giuliano

sabato 14 gennaio 2017

AMMAZZARE IL TEMPO (chi lo ha ucciso?) (8)


















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In un momento in cui si guarda con sempre maggiore attenzione alla  probabilità di sostanziali e rapidi mutamenti climatici nel prossimo futuro, dovuti all’immissione antropogenica di gas serra nell’atmosfera, è possibile trarre delle vitali lezioni dallo studio della storia dell’ambiente.
I mutamenti che avvengono in varie componenti del sistema globale sono in grado di condurre a mutamenti climatici su scala planetaria: di tali cosiddetti fattori di forzamento fanno parte le alterazioni naturali della composizione dell’atmosfera, la posizione dei continenti sulla superficie terrestre, la configurazione dei bacini oceanici, la topografia dei continenti e la quantità di radiazione ricevuta.




Anche se tutti questi fattori sono in uno stato di continuo mutamento, essi cambiano a velocità assai diverse. Così, i primi tre assumono una reale importanza solo su una scala temporale che superi i 10 milioni di anni, mentre il sollevamento delle catene montuose ha avuto un impatto rilevantissimo negli ultimi 5 milioni di anni, causando gli sconvolgimenti climatici che contrassegnarono la transizione del periodo geologico Terziario al Quaternario, più o meno 2,4 milioni di anni fa.
Le nostre informazioni più dettagliate sui fenomeni di mutamento globale del clima, tuttavia si riferiscono alla scala temporale geologicamente assai breve dell’ultimo milione di anni.




Durante questo periodo, la maggior parte dei fattori di forzamento del clima sono mutati tanto poco da poter essere considerati virtualmente costanti; coloro che studiano il clima del passato li chiamano anche, in alternativa, ‘condizioni al contorno’.

Tali condizioni limite determinano lo stato generale del clima globale e la grandezza delle sue variazioni in risposta ai fattori di forzamento a variazione più rapida. I più importanti mutamenti climatici dell’ultimo milione di anni sono fondamentalmente dipesi dalle variazioni nella quantità di radiazione solare ricevuta dalla Terra, anche se sono stati accompagnati da cambiamenti naturali nella concentrazione di alcuni gas serra nell’atmosfera.




La quantità di luce solare che riceve la Terra varia secondo parecchie diverse scale temporali. Le variazioni più importanti, comunque, consistono in un numero abbastanza piccolo di fluttuazioni periodiche, fra le quali quelle a scala temporale più breve sono il ciclo giornaliero e quello annuale.
A scala temporale più ampia, le variazioni dell’orbita terrestre attorno al sole fanno variare la quantità di radiazione solare ricevuta e si crede che questa sia la causa dell’alternanza tra periodi glaciali e interglaciali.
Questo andamento alternante si è verificato negli ultimi 750.000 anni, con una periodicità vicina ai 100.000 anni. L’ultimo periodo glaciale è finito circa 10.000 anni fa ed è solo durante l’ultima parte del presente periodo inter-glaciale, generalmente chiamato post-glaciale, che si è sviluppata la civiltà umana.




Questi mutamenti climatici, di grande entità pur se geologicamente recenti, sono registrati in considerevole dettaglio dai fossili e da altri indicatori ambientali che si sono conservati nei sedimenti accumulati sul fondo degli oceani e dei laghi, ed anche in depositi di loess, strati formati da particelle assai fini trasportate dal vento che in alcune regioni continentali possono avere grande spessore.
La nostra conoscenza dei climi ambientali del passato – paleoclimi e paleoambienti – si fonda sul dettagliato studio stratigrafico di questi depositi e sulla ricostruzione degli ecosistemi – paleoecologia – di cui un tempo facevano parte gli organismi di cui studiamo i fossili.




Lo studio di questi materiali, e in particolare di quelli relativi agli ultimi 250.000 anni, può offrirci una certa comprensione di vari aspetti del sistema globale, che possono esser direttamente rilevanti per le previsioni sia del clima futuro sia delle risposte degli ecosistemi a tali mutamenti.
In modo particolare, i settori in cui si possono fare progressi sono:
1) la sensibilità del clima globale sia alle variazioni del bilancio radioattivo sia ai naturali mutamenti nel contenuto di gas serra dell’atmosfera;
2) i meccanismi con cui muta su scala globale;
3) i climi, globali e regionali, esistenti in tempi in cui la temperatura media globale è stata nettamente più bassa e/o un poco più alta dell’attuale;
4) la velocità dei mutamenti climatici del passato;
5) il modo in cui gli organismi e gli ecosistemi rispondono ai mutamenti del clima;
6) la velocità con cui possono aver luogo tali risposte.

































Anche se, come nella maggior parte dei campi dell’impresa scientifica, molto rimane ignoto, o noto solo in maniera imperfetta, ciò che sappiamo permette già di giungere ad alcune conclusioni che non vanno ignorate quando si considera il possibile impatto dell’effetto serra di origine antropica.
Si sosterrà, altresì, che la più importante lezione è che – ammesso che non si prendano delle misure per frenare le emissioni di gas serra – i mutamenti climatici previsti per il prossimo secolo daranno luogo a climi più caldi di quanto non abbia mai sperimentato la Terra almeno per diversi milioni di anni, e che tali mutamenti climatici si verificheranno più in fretta, di almeno un ordine di grandezza, dei più rapidi mutamenti climatici del recente passato geologico.
Le implicazioni di questo fatto per la capacità di risposta degli organismi e degli ecosistemi sono assai profonde; molti ecosistemi muteranno drasticamente ed è assai reale la prospettiva che molti organismi si possano trovare minacciati di estinzione.




La prima applicazione degli studi paleoclimatici ad essere oggetto di vasta attenzione è stata forse la possibilità di utilizzare i climi più caldi del passato come analoghi per il mondo più caldo del futuro.
Una buona massa di prove indica concordemente che verso la metà del periodo post-glaciale, cioè circa 6.000 anni fa, molte zone ad alte latitudini dell’emisfero nord erano più calde di oggi. Similmente, varie linee di indagine convergono a indicare che durante l’ultimo periodo inter-glaciale, circa 125.000 anni fa, il clima globale era più caldo di quanto non sia mai stato nel periodo post-glaciale, e c’è un generale accordo sul fatto che il mondo è stato più caldo ancora nel tardo Terziario, qualcosa come 3 o 4 milioni di anni fa.
Peraltro, l’uso di questi periodi come analoghi per un mondo progressivamente più caldo, come ha proposto in particolare Budyko, si scontra con dei problemi che sembrano insuperabili, come ha sottolineato il gruppo di lavoro degli scienziati dell’IPCC.


(Prosegue....)

















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