: il ducato di Milano, i regni di Napoli, Sicilia e Sardegna. Ciò tuttavia non implica che automaticamente vi avessero valore le prammatiche del re cattolico. E’ già di per sé significativo che solo la Sicilia e la Sardegna fossero sotto la giurisdizione dell’Inquisizione spagnola, mentre il regno di Napoli e il ducato di Milano restarono nell’ambito dell’Inquisizione romana.
A Milano le prime disposizioni sulla stampa furono prese nel 1523 da Francesco Sforza. Nel 1543 il governatore spagnolo proibì di stampare senza licenza e nel 1564 furono pubblicati i decreti tridentini, la cui applicazione fu curata con particolare impegno da Carlo Borromeo, ivi compresa la professione di fede imposta a librai e stampatori. Una ‘grida’ del 1586 disponeva che non si pubblicassero libri ‘senza licenza del governo, deputandosi da questo persone idonee per la revisione de’ libri da stamparsi’. Mentre non risultano informazioni di rilievo circa i rapporti tra Stato e Chiesa in questo particolare aspetto, la frequenza con cui tale disposizione venne replicata negli anni successivi potrebbe lasciare intendere che sia rimasta largamente inosservata.
Situazione simile si ebbe anche nel regno di Napoli, ove, malgrado non sia mai stato formalmente concesso il regio ‘exequatur’ all’indice romano, le proibizioni pontificie avevano normale corso. Di fatto era l’autorità ecclesiastica ad avere il controllo dell’attività editoriale, nonostante che per tutto il ’600 i vicerè e il Consiglio Collaterale reiterassero disposizioni contro chi stampava senza autorizzazione regia, con l’intento soprattutto di tutelare le opere di contenuto giurisdizionale, sistematicamente avversa dalla Curia arcivescovile.
Negli Stati al di fuori della diretta influenza spagnola il peso delle proibizioni romane fu ancora più grave. Per tutto il XVII secolo nel ducato sabaudo non fu facile per il duca imporre un sistema di controllo che non fosse quello ecclesiastico. Considerazioni analoghe valgono anche per il granducato di Toscana sino al 1743, salvo qualche periodica ma influente rivendicazione delle proprie prerogative sovrane. Non è diversa la situazione degli Stati estensi. A Modena era formalmente necessaria l’autorizzazione del duca, ma di fatto i censori ducali si limitavano ad opporre un ‘vidit’ a opere che avevano già ricevuto l’ ‘imprimatur’ da parte dell’inquisizione.
E’ dunque evidente che laddove la produzione libraria rimase modesta, i principi non attribuirono grande importanza alla questione. Nella pratica quotidiana furono quindi le autorità religiose a dettare legge, sempre attente a cogliere i momenti di debolezza dei sovrani e dei loro delegati e a utilizzare in tale funzione strutture in grado di adattarsi con estrema duttilità alla varietà delle situazioni. Vescovi e Sant’Uffizio preferirono di conseguenza spesso evitare di affrontare questioni di principio, per non alimentare estenuanti controversie che avrebbero coinvolto gli apparati diplomatici; era per loro molto più conveniente concentrare gli sforzi sul meno appariscente, ma ben più efficace operato di inquisitori periferici, predicatori e confessori, abituati al diretto contatto con i fedeli e capaci come nessun altro di incidere sulle coscienze…. 




Ritorniamo ora, al nostro frate Pietro da Verona e agli altri personaggi che lo accompagnano…., e ripercorriamo la memoria archivistica che ha dato alla luce il nostro ‘quaderno contabile’ di appunti dell’Inquisitore….
Nel 1906, in un brevissimo contributo ‘Per la storia dell’Eresia in Lombardia nei secoli XIII-XIV’, lo studioso ticinese Emilio Motta dava notizia di un regesto secentesco che il marchese Verzellino Maria Visconti aveva redatto in seguito alla perlustrazione di documentazione notarile di natura inquisitoriale. Dove il marchese l’abbia consultata, non è noto. E’ certo, invece, che attualmente risulta irreperibile. Una traccia lieve rimane nelle diradate scritture che dai registri duecenteschi dei notai degli inquisitori si trasfondono nel regesti secenteschi del marchese confluiti nella biblioteca della famiglia Trivulzio, consultati e, infine, annotati in ‘appunti’ brevi da Emilio Motta.
Tali ‘appunti’, che nelle intenzioni dell’autore avrebbero dovuto soltanto segnalare una presenza, si rivelano ‘notizie’ di un ‘capolinea’ documentario: contenente regesti di Verzellino Maria Visconti, il codice trivulziano 1817 allogato nella biblioteca della famiglia Trivulzio non è conservato attualmente alla Biblioteca Trivulziana presso il castello sforzesco di Milano.  Nel XVII secolo la circolazione manoscritta e la frequentazione erudita erano vivaci. Non soltanto il marchese Verzellino Maria Visconti cerca gli Eretici tra la documentazione notarile, ma anche il monaco Matteo Valerio si impegna in indagini i cui protagonisti sono gli Eretici.
Chi era Matteo Valerio?
‘Cacciatore’ di manoscritti, priore e fondatore della Biblioteca della Certosa di Pavia, egli è fratello del più conosciuto Giacomo Valerio, canonico di Santa Maria della Scala, collaboratore del cardinale Federico Borromeo nella ricerca di manoscritti per la Biblioteca Ambrosiana e grande protagonista della scena culturale nella prima metà del Seicento…
Del monaco certosino si conservano presso la Biblioteca Braidense appunti o, meglio, sintetiche schedature in forma di lista nominale. La fonte non è cristallina, sebbene del cristallo mostri l’elevata rifrangenza e la preziosità. Si tratta di nomi tratti da atti processuali e, in parte, da lettere papali: una proiezione onomastica dell’attività non altrimenti attestata degli inquisitori. Le registrazioni del monaco non hanno carattere sistematico, si estendono in una disordinata sequenza compilativi di nomi affiancati talvolta da una data, raramente da informazioni aggiuntive, l’opera compilatoria di Matteo Valerio diventa imprescindibile per la storia dell’inquisizione milanese (e non…).
Quale approdo trovano le fonti perlustrate dal certosino?
Sappiamo che il monaco Matteo è ricordato dalla storiografia ereticale a proposito di un favoloso salvataggio documentario. Concretamente stereotipo era stato il rinvenimento fortuito del ‘quaternus imbreviaturarum’ del notaio Beltramo Salvano contenente parte dei processi contro i devoti e le devote di ‘domina’ Guglielma, parziali procedimenti giudiziari condotto da frate Tommaso da Como e la sentenza contro ‘dominus’ Stefano.
Si narra della bottega di un droghiere, di carte utilizzate per avvolgere cibi, del provvidenziale e attento intervento del monaco che avrebbe riconosciuto, salvato, schedato e fatto pervenire a Giovanni Puricelli i documenti inquisitoriali depositati, infine, presso la Biblioteca Ambrosiana. La lista di Eretici che inaugura gli appunti del monaco certosino altro non è che la precisa schedatura degli inquisiti dei processi contro i devoti e le devote di ‘domina’ Guglielma: una schedatura completa di atti incompleti, pervenuti casualmente tra le mani curiose in una bottega.  La frugalità dei dati non depotenzia il loro valore né accresce il loro disvalore, talvolta, una delicata tessitura informativo-documentaria permette di andare oltre la veste nominale, mostrando concrete esistenze di uomini e donne.




‘Otto Villanus habitator Ierognii, hereticus catarus, circa 1290’, viene collocata da Matteo Valerio nello spazio di una pagina introdotta dall’etichetta ‘CATARI’. Al di là di tale appartenenza definitoria non si saprebbe altro, se l’inquisitore Lanfranco da Bergamo, titolare dell’ ‘officium fidei’ di Pavia dal 1292 al 1305, non avesse annotato nel proprio ‘liber racionum’ di aver speso quattro lire e mezzo nella primavera del 1296 per mandare due frati a Olivia Gessi, presso il ‘castrum’ del priore de Georgiis – assai plausibilmente da identificarsi con Rocca de’ Giorgi nell’Oltrepò pavese – dove, al tempo della precedente vendemmia, era stato sepolto ‘Otto Villanus heresiarcha’.
Sempre nelle carte relative alle uscite dell’ officium fidei’ pavese, leggiamo che nella primavera dell’anno successivo il frate inquisitore si era recato personalmente a Oliva Gessi – assai vicino a Rocca de’ Giorgi – per fare disseppellire il ‘grande eresiarca’ spendendo 17 denari. Possiamo supporre che la menzione dell’anno 1290 negli appunti di frate Matteo corrisponda a una fonte che il certosino teneva sul tavolo riportante notizie di un Eretico, anzi un ‘magnus heresiarcha’, un uomo che l’inquisitore Lanfranco non aveva esitato a far dissotterrare nel 1296, un Eretico sepolto all’interno di un ‘castrum’ di signori locali.
Altri filamentosi ‘nomina’ tratti dagli appunti del monaco Matteo Valerio compongono una delicata trama biografico-ereticale se intessuti con i più robusti fili del ‘liber racionum’ di frate Lanfranco. Schegge informative di un dilacerato contesto religioso erano state rilevate dal monaco certosino nel verso di una ‘carta 20’ contenuta in un imprecisabile fascicolo dove aveva letto di dominus Oldrado da Monza e della sorella Contessa, entrambi eretici. Nelle entrate del quaderno di frate Lanfranco le due incisioni nominali assumono forma contabile: domina Contessa, sorella del defunto Oldrado e abitante a Vercelli, era stata condannata a pagare quasi 100 lire imperiali.
… Se l’interesse del monaco certosino per la documentazione inquisitoriale si limita all’individuazione degli Eretici, il suo lavoro rappresenta il ‘verso’ della Storia della repressione religiosa in Italia nel XIII secolo: il valore o il disvalore delle sue note dipenderà da riscontri documentari che, di volta in volta, andranno pazientemente individuati. 





Ogni sguardo dall’alto di questo pulpito cogliamo, perché nulla è casuale in questa cerimonia. Fratello – Eraclio - , nel gesto compiuto di tre dita che si elevano in alto scandisce il proprio dire. Sottolinea la sacralità della celebrazione. Per chi vi crede, ogni riferimento alla manifesta presenza dell’Altissimo  nella parola meditata e studiata è ispirata dal cielo, dove dimora la verità di cui Eraclio è portatore ed artefice. La – Divina Giustizia – di cui ci dispensa, nella sacralità dell’ – Inquisizione - , di cui è segreto maestro.
L’inganno del dialogo, là dove si interrompe la corsa, il veloce galoppo del fuggiasco, nel mare del nulla dall’apparenza di  libertà. Così dalla fuga di un susseguirsi di domande, all’inganno di un dialogo amichevole. Ma  nell’ apparenza della libertà, il muro di una fuga insperata sembra impossibile.  Quel mare, ora, appare identico nei ricordi  dei fuggiaschi, dei profughi.  L’identica litania, lo stesso conversare con gli elementi della natura. All’improvviso la schiera dei – Confratelli - sembra apparire  nella diversità dell’ essenza e forma, ghiaccio e fuoco e  l’impossibilità di un mare che da lontano si preannuncia come la sola  fuga. Ma ora, il solo  parlare e  navigare…, sembra impossibile .

- Fratello… noi ti abbiamo ascoltato, osservato e molto spesso compreso. Ti abbiamo accolto a braccia aperte nella nostra e in tutte le umili dimore, dove regna la buona parola del Signore.  Ma in ragione di ciò, in forza di questo umile motivo, dobbiamo sapere più di quanto ci appare. La pretesa di questo dialogo, fratello, non deve essere confuso con altro. Perché se noi siamo in errore, dobbiamo ravvederci, e comprendere affinché la giusta parola non venga confusa.
- …Fratello noi ti abbiamo osservato dai primi battiti del cuore, quando le emozioni che da questa pace scaturivano invadevano il tuo e troppo spesso –  nostro Spirito - . Tu non sei solo un fratello, ma nostro figlio legittimo.
Perché siamo arrivati a tanto? 
Perché…. io domando (…quasi con le lacrime agli occhi….) questa visione, questo divenire, questa tua improvvisa superbia, questo – Fuoco – che sembra essere sceso all’improvviso nel tuo animo.
Io Eraclio, qui ed ora, di fronte a tutti i miei – Confratelli – sono testimone della pacatezza e costanza dei tuoi buoni propositi e sentimenti. Io sono testimone dell’amore che tutti noi riserviamo per la tua presenza. Cosa ha fatto scatenare questo tuo parlare dissoluto, cosa è sceso nel tuo spirito malato? Noi vogliamo …capire e comprendere, e se non è stato possibile in questi lunghi tempi, in onor della verità, in pubblica Cerimonia, in questo luogo sacro, vogliamo tutti noi comprendere la tua verità, ed il nostro errore ……
L’errore, fratello, è nemico della fede…
Come la cattiva interpretazione di ogni dire……
Questa ed unica forza ci tiene uniti contro ogni rancore ……
- …. Fratello, troppo spesso ti abbiamo visto, senza mai rimproverare il tuo giovane entusiasmo, guardare per ore smarrito ed assente i flutti delle acque, i getti del fuoco del vulcano, e poi pregare il ghiaccio….. Fissare smarrito strati di nuda roccia. Quante volte ti abbiamo ripescato all’interno di quelle grotte, al buio della luce, di ogni luce del sapere.

– Così dicendo, Eraclio alza una mano e con un gesto di assenso comunica qualcosa ai Confratelli seduti affianco a lui, in modo che possano vedere la costanza della forma, l’umiltà e la bontà dei modi.  Tutti convengono in tacito accordo, con lo sguardo chino offrono le orecchie a fratello – Eraclio - .

- Mai ti negammo nella nostra costante indulgenza, per ogni dire e fare, fuori dalla nostra comprensione, i favori del sapere e non solo.  Mai  negammo ciò che era tuo. Ma di ciò, ora sappiamo, hai superato ogni limite dell’umana comprensione. Ti abbiamo dato ciò che la tua famiglia ti aveva privato, ma ci hai pagato con una moneta peggiore di Giuda…

- A questa parola tutti i presenti mormorano il proprio consenso e tacito disprezzo…

- Quando fosti lasciato alle nostre cure  abbiamo provveduto a purgare il tuo spirito malato di troppo entusiasmo, e ti abbiamo riparato dai mille pericoli che il tuo giovane carattere ti esponeva costantemente per gli invisibili  labirinti del male. Abbiamo combattuto e pregato per i tormenti che infiammavano il tuo Spirito. Ti abbiamo insegnato e curato, mai privato della vita che il destino ti aveva assegnato. Il nostro compito abbiamo assolto con costanza e pazienza.  Ti abbiamo nutrito agli obblighi della vita, da cui troppo spesso venivi meno, poi abbiamo nutrito il tuo corpo e con esso la mente e lo spirito.

– Con  queste parole – Eraclio – apre le braccia, e getta uno sguardo fugace al grande libro aperto davanti a lui.

- Giorni  fa nell’ Abbazia dove ti hanno trovato i confratelli qui presenti, ti aggiravi stordito dal rancore. Ci dicono che hai vagato a lungo in Archivi e Biblioteche. noi non reprimiamo tale sete di conoscenza, la incoraggiamo anche se la nostra – Regola – non permette, una volta indossato il nostro abito, tanto pellegrinare.
Ti abbiamo concesso i favori di un abito diverso dal nostro umile saio, ci hanno raccontato, che senza il nostro assenso hai frequentato le anziane filatrici. Per un tempo maggiore alla sua realizzazione. Hai usufruito....

(Prosegue....)






















martedì 4 novembre 2014

IL TEMPO & LA MEMORIA (3)











































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Il Tempo & la Memoria (1)  &  (2)

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Il Tempo & la Memoria (4)















Così imparammo, in nome di una più segreta verità, dei meschini rimedi. Dei segreti modi per riuscire in ciò che l’ istinto non era ingannato, o del tutto assopito e rassegnato.  Fu l’istinto in cerca della ragione, che dalla cornice di un quadro, una mattina, ci portò al perimetro del nostro giardino, per rubare un po’ di luce… ed in segreto camminare in cerchio. Osservati dalla prima sostanza, dalla prima luce di fratello – Eraclio - . Visti senza poter vedere, perché l’occhio di fratello – Eraclio- è solo la vista dell’ Altissimo a cui tutti noi aspiriamo. Ma nel lento deambulare, come ogni giorno la regola ci insegna e comanda, abbiamo imparato in essa la segreta essenza  dell’inganno, abbiamo meditato in noi stessi l’ essenza  di questo principio, ed in ultimo in tacito assenso siamo convenuti, io, ed i miei umili e pochi confratelli, che mentre fratello – Eraclio - ci spiava con gli occhi, gli occhi dell’ – Onnipotente –… si intende, noi cerchiamo la stessa immutabile sostanza per altri – dove - . La misura dell’ – Invisibile – inizia(va) così a prendere forma e misura. Non solo la misura delle proporzioni che costantemente cerchiamo, studiamo e paragoniamo, ma la misura di una più probabile verità contro un – Dio – che non riusciamo più a vedere ne sentire.
La nostra obbedienza diviene di giorno in giorno il muro per la costanza della ricerca, della sfida, della comprensione. Il nostro pregare, e celebrare tutte le funzioni che la regola impone, era (e sono) la sola ed unica possibilità di salvezza.
Mai nessuno osò, nei lunghi anni di tirocinio  alla grande biblioteca, verificare con quale inganno riuscivamo in ciò che la maggior parte dei nostri confratelli neppure immaginava. Eppure in questa maniera appagavamo l’intento di una vista più ampia, di un panorama più vasto.  Ed è vero,  vedevamo capivamo ed acquistavamo la misura del Tempo: comprendere lo spazio e la sua geografia, ma sempre nella segreta misura di una preghiera, di una litania, di un rosario, di una formula detta e ripetuta, nella costanza di una paura da esorcizzare come un male antico, di cui pian piano ne riuscivamo a capire comprendere e percepire…. forma e dimensione.
Il nostro pregare con il tempo divenne paura di esalare l’ultimo respiro dinnanzi a fratello – Eraclio - , il tramite del nostro corpo per un Inferno sicuro, se il misfatto fosse stato scoperto. Paura di arrivare a quel temuto – Altissimo - nei modi e nei tempi non previsti dalle stesse preghiere. Così quando fratello – Eraclio - ammoniva, leggeva, pregava dal pulpito, eravamo nella costante ed assordante paura che ogni parola, ogni riferimento fosse alle nostre azioni. Ma così non era. Il nostro Eremo aveva e presumo abbia ancora, una discreta biblioteca, con gli anni imparammo il piacere dell’ Epistolariato con i confratelli  del nostro Ordine. Negli anni questo il segreto piacere, il medesimo del buon pastore nel periodo della transumanza.  Come lui, ci avvia(va)mo a questa piacevole usanza, questo convivio che avveniva fra un Abbazia e l’altra. Di questa responsabilità venivano incaricati quattro o cinque – confratelli – anziani, quelli di memoria capace e pronta, i quali probabilmente un tempo avevano la stessa predisposizione per la divulgazione orale dei testi più importanti e noti.  In effetti scoprimmo a nostre spese, che l’arte della memoria dei nostri predecessori era il lasciapassare per questa qualificata mansione. Così per accedervi oltre essere assidui frequentatori della biblioteca, bisognava dimostrare notevole capacità memonica.
I confratelli che ci avevano preceduto, erano pagine e libri interi: la Bibbia, il Vangelo, e molti altri testi sacri impressi nella parola …. prima della memoria, almeno così ci sembrava.  La cosa parrà incredibile, ma ogni virgola e parabola era da loro conosciuta con una tale precisione che solo con il tempo imparammo a capire che era un dono di ‘lettura interiore’. Con gli anni capimmo ciò che leggevano e pensavano riflesso nella loro e nostra Anima (divenuta ‘nuova coscienza’).  Con gli anni capimmo il duro esercizio della mente, ore ed ore di penitenza e preghiera per imprimere l’ alto significato della – Parola – rivelata.  Con gli anni apprendemmo cosa dovevano e dovevamo divenire.
Dei libri aperti alla memoria.
Il passato così tornava eterno presente immutabile, di un futuro mai concesso ne a noi, ne presumo alla verità.  E la verità, l’unica verità, doveva essere sempre e costantemente recitata alla memoria. Non vi era posto per null’ altro eccetto che la costante ripetizione dell’eterna litania  dell’eterna ricerca memonica della parola già detta e ripetuta e mai più cercata ne tantomeno ricercata o forse scoperta. Ogni quadro esteriore o interiore diveniva il riflesso della – Parola – incarnata, già preannunciata nel – Vecchio Testamento - .  Ogni fatto che compariva alla nostra probabile comprensione, non era null’altro che una pagina di memoria… sulla memoria. Ogni altro tentativo era vano. Ogni altra chiave di lettura degli eventi… inutile. Ogni significato della vita poteva essere spiegato e risolto con il dono della memoria, che attraverso la costanza del passo, del racconto epico tramandato, può spiegare la – Parola – di Dio, ogni altra e diversa – Memoria – non può e deve essere ‘celebrata’ ‘studiata’ ‘confrontata’. Solo scrutando questa grande caverna scritta, ripetuta e impressa nella memoria, si aveva accesso all’ atto di – Dio – , spiegato e rivelato all’ incolto – Uomo - .  Spiegato all’umile fedele confuso dalla paura, dal dolore, e troppo spesso come avevamo (ed abbiamo) modo di vedere, dall’ignoranza.
L’anima, secondo questo antico esercizio veniva così sacrificata alla pura immagine, di un – Dio  -  troppo spesso vendicativo e violento. L’ essenza della nostra esistenza poteva e doveva essere spiegata solo attraverso questa luce, questi quadri di lontana memoria.  I confratelli più anziani, gli addetti alla biblioteca scoprivano così i colori e le tinte del loro – Essere - ,  riconoscevano in tal maniera il loro passato, e forse anche la loro – Psicologia - .  Qualsiasi altra semenza veniva debitamente rimossa. Qualsiasi chiave di lettura veniva privata di una più attendibile verità. 
L’anima il ricettacolo della parola rivelata all’uomo nella ‘cella’ di un Secondo Dio. Ogni altra disquisizione doveva e deve, in ragione della forza, essere rimossa. Ogni altro panorama, in questa geografia tramandata nei secoli, chiuso alla vista della coscienza e conoscenza. L’antico sapere, prima e dopo, la – Parola – rivelata, doveva essere accuratamente studiato confrontato, e se fratello – Eraclio - , con gli alti prelati, convenivano, cancellato dalla verità della storia. Oppure inserito nel contesto che a maggior ragione si riteneva e ritiene opportuno.
L’opera di fratello – Eraclio - , era ed è delicata, e nello stesso tempo fondamento e continuazione del sapere teologico dei Dottori e Padri della Chiesa, trasmutato in nuovi ed immutati Dottori e Padri delle nostre coscienze, poi interpretato e tramandato ai posteri.  Qualsiasi divergenza in seno ad una visione diversa della loro realtà culturale, sociale, psicologica e teologica, fra un Primo ed un Secondo Dio, poteva e può essere risolta solo con l’ ‘opera inquisitoria’ di un ‘Dottore di Chiesa’, come per paradosso, da un ‘Dottore dell’ anima’ riflessa nella moderna scienza nominata ‘psicologia’, l’opera Inquisitoriale mantiene inalterate le sue ‘secolari’ caratteristiche immutate e tramandate nel controllo della Memoria così come quello della Coscienza.

Il Tempo in cui noi Perfetti abbiamo abdicato l’opera di codesto limitato Creato ad un Secondo Dio assente al Tempo dal Primo Creato….  

– Eraclio – scoprimmo presto, non era ed è la verità, bensì la – Storia - . Questa differenza, che al lettore di oggi può apparire incredibile, era ed è il fondamento della sua – Istituzione - , il patto di continuità, che si eroga(va) il diritto, oltre che all’ esistenza, anche al tacito proseguimento di interpretarla. E con essa, scoprivamo con orrore, anche tutte le discipline a lei, direttamente o indirettamente, riconducibili.  L’ opera sua era (ed è) importante, era (ed è) l’- Assoluto - , incarnato nell’infallibilità di – Dio - , cui si faceva solo interprete e custode.
- Eraclio - , non era solo la Chiesa che rappresentava, ma la possibilità di prosperare e allargare i suoi confini, i suoi orizzonti, in nome di quel – Cristo - , di cui era solo ed assoluto interprete. Perciò l’ intero sapere era (….) lo strumento su cui poggiavano le fondamenta di questa immensa costruzione. La sua ragion d’essere, era l’esatta interpretazione e collocazione della ‘Parola’, dall’inizio dei tempi. La storia creata così poteva sopravvivere oltre che a se stessa, anche al prossimo.  Condizione necessaria e sufficiente, collocarla o ricollocarla nel giusto scaffale, nel giusto libro, nel retto sapere, letto studiato e troppo spesso  interpretato. Questo l’antico ordine della - Storia - , nella grande biblioteca dell’ immenso Universo di cui – Eraclio – era custode maestro…. e segreto artefice nonché compositore.
La conoscenza, ragione per cui, scoprimmo presto, era fondamentale, prioritaria. Indispensabile! La conoscenza per ordine e gradi ed esatta collocazione nella vastità della biblioteca, era (ed è) importante almeno quanto ogni elemento della natura, di cui ogni giorno ed umilmente ci serviamo in ragione della nostra sopravvivenza. La grande biblioteca era ed è questo – Universo - , di cui ogni pianeta, ogni meteora, ogni sole, ogni stella, ogni frammento, doveva (e deve ancor oggi…) avere una sua precisa ubicazione.  Ogni gravità, ogni equilibrio, ogni frammento del  divenire in questo grande – Universo - , doveva essere ubicato nella giusta dimensione di una conoscenza certa ed assoluta. L’ intera  – Creazione - , altrimenti, avrebbe risentito i dissesti geologici, di cui io,  ora, assisto impietrito ed osservo in tutto il suo orrore e terrore. Quei terremoti, quelle intemperie, bufere, non avevano ragion d’essere. La stabilità dell’ – Universo - , di cui fratello – Eraclio - era l’artefice, non poteva conoscere dissenso, e troppo spesso, come imparammo, diversa e altra verità.
Nell’umiltà di fratello – Eraclio - , si nasconde(va) il – Potere - , comandato, incaricato, e poi come ora osserviamo – Incarnato - . Ogni possibile previsione metereologica doveva essere prevenuta come il peggiore dei mali, nella continuità della mancanza di verità, tutta la sua potenza vi si nasconde. Ogni altra, e possibile verità, scoperta come vera, perseguitata. 
Questo il compito di fratello – Eraclio - . 
… Ed ora, nel fitto della foresta, da dove sta prendendo parola con tutta l’umiltà che il potere concede lui, inizia a soffiare quel vento, del quale il mare preannuncia sicura burrasca. Nel fondo di quell’ altare inizia a spirare quel vento di cui già avvertiamo il gelo, fin nel profondo delle ossa.   Da dove ammutoliti osserviamo l’ evolversi di questa natura, il triste epilogo di questo – Universo – increato, udiamo anche noi la sicura premessa dell’ Inverno - . L’anticipo di un Inverno che non conoscerà mai nessuna Primavera. Percepiamo nello scuro silenzio l’assenza del Tempo, del Creato, e di ogni verità. Nel raccoglimento di quegli attimi ogni parola sembra pesare come l’intera volta in cui ci siamo inchinati, così tante volte, da non ricordare con precisione le vaghe geometrie che abbiamo davanti.  Quelle forme ora sembrano sfuggirci, ed i loro simboli veneriamo, per il segreto terrore che il loro martirio, possa colpire anche noi. Noi che umilmente ci prostriamo di fronte all’ – Altissimo - nel sicuro timore che la fede, la loro fede possa condannarci ad un naufragio senza ritorno nel mare di  fuoco che sappiamo, poi, elevarsi da quel ghiaccio.
… E se il freddo ci gela le ossa, in previsione di qualsiasi fuoco purificatore, abbiamo imparato ad amarlo, come solo ed unico compagno di ogni prevedibile tormento. Conviviamo con fratello – gelo - , come  solo amico per i tormenti della carne.  Ci è amico in questi pensieri, e quando il verde campo, fuori dal giardino, si trasforma nel patibolo dei tanti e troppi umiliati e Perfetti condannati e sacrificati al fuoco purificatore, nell’odore di bruciato, nelle urla straziate, nei cori sommessi, percepiamo la – Storia – ed il segreto compito a cui  il – Sommo – ha affidato la sua missione. Capiamo in maniera inequivocabile il lento celebrarsi della – Storia – di cui fratello – Giovanni – è artefice e custode. In tutta l’umiltà concessa lui, non vi è altra verità accettata e accertata. Così anche per noi il triste scorrere del calendario non ha più senso e luogo. Perché sappiamo la verità morta per sempre e con essa anche il Tempo che la caratterizza e comanda.

(G. Lazzari,  Dialoghi con Pietro Autier)

(Prosegue...)



















lunedì 3 novembre 2014

IL TEMPO E LA MEMORIA (1)











































Prosegue in:

Il Tempo & la Memoria (2)













Nel grande e vasto panorama della ‘cultura italiana’ di questi ultimi tempi ove al lettore attento esigente distratto e confuso dal grande evento mediatico della televisione ed i suoi derivati, tutto si è propinato offerto venduto e svenduto per l’opera ‘mediatica’ di un futuro sereno e prosperoso alla conquista di un (apparente) mondo civile e (dicono) ‘evoluto’ e, dove, i veri e sani ricercatori di una più profonda e duratura verità ne rifuggono il fine utilitaristico e ‘commerciale’ in seno a quella verità  manichea che distingue la cultura da mercato ‘materiale’ e il ‘bene’; sono rimasto affascinato da un’opera di raro e notevole acume storico così prezioso in questi giorni.
Sono rimasto colpito e affascinato da un libro, pur la mia modesta biblioteca affollata da ‘titoli storici’ di stimato ed accertato valore documentario e nozionistico, il cui dispiegarsi attraverso le complesse trame e vicende di una realtà e verità ‘teologica-sociale’ spesso dimenticata appartenente alla  nostra realtà ‘genetica’ che ci vuole in apparenza ‘uomini e donne’ evoluti emancipati laici e liberi da ogni vincolo e pregiudizio ‘ortodosso’ nel quotidiano vivere la nostra socialità, svela e narra senza quell’accademismo cui i nostri ‘docenti’ e addetti ai lavori non sono mai sprovvisti nei lori saccenti sermoni (spesso per ridurre il frutto delle loro ed altrui opere al cerchio antiquato e polveroso dell’Università sotto certi aspetti non dissimili dal ‘tavolo di lavoro’ dei personaggi storici così mirabilmente ‘fotografati’ ed interpretati da questa attenta ‘ricercatrice’; e prendendo in prestito il moderno termine ‘mediatico’ della parola ‘regista’ in un mondo dove prevale il valore  dell’immagine rispetto al contenuto del suo opposto, il montaggio consequenziale proiettato nella sfera del Tempo di questi rari ‘documenti’ proposti in questo difficile e non certo ‘battuto’ sentiero storico… teatro del nostro passato quanto del nostro ‘comune’ presente, è di rara sintesi e capacità che va molto oltre al comune messaggio ‘visivo’ cui la nostra cultura, è, ai tempi di Intenet, avvezza) documentando nella ‘sequenza’ del passato così ben ‘ambientato e ricostruito nella scenica archivista, un presente cui tutti apparteniamo, compresi quegli ‘Eretici’ che giornalmente vengono privati della vera ‘memoria’ storica appartenente alla verità cui tutti dovremmo essere partecipi per un grado di giudizio vero e non falsato nelle ‘verità mediatiche’ che confondono ragione e giustizia. 




Un ‘Tomo’, usando il termine antico inteso come veicolo e strumento di verità, che svela molto di più di ciò che in realtà ‘non’ dice, eccetto che il lento ed avvincente svolgersi dei ‘fotogrammi storici’ così sapientemente e magistralmente ‘montati’ nella sfera del ‘Tempo’; Tempo dove regna e imperversa un immagine così diversa e falsa (dalla realtà) come ad esempio il culto di quella ‘santità’ così venerata ed osservata nella celebrazione della cristianità antica quanto moderna, muovendo e proiettando nell’Universo del quotidiano le verità dei suoi minuti come inganni…, e ore, come illusioni riflesse nella sfera dei secoli…, ove, come dicevo, la Storia dei vinti muove i suoi passi: ‘fotogrammi’ che ci fanno vedere ed ammirare un panorama (storico) cui tutti apparteniamo, ed in cui la nostra cultura e società ha costruito il suo ‘pedigree’ genetico. (Autore del blog)



 
Il libro propone un percorso lungo secoli tra le fonti dell’opera inquisitoriale del Duecento, risalendo attraverso quelle veicolate dalla tradizione agiografica e dalla ricerca erudita e storica moderna fino al momento originario del protomartire fra Pietro da Verona, dei suoi compagni di fede e dei suoi nemici nella svolta di metà Duecento.
Ne è risultata un’opera che è come la relazione di un restauro o il resoconto  del filologo sulle interpolazioni che hanno alterato il testo antico: le ridipinture e gli interventi, individuati accuratamente, entrano così a far parte della storia stessa e ne raccontano una dimensione fondamentale, quella che è costituita dall’errore e dalla deformazione involontaria o deliberata delle memorie e dei racconti. Ed è perciò che questo libro offrirà da oggi in poi un ‘passaggio’ obbligato di riferimento non solo per gli storici dell’Inquisizione medievale ma per tutti coloro che sono interessati alla lotta per il controllo della memoria che si svolge dietro le superfici tranquille della trasmissione del sapere.
Della svolta del Duecento, momento decisivo di quella che H. Barman ha definito la ‘rivoluzione papale’, appare qui in primo piano il conflitto tra i frati predicatori e i ‘buoni cristiani dualisti’(i Perfetti) diventati dopo la loro sconfitta gli ‘Eretici’. Nel processo di rifondazione del cristianesimo occidentale il contributo dei frati fu determinante: non per nulla Machiavelli parlò a questo proposito di una ‘riforma’ che aveva riportato nuovo vigore in una religione invecchiata. Della riforma come ritorno alle origini fu aspetto fondamentale il sangue dei nuovi martiri: un sangue versato in una rinnovata Passione, seme di nuovi cristiani come lo era stato quello dei testimoni antichi della fede. Quello di fra Pietro da Verona, vittima di un attentato che rimane tanto oscuro nei suoi aspetti concreti quanto trasfigurato nella celebrazione della santità eroica, doveva animare molti imitatori, mentre le ceneri dei ‘buoni cristiani dualisti’ venivano disperse al vento e le loro convinzioni erano raccolte in opere scritte per combatterli da chi, come Raniero Sacconi, era stato già uno di loro. 




L’intreccio fra cronaca dei fatti e proiezioni agiografiche si palesa in atto fin dalle prime testimonianze. A questo si aggiunse la plurisecolare catena di trasmissione delle conoscenze e del sistema dei valori in cui gli eredi di San Pietro Martire furono sempre in prima linea. Il quadro che abbiamo avuto davanti finora si palesa come il mito di fondazione a cui la vittoria della religione ortodossa ha consegnato non solo l’atto iniziale ma anche la riaffermazione costantemente tutelata e aggiornata delle sue ragioni contro l’Eresia sconfitta. L’intreccio espresso nei ‘fotogrammi’ archivistici così sapientemente interpretati e proposti (nonché riesumati dall’oblio delle ceneri della Storia…) e ‘proiettati’ nel teatro del presente, evidenziano l’importanza fin dagli inizi del controllo sulla memoria che l’Inquisizione considerò un suo specifico campo.
 (Adriano Prosperi nell’Introduzione del libro di Marina Benedetti: ‘Inquisitori lombardi del Duecento’)



         


A quella domanda, ma solo a quella, uno dei due sembrò palesare i tratti della paura, più che paura …..terrore misto a comprensione.
Quello che io vidi, e che riesco a raccontare in tutta la lenta cerimonia che si svolgeva all’interno di quel mondo, di quell’ Universo… non fu solo orrore e terrore, ma qualcosa d’altro, di più profondo, di più antico. Un conflitto tacito, silenzioso, fra due strati di terra geologica che si incontrano dopo secoli, e nella calma apparente gli elementi al pari della verità non detta del nostro mondo, si confrontavano e misuravano nelle proporzioni del loro essere e divenire. Cosa sarebbe stato dopo, solo la verità taciuta della storia, può raccontarlo. Solo quella verità non del tutto spiegata, raccontata e troppo spesso divulgata.
Io fui testimone silenzioso di questo possente sisma, di questo vulcano, di questa terra, che attraverso gli elementi manifesta il suo bisogno di verità attraverso la costanza del divenire. Io fui partecipe di una verità taciuta, e di un assolutismo che pretendeva cancellarla. Io ho visto la lava del vulcano, il lento scorrere del torrente di fuoco e ghiaccio, e la terra…., dopo, aprirsi.  Io in quell’ improvviso silenzio partecipai all’ illusione della morte annunciata ma ancora non pronunziata sul volto dell’ – inquisitore - . 

(Prosegue...)