giuliano

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IL TOMO

lunedì 27 gennaio 2014

NESSUN SUPERBO AMA DIO (né la verità....) (97) (per gente di passaggio....)





















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Gente di passaggio: il vecchio Bruegel (96)

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Gente di passaggio (98)















La personificazione della Superbia è una dama sontuosamente vestita
con abiti alla moda. Il sorriso sicuro e sdegnoso, la Superbia non of-
fre a nessuno il suo sguardo, reggendo invece uno specchio che riflet-
te la sua immagine.
Accanto alla Superbia sta il suo animale simbolico, il pavone, che apre
la coda in una grande ruota. Nel Medioevo, uno dei simboli della Su-
perbia in quanto vanità peccaminosa era stata la sirena, raffigurata
sui margini dei Saltieri miniati con uno specchio in una mano e un
pettine nell'altra.




Le figura della sirena con lo specchio è ripresa e parafrasata da Bru-
egel nel gruppo in primo piano verso sinistra. La figura simbolica del-
la sirena è stata degradata a grottesca mostruosità infernale, una gras-
sa donnaccia in costume popolare, dall'orlo del quale fuoriesce la coda
di pesce in parte trasfigurata da appendici fantastiche; essa viene mo-
strata in atto di lusingare il vanesio, il quale è rappresentato come
un essere tutto testa e coda a penna di pavone, che si rimira con e-
spressione compiaciuta nello specchio retto dalla sirena.
La sua bocca appare chiusa da un lucchetto, fatto del quale egli non
sembra avvedersi e che era corrente simbolo di stoltezza. In primo
piano verso il centro, un mostro infernale contempla in uno specchio il
proprio deretano (la 'fronte negativa', volto burlesco usato nelle manife-
stazioni carnevalesche, nelle beffe e soprattutto negli insulti di popolo);
la sua schiena è trapassata da una freccia, il che, secondo un espedien-
te figurativo bosciano, lo denota come creatura perduta che non sa di
essere tale.
Dietro la figura allegorica della Superbia si dispone, da destra verso
sinistra, un ricco seguito; a sinistra, la figura di una donna, raggiunta
tardivamente dalla coscienza, si divincola con orrore dalla presa delle
due maligne figure che la tengono per le braccia dalle cui vesti umane
fuoriescono musi animaleschi.
Dietro a quelle descritte camminano due figure di significato oscuro:
l'una è un guerriero infernale con un paio di forbici aperte dipinte sullo
scudo, l'altra un essere infilato su una bizzarra veste conica, con bande
orizzontali.




Seguono nel corteo, più a destra, le figure di un papa a cavallo, che
regge la bacchetta spinosa della giustizia terrena, e di un monaco-mo-
stro recante in mano un vaso sacro.
Il papa a cavallo, accompagnato dagli altri potenti della terra, compare
nello scomparto centrale del 'Trittico del fieno' di Bosch, dove è rappre-
sentata la calca frenetica della gente di ogni classe che preme per acca-
parrarsi un pugno del fieno trasportato dal carro (simbolo dei vani beni
terreni).
Il papa si unisce agli altri stolti incedendo maestosamente al seguito del
carro, e con ciò muovendo senza saperlo (lui ricco padrone dei beni della
terra...) verso l'inferno, dove alcuni esseri demoniaci stanno trascinando
il carro stesso col suo seguito.....
Nella tavola del Bruegel, il motivo di satira antiromana rappresentato dal
papa e dal religioso che fanno parte fra gli altri del folto seguito della Su-
perbia della chiesa di Roma (viso rivolto a Roma ed al mondo intero, de-
nari et immense ricchezze terrene custodite in ben altri e più sicuri lochi...
o forzieri...), è ripreso da un'altra invenzione che compare al centro in se-
condo piano.




Accanto a una gigantesca mascella di Leviatano dentro la quale i vani
peccatori corrono essi stessi, stoltamente, a sedersi, si vede una grande
testa di gufo, nella cui bocca alcune figure, come in un'altra mascella di
Leviatano, accennano a sparire.
Sulla testa di gufo è accomodata una specie di tiara, dalla quale sciama-
no uccelli, come api da un favo. La tiara, copricapo del papa, è perciò
contaminata visivamente con la figura di un'arnia, usata da Bosch come
simbolo di ghiottoneria (L'arnia della Santa Chiesa Romana, del calvini-
sta De Marnix...).
Per concludere, un omaggio ai ciechi della nave dei folli, sopra la testa
di Leviatano, da un'escrescenza mostruosa del terreno, sboccia qualco-
sa che assomiglia ad un veliero sulla cui prora uncinata una massa di
persone ascolta con reverenza una figura in atto di arringarli ed incitarli,
e che porta un copricapo di ferro che la rende cieca (lo stesso che nel
trittico di Bosch già citato si trovava in capo alla figura del papa inferna-
le, simbolo della cecità morale - stoltezza delle anime che si perdono).
Un albero morto che nasce dalla testa di Leviatano, in basso, collega
quest'ultima alla 'nave dei folli', come ad insinuare che coloro che si pon-
gono sotto la guida di chi mostra di non poter vedere sono come gente
che va a sedersi di propria spontanea volontà nella bocca dell'inferno.

(Vizi Virtù e follia... nell'opera grafica di Bruegel il Vecchio...)















giovedì 23 gennaio 2014

BREVI RIFLESSIONI


















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Brevi riflessioni (2)













Sono molti i pazienti colti che rifiutano categoricamente di andare dal religioso…
Dei filosofi poi non vogliono nemmeno sentir parlare, perché la storia della filosofia li lascia freddi e l’intellettualismo è per loro più arido del deserto. E dove sono i grandi saggi, che non si limitano a parlare del significato della vita e del mondo, ma lo possiedono davvero?
Non è assolutamente possibile escogitare sistemi e verità capaci di dare al malato quello di cui ha bisogno per vivere, cioè fede, speranza, amore e conoscenza. Queste quattro massime acquisizioni, mèta del desiderio umano, sono altrettante grazie che non si possono né insegnare né apprendere, né dare né prendere, né trattenere, né meritare, poiché sono legate a una condizione irrazionale, sottratta all’arbitrio umano, cioè all’esperienza.




Ma le esperienze non si possono mai ‘fare’: accadono; per fortuna non in senso assoluto, bensì relativo. E’ possibile avvicinarsi a loro, sono alla nostra portata umana. Esistono vie che conducono in prossimità dell’esperienza, ma dovremmo guardarci dal chiamarle ‘metodi’, perché questo ha un effetto letale; inoltre, la via verso l’esperienza non è affatto uno stratagemma, bensì un rischio che esige l’incondizionato impegno dell’intera personalità.
Le esigenze terapeutiche ci creano un problema e un ostacolo apparentemente insormontabile. Come possiamo aiutare un’anima sofferente a raggiungere l’esperienza redentrice dalla quale le dovranno venire i quattro grandi carismi e che dovrà guarire i suoi mali? Pieni di buone intenzioni, noi consigliamo il malato dicendogli: ‘Dovresti avere il vero amore o la vera fede o la vera speranza’, oppure: ‘Conosci te stesso’.




Ma da dove il malato deve prendere come premessa proprio quello che gli è possibile ricevere soltanto come conseguenza?
Saulo non deve la sua conversione né al vero amore né alla vera fede né a una qualunque verità; è stato soltanto il suo odio verso i cristiani a condurlo sulla via di Damasco e quindi a quell’esperienza che doveva essere decisiva per la sua vita. Egli ha vissuto con convinzione il suo peggiore errore; da ciò deriva la sua esperienza.
Si apre qui una problematica della vita che non sarà mai presa troppo sul serio; si pone qui per lo psicologo un problema che lo mette in stretto contatto con il direttore spirituale. Veramente il problema di colui che soffre nell’anima riguarderebbe molto più il direttore spirituale che non il medico; ma il malato, nella maggioranza dei casi, consulta prima il medico, perché ritiene di essere malato fisicamente e perché certi sintomi nevrotici possono essere almeno attenuati con le medicine.
D’altra parte, mancano di solito al direttore spirituale le cognizioni che lo renderebbero atto a penetrare i recessi psichici della malattia, nonché l’autorità necessaria per convincere il malato che il suo è un male psichico. Ci sono però anche malati che, pur conoscendo con molta precisione la natura psichica della loro sofferenza, si rifiutano di rivolgersi a un direttore spirituale perché non lo credono capace di aiutarli efficacemente.




Tali malati hanno la stessa sfiducia verso i medici, e a ragione, poiché, a dire il vero, medico e direttore spirituale stanno davanti a loro a mani vuote se non, quel che è peggio, con parole vuote. Che il medico non sappia dire niente di definitivo sulle supreme domande della psiche è naturale; il malato dovrebbe aspettarsi la risposta non dal medico, ma dal teologo.
Ma il direttore spirituale protestante si trova talvolta confrontato con un compito pressoché impossibile, perché deve fare i conti con difficoltà da cui è esente il sacerdote cattolico, che prima di tutto è sostenuto dall’autorità della Chiesa, e si trova poi in una posizione sociale ben altrimenti sicura e indipendente da quella del pastore protestante, eventualmente sposato, appesantito dalla responsabilità di una famiglia e che, se le cose vanno male, non può aspettarsi di essere accolto da un convento o da un monastero.
Se poi il sacerdote è un gesuita, beneficia dell’educazione psicologica più moderna. So per esempio che a Roma i miei scritti sono stati sottoposti a serio studio molto prima che nel mondo protestante qualche teologo li abbia degnati di un’occhiata.




Viviamo tempi difficili….
La defezione dalla Chiesa protestante in Germania non è che un sintomo; ce ne sono molti altri che potrebbero mostrare al teologo che l’uomo moderno attende ben altro che il solo consiglio di credere o di darsi ad attività caritatevoli. Il fatto che molti teologi ricerchino un appoggio psicologico o un aiuto pratico nella teoria sessuale o nella teoria della potenza di Adler fa una strana impressione, poiché entrambe le teorie sono, in fin dei conti, ostili allo spirito, essendo psicologie senza psiche, metodi razionalistici che addirittura impediscono il manifestarsi dell’esperienza spirituale.
La grande maggioranza degli psicoterapeuti è formata da seguaci di Freud o di Adler, e questo significa che la grande maggioranza dei pazienti è necessariamente avulsa da una visione spirituale della vita. Chi ha a cuore il destino della psiche non può restare indifferente davanti a questo fatto. L’ondata psicologica che attualmente sommerge i paesi protestanti d’Europa è lontana dallo scemare e va di pari passo con l’abbandono in massa della Chiesa.
Cito le parole di un direttore spirituale protestante: ‘Oggigiorno si va dal medico della psiche anziché dal direttore spirituale’.
Sono convinto che questa affermazione vada limitata a un pubblico relativamente colto e non valga per la massa. Non bisogna però dimenticare che occorrono circa vent’anni perché la massa pensi quel che pensa oggi la persona istruita.




Vorrei che si riflettesse a quanto segue: negli ultimi trent’anni una clientela proveniente da tutti i paesi civili della terra è venuta a consultarmi; mi sono passate per le mani molte centinaia di pazienti, per la maggior parte protestanti, in minor numero ebrei; cattolici praticanti non sono stati più di cinque. Fra tutti questi pazienti al di sopra della mezza età, cioè al di sopra dei 35 anni, non ce n’è stato uno solo il cui problema sostanziale non fosse quello del suo atteggiamento religioso.
In definitiva tutti si ammalano perché hanno perduto ciò che le religioni vive di tutti i tempi hanno dato ai loro fedeli; e nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso.
Naturalmente questo non ha nulla a che vedere con la confessione di una fede o l’appartenenza a una chiesa. Per il direttore spirituale si apre qui un campo immenso; ma sembra quasi che nessuno se ne sia ancora accorto. Né sembra che il pastore protestante di oggi sia sufficientemente preparato a far fronte alla poderosa sollecitazione odierna in campo spirituale.
Sarebbe più che ora che il direttore spirituale o lo psicoterapeuta si dessero la mano per assolvere questo compito gigantesco. Vorrei mostrare con un esempio quanto sia attuale questo problema….














(Prosegue....)
















domenica 19 gennaio 2014

GENTE DI PASSAGGIO: contro la politica di 'Giulio' (94)


















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il senso del 'Viaggio' (93)

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Contro la politica di 'Giulio' (95)















Fisicamente, Erasmo non aveva nulla di suggestivo. Era piccolo, fragile, esangue. Sul suo volto emaciato, malinconico e assorto – il volto dell’intellettuale – facevano spicco un lungo naso a becco e gli occhi azzurri, vivaci e inquieti.
Non si era mai sposato, forse per egoismo, forse per bisogno di libertà e di raccoglimento. E pur trovandosi a suo agio nel lusso delle case altrui, quella sua la preferiva semplice, come del resto erano i suoi gusti.
Soffriva d’insonnia, e forse questo è il segreto della sua meravigliosa produzione, sebbene una congenita debolezza di stomaco l’obbligasse a una dieta rigorosa, detestava i digiuni e rifiutava il pesce anche nei giorni di magro. Probabilmente, dice Durant, fu la sua bile a colorare la sua teologia.




In compenso beveva molto vino e lo sopportava benissimo: nessuno lo vide mai ubriaco. Diceva d’infischiarsi del denaro e forse è vero nel senso che non cercò mai di accumularne. Ma quando ne aveva bisogno – e gli succedeva spesso -, non si vergognava di chiederne a dritta e a manca.
Anche della gloria diceva d’infischiarsi, ma non perdonava a chi non gliela riconosceva. Chiunque gli rendesse servizio poteva contare sulla sua ingratitudine, e in alcune occasioni si dimostrò spietato, e perfino cinico, come quando, alla notizia che alcuni eretici erano stati bruciati, esclamò: ‘Che noia, questi roghi! Proprio ora che siamo alle porte dell’inverno, rischiamo di far rialzare il prezzo della legna!’.




Il tratto più caratteristico del suo talento era una straordinaria capacità di concentrazione. All’opposto di Leonardo, i suoi interessi erano limitatissimi. Questo instancabile viaggiatore non si fermò mai ad ammirare l’architettura di una basilica, un affresco di Raffaello, una statua di Michelangelo o di Donatello; non sapeva nulla di scienza, sorrideva dell’astronomia, non riuscì mai a convincersi che la terra fosse rotonda, e ai concerti si annoiava mortalmente.
Le uniche sue passioni erano la letteratura e la filosofia classiche. Non che le conoscesse a fondo, o per lo meno in estensione. Leggeva il greco con fatica, di ebraico sapeva poche parole appena. Ma era uno di quei filologi che, sorretti da un gusto e da un intuito infallibili, riescono a penetrare anche ciò che non riescono a leggere.




Spesso citava a memoria, senza troppo curarsi dell’esattezza. Nella sua traduzione del Nuovo Testamento, gl’inveleniti teologi contarono 4000 errori. Ma nessuno di loro sarebbe stato e fu mai in grado di dare a un testo biblico la splendida forma che gli diede Erasmo e di affezionarvi la massa dei lettori.
Di questi lettori c’è da stupirsi che Erasmo riuscisse ad averne tanti, e così entusiasti pur scrivendo in latino, cioè in una lingua che, ormai non più ‘parlata’, anche letteralmente cominciava a cedere il posto a quelle volgari, dalle quali Erasmo non fu mai tentato. Egli maneggiava malissimo non solo il francese e l’inglese, ma anche il fiammingo. In compenso però il suo latino era un modello, e non d’imitazione.




Se la struttura del periodo era classicamente ciceroniana, dentro c’erano uno spirito, un’originalità, un’immediatezza, che avevano il potere di trasformare quella lingua in una lingua viva, più viva di quella del Petrarca. Questo fu il primo motivo del suo successo di scrittore, ma non solo.
La verità è che Erasmo, più che un grande erudito e profondo pensatore, fu un magnifico, inimitabile giornalista, che ‘sentiva’ il pubblico e rispondeva puntualmente alle sue aspettative. Poteva sbagliare l’impostazione o la soluzione di un problema, ma mai il ‘tempo’ di affrontarlo.
Il giubilo con cui nella stamperia di Manunzio assiste, fra torchi e inchiostri, alla nascita della pagina, l’impazienza con cui ne sollecita la composizione per paura ch’essa perda di ‘attualità’, sono indicativi. Altrettanto lo è la ‘misura’ dei suoi scritti.




Erasmo sbaglia il ‘trattato’, non sempre azzecca il ‘saggio’, ma brilla immancabilmente nell’ ‘articolo’, come testimoniano le lettere, insuperati modelli di altissimo ‘reportage’, il suo vero capolavoro. Del giornalista ebbe i limiti, e lo dimostra il seguito della sua vita, a Bruxelles, di dove, appena arrivatoci, scrisse al Cardinale di York: ‘In questa parte del mondo il mio naso avverte un gran puzzo di rivoluzione’.
Questa lettera porta la data del 9 settembre 1517, e ancora una volta dimostra che il suo naso non s’ingannava mai. La rivoluzione scoppiò infatti di lì a due mesi, anche se in Germania invece che in Belgio. Ma il naso di Erasmo, sebbene così lungo e sensibile, non lo fu abbastanza da fargli presentire le proporzioni di un avvenimento destinato a sorpassare anche lui, che tanto aveva contribuito a provocarlo…..






Muhlhausen, 15 febbraio 1525


La notizia del suo arrivo vola di bocca in bocca, su per strada principale….. Due ali di folla si accalcano per poter salutare l’uomo che ha sfidato i principi, popolani e contadini accorsi dai borghi limitrofi… quasi piangono dall’emozione.
Magister, devo raccontarti tutto, di come abbiamo lottato e di come siamo riusciti a essere qui, oggi, ad accoglierti, senza che ci sia uno sbirro in giro.  Hanno una gran paura, se la fanno sotto, se provano a farsi vedere rischiano grosso…
Siamo qui, Magister, e con te possiamo rivoltare questa città da capo a piedi e stanare il Consiglio. Ottilie è accanto a me, gli occhi lucidi, un vestito lindo, di un bianco che la fa spiccare nella massa dei rozzi borghigiani.
Eccolo!

(Prosegue....)



















domenica 12 gennaio 2014

GENTE DI PASSAGGIO: il senso del 'viaggio' (92)





















































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Gente di passaggio (91)

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Gente di passaggio: il senso del 'viaggio' (93)














‘Entra’, disse. ‘Qui ci sono meraviglie’.
La stanza era in realtà una caverna con le stalattiti che pendevano dal soffitto e, al centro, una pozza naturale d’acqua immobile e nera. Accanto allo stagno c’era una statua di bronzo di Cibele, che raffigurava la dea seduta, con in mano il sacro tamburo. Gli unici mobili erano due sgabelli.
Mi invitò a sedermi.
‘Farai molti viaggi’, mi disse.
Ero terribilmente deluso.
Parlava come uno di quei maghi da strapazzo che si incontrano nell’agorà. ‘E io ti accompagnerò fino alla fine’.
‘Non potrei sperare in un maestro migliore’, mi limitai a rispondere con educazione, preso un po’ alla sprovvista.
Massimo era molto presuntuoso.




‘Non allarmarti, Giuliano…’. Sapeva esattamente cosa stavo pensando. ‘Io non voglio impormi su di te. Al contrario, sono costretto a farlo. Proprio come te. E’ una cosa che non possiamo controllare, né tu né io. E quello che dobbiamo fare insieme non sarà facile. Corriamo entrambi un grave pericolo. Io soprattutto. L’ideale di diventare il tuo maestro mi spaventa’.
‘Ma io avevo sperato…’.
‘Sono il tuo maestro’, concluse. ‘Cos’è che vuoi sapere più di tutto?’.
‘La verità’.
‘La verità su che cosa?’.
‘Dove andiamo (noi che crediamo al principio di veri ideali, noi che ci dissetiamo alla fonte della conoscenza, noi che seguiamo la via maestra invisibile al loro falso dire?...), e qual è il senso del viaggio’.
‘Tu sei cristiano’.




Lo disse con una certa cautela, senza farla sembrare né un’affermazione né una domanda. Se ci fossero stati dei testimoni, avrei mantenuto delle riserve. Invece feci una pausa. Pensai al vescovo Giorgio e alle sue interminabili lezioni sulla differenza tra ‘simile’ e ‘uguale’. Mi ricordai di quando mi cantava le canzoni di Ario. Di quando leggevo ad alta voce nella cappella di Macellum. Poi, all’improvviso, mi vidi davanti il testamento rilegato in cuoio che il vescovo mi aveva regalato: ‘Tu non offenderai gli dèi’.
‘No’, rispose Massimo con tono grave. ‘Perché quella è la via dell’oscurità eterna’.
Ero sbalordito: ‘Io non ho detto nulla!’.
‘Hai citato il libro degli ebrei, l’Esodo: ‘Tu non offenderai gli dèi’’.
‘Ma io non ho parlato’.
‘L’hai pensato’.
‘Riesci a leggere i miei pensieri?’.
‘Sì quando gli dèi me ne danno il potere’.
‘Allora adesso guarda bene e dimmi: sono cristiano?’.
‘Non posso parlare al posto tuo, né dirti quello che vedo’.




‘Credo che esista un artefice primo, un potere assoluto…’.
‘E’ lo stesso dio che parlò a Mosè da bocca a bocca?’.
‘Così mi hanno insegnato’.
‘Però quello non era un dio assoluto. Ha creato la terra e il cielo, gli uomini e gli animali. Ma, secondo Mosè, non ha creato l’oscurità e nemmeno la materia, poiché la terra era già lì prima di lui, invisibile e informe. Ha solo plasmato quanto già esisteva. Non è preferibile il dio di Platone, che ha fatto sì che questo universo – esistesse come una creatura vivente dotata di anima e intelligenza della verità, grazie alla provvidenza del dio -?’.
‘Dal Timeo’, dissi automaticamente.
‘E poi c’è una discrepanza tra il libro degli ebrei e il libro del Nazzareno. Il dio del primo dovrebbe essere il dio del secondo. Però, nel secondo, è il padre del Nazzareno...’.
‘Per grazia. Sono di sostanza simile, ma non uguale’.




‘Dall’Uno molti, com’è possibile negare la molteplicità? Le emozioni sono forse tutte uguali? Oppure ognuna ha caratteristiche proprie?  E se ogni razza ha le proprie qualità, esse non derivano forse da Dio? E in caso contrario, queste caratteristiche non dovrebbero essere simboleggiate da una specifica divinità nazionale? Nel caso degli ebrei, da un patriarca geloso e collerico. Nel caso dei siriani, effeminati e furbi, da una divinità come Apollo.
Oppure prendiamo i germani e i celti – che sono un popolo feroce e guerriero: è forse un caso che adorino Ares, il dio della guerra? Oppure è inevitabile? Gli antichi romani si dedicavano completamente alle leggi e al governo… e qual era il loro dio? Il re degli dèi, Zeus. E ogni divinità ha molti aspetti e molti nomi perché in cielo c’è la stessa varietà che esiste tra gli uomini. Alcuni hanno domandato: siamo stati noi a creare questi dèi, o sono stati loro a creare noi?
E’ una vecchia questione.
Siamo un sogno nella mente divina, oppure ognuno di noi è un sognatore a sé, che evoca la propria realtà?




Anche se non possiamo saperlo con certezza, tutti i nostri sensi ci dicono che esiste un’unica creazione e che noi ne facciamo parte, per sempre….
Ora, i cristiani vorrebbero imporci un mito rigido e definitivo su cose che sappiamo varie e stranissime. No, non è nemmeno un mito, perché il Nazzareno è esistito in carne e ossa mentre gli dèi che noi adoriamo non sono mai stati uomini; sono piuttosto qualità e poteri divenuti poesia, perché potessimo ricavarne insegnamento. Con il culto dell’ebreo morto, la poesia è finita.
I cristiani vorrebbero rimpiazzare le nostre bellissime leggende con la fedina penale di un rabbino riformatore. Con questo materiale improbabile sperano di creare una sintesi definitiva tra tutte le religioni conosciute. Si appropriamo delle nostre festività. Trasformano le divinità locali in santi. Prendono a prestito i nostri riti misterici, soprattutto quelli di Mitra. I sacerdoti di Mitra vengono chiamati ‘padri’? Ebbene, i cristiani chiamano ‘padri’ i loro sacerdoti. Ne imitano persino la tonsura, sperando di fare colpo sui convertiti con i simboli di un culto più antico. Adesso hanno cominciato perfino a chiamare il Nazzareno ‘salvatore’ e ‘guaritore’’.




‘Ma in Mitra non c’è nulla che uguagli il mistero cristiano’, obiettai, facendo l’avvocato del diavolo. ‘E l’Eucarestia? Il fatto di mangiare pane e vino, quando Cristo ha detto: ‘Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue otterrà la vita eterna’?’.
Massimo sorrise.
‘Non tradirò alcun segreto di Mitra dicendoti che anche noi partecipiamo a un pasto simbolico, ricordando le parole del profeta persiano Zarathustra che disse a coloro che adoravano l’Unico Dio, e Mitra: ‘Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue sarà una cosa sola con me e io con lui, e conoscerà la salvezza’. Queste parole sono state pronunciate sei secoli dalla nascita del Nazzareno’.
Ero sbalordito. ‘Zarathustra era un uomo?’.
‘Un profeta. Fu ucciso in un tempio dai suoi nemici. Mentre giaceva a terra morente, disse: ‘Che Dio vi perdoni, come vi ho perdonato io’. Tutto quel che avevamo di sacro, ci è stato rubato dai galilei. Il compito principale dei loro innumerevoli concili è quello di dare un senso a tutto ciò che hanno preso in prestito da una parte e dall’altra. Non li invidio affatto’.




‘Ho letto Porfirio…’, cominciai.
‘Allora sai fino a che punto essi cadono in contraddizione’.
‘E le contraddizioni dell’ellenismo?’.
‘Le antiche leggende devono necessariamente contraddirsi. E comunque noi non le consideriamo vere in senso letterale. Sono solo dei misteriosi messaggi degli dèi, i quali sono a loro volta aspetti dell’Unico Dio. Sappiamo che vanno interpretate. A volte ci riusciamo. A volte no. Invece i cristiani si attengono alla verità letterale del libro che è stato scritto sul Nazzareno molto tempo dopo la sua morte. E perfino quel libro li mette in difficoltà, al punto che devono modificarne continuamente il significato. Ad esempio, non dice mai che Gesù era effettivamente Dio…’.
‘Con l’eccezione di Giovanni’, citai: ‘E il verbo si fece carne e abitò in mezzo a noi’. Non per nulla avevo fatto il lettore in chiesa per cinque anni.




‘E’ un passo aperto a varie interpretazioni. Che cosa si voleva intendere con ‘verbo’? Significa davvero, come pretendono adesso, lo spirito santo che è anche Dio, che è anche Cristo? E questo ci riporta a quella triplice empietà che essi definiscono ‘verità’… che a sua volta ci ricorda che anche il nobilissimo Giuliano desidera conoscere la verità’.
‘E’ quello che vorrei’. Mi sentivo strano. Nella stanza, il fumo delle torce era fitto. Tutte le cose apparivano indistinte e irreali. Se tutto a un tratto le pareti si fossero spalancate e fosse apparso su di noi il sole sfolgorante, non mi sarei sorpreso. Ma quel giorno Massimo non fece incantesimi. Fu molto concreto.




‘Nessun uomo può dire a un altro che cosa è vero. La verità è tutt’intorno a noi. Ma ognuno la deve trovare a suo modo. Platone è una parte della verità. E così anche Omero. Anche la storia del Dio ebraico lo è, se ignoriamo le sue arroganti pretese. La verità sta ovunque l’uomo scorga un segno del divino. La teurgia può provocare questo risveglio. Anche la poesia. Gli dèi, spontaneamente, possono aprirci gli occhi all’improvviso’.
‘I miei sono chiusi’.
‘Sì’.
‘Ma so cosa voglio trovare’.
‘Ma davanti a te c’è un muro, come lo specchio in cui hai cercato di entrare’.
Lo guardai negli occhi. ‘Massimo, mostrami la porta e uno specchio’.
Restò in silenzio. Quando finalmente si decise a parlare non guardò me, ma il volto di Cibele.
‘Tu sei cristiano’.
‘Io non so niente’.
‘Ma devi essere cristiano, perché è la religione della tua famiglia’.
‘Devo sembrare cristiano. Solo questo’.
‘Non hai paura di essere ipocrita?’.
‘Mi fa ancora più paura non conoscere la verità’….


(Prosegue....)

(G. Vidal, Giuliano)