giuliano

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IL TOMO

domenica 27 ottobre 2013

GENTE DI PASSAGGIO: i protetti (e i ruffiani..) (85)














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Bestie di passaggio (84)

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Gente di passaggio: la polizia dell'anima (86)












Se il calcolo delle vittime dell'Inquisizione romana per taluni può apparire
non eccessivo, non è stato avviato seriamente un conteggio sul fronte non
delle vittime ma dei funzionari e dei protetti (ed anche dei ruffiani di cor-
te....).....
Eppure, non c'è dubbio che fu per questa via che larga parte della società
d'antico regime - o almeno quella parte che contava - fu coinvolta nella
difesa e nell'ampliamento di quel Tribunale di triste memoria.
E' noto che il numero dei familiari del Sant'Uffizio raggiunse cifre esorbi-
tanti; per esempio, a Cremona dove a fine Cinquecento erano un piccolo
esercito, fatto 'delli peggiori della città'; oppure in Sicilia.




Qui, negli stessi anni, don Scipio di Castro osservava che la categoria dei
familiari non escludeva nessun gruppo sociale: 'Ce ne sono Cavalieri, ba-
roni, mercanti, artiggiani, villani, doctori, et d'ogni spetie'.
Marco Antonio Colonna valutava il numero complessivo in circa trentami-
la uomini e segnalava che quel numero comprendeva 'todos los ricos, no-
bles y los delinquentes'.
Giudizi taglianti e ostili, anche se non del tutto concordi nelle analisi socio-
logica: c'era un tratto di classe che univa i 'familiari del Sant'Uffizio' oppu-
re no?




Un uomo di legge e di cultura della statura di Monsignor De Luca, che
aveva fatto le sue esperienze nella Napoli di Masaniello, non aveva dub-
bi: si trattava di un'associazione di nobili, ricchi e mascalzoni, e feccia di
basso rango, - 'i più nobili, overo i più bene stanti, o pure i più discoli e
malviventi' - proprio come aveva detto Marco Antonio Colonna.
E si può ben capire che oggi, retrospettivamente, si sia tentati di vedere
nel rapporto tra Inquisizione e società siciliana 'una delle più grosse orga-
nizzazioni di tipo mafioso che mai abbiano operato nell'isola fino ai nostri
giorni'.




Eppure, anche in questo caso non si inventò niente di nuovo: le associa-
zioni di laici a difesa degli Inquisitori per la lotta contro gli Eretici erano
nate nell'Italia centro-settentrionale fin dal XIII secolo.
Ma, ancora una volta, dietro l'apparente permanere dell'antico, si trova
una realtà completamente diversa: non i corpi organizzati di cittadini in
difesa del partito della Chiesa, ma gruppi di potere che cercano di man-
tenere e di accrescere i loro privilegi.
E' un'evoluzione analoga a quella più generale delle confraternite di lai-
ci, che subirono in questa epoca un diffuso processo di aristocratizza-
zione: la ripresa feudale e la scomparsa delle forme tradizionali di lotta
politica cittadina si tradussero in una modifica sostanziale dei caratteri
di questo genere di corpi collettivi.




Appartenere alla confraternita dei 'Cruxati' o 'Crocesignati' comportava
indulgenze tali 'da mandar subito, entrando in essa, volando in cielo',
scriveva il governatore di Siena nel 1579.
Ma comportava anche privilegi e vantaggi mondani di tutto rispetto: e-
senzioni fiscali, diritto di portare armi, facoltà di non essere giudicato
da altro tribunale che da quello dell'Inquisizione.
Ben si può capire che si cercasse di appropriarsene, facendo valere po-
teri di classe e prepotenze personali.
Che quella dei familiari del Sant'Uffizio fosse semplicemente una conti-
nuazione dell'antica struttura confraternitale, lo sostenne il cardinal Fran-
cesco Albizzi, difensore d'ufficio di tutti i privilegi dell''Inquisizione, quan-
do, quasi novantenne, prese la penna per rispondere alle critiche di De
Luca.




Ma il suo richiamo alle origini non basta a rispondere al puntuale e du-
rissimo atto di accusa di De Luca. Non si tratta solo delle confraternite
di crocesignati: sono in gioco - scrive De Luca - tutte le cariche di con-
sultori, di cancellieri, di bargelli e di mandatarii.
Queste cariche si danno a persone ricche e titolate, a 'professori dell'-
armi' - tutta gente che si fa esentare 'da' pesi publici', cioè non paga le
tasse, non è soggetta ai tribunali ordinari, è autorizzata a portare armi.
Liberi di fare quello che vogliono, senza temere nessuna autorità - 'co-
me non soggetti né a' vescovi, né a' governatori, ma all'inquisitore, che
è un frate esente, non pratico del foro e solito mantenersi benevoli i
suoi patentati' - questi 'familiari' sono un corpo del tutto incontrollabile;
per di più, non si contentano di godere essi quei privilegi, ma li esten-
dono 'a' loro parenti, famigliari e dipendenti'.




Poteri e privilegi creano corruzione: De Luca insinua il sospetto che
quei frati che concedono i titoli familiari lo fanno molto probabilmen-
te per denaro.
Ma soprattutto è evidente l'ingiustizia gravissima che ne deriva 'a' po-
veri, a' quali convien supplire a' publici bisogni con i loro sudori' e
per di più tocca subire prepotenze e ingiustizie senza poter reagire
dalli peggiori malviventi.
Nell'atto d'accusa del De Luca si avverte un senso dello stato e una
consapevolezza politica del problema che furono generalmente assen-
ti negli stati italiani, dove nessuna autorità centrale fu capace di im-
porre un provvedimento di limitazione del numero dei 'familiari' come
che fu adottato per la Spagna nel 1553.

(A. Prosperi, Tribunali della coscienza; Foto di Lukas Furlan)

(Prosegue....)











venerdì 18 ottobre 2013

GENTE DI PASSAGGIO: Francois Villon (81)








































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Gente di passaggio: Il Filosofo prigioniero (80)

Prosegue in:

Gente di passaggio: Francois Villon (82)









- Che sento? - Sono io! - Chi? - Il tuo cuore,
tenuto ormai solo da un piccolo filo:
non ho più forza, sostanza, né umore,
nel vederti così ritratto e solo,
come un cane in disparte, accovacciato. -




- Perché questo? - Per la tua vita sbandata. -
- Che te ne importa? - Mi fa soffrire. -
- Lasciami in pace! - Perché? - Ci penserò. -
- Quando accadrà? - Be'. - Da grande. -
- Non dico altro. - Mi accontenterò. -




- Che cosa pensi? - Diventare importante. -
- Tu hai trent'anni, l'età di un mulo.
La chiami infanzia? - Oh no! - E' follia che ti prende? -
- Per dove? Per il collo? - Non sai niente. -
- Ma sì. - Che cosa? - Mosca nel latte,




tra il bianco e il nero c'è differenza. -
- E' tutto? - Vuoi che ti strigli?
Se non ti basta ricomincerò. -
- Sei perduto! - Opporrò resistenza. -
- Non dico altro. - Mi accontenterò. -




- Io ne ho tristezza, tu male e dolore.
Se fossi un povero idiota o uno svitato
avrei qualche ragione per scusarti,
ma tanto a te non te ne importa niente.
O la tua testa è più dura di una pietra,




o preferisci questa miseria all'onore.
Che cosa rispondi a questa deduzione? -
- Ne sarò fuori quando morirò. -
- Dio che sollievo! - Che saggia eloquenza! -
- Non dico altro. - Mi accontenterò. -




- Da dove viene il tuo male? - Dalla mia sfortuna.
Quando Saturno fece il mio fardello
ci mise dentro questi mali, credo. - E' follia!
Tu sei il suo re e ti ritieni il valletto.
Leggi quello che scrive Salomone nel libro:




'L'uomo saggio ha ogni potere - dice -
su tutti gli astri e sui loro influssi'. -
- Non ci credo. Così mi han fatto così sarò. -
- Che cosa dici? - Quello che ho detto e penso. -
- Non dico altro. - Mi accontenterò. -




Vuoi vivere, Villon? - Che Dio lo voglia! -
Il punto è.... - Che cosa? - Ti serve il rimorso.
Leggere senza fine. - Che cosa? - Leggere scienza.
Lasciar perdere i folli. - Ci penserò. -
Ora promettilo. - Lo ricordo bene. -
Non dico altro. - Mi acconteterò. -
Non dico altro! Mi accontenterò!

(F. Villon, Ballate del tempo che se ne andò;
Fotografie di Metthew Pillsbury)














venerdì 11 ottobre 2013

GENTE DI PASSAGGIO: il Filosofo prigioniero (79)














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Gente di passaggio: Sancio Panza (78)

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Gente di passaggio: il Filosofo prigioniero (80) &

La casa dell'alchimista (3/4)












Un oggetto riportato dall'Italia pendeva al muro della stretta anticamera.
Era uno specchio fiorentino su una cornice di tartaruga, formato da una
ventina di specchietti convessi simili alle celle esagonali delle arnie, ognu-
no contenuto a sua volta nella sua stretta cornice che era stata un tempo
la lorica d'una bestia viva.
Al chiarore grigio d'un'alba parigina Zenone vi si mirò.
Vi scorse venti facce compresse e rimpicciolite dalle leggi dell'ottica, venti
immagini d'un uomo in copricapo di pelliccia, dalla carnagione smunta e
giallastra, dagli occhi lustri che erano essi stessi specchi.
Quest'uomo in fuga, rinchiuso in un mondo tutto a parte, separato dai suoi
simili che fuggivano anch'essi in mondi paralleli, gli ricordò l'ipotesi del gre-
co Democrito, una serie infinita di Universi identici ove vivono e muoiono
una serie di Filosofi prigionieri.
Questa fantasticheria lo fece sorridere amaramente.
I venti piccoli personaggi dello specchio sorrisero anch'essi, ognuno per
conto suo.
Li vide poi volgere a metà il capo e dirigersi verso la porta.





L'ABISSO (del filosofo)

A poco a poco, come colui che assorbendo ogni giorno un determinato
alimento finisce per esserne modificato nella sostanza e perfino nella for-
ma, ingrassa o dimagrisce, trae da quella pietanza vigore o contrae nell'-
ingerirle mali che non conosceva, mutamenti quasi impercettibili si ope-
ravano in lui, frutto di nuove abitudini.
Ma la differenza tra ieri e oggi si annullava appena vi posava lo sguardo:
esercitava la medicina filosofica come aveva sempre fatto e non faceva
la minima differenza se curava straccioni o principi.
Sebastiano Theus (come Pietro Autier) era un nome di fantasia, ma nep-
pure il suo diritto a chiamarsi Zenone era molto chiaro.




Non habet nomen proprium: era di quegli uomini che fino alla fine non
cessano di meravigliarsi di avere un nome, come chi passando davanti
a uno specchio si stupisce d'avere un volto e precisamente quello.
La sua esistenza era clandestina e perseguitata e sottoposta a determi-
nate costrizioni: lo era sempre stata (da secoli...).
Taceva i pensieri che per lui contavano di più, ma sapeva da lunga da-
ta che chi si espone per quel che dice e pensa è uno sciocco, e per que-
  sto sarà eternamente perseguitato, specie se poi dice e narra la veri-
tà...




I suoi rari sfoghi verbali non erano mai stati altro che l'equivalente del-
le dissolutezze d'un uomo casto.
Viveva rinchiuso nell'ospizio di San Cosma, prigioniero d'una città e
(dell'ignoranza..) in quella città d'un quartiere, e in quel quartiere d'u-
na mezza dozzina di camere affacciate da un lato sull'orto e le dipen-
denze del convento, dall'altro su un muro nudo.
I suoi vagabondaggi, ben poco frequenti, in cerca di campioni botani-
ci, passavano e ripassavano per i soliti campi arati e gli stessi sentieri
lungo il fiume, gli stessi boschetti e il margine delle dune, e sorrideva
non senza amarezza di quell'andirivieni da insetto che incomprensibil-
mente si aggirava su un palmo di terra.




Ma avviene sempre che lo spazio si riduca, gli stessi gesti si ripetano
quasi meccanicamente ogni volta che si imbrigliano le proprie facoltà
in vista d'un compito solo limitato e utile.
La vita sedentaria l'opprimeva come una sentenza d'incarcerazione
che per prudenza avesse pronunciato si se stesso; ma la sentenza e-
ra tuttora revocabile; già altre volte e sotto altri cieli si era sistemato
così, momentaneamente, o, credeva per sempre, come chi ha diritto
alla cittadinanza ovunque e in nessun luogo.
Nulla garantiva che l'indomani non avrebbe ripreso l'esistenza erran-
te che era stata la sua sorte e la sua scelta. Eppure il suo destino si
muoveva: vi si produceva a sua insaputa uno slittamento. Come av-
viene a chi nuota contro corrente nel buio della notte, gli mancavano
i punti di riferimento.




Ancora di recente, ritrovando la via nel labirinto dei vicoli di Bruges,
aveva creduto che quella tappa in disparte dalle strade maestre dell'-
ambizione e del sapere gli avrebbe procurato un po' di riposo dopo
trentacinque anni di agitazioni.
Si riprometteva di assaporare la sicurezza inquieta d'un animale che
si sente al sicuro nella tana angusta e buia ove ha scelto di vivere. Si
era sbagliato.
Quell'esistenza benché immobile ribolliva; il senso d'una attività qua-
si terribile rombava come un fiume sotterraneo. L'angoscia che lo
serrava era diversa da quella del filosofo perseguitato per i suoi libri.
Il tempo, che s'era immaginato dovesse pesargli tra le mani come un
lingotto di piombo, fuggiva e si scomponeva come gocce di mercu-
rio.
Le ore, i giorni, i mesi avevano cessato di corrispondere ai segni de-
gli orologi e perfino ai moti degli astri. Talvolta gli pareva d'esser ri-
masto tutta la vita a Bruges, talaltra d'esservi ritornato il giorno prima.




Anche i luoghi si muovevano: le distanze si annullavano come i gior-
ni. Quel macellaio, quel venditore che gridava le sue misere mercan-
zie avrebbero potuto benissimo trovarsi ad Avignone o a Vadstena;
quel cavallo frustato l'aveva visto accasciarsi nelle vie di Adrianopo-
li; quell'ubriaco aveva cominciato a Montpellier la sua imprecazione
o il suo getto di vomito; il bambino che vagiva nelle braccia della
nutrice era nato a Bologna venticinque anni prima; la messa domeni-
cale cui non mancava mai di assistere, ne aveva inteso l'Introito in
una chiesa di Cracovia cinque anni prima....

(M. Yourcenar, L'opera al nero)

(Prosegue....)











mercoledì 9 ottobre 2013

LA CASA DELL' ALCHIMISTA













Precedente capitolo:

Avellaneda (nella camera oscura di) Cervantes

Prosegue in:

La casa dell'alchimista (2) &

La casa dell'alchimista (3)










.. Sullo sfondo stava seduto a gambe incrociate, su di una specie
di sgabello di ottone lucente, un vecchio dalla pelle scura come
quella di un arabo, con una lunga barba colorata di rosso scarlatto
secondo il costume asiatico, gli occhi opachi, un pronunciato naso
aquilino ed un turbante grigio-bluastro sulla testa, che aspirava a
intervalli regolari da un narghilè.
Ogni volta che poggiava il bocchino d'ambra alle labbra ne usciva-
no gorgoglii e rantolii, come se nel vetro colorato vi fosse prigio-
niera una creatura martoriata, in lotta con la morte.




- Quello deve essere il persiano Khosrul Khan,
pensò il signore a quadri, sfilandosi il soprabito e togliendosi len-
tamente dal collo una sciarpa, anch'essa a quadri......
- Voi siete il signor corrispondente? Ma certo, come potrebbe
essere altrimenti? Il mio nome è Gracchus Meyer! Ho avuto l'-
incarico... - indicando il persiano con il pollice rivolto all'indietro
- incarico che mi fa grande onore, di darvi ogni sorta di spiega-
zione, signor corrispondente! E' tutto pronto, prospetti, disegni,
tutto, tutto. Laggiù!......




- Ecco! Ho preparato addirittura una planimetria della casa, nel
caso ne aveste bisogno per il vostro illustre giornale. Come ho
già detto, il mio nome è Gracchus Meyer. In realtà sono cancel-
liere giudiziario,
disse quasi per scusarsi del fatto che il suo paltò era lucido come
uno specchio...., poi riprese....
- Allora, signor corrispondente, finalmente! E' incredibile a quan-
te cose si deve fare attenzione! Dunque, quando sia stata costrui-
ta la casa, nessuno lo sa, la leggenda vuole che il primo ad abitar-
vi sia stato il famoso alchimista medievale Gustenhover, il quale
avrebbe compiuto ogni sorta di cose misteriose.
Trasmutazioni di metalli, produzione di elisir di lunga vita, e cose
simili.....




Improvvisamente, dalla nicchia vicina, si udirono un gracchiare
stridente, un sordo brontolìo e gemiti adirati, accompagnati dal
rumore fragoroso di un giornale ripiegato dal quale affiorarono,
scintillanti un paio di occhialetti....
- Dottor Apulejus Ochs, vi prego!
gridò rabbioso Meyer....
- Gustenhover era un alchimista e riusciva a fare l'oro, ed i vo-
stri versi animaleschi non cambieranno certo le cose! Natural-
mente voi... ora voi vorreste tirar fuori la vostra fantasiosa ver-
sione secondo cui Gustenhover non avrebbe affatto trasmutato
metalli, bensì uomini! Sciocchezze vi dico! Oggigiorno bisogna
stare con i piedi per terra. Nient'altro che sciocchezze!
E poi, che motivo avrebbe avuto di trasmutare uomini? A par-
te il fatto che una cosa simile non è certo possibile. Insomma
sciocchezze e basta.....
(Prosegue....)










martedì 8 ottobre 2013

UN AVAMPOSTO DEL PROGRESSO



































Una verità....&


Una calunnia




















Quale miglior risposta al rispettabile Direttore della Compagnia
se non la rima della Letteratura, che forse Lui quale preposto
agli interessi della sua economia disconosce, come ogni buon
Monarca incaricato della storia, affinché l'ignoranza sua e di co-
loro che asservono possa essere così ben pagata nel mare agita-
to et annebbiato da questa materia inondato, se non l'ignoran-
za debitamente cosparsa come una fitta nebbia al volgo distri-
buita, che prega impreca..... et avanza..... in codesta disgra-
ziata sostanza......
Se il mio assistito disconoscesse l'intento per lo quale sul ricco
mare non volle mai navigare, per la cattiva Compagnia per la
quale lo triste mare è famoso ad ogni buon navigante, è perché
lo popolo giammai volle ingannare.....
Giammai lo popolo volle ingannare e regnare con il resto della
ciurma di reietti che per secoli fecero remare peggio degli schi-
avi, per poi ingannare con parole 'privilegiate' di chi nel grande
mare sa ben come navigare... e lo popolo ingannare.....
Codesto Signore dal Monarca condannato et dal Direttore del-
la fiera Compagnia Umiliato, a me che son Nessuno ma ben na-
vigato, parve diletto seguirlo nel suo 'burlesco' (ma serio) inten-
to, e parmi il suo dire più serio di ogni fiero argomento, dal Mo-
narca o suo ciambellano inalberato, anche se l'aspetto da 'giul-
lare' vestito può ingannare la fiera apparenza del vostro ridire,
nella mia coscienza lo volli seguire perché parmi nel suo dire un
vecchio Eretico nella verità del suo ardire, e da Monarca di nes-
sun Regno, qual son io, anche Indegno, perché né io né lui di
denari adornammo il nostro Regno, volli invitare al mio misero
cospetto, in quanto gli inganni dei vostri regnanti per troppo
tempo raggirano il Vostro Illustrissimo Regno.
Parmi allora, in tutta la nostra Eretica Coscienza, che il suo di-
re sia pur vero per coloro che l'inganno conoscono davvero....
perché d'offesa vestono il loro muso indegno....
Parmi davvero che la sua moneta è misera nel suo Regno, in
quanto i suoi ambasciatori a pie' scalzi furono comandati, e
se cotesto inganno ci fosse davvero, il mio giullare sarebbe Re
e Monarca del suo Grande Regno.....
Spero che comprenda la Rima anche se è Napoletano per sua
fiera natura, tanto è vero che il popolo che governa è già un
fiero asino di natura. E come ho detto nella breve premessa
del mio intervento, a Lei è la letteratura che risponde nella sua
infelice natura, perché al mio assistito giammai 'avorio' adornò
la sua povera dimora, se contrario fosse, di quanto qui detto, di-
sponga la sua Ciurma o Fiera Compagnia del triste suo conven-
to, al lavoro per il quale fanno ricco il loro intento, che non è mo-
neta per il popolo che fiero saluta dalla banchina della sua ultima
e triste rima.., perché la mala-fede della sua ingiuria da un ricco
pulpito li saluta. Loro nella povertà governano la vita, la stessa
del negro che li saluta; e stia certo che che lo scafista è il compa-
gno del suo misero intento, per lui (infatti) ci dovrebbero pensa-
re quelli della sua Grande e Fiera Compagnia, nell'avamposto del
Progresso della loro... Triste Natura.......
Nello grande Traffico della Fiera et Grande Divina ...... Sua Me-
schina Natura.....
(L'Eretico Perseguitato curatore del blog.....)

















Vivevano come ciechi in una vasta stanza, consci soltanto di quel
che veniva in contatto con loro, ma incapaci di una visione d'in-
sieme delle cose.
Il fiume, la foresta, tutta la grande terra palpitante di vita, erano
come un enorme vuoto. Perfino la brillante luce del sole non sve-
lava nulla d'intelligibile.
Le cose apparivano e sparivano davanti ai loro occhi in modo
sconnesso e senza scopo.
Il fiume pareva venire dal nulla e fluire verso il nulla....
Scorreva attraverso un vuoto.....
Da quel vuoto, a volte, uscivano canoe, e uomini con lance in ma-
no gremivano improvvisamente il piazzale della stazione.....
Erano nudi, d'un nero lucido, adorni di conchiglie candide e di fi-
lo di ottone splendente, le membra perfette...
Quando parlavano emettevano uno sgraziato balbettio, si muove-
vano con fare sostenuto e mandavano occhiate rapide e selvagge
dagli occhi irrequieti e stupiti.....
Quei guerrieri si accovacciavano in lunghe file, quattro o più, da-
vanti alla veranda, mentre i loro capi stavano delle ore a contrat-
tare con Makola una zanna d'elefante.....
Kayerts dalla sua sedia osservava le trattative senza capir nulla...
Li fissava con i suoi rotondi occhi azzurri e gridava a Carlier:
- Ehi, guardi, guardi quel tale laggiù e quell'altro a sinistra!
Ha mai visto una faccia simile?
Oh, che bestione ridicolo!
Carlier, fumando tabacco locale in una corta pipa di legno, si da-
va delle arie arricciandosi i baffi, e, esaminando i guerrieri con in-
dulgenza altezzosa, diceva:
- Belle bestie!
Hanno portato qualche osso?
... Ma, forse potrei mandargli la mia Sara..., lei saprebbe come
ragionarci e prenderli questi energumeni...........

(J. Conrad, Un avamposto del progresso) 












lunedì 7 ottobre 2013

GENTE DI PASSAGGIO: Sancio Panza (77)

















Precedente capitolo:

Gente di passaggio: Francesco Carletti (76)

Prosegue in:

Gente di passaggio: Sancio Panza (78)











- "Proprio così, ed è in questo modo che mi è venuta l'idea.........
Scriverò delle nostre avventure nei campi, sulle amene rive dei fiumi, nelle
boscaglie ombrose, all'inseguimento di pastorelle di impareggiabile bellez-
za di cui ci innamoreremo e che io farò cantare come angeli, mentre mette-
rò in bocca a tutti noi versi che dovranno imparentarsi con quelli del divino
Garcilaso.
E in questo modo, giacché la morte ci ha strappato don Chisciotte privan-
doci del sollievo di vederlo guarito, gli faremo vivere avventure che intrat-
terranno le sue malinconie, ovunque si trovi......".




- "E non le sembra anche questa una bella mattana, signor baccelliere?
Non credete che, ovunque si trovi adesso don Chisciotte, cosa facciamo
noi quaggiù non possa essere l'ultimo dei pensieri, sia che goda della gloria
del paradiso, per goderla meglio, sia che si trovi in purgatorio in attesa del
giorno in cui potrà lasciarlo?
Non gli gioverebbe di più messe e preghiere a suffragio, al posto dei ver-
si, per belli che le riescano?".




- "Non credere, Considerala una licenza poetica.
Come quando mangiando un pasticcio di carne, ci torna in mente un no-
stro defunto e diciamo: come piaceva a Tizio il pasticcio di carne e come
se lo gusterebbe adesso, se solo potesse assaggiarlo.
Sono convinto che, quando alla fine vedranno la luce, queste avventure
bucoliche faranno rimpiangere a don Chisciotte la vita sulla terra, che se
l'altra, quando la si raggiunge, è buona, la nostra, se la si sa vivere, è già
come il paradiso, e mi verrebbe quasi da dire che non desidero altra eter-
nità che una fatta di tali cose, con tutte le nostre pene e i nostri affanni,
solo senza dolore e morte.




E potendo contare sul piacere degli amici e dei fratelli e dei genitori in
questa vita, chissà come sarebbe poterli avere per l'eternità, senza dover-
si preoccupare della pagnotta?
E se qui la brezza tiepida allevia il caldo pomeriggio d'estate, chissà come
sarà questa brezza lassù in cielo!".
- "Ed è per questo che mi avete mandato a chiamare?
Per dirmi che in cielo non faranno che invitarci a mangiare pasticci di carne
e che sarò io a stabilire quanto voglio essere pagato?
Mi piacerebbe parecchio. E mi sembrerebbe una buona idea anche quella
di venire con vostra grazia a fare il pastore proprio come ho fatto lo scudi-
ero per don Chisciotte.




La vita del cavaliere errante la conosco già, e non ci si ricavano che basto-
nate, scherzi, fame, caldo e spaventi.
Tra i pastori uno non deve fare altro che restare tutto il santo giorno insieme
ai capipastore a suonare la ribeca, a corteggiare ninfe e naiadi, con le peco-
re che vanno e vengono dall'ovile alla padella e dalla padella alla pancia".
- "Quello che intendevo io non era questo, Sancio, ma un'entelechia. Non mi
hai capito. Tutto accadrà in un libro, senza che noi dobbiamo soffrire le piog-
gie e i rigori del sole, senza patire la fame, provare dolore e uscire dalle no-
stre case.
Non faremo spezzatini di montone o di vacca. Basterà l'immaginazione per
trasportarci dove vorrà l'autore, o dove vorrai tu. Non ti piace la ninfa che
ti ho assegnato?




Non dovrai fare altro che dire: 'Guardi, vostra grazia, me la cambi', e io cre-
erò a tuo piacere, alta, bassa, pettoruta o smilza, con i capelli del colore del
sole o gli occhi della notte.
E se altri hanno potuto scrivere la storia delle vostre gesta reali nelle terre del-
la Mancia, io sarò il cronista delle vostre avventure pastorali immaginarie, che
saranno oneste e non metteranno più a rischio il benessere e la sanità mentale
di nessuno".
- "Caro Sansone, ho messo piede nel mondo delle lettere solo un mese fa, e
dunque sono quello che si dice un principiante al riguardo, e non capisco be-
ne cos'è che vuole fare vostra grazia, ma sarà come vostra grazia dice, azzec-
cato e ben gestito. Lei mi pagherà per farlo?".




- "Sì, naturalmente, puoi stabilire tu il salario che desideri e io te lo pagherò
scrupolosamente fin dal primo giorno".
- "Corro a dirlo alla mia Teresa. Come sarà felice di saperlo! Solo un'ora fa
mi tormentava dicendomi che saremmo finiti in miseria se io non avessi po-
sto rimedio. E che non avrei tratto alcun beneficio dalla letteratura dei libri.
E, pensate, io non ne ho letto uno e voi non li avete ancora scritti e già ho la
paga che stabilirò.
Glielo avevo detto, a Teresa, di portare pazienza, e lo vedete anche voi
che la fortuna continua a sorridermi. Corro a dirglielo, mio buon baccellie-
re, padrone magnanimo e gloria pastorale dei pastori, così saprà che prima
che canti il gallo l'avrò resa più ricca di tutti i ricchi dei dintorni, con più pe-
core delle querce del conte e con tanti servitori che nessuno le sarà pari in
paese".

- "Mi hai di nuovo frainteso, Sancio. Ho detto che ti pagherò, ma sarà con
... la carta stampata.........

(Prosegue.....)

(A. Trapiello, Alla morte di don Chisciotte)












sabato 5 ottobre 2013

GENTE DI PASSAGGIO: Francesco Carletti (75)



























Precedente capitolo:

Un fiorentino &

Gente di passaggio: Trittico Portinari (74)

Prosegue in:

Gente di passaggio: Francesco Carletti (76)








(un fiorentino...)

 Ma tornando ora al negotio delli schiavi, dico che
avendo noi compero li predetti 75 mori et more al
prezzo di scudi cento l'uno di primo costo, alcuni di
avvantaggio ci stavano con tutte le spese a più di
cento settanta, compresovi li scudi venticinque del-
la licentia regia, et scudi sedici per il dritto all'uscita
dell'Isola di Capo Verde, et scudi vent'uno per il nolo
di quivi sino a Cartagena d'India, e di più vi era il vit-
to e altre spese minute.




Inoltre quelli che morsero aggravarono maggiormen-
te questo negotio.
De' quali schiavi io ne ebbi la cura, e ordinai per ogni
dieci di essi un moro per capo, scegliendo fra di loro
quello che mi pareva più fiero et accorto, acciò atten-
desse a far quello ch'io provederei per li loro bisogni,
spetialmente del mangiare, che se dà loro due volte
il giorno d'una certa sorte de fagiuoli grossi che quivi
nascono, i quali si cuocono semplicemente con acqua
e poi se li condiscono con un poco d'olio e sale.




Di così, insino a che venne il tempo del imbarcarli, si
tennero in due stanze tutti separatamente, li uomini
nell'una e le donne nell'altra, nudi e senz'altro vestito,
contentandosi di quello che la Natura ha dato loro del-
la pelle, nascondenso solo, con un poco di panno di
bambagio o vero con un poco di cuoio o altra pelle o
cencio o foglie d'alberi, quella parte del corpo che il
primo peccato ci ha fatto parere d'esser più vergogno-
sa che l'altre.




Molti ancora, e maschi e femine in particolare, non se
ne curando, sia per necessità o per semplicità o dap-
pocagine, si lassano stare come la Natura li ha fatti,
senza conoscere che sta vergogna coprire quelle par-
ti che altri per ciò coprano.
Ma tornando a dire della cura che aveva d'essi schiavi,
durai poco tempo in quel servitio, essendone impedito
 da una ardentissima febbre che mi sopragiunse, cau-
sata o dall'inusitata fatica, o più tosto dall'aria diversa
e petifera di quel clima, o per dir meglio intemperie di
quel paese nuovo a me che non aveva ancora provato
né sentito li strani effetti che fa la zona torrida....
(Prosegue.....)













martedì 1 ottobre 2013

GENTE DI PASSAGGIO: Trittico Portinari con adorazione Bambino (73)










   





                   
                Trittico Portinari con adorazione Bambino (e lettere di scambio....)

                     




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Gente di passaggio (72)

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Gente di passaggio: Trittico Portinari (74)









Tommaso Portinari, un importante uomo di affari,
risiedeva in qualità di rappresentante della ricchis-
sima stirpe di banchieri della casata dei Medici di
Firenze nella prospera Bruges della seconda metà
del Quattrocento.
Già a quei tempi, infatti, le case di commercio, i
banchieri e simili, invece di effettuare personal-
mente viaggi d'affari o soggiornare lungo tempo
all'estero, erano soliti assumere agenti che curas-
sero i loro interessi: commessi viaggiatori come
Tommaso Portinari e Giovanni Arnolfini, per l'ap-
punto, che in questa veste si erano stabiliti nelle
Fiandre.




Simili uomini d'affari godevano di grande consi-
derazione ed erano in genere personaggi molto
facoltosi.
Spinti dal desiderio di esibire la fama raggiunta,
essi amavano farsi ritrarre dai rinomati maestri
fiamminghi.
Si ricordi ad esempio Giovanni Arnolfini che
si era fatto immortalare insieme alla consorte in
un ritratto di Jan van Eyck. Non solo il ritratto
costituiva un tramite molto apprezzato per tene-
re vivo il ricordo del committente e della sua fa-
miglia, ma anche chi commissionava grandi pale
d'altare spesso vi compariva di persona in quali-
tà di donatore.




E' questo il caso dell'opera del trittico con l'A-
dorazione dei Pastori attualmente collocato ne-
gli Uffizi di Firenze, che fu dipinto per incarico
di Tommaso Portinari (si dice che all'epoca, no-
nostante la ricchezza raggiunta, fosse o gravas-
se in una crisi finanziaria dai Fatti ancora scono-
sciuta..).
Insieme all'Altare Monforte, sempre dello stesso
artista, la pala d'altare è tra le più grandi della
prima pittura nederlandese.




In posizione aperta l'opera è più alta e più larga
dello stesso 'Giudizio Universale' di Rogier van
der Weyden (dove la tela sembra aprirsi in....
crolli di dimensioni bibliche...); per dimensioni
la tavola centrale è seconda alla Comunione de-
gli Apostoli di Giusto di Gand (i quali se contem-
plati godono di una sorte di preoccupazione di
eterna caduta nel baratro del grande Giudizio U-
niversale...).
Sui battenti esterni del trittico Portinari compare
un'Annunciazione dipinta a grisaille in uno stile ol-
tre modo sobrio e discreto.
A battenti aperti, invece, il trittico esplode in un
tripudio di colori attorno al minuscolo Gesù qua-
le punto focale della rappresentazione (anche se
ad un esame attento appare plastico in tutta la
sua meravigliosa bellezza...).




Sull'anta sinistra è raffigurato Tommaso Portina-
ri e dietro di lui i figlioletti Antonio e Pigello e i
santi protettori: san Tommaso con la lancia e san-
t'Antonio vestito da eremita.
La moglie di Tommaso, Maria Baroncelli, e la fi-
glia diletta di lei, sono raffigurate in tutta la loro
sobria e mite ricchezza (non distanti dal bambino
adagiato in terra....) in ginocchio sull'anta destra
in compagnie delle sante Maria Maddalena, con
il vaso d'unguento (molto alla moda in quel perio-
do...), e Margherita con il drago ai suoi piedi.




Nello scomparto centrale trova posto l'Adorazio-
ne dei pastori, che in ginocchio sembrano acco-
gliere a braccia aperte il Bambino appena nato.
Insieme alle altre figure del quadro essi formano
un cerchio intorno al Bambino nudo (assente e
in stato di dormi-veglia..) disposto su un giaci-
glio di paglia, la quale paglietta allieta la sua nuo-
va venuta.....
Maria, Giuseppe, le schiere di angeli, tutti sono
rivolti con le mani giunte in adorazione del picco-
lo Redentore, in uno scenario creato dai resti del
palazzo di Re Davide....
(Prosegue....)