giuliano

sabato 18 ottobre 2014

CHE COSA E' IL GENIO?





































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Cos'è il genio: (Lev Tolstoj) (2)













Che cos’è il genio.
Qual è il rapporto tra vero genio e autorità costituita?
In questo momento, all’inizio del XXI secolo, direi nessuno, proprio nessuno. La nostra confusione riguardo agli standard canonici del genio è ora una confusione istituzionalizzata: tutti i giudizi sulla distinzione tra talento e genio sono affidati ai media e obbediscono alle politiche culturali e ai loro capricci.
Il genio afferma la sua autorità su di me quando gli riconosco poteri più grandi dei miei. Emerson, il saggio che cerco di seguire, disapproverebbe la mia resa pragmatica, ma il genio di Emerson era così grande che poteva permettersi di predicare la fiducia in se stessi. Io ho insegnato per 46 anni senza interruzione e mi piacerebbe riuscire a stimolare nei miei studenti una fiducia in se stessi come la sua, ma nella maggior parte dei casi non ci riesco e non lo faccio.




Spero di allevare in loro il genio, ma riesco solo a insegnare il genio dell’apprezzamento. Ecco il principale scopo di questo libro (e blog): attivare il genio dell’apprezzamento nei miei lettori, se mi riesce. Queste pagine sono state scritte il giorno dopo il trionfo del terrorismo che l’11 settembre 2001 ha distrutto il World Trade Center e le persone intrappolate in esso. Nell’ultima settimana ho tenuto le lezioni che avevo in programma su Wallace Stevens ed Elizabeth Bishop, sulle prime commedie di Shakespeare e sull’Odissea.
Non posso sapere se ho aiutato i miei studenti in qualche modo, ma io ho momentaneamente respinto il mio trauma personale attraverso il fresco apprezzamento del genio.
Cosa, io e molti altri, apprezziamo del genio?
Un brano del ‘Diario’ di Emerson si aggira sempre nella mia memoria: 




‘E non stranamente tutto in noi? Osservate questi uomini qui riuniti; si potrebbero pronunciare parole – anche se ora potrebbe non esserci qui nessuno che lo faccia – si potrebbero comunque pronunciare parole che li farebbero barcollare e vacillare come ubriachi. Chi ne dubita? Siete mai stati istruiti da un uomo saggio ed eloquente? Ricordatevi allora: non sono state le parole che vi hanno fatto gelare il sangue, che vi hanno fatto arrossire, che vi hanno fatto tremare o che vi hanno dato piacere? Non vi sono sembrate vecchie quanto voi? Non è la verità che conoscevate prima, o vi aspettate forse di essere commossi dal pulpito o da un uomo attraverso qualcosa che non sia semplicemente la verità? Mai. E’ Dio in voi che risponde a Dio fuori di voi o afferma le sue parole tremando sulle labbra di qualcun altro’. 

Brucia ancora dentro di me: ‘Non vi sono sembrate vecchie quanto voi?’. L’antico critico Longino chiamava il ‘genio letterario’ ‘il sublime’ e interpretava la sua azione come un trasferimento di forza dall’autore al lettore:

‘Per natura, infatti, l’anima nostra viene per così dire innalzata sotto la spinta del vero sublime, e preso possesso di un superbo trampolino di lancio, si riempie di gioia e d’orgoglio quasi che essa stessa avesse creato quel che ha udito’.




Sono necessarie letture approfondite per accertare la presenza del genio letterario, difficile da definire. Il lettore impara a identificarsi con ciò che sente come una grandezza che può aggiungersi al suo essere senza violarne l’integrità. La ‘grandezza’ può essere passata di moda, come lo è il trascendente, ma è difficile continuare a vivere senza una qualche speranza di imbattersi nello straordinario. L’incontro con lo straordinario in un’altra persona può rivelarsi ingannevole o deludente. Lo chiamano ‘ammalarsi d’amore’ e l’espressione è un avvertimento.
Affrontare lo straordinario in un libro, sia esso la Bibbia, Platone, Shakespeare, Dante, Proust, significa beneficiarne praticamente senza pagare alcun prezzo. Il genio, attraverso i suoi scritti, è la via migliore per raggiungere la saggezza, cosa che io ritengo essere la vera unità DELLA LETTERATURA PER LA VITA. (aggiunge l’autore del blog…: per questo è così difficile oggigiorno incontrare il genio, o almeno sperare la che la sua natura non appassisca del tutto nel mare dell’imbecillità che ci circonda….).



lI  problema del genio è stato una preoccupazione costante di R.W. Emerson, che è la mente d’America, come Whitman è il suo poeta e Henry James il suo romanziere. Per Emerson il genio era il Dio che abbiamo dentro di noi, l’essenza della ‘fiducia in se stessi’. L’essere dell’uomo, in Emerson, non è dunque costituito dalla storia, dalla società, dal linguaggio. E’ originario.
Io sono completamente d’accordo.
Se il genio è il Dio che abbiamo dentro di noi dobbiamo cercarlo lì, nell’abisso del nostro essere originario, un’entità sconosciuta a quasi tutti coloro che l’hanno spiegata ai giorni nostri, nelle università intellettualmente derelitte e nelle oscure fucine sataniche dei media




Emerson e gli gnostici antichi sono d’accordo sul fatto che ciò che è migliore e più arcaico in ognuno di noi non è parte della Creazione, né della natura, né di ciò che è estraneo a noi. Ognuno, presumibilmente, è in grado di individuare la sua parte migliore.
Ma come troviamo la nostra parte più arcaica?
Dove comincia il nostro essere?
La risposta freudiana è che l’ego fa un investimento su se stesso e così entra in un individuo. La risposta degli antichi è che c’è un Dio dentro di noi e che questo Dio parla. Io credo che una definizione materialista del genio sia impossibile, ragione per cui l’idea del genio ha così poco credito in un’età come la nostra, in cui le ideologie materialiste sono dominanti. Il genio, di necessità, invoca il trascendente e lo straordinario perché è pienamente consapevole della loro esistenza.

(H. Bloom, Il genio)

(Prosegue....)
















giovedì 16 ottobre 2014

GENTE DI PASSAGGIO (mentre 'rimavo la vita' con il mio amico Lugo da...) (104)











































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Gente di passaggio (103)











  
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Gente di passaggio (mentre 'rimavo la vita' con il mio amico...) (105)














L’ex prete romano Lorenzo Davidico, che nella sua carriera di scrittore di cose devote, predicatore, e soprattutto di intrigante frequentatore di ambienti cardinalizi, si trovò a svolgere molte parti in commedia: prima di tutto, quella di confessore abilitato a raccogliere e riconciliare eretici pentiti; e, in conseguenza di ciò, quella di padrone di una rete di informazioni segrete, disposto a metterle in mano all’Inquisizione; infine, quella di inquisito egli stesso, costretto a ‘giostrare con la inquisizione’ per difendere la propria vita e con essa la sua (dubbia) reputazione accumulato a forza di denuncie e ricatti. Inquisito e spia dell’Inquisizione, confessore di eretici ed eretico, maestro di devozione implicato in strategie poliziesche dei poteri romani: la condizione di Lorenzo Davidico, seppur singolarissima, è indicativa degli aspetti (per altro immutati..) torbidi e intricati che la realtà di quei tempi di lotta senza quartiere poteva assumere.
Ma il suo caso non dovette essere isolato. 




Il rapido corso delle cose, nel giro di un decennio, poteva trasformare i simpatizzanti delle nuove idee in testimoni d’accusa e perfino in delatori: moralità, solidarietà ma anche sacramenti e istituzioni non venivano risparmiati. La confessione sacramentale veniva vista come uno strumento fra gli altri per mettere alle strette eretici. Il clima che emerge dai documenti inquisitoriali di quegli anni è di incertezza, paura. La stagione liturgica del ‘perdono’ si rovescia nel suo contrario, con uno scatenamento di denunzie e di processi. Un popolo cristiano che discute e si interroga sul significato e sul valore della confessione è costretto a piegarsi a pratiche complesse e preoccupanti, da cui dipende non più solo la liberazione della propria coscienza ma la sicurezza della vita e della libertà personale.
Un esempio storico dei fatti sopra detti.
I teatini furono l’orecchio prediletto dell’inquisizione romana anche a Venezia, dove però la loro funzione di spie,  prediletti nonché ‘giovani aguzzini’ in mano all’inquisizione, fu regolarizzata da una specifica investitura da parte dell’inquisitore fra Felice Peretti (il quale tra l’altro prometteva loro ‘beni confiscati’ da parte dell’inquisizione ai poveri eretici…).  




Un esempio storico: il 25 settembre del 1558, il ‘muschiario’ Giovan Giacomo Millani oppose la sua firma a una lunga abiura (tra l’altro firma retrodatata…) rilasciata nelle mani del suo confessore, il teatino don Giovan Davide Paolo, in quanto ‘sodelegato dal reverendo monsignor inquisitore di Venetia… a potere ricevere l’abiuratione in scritto di quelli che vengono a penitenza havendo hauto opinione heretici per il passato’. Qualcuno doveva avergli spiegato che quella era la via per mettersi al sicuro da ogni persecuzione futura. I suoi errori ereticali erano lontani nel tempo: risalivano a circa quattordici anni prima, e poi si ripeterono alcuni anni dopo, e consistevano nella lettura, oltre che di ‘libri lutherani’, anche di rime di taluni trovatori provenzali, che nel Tempo in cui scriviamo, sono ed erano vietate dalla inquisizione. Vi erano presenti anche le prediche di Bernardino Ochino, il ‘Pasquino in estasi’, il ‘Beneficio di Cristo’, ed alcune opere di Pietro Autier, ‘Frammenti in Rima, e ‘Lo Straniero’; insomma la biblioteca della riforma italiana accompagnata dall’eresia, braccata nel regno italico dalla censura dell’indice. 




Il Giovan Giacomo si era molto ‘dilettato’ di quelle letture e ricordava in particolare di aver accolto con piena convinzione l’idea che la confessione fosse un’invenzione dei preti e dei frati e di averne ragionato ‘con molti gioveni’. Storie lontane e cancellate: anzi, più volte cancellate. Giovan Giacomo era già stato assolto in via ordinaria confessandosi (e pagando tributi…) e comunicando ogni anno a Pasqua: per soprammercato era stato ‘asolto dalla heresia al tempo de’ perdoni et brusato i libri’. Ma nel clima di ‘caccia all’eretico’ di que(sti)gli anni l’inquietudine si era ridestata e ora Giovan Giacomo desiderava cancellare definitivamente (anche per assicurare la sua anima ‘terrena’ al Paradiso celeste delle eterne indulgenze) ‘per più sicureza della conscientia et salute mia’.
Le coscienze erano inquiete e insicure anche perché non era chiaro quale fosse il tribunale abilitato a cancellare la colpa dell’eresia. L’insicurezza era stata governata dalle autorità ecclesiastiche in direzione di un confessore speciale e che aveva il compito di scrivere per esteso il contenuto della confessione (a mo’ di testamento…) in materia di colpe d’eresia. 




Un altro caso storico… 

A Siena l’orefice Angelo di Lorenzo, detto ‘il Riccio’, denunziò nel 1569 un lavorante della sua bottega, un certo Vivaldo, fiammingo di origine: non lo fece in confessione ma prima di confessarsi. La denunzia fu presentata il 10 febbraio: tempo di quaresima e di confessioni. La sottoscrissero insieme il Riccio e un suo lavorante, Michele Greco. All’inquisitore raccontarono che erano andati a confessarsi e avevano detto al confessore di conoscere ‘uno che poco teme Idio et mancho osserva le cose della Chiesa’; il confessore non li aveva voluti assolvere ‘se non vengano a rivelarlo al Santissimo Officio’. Una storia lineare, a stare a questo racconto: una perfetta messa in esecuzione del disegno concepito da quel ‘santissimo Officio’. Ma le cose erano andate diversamente, come poi il Riccio raccontò al tribunale quando fu chiamato a confermare la Denunzia.  



















LO STERCO DEL DIAVOLO & I SEGRETI DEL MESTIERE (37)













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La sua anima (36)

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Lo sterco del diavolo & i segreti del mestiere (38)











Il Duecento è un secolo che vive quella che ho definito 'discesa di valori
dal cielo alla terra'.
La ricchezza è nuova: non è più quella della terra, dei signori e dei mona-
steri; è quella dei borghesi, dei mercanti, di coloro che sono chiamati a
ragione usurai e stanno per diventare banchieri.
E' una ricchezza espressa in valore monetario, e dove altri mezzi e modi
di comunicazione non hanno valore o quantanche legalità. Questa ricchez-
za, inoltre, ha un preciso significato sociale e non solo un'importanza squi-
sitamente economica.




I nuovi ricchi (volgari e per nulla 'intelligenti') prendono posto accanto ai
potenti della società cristiana anche perché al cospetto della loro nuova
ricchezza si delinea una nuova povertà che contribuisce a polarizzare la
vita del Medioevo.
Per tutto il XIII secolo il denaro fu la posta di una partita tra vizio e virtù,
nell'Europa Medievale religiosa ed economica del profitto nella quale tro-
varo modo di coabitare nel relativo paradosso che illumina gli animi più
sensibili ed anche i più avari: Goffredo di Vendome aveva paragonato l'-
ostia consacrata a una moneta del miglior conio: la forma rotonda dell'o-
stia ricordava quella della moneta così come la capacità del denaro di e-
quivalere a un valore era paragonabile al dono dell'ostia di anticipare la
salvezza.




Oggi dopo 800 anni, da queste considerazioni ed appunti storici con 'as-
sociazione Lulliana' andiamo al ricordo di Ostia, dove, nel feudo mare dei
signorotti romani, albergano e si alternano vicende poco raccomandabili dal
punto di vista mafioso. E la ricca ed opulenta nonché religiosa et laica...Ro-
ma celebra i fasti dei nuovi pellegrini senza l'ingombro dei nuovi carri moto-
rizzati alla corte del nuovo Papa Re....




Nel XIII secolo la necessità di rispondere a una crescente domanda di contan-
te e di instaurare forme di solidarietà tra artigiani e mercanti si traduce in
 diversi tipi di associazioni (in futuro saranno dette 'a del....), simili alle con-
fraternite che esistono in altri ambiti (P1/P2/P3/P4/...ecc....).
Un'operazione di eccezionale valore come il 'Livre des métiers' di E. Boileau,
prevosto di Parigi alla fine del regno di Luigi IX, ci rivela l'estrema frammen-
tazione delle attività artigianali in mestieri assai specializzati, l'importanaza
ancora secondaria del denaro nella struttura e nel funzionamento di queste
professioni, in cui spesso l'apprendistato è gratuito e dipendente più dalle
relazioni sociali che dalle possibilità finanziarie, e infine la stretta regolamen-
tazione della vita economica.




La diffusione del denaro ha stimolato il ricorso alla scrittura e alla contabilità,
e non è un caso se nel Duecento si assiste a una proliferazione dei manuali di
aritmetica.
La tendenza alla sedentarizzazione dei mercanti comportò la progressiva ri-
duzione del prestigio - che rimasero comunque per il resto del Medioevo
importanti spazi di cambio e circolazione del denaro, come dimostra ad e-
sempio la rivalità tra le fiere di Lione e Ginevra nel Quattrocento - e la mol-
tiplicazione di contratti e associazioni che consentivano ai mercanti di esten-
dere le proprie reti commerciali e implicavano il ricorso al denaro, sia in
termini di concreti trasferimenti monetari che di prezzi espressi in valute di
conto.
(Prosegue....)














lunedì 13 ottobre 2014

MENTRE CRESCEVO: l'oliveto (15)












































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Mentre crescevo (14)











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Mentre crescevo (16)











Dedicato a quell'uomo che non poté godere dei frutti terreni del suo giardino....





Sin dalla giovinezza mio padre aveva incominciato a piantare un oliveto a…. Aveva sconfitto la Natura, distrutto la selva e le querce secolari, riducendole a carbone e dissodato un terreno vergine.
Con amore viscerale, lo aveva bonificato estraendone le pietre che ordinava e componeva in mucchi estirpandone la gramigna. E in mezzo al bosco millenario quale la Natura lo aveva creato spontaneamente, lui creò quest’isola dell’arte umana lungo un rettangolo di sei ettari.
Io lo conobbi già tracciato. Circoscritto dai muri su cui da ogni lato faceva capolino ancora la selva che con il suo rigoglio invadeva, quasi se la volesse inghiottire, l’aiuola del lavoro di mio padre. I rovi e la macchia, le querce che sovrastando il fitto sottobosco testimoniavano l’antica vegetazione.
Con maestria ed assiduità, mio padre aveva tracciato i filari mediante fossati interminabili, ora l’argilla, ora sulla terra nera, ora sulle pietre e vi aveva piantato gli olivastri a distanza geometrica regolare senza servirsi mai del metro, ma solo del buon senso, dell’occhio e dei passi. Nella loro lunghezza i filari venivano intercalati ed evidenziati da altre piante più precoci che pagavano la zappatura dell’oliveto ancora infeconda.
La sua architettura la si poteva osservare ogni anno, il giorno di San Elìa. Dalla sommità di monte Santo dove ci si recava per la festa. Scalando il monte l’oliveto si stagliava di più. E la gente raggiunta la vetta, dove si accampava a crocchi e si sparpagliava sul piano a giara del monte, poteva mirare la meraviglia del luogo.




In mezzo a quella selva di querce e di sugheri disordinati e incessantemente in lotta tra di loro, i filari dell’oliveto opponevano la Natura coltivata alla Natura spontanea. I cacciatori che vi sbucavano all’improvviso dalla selva si trovavano nel giardino del deserto e non potevano fare a meno di ammirare e di stupirsi di fronte a un’opera ormai quasi inarrestabile.
‘E tu chiamalo fesso Abramo. Molti dicono che è arretrato, ideoso, qua e là. Guardate che meraviglia. E’ l’oliveto più grande dell’agro! Eh! Avete visto? La gente spesso si sbaglia. Spesso qualcuno che non è capace neanche di pulirsi il culo si mette a scorreggiare giudizi a destra e a manca. Qui parlano i fatti. Questi sono monumenti, sono. E’ un grande lavoratore. Quando si mette è un vulcano. Fossero tutti come lui, l’isola sarebbe un giardino, sarebbe. E pensare che trent’anni fa era una vera pazzia il solo pensarlo. Lui lo ha fatto! Eh molti gli dicono che è pazzo! Osservatela la sua pazzia: è il paradiso! Anch’io avrei voluto essere pazzo così!’.
Questi commenti che avevo sempre sentito da piccolo dentro i cespugli per sfuggire all’attenzione dei passanti. Mi vergognavo e avevo paura di essere visto! Erano giusti, però, quei commenti. Il babbo aveva vinto la sua battaglia. L’uliveto giustificava allora la deportazione della famiglia, la severità dell’artefice.
‘Quando sarò vecchio questa sarà la mia fonte’, diceva sempre alle persone che vi capitavano o che vi lavoravano. ‘Io non voglio fare la fine di tanti vecchi che una volta che le loro braccia non riescono più a produrre vengono disprezzati dai propri figli prima che dagli altri. L’oliveto sarà mio fino alla morte… Quando creperò se lo godranno loro. Sotto terra non avrò bisogno di quello che nasce sopra'.
Il babbo ci teneva molto.



 
E da quando ero a…. , il suo edificio stava venendo su bene, sensibilmente anno per anno. Io lo vedevo potare e lavorare le sue piantine con una brama incontenibile e con passione quasi gelosa. Le accarezzava tutte sui rami e sul fusto fino alle radici, quando le zappava. Cosa che non poteva fare con i figli. Le cingeva con un involucro di spine per evitare che divenissero facile preda di bestiame abusivo.
‘Questo è il mio sangue. Tu me lo stai succhiando. Mi stai uccidendo. Le pecore custodiscitele: anziché startene nella capanna, i coglioni al fuoco o a strombazzarti tua moglie, assièpati i muri. Guardateli ogni tanto. Fai quello che vuoi. Stringi il garretto alle bestie. Impastoiatele. Che non ci ritornino a saltare, altrimenti ci azzufferemo e lo dirò al maresciallo. Le piante sono la mia vita, sono! Sono il mio sudore che sta crescendo… e tu me lo vuoi mangiare con la tua negligenza! Tieniti a bada le bestie. Sappiti regolare’.
Si faceva sempre rispettare. E come una vespa difendeva il vespaio pungendo con l’ago della sua lingua. D’inverno si andava in giro insieme in cerca di olivastri per rimpiazzare quelli che il gelo, il caldo o il bestiame abusivo avevano distrutto. Lui sapeva dove scovarli. Me lo aveva insegnato. Tutti e due in diverse direzioni ci si sparpagliava per le macchie del lentischio o per la fitta boscaglia.
‘Ti devi abituare al peso. Il lavoro ti deve mungere come una mammella. Il peso ti deve pressare come la vinaccia al torchio’.
‘Siamo arrivati’.
‘Sì. Mettila lì, la gerla. Da questa parte. Prendi la zappa. Fai il fosso. Così. Allarga un po’. Spostati! Lo vedi? Non se lo sarebbe mai immaginato di farsi una passeggiata sulle tue spalle e di finire qui. Quando sarai grande te lo ricorderai. Sarà pesante: grande, alto. Tu potrai mangiare le sue olive quando sarà innestato e ricresciuto come ulivo’.
‘Eh! Anche tu, le potrai mangiare’.
‘Eh! Che cosa vuoi mangiare. Ci vuole una vita per fare un ulivo. Io me lo auguro di mangiarle. Ma! Chissà come sarò, quando questo olivastrello diverrà un ulivo! E’ una pianta secolare. Gli anziani piantano e i giovani colgono i frutti. E’ stato sempre così. Io ho mangiato i frutti delle piante che ha messo mio padre e tu mangerai il frutto di queste. Guarda quante ce ne sono. Non riesci nemmeno a contarle’.