giuliano

giovedì 25 settembre 2014

MENTRE MORIVO (5)











































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Mentre morivo (6)

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In memoria di mio padre: Grumello del Monte 12/07/1924 - 25/09/2014 













‘Non è equilibrata. Per portarla che sia in equilibrio si dovrebbe…’.
‘Tira su. Accidenti a te, tira su’.
‘Ve lo dico io, non si può portarla che sia in equilibrio se non…’.
‘Tira su! Tira su, pezzo di cretino, accidenti a te e alla tua animaccia!’…..




Lui ci si piega sopra in mezzo a noi, due delle otto mani. Sul suo viso il sangue va a ondate. Fra un’ondata e l’altra la carne è verdastra, un po’ come il verde pallido torbido e uniforme del bolo di una mucca; il viso soffocato, furioso il labbro sollevato sui denti. ‘Tira su!’ dice. ‘Tira su, pezzo di deficiente, accidenti a te!’.
Dà uno strattone, sollevandola da una parte così all’improvviso che anche noi di scatto buttiamo a sollevarla per tenerla in equilibrio prima che lui la rovesci del tutto. Per un istante fa resistenza, come di propria volontà, come se dentro di essa i quattro stecchi del suo corpo si aggrappassero, se pur morti, a una sorta di pudore, come lei stessa avrebbe tentato di nascondere una veste sporca che non fossa riuscita a impedire al proprio corpo di sporcare…




Poi la cassa si libera, sollevandosi all’improvviso come se l’emaciazione del suo corpo avesse aggiunto spinta alle assi oppure come se, vedendo che la veste stava per esserle strappata di dosso, lei all’improvviso le si slanciasse dietro in un veemente rovesciamento che si fa beffe del suo stesso desiderio e del suo stesso bisogno.
Il viso di Jewel diventa completamente verde e sento i denti nel suo respiro. La portiamo giù per l’entrata a passi strascicati, i piedi duri e incerti sul pavimento, e usciamo fuori. ‘Ferma un momento, ora’ dice Pa’, lasciandolo andare. Si volta per chiudere e girare la chiave, ma Jewel non intende aspettare. ‘Avanti’ dice con quella voce soffocata. ‘Avanti’.
Scendiamo attenti gli scalini. Proseguiamo, tenendola in equilibrio come se fosse qualcosa di infinitamente prezioso, respirando attraverso i denti per tener tappate le narici. Andiamo giù per il sentiero, verso la discesa. ‘E’ meglio aspettare’ dice Cash ‘Ve lo dico io, così non è equilibrata. C’è bisogno di un altro, per quella discesa’. ‘Allora levati di torno’ dice Jewel.




Non ha nessuna intenzione di fermarsi. Cash comincia a restare indietro, zoppicando cerca di tenere il passo, respira forte; poi viene distanziato e Jewel rimane solo a reggere tutta la parte davanti, così che, inclinandosi quando il sentiero si fa ripido, la cassa comincia a scapparmi di mano e a scivolare sull’aria verso il basso come una slitta su una neve invisibile, spazio che evacua scorrevole e che conserva il senso della sua forma.
‘Aspetta, Jewel’ dico. Ma non ha nessuna intenzione di aspettare. Sta quasi correndo, adesso, e Cash è rimasto indietro. Mi sembra che l’estremità che adesso reggo da solo non abbia alcun peso, come il fuscello che scende libero correndo sulla marea furiosa della disperazione di Jewel. Non la sto nemmeno toccando quando, girandosi, lui lascia che lo sorpassi, ondeggiando, e la ferma e con lo stesso movimento la scaraventa sul cassone del carro e si volta a guardarmi, il viso soffuso di furore e di disperazione.
‘Accidenti a te. Accidenti a te’.




Stiamo andando in paese. Dewey Dell dice che non sarà stato venduto perché è di Babbo Natale e se l’è riportato via fino a Natale. Allora sarà un'altra volta dietro la vetrina, lucente d’attesa.
Pa’ e Cash scendono giù per il sentiero, ma Jewel sta andando al fienile. ‘Jewel’ dice Pa’. Jewel non si ferma. ‘Dove stai andando?’ dice Pa’. Ma Jewel non si ferma. ‘Quel cavallo tu lo lasci qui’ dice Pa’. Jewel si ferma e guarda Pa’. Gli occhi di Jewel sembrano delle palline di vetro. ‘Quel cavallo tu lo lasci qui’ dice Pa’. ‘Andiamo tutti quanti sul carro, con la mamma, come voleva lei’….
 Ma mia madre è un pesce. Vernon l’ha visto. Lui c’era.
‘La madre di Jewel è un cavallo’ ha detto Darl.
‘Allora la mia può essere un pesce, vero, Darl?’ ho detto io.
Jewel è mio fratello.
‘Allora anche la mia dovrà essere un cavallo’ ho detto.
‘Perché?’ ha detto Darl. ‘Se Pa’ è il tuo babbo, perché la tua mamma deve essere un cavallo solo perché è un cavallo quella di Jewel?’.




‘Perché?’ ho detto io. ‘Perché, Darl?’.
Darl è mio fratello.
‘Allora la tua mamma che cos’è, Darl?’ ho detto.
‘Io non ce l’ho una mamma’ ha detto Darl. ‘Perché se ce l’avessi, è era. E se è era, non può essere è…  No?’.
‘No’ ho detto io.
‘Sicché io non sono’ ha detto Darl. ‘Sono, io?’.
‘No’ ho detto.
Io sono. Darl è mio fratello.
‘Ma tu sei, Darl’ ho detto io.
‘Lo so’ ha detto Darl. ‘E’ per questo che io non sono è. Sono è troppi da figliare per una donna’.

(Prosegue....)

















domenica 21 settembre 2014

CLIMATE WEEK NYC (con predica della Domenica...)
















































Verso la fine di settembre, nel 1958, feci una visita al suo
studio di South Truro e vidi sul cavalletto non un dipinto
non finito, nemmeno una tela, ma un grande telaio vuoto,
(con sullo sfondo nuvole e foglie...).
'E' tutta l'estate che lo sta guardando', disse Jo Hopper...


..... un Summit... per la Terra....:


Global Climate Week  NY° C.....

Climate Summit 2014

Climate Summit 2014





















Il clima che cambia  (intrappolati in mezzo ai moderni ghiacci...)

Il clima che cambia  (la tempestosa nuvola del XX secolo...)

Il clima che cambia  (VII & IX  lettera...)

Il clima che  cambia

Predica della  Domenica

Ammazzare il Tempo  (pensieri eretici contro-tempo)

Chi lo ha ucciso?  (8/9)

Chi lo ha ucciso?  (10/11/12)

Le (Prime &)  Seconde  Piogge....













sabato 20 settembre 2014

L'OCA (1)









































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L'oca (2) &











 

Due orologi (1/7)

Dello stesso autore...:

L'arte della menzogna (politica &...)













C’era una volta un uomo che ebbe tre figli da una stessa moglie e tutti in un solo parto, cosicché neppure la levatrice poteva dire con certezza quale fosse il primogenito.
Il padre morì quando erano ancora giovani, e, sul letto di morte, li chiamò a sé e disse loro: ‘Figli miei, poiché non ho accumulato nessuna ricchezza, e neppure ne avevo per nascita, ho a lungo considerato quale buona eredità potessi lasciarvi, e alla fine, con molta fatica spesa, ho procurato a ciascuno di voi (eccoli) un abito nuovo. Ora, dovete sapere che questi abiti posseggono due virtù: innanzi tutto, se indossati nel modo giusto dureranno sempre nuovi e integri finché vivrete; in secondo luogo cresceranno con voi, allungandosi e allargandosi così da risultare sempre della vostra taglia. Ecco qui, fatemi vedere come vi stanno prima che io muoia.
Oh, molto bene!
Pregate, figlioli, manteneteli puliti e spazzolateli spesso. Troverete nel mio testamento, eccolo, tutte le istruzioni, complete in ogni particolare, su come indossare adeguatamente questi abiti: dovete essere molto scrupolosi, onde evitare le sanzioni che ho stabilito per ogni trasgressione o negligenza. Ricordate che unicamente da questo dipende la vostra futura proprietà.
Nel mio testamento ho inoltre stabilito che viviate insieme, sotto lo stesso tetto, come fratelli e amici, poiché solo così sarete sicuri di prosperare, e non altrimenti’.
… I figlioli avendo raggiunto l’età giusta per presentarsi in società, si recarono in città e si innamorarono di alcune dame, ma soprattutto di tre, che a quel tempo godevano della massima reputazione, la Duchessa d’Ergent, Madame de Grans Titres e la Contessa d’Orgueil (… avarizia, ambizione e per ultima l’orgoglio…).




Quando si presentarono a loro la prima volta, i nostri tre giovani avventurosi fratelli ricevettero una gran brutta accoglienza, e presto, con grande sagacia, ne indovinarono la ragione, così prontamente cominciarono a perfezionarsi nei modi cittadini: presero a bere a dismisura a consumare tabacco corretto all’oppio, picchiavano le guardie notturne bighellono fino a tarda notte insultando e molestando gli altri cittadini, ma soprattutto, particolare da non trascurare per il buon futuro della nostra nobile per quanto rispettabile comunità…, partecipavano assiduamente alle riunioni di quei gruppi di Senatori che non aprono mai bocca nel Parlamento ma fanno un gran baccano negli stessi caffè, dove ogni sera aggiornano le loro sedute per rimasticare bocconi di politica, circondati da una cerchia di discepoli e ‘maddalene’ in trepidante attesa di raccogliere i loro escrementi.
I tre fratelli, inutile a dirsi in questa modesta sede non propriamente ubicata in prossimità dei loro luoghi di riunione, avevano acquisito altre notevoli abilità in disaccordo con il Codice Civile quanto quello Penale della miseranda comunità che li ospitava ed ospita tuttora, e di conseguenza erano e sono ‘giustamente’ riconosciuti come le persone più distinte nonché educate della… stessa città….




Ma tutto ciò non basta…
Le suddette dame continuavano a mostrarsi inflessibili. Per chiarire questo problema, devo, con licenza e buona pazienza del lettore, mettere sulla bilancia alcuni argomenti che gli autori di quell’epoca non hanno sufficientemente illustrato, quell’epoca specchio della nostra Epoca….
Dunque quest’Epoca ha un proliferare di Sette i cui principi hanno una vastissima diffusione, soprattutto nel ‘gran monde’ e tra tutte le persone alla moda (cosa di preciso sia la moda lo illustreremo tra breve…). Gli adepti adorano una sorta di idolo (per discrezione e per non offendere la suscettibilità di taluni lettori che hanno più dell’…. che dell’umano, per ‘idolo’ intendesi il ferro da stiro detto ‘goose’ cioè ‘oca’), come prevede la dottrina, crea, cioè, uomini tutti i giorni per mezzo di un processo manifatturiero, ed inoltre questo idolo viene ubicato o se più vi piace, collocato, ai piani alti delle case, su un altare alto circa tre piedi. E’ raffigurato nella postura di un imperatore persiano, seduto in terra a gambe incrociate. Ha un’oca come simbolo, e da qui taluni sapienti pretendono di far risalire la sua origine a Giove Capitolino….




La cosa notevole da rilevare, come altre che qui non sto a voi ad enumerare né tantomeno narrare, è che gli adoratori di questa divinità sembrano gravitare sul seguente fondamento: ritengo che l’Universo sia come un grande insieme di abiti che avvolge tutto, che la terra sia rivestita dall’aria, e l’aria dalle stelle dal ‘primum mobile’, osservate dunque il globo terrestre, troverete che esso è un insieme di abiti alla moda…
Che cosa è mai quel pezzo di terra chiamato campagna, se non una bella giacca dai risvolti verdi (dove degradare la povera natura…)? Oppure il mare, se non un pregiato panciotto di seta marezzata onde far confluire tutte gli escrementi guadagnati in quel luogo senza parola nominato Senato ubicato vicino al caffè del mercato?
Procedete, quindi, esaminando ogni particolare opera della divina ‘Creazione’… e scoprirete quale vera origine manifesta sia stata la Natura in loco della sua ‘bottega’ artigianale preferita con il suo artefice ed artigiano, per l’appunto (e consentimi questo breve appunto dedicato alla botte…): essa ha cimato i suoi vegetali abbellendoli per ogni loco del loro ‘governo’; osservate quale raffinata parrucca orni la cima del faggio, e che bel farsetto di raso bianco indossi la betulla italiana (molto scollato ed invitante…); e per concludere, che cosa è mai l’uomo (accompagnato dalla sua Eva così bella e così ben nutrita…) se non un microabito, o meglio un abito completo di vestiti ed ornamenti decorativi?

(Prosegue...)
















giovedì 18 settembre 2014

VIAGGI ONIRICI: gente di passaggio (l'hanno trovato...) (29) (102)









































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Viaggi Onirici: gente di passaggio (25)  (98)













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Nella ‘Vita nova’, Dante nella sua prima opera, racconta che, trovandosi accanto ad una bambina vestita di bianco, rimase folgorato dalla sua sommessa e vereconda bellezza al punto da non poterla mai più dimenticare….
E’ possibile, data l’età, che di fronte a lei abbia provato il suo primo turbamento di sensi, e che perciò il ricordo gli sia rimasto impresso nella memoria. Il resto ve lo aggiunsero probabilmente le convenzioni poetiche del suo tempo, di cui parleremo…
Dopo la scuola, dove aveva imparato ben poco, ebbe un altro maestro, che gl’insegnò molto di più: Brunetto Latini. Era costui un notaio che godeva di notevole prestigio, e non solo per le sue qualità professionali. La gran cultura, la signorilità, il ‘tatto’, ne facevano anche un uomo di mondo, un idolo dei salotti, e un diplomatico di prima scelta. Il Comune se n’era infatti servito a più riprese, e lo aveva mandato ambasciatore in Spagna al tempo della lotta contro Siena e Manfredi. 




Si trovava appunto là, quando le forze imperiali vinsero a Montaperti e i ghibellini rientrarono a Firenze per fare le loro vendette. Il guelfo Brunetto non vi tornò. Rimase fra Montpellier e Parigi, e compose in francese un ‘Tesoretto’, cioè una specie di enciclopedia in cui cercò di riassumere lo scibile dei suoi tempi. Rientrò in patria dopo la battaglia di Benevento, che aveva rimesso in sella il suo partito.
E vi portò un soffio della nuova cultura razionalista (mista alla scienza alchemica…), di cui si era riempito i polmoni in Francia. Non aveva originalità di pensiero, ma aveva molto visto, molto viaggiato, molto letto, e sapeva parlarne. Era anche un buon cittadino, un funzionario capace e integro, un coerente uomo di parte. Solo la sua vita privata lasciava alquanto a desiderare per la sua imparzialità verso i due sessi. Ma questo, nella Firenze di allora, non faceva molta impressione.




Il fatto che Dante, incontrandolo più tardi nell’ ‘Inferno’, dove lo aveva collocato appunto per quel vizio, chiami affettuosamente Brunetto suo ‘maestro’, ha fatto credere a molti ch’egli sia andato materialmente a lezione da lui. In realtà il rapporto non fu scolastico in senso stretto. Dante fu soltanto uno dei giovani letterati che intorno a Brunetto si raccoglievano e che formavano quella che oggi si chiamerebbe la ‘nouvelle vague’ della poesia italiana, cui Dante stesso doveva dare il nome, passato alla Storia, di ‘stil novo’.
E qui per i ‘maestrini’ e ‘politicanti’ della nuova Italia di oggi (che siedono ai banchi della scuola ma della scuola probabilmente interessa una diversa poesia, che fa’ rima con il cemento che avanza, nutrimento e diletto della loro ‘panza’ perché uomini privi di sostanza…, ma colmi di bile politica che fa’ rima con la nuova ‘mafia’ che avanza, patto segreto della loro futura creanza…) dobbiamo aprire una parentesi per rintracciare la genealogia di questa scuola, cui sembrano aver dimenticato la vera Rima, la vera Poesia, la libertà della Vita…, per altro che nulla ha da condividere con il piacere della Democrazia…. (Dedicato a te caro Montanelli…, che ben conosci ed hai conosciuto la censura del padrone di tal sostanza che nel cemento …. avanza…). 




La poesia italiana non era che una succursale di quella provenzale, nata in Francia circa un paio di secoli prima. La Francia era stata il primo Paese europeo a riconoscere una vera dignità di lingua a quella che veniva parlata dal ‘volgo’ (donde la qualifica di ‘volgare’), e ch’era una mescolanza del latino importatovi dai romani, del celtico parlato dalle antiche tribù di Vercingetorige, e del germanico introdottovi dai Franchi. Anzi di queste lingue volgari ne aveva elaborate due, che prendevano il nome da quello della parola sì. 
Il primo vagito letterario di queste arcaiche lingue francesi era stata la ‘Canzone di gesta’ (ove l’eroe.. e non l’ ‘eroina’, intraprendono un Viaggio di ….) epica, religiosa e guerriera. In Italia aveva attecchito male, e solo d’imitazione, per vari motivi: anzitutto perché la Cavalleria non vi aveva messo radici (solo in ritardo per le disavventure del fiero popolo in oggetto, il quale ben....
















martedì 16 settembre 2014

LA STRADA












































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Il Tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro!
‘Ferma, ferma!’ si vorrebbe gridare ma si capisce ch’è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai.
Di giorno in giorno Drogo sentiva aumentare questa misteriosa rovina, e invano cercava di trattenerla. Nella vita uniforme della Fortezza gli mancavano punti di riferimento e le ore gli sfuggivano di sotto prima che lui riuscisse a contarle.  C’era poi la speranza segreta per cui Drogo sperperava la migliore parte della vita. Per alimentarla sacrificava leggermente mesi su mesi, e mai bastava.




L’inverno, il lunghissimo inverno della Fortezza, non fu che una specie di acconto. Terminato l’inverno, Drogo ancora aspettava. Venuta la buona stagione – lui pensava – i nemici avrebbero ripreso i lavori della strada. Ma non c’era più disponibile in cannocchiale di Simeoni, che permetteva di vederli.
Tuttavia col procedere dei lavori – ma chissà quanto ancora ci sarebbe voluto – i nemici si sarebbero avvicinati e un bel giorno sarebbero giunti a portata dei vecchi cannocchiali rimasti in dotazione a qualche corpo di guardia. Non più alla primavera Drogo aveva perciò stabilito la scadenza della sua attesa, ma qualche mese più in là, sempre nell’ipotesi che la strada si facesse davvero.
Al principio di maggio, per quanto scrutasse la pianura col migliore cannocchiale d’ordinanza, Giovanni non riusciva ancora a scorgere alcun segno di attività umana; neanche un lume di notte, e sì che i fuochi si vedono facilmente anche a smisurate distanze. A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. 




Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamene suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.
La fiducia cominciava a stancarsi e l’impazienza cresceva, sentendo Drogo come i colpi dell’orologio si facessero sempre più fitti. Già capitava di lasciar passare intere giornate senza neppure un’occhiata al nord. Finalmente una sera – ma quanto tempo c’era voluto – un lumicino tremolante apparve entro la lente del cannocchiale, fioco lume che sembrava palpitare moribondo e invece doveva essere, calcolata la distanza, una rispettabile illuminazione.
Era la notte del 7 luglio. Drogo per anni si ricordò la gioia meravigliosa che gli inondò l’animo e la voglia di correre a gridare, perché tutti quanti lo sapessero, e la orgogliosa fatica di non dir niente a nessuno, per la superstiziosa paura che la luce morisse. Ogni sera, sul ciglione delle mura Drogo si metteva ad aspettare, ogni sera il lumino pareva avvicinarsi un poco e farsi più grande.




Molte volte doveva essere soltanto un’illusione, nata dal desiderio, certe altre però era un effettivo progresso (proprio così, ‘progresso’ lo chiamano…), tanto che finalmente una sentinella lo avvistò ad occhio nudo.  Si cominciò poi a scorgere di giorno, sul biancastro fondo del deserto, un movimento di piccoli punti neri, così come l’anno prima, solo che adesso il cannocchiale era meno potente e perciò i nemici dovevano essersi fatti molto più vicini. 
In settembre il lume del presunto cantiere veniva scorto distintamente nelle notti serene (ma anche di giorno come una macchia bianca), anche da gente di vista normale. A poco a poco, fra i militari si riprese a parlare della pianura del nord, dei nemici, di questi strani movimenti e luci notturne. Molti dicevano ch’era proprio una strada, pur non riuscendo a spiegarne lo scopo; l’ipotesi di un lavoro....