giuliano

giuliano
IL TOMO

martedì 25 giugno 2013

PROSTITUTE & BIBBIE















Prosegue in:

prostitute & bibbie (2)











New York (ma non è la sola..) è una città portuale, quindi la prostituzione
probabilmente esisteva da sempre, nelle bettole e nelle locande per i ma-
rinai, nelle sale da ballo, nelle drogherie sorte intorno a Collect Pound e
poi a Five Points.
Ogni volta che i giornalisti fanno cenno all'immoralità della promiscuità,
in realtà usano un escamotage per riferirsi alla prostituzione; condizioni
simili erano ritenute il prodotto o il terreno fertile per la prostituzione e
alludervi esplicitamente era un tabù sulla stampa del bel mondo.




Allo stesso modo si considerava la promiscuità razziale un segno di immo-
ralità e di incitamento alla prostituzione. La censura sul meretricio e sulla
possibilità di considerarlo un fenomeno economico e sociale degno di no-
ta continuò per tutto il secolo e fino al successivo, e lo trasformò in un'os-
sessione collettiva.
Lo vedevano ovunque ed era davvero così, anche se con modalità diver-
se da quelle credute. Per esempio è molto eloquente che in quel periodo
nessuno abbia mai notato o almeno commentato sulla stampa il mercimo-
nio sessuale implicito nel fenomeno delle 'hot corn girls'.




Se non altro dal punto di vista simbolico erano le ragazze a essere in ven-
dita e non le pannocchie.
Prima della Guerra Civile i bordelli erano concentrati soprattutto nella zo-
na portuale e nei bassifondi, in Cherry e Water Street, a Five Points e sul-
la Bowery.
Le sale da ballo, invece, erano locali che ospitavano un albergo, un salo-
on e un bordello sotto lo stesso tetto, con i servizi, personale e clienti in
comune.
La casa più importante e famosa era quella di John Allen al 304 di Water
Street.




Allen (si badi bene..) veniva da una famiglia di ecclesiastici: due dei suoi
fratelli erano pastori presbiteriani, e un terzo era pastore battista; lui stes-
so aveva studiato allo Union Theological Seminary, ma a un certo punto a-
veva cambiato vita e verso il 1850 insieme alla moglie aveva aperto una
casa di malaffare.
Il locale, rivolto ai marinai, non era molto più rispettabile di quelli in cui
si praticava il reclutamento forzato, ma esteriormente aveva un aspetto
vistoso e si diceva avesse incassato ben 100.000 $ in dieci anni.




La sua équipe di venti ragazze era agghindata con bustini scollati di raso
nero, gonne e calze scarlatte, e stivali rivestiti di rosso e ornati di campe-
nellini.
Allen l'aveva decorata con varie suppellettili religiose, rendendola così ul-
teriormente peccaminosa. Tre giorni la settimana, a mezzogiorno, leggeva
passi della Bibbia a prostitute e baristi poco prima che la casa aprisse, e
anche durante le ore di attività, a volte, chiamava a raccolta i dipendenti a
cantare inni (religiosi & morali...).
Le stanze del bordello religioso erano ognuna provviste di copie della Bib-
bia, sui tavoli del saloon erano sparpagliate riviste religiose, le pareti e-
rano decorate con litografie sacre e in occasioni speciali Allen regalava
ai suoi clienti copie del Vangelo e della Sacra Bibbia......
(Prosegue......)














domenica 23 giugno 2013

L' AQUILA (del Gran Zebrù)











"Una coraggiosa impresa è stata compiuta da alcune guide della Val.....
...hanno raggiunto e violato un nido di aquile reali su una parete di di-
rupi. La guida B accompagnata da un agente del Parco è riuscita a cat-
turare un aquilotto che però ha reagito artigliandone una mano; per...
libersarsene è stata costretta a ucciderlo sbattendolo contro la roccia....
(Dai giornali)

Una notizia:

sei alpinisti morti sul Gran Zebrù.....

Precedenti capitoli:

con Pietro Autier sulle orme del Payer

sulle orme del Payer  (2)

sulle orme del Payer  (3)

Prosegue in:

l'aquila del Gran Zebrù (2)











Benché siano passati più di 30.000 anni, io, grande aquila dei Feruc, maschio,
vecchissimo e forse ormai immortale, ricordo quel mattino di ieri.
Era l'età felice nella valle non c'erano né strade né ferrovia né ponti gettati so-
pra il fiume, e non si udivano altri rumori se non il vento, le acque, le frane, gli
uccelli, e i boschi erano pieni di bestie... e di ....; ed io non avevo visto ancora
l'uomo......




Degli uomini mi avevano parlato a lungo i genitori, come di animali strani, ma
non li avevo mai visti. Dicevano ch'erano bruttissimi ma furbi, più furbi di noi
aquile e perfino delle marmotte e delle volpi che sono furbissime.
Che non avevano becco né artigli, né ali né penne e neppure il pelo propria-
mente detto, di cui pure sono ricoperti anche i topi e i ghiri.
Che si muovevano più lentamente di tutti gli animali eppure con la loro astuzia
riuscivano a uccidere perfino gli orsi adulti. E si raccontava che un uomo aves-
se rubato le uova da uno dei nostri nidi; e le avesse bevute; ma questa era forse
una leggenda.




Certo il mondo allora era infinitamente più piacevole, più splendido il sole, più
grandi le montagne, più verdi i boschi, tutto più allegro e più pulito. Oppure è
una mia illusione e la sola differenza sta nel fatto che quella era la mia gioventù?
Anche oggi noi aquile siamo le regine delle rupi ma allora lo si era assai di più.
Grandi e magnifiche eravamo.
Poi cominciò la decadenza, ma la colpa è stata nostra?
Dite, sinceramente, dite pure: è colpa nostra se oggi siamo ridotte così sole e
poche?




Era mattino presto e già risplendevano, bianche, gialle e rosa, le guglie delle
somme creste, bellissime. Ma giù nei valloni restava ancora un po' del buio
della notte. Il cielo limpido, l'aria del Nord, l'odore delle rocce riscaldate dal
sole a poco a poco, una dolce giornata cominciava.
Vidi salire velocissima, come se portasse una notizia, mia sorella, a cui volevo
bene. Venne da me, disse che aveva scoperto un nido di uomini, maschio e
femmina con tre quattro figli piccoli: era in una piccola caverna, nel fondo del-
la valle presso il fiume.




Le dissi: 'Conducimi a vedere'.
Mi sentivo bene, avevo fame. Ci precipitammo a piombo.
'Là' indicò mia sorella 'dove c'è quel fumo'.
Ora ci abbassavamo lentamente. La famiglia era tutta su un breve prato, dinan-
zi alla spelonca. Stavano riscaldandosi al primo sole (si preparavano per un'...)
Gli uomini!
Rimasi sbalordito. Non mi aspettavo che fossero così grossi grassi e neppure
così orribili a vedersi. Proprio schifosi con quella pelle bianca e i grotteschi ce-
spugli di pelo qua e là, e quelle due gambe davanti lasciate ciondolare.
Sulle spalle avevano delle pelli di animale, forse di capra.




Ma era stupefacente come stavano diritti sulle gambe posteriori alla guisa di
scoiattoli, e si servivano delle altre due con meravigliosa varietà di movimenti.
I figli poi di pelo non ne avevano, tranne in testa; dovevano essere molli, e mol-
to appetitosi.....Benché cercassi di tenermi contro sole, dovetti fare qualche ma-
novra errata perché a un tratto mi videro.
La madre, che aveva il pelo in testa più abbondante, e due grandi mammelle,
prese il figlio ad uno ad uno e li portò di corsa nella tana mentre il maschio, a-
gitando un'asta, lanciava verso di me degli urli come non avevo mai sentito, non
tutti uguali come fanno di solito i mammiferi, ma di suono vario, cosicché ora
sembrava un cane, ora una pecora, ora una cornacchia, ora un orso, ora una
gallina......
(Prosegue....)















MADDALENA LA FALSA STREGA















Prosegue in:

Maddalena la falsa strega (2)











Un'altra visione, ben diversa e soprattutto più densa di conseguenze
per la storia della stregoneria moderna, fu prospettata dal folclorista
statunitense Charles Godfrey Leland (1824-1903).
Per quest'uomo ricco e coltissimo, nato e cresciuto in una città raffi-
nata come Philadelphia, l'approccio con la magia popolare italiana fu
come la scoperta di un mondo perduto.




Leland raccolse una grande quantità di testimonianze della Toscana
e dell'Appennino tosco-romagnolo, le fece tradurre dal dialetto all'-
italiano, le volse in inglese, le riordinò e compose tre opere.
Nella prima, 'Etruscan Roman Remains in Popular Tradition', stam-
pata nel 1892, affermava:




C'è nel Nord Italia una zona montagnosa conosciuta come la
Romagna Toscana, i cui abitanti parlano una forma grezza
di dialetto bolognese....
Per intenderci, la regione di cui parlo si può descrivere co-
me quella tra Forlì e Ravenna. Tra questa gente la streghe-
ria o stregoneria - o, come ho udito chiamarla, 'la vecchia
religione' - esiste ad un grado tale che molti italiani ne ri-
marrebbero stupiti. 
Questa stregheria, o vecchia religione, è qualcosa di più 
della magia e qualcosa di meno di una fede. Consiste nelle 
rimanenze di una mitologia di spiriti, i principali dei quali 
conservano i nomi e gli attributi degli antichi etruschi....





Il folclorista nel corso della sua ricerca, fu iniziato al culto strego-
nico della 'Romagna-Toscana' da una donna, conosciuta a Firenze
nel 1886, che si guadagnava da vivere facendo la cartomante e la
chiromante e che egli indicò sempre con lo pseudonimo di Madda-
lena.




Sulla base di una lettera, scritta e firmata dalla donna con una gra-
fia molto incerta, c'è chi ipotizza che il suo cognome fosse Talenti,
altri pensano che fosse Taluti o Taiuti.
Comunque sia, la fonte primaria delle informazioni di Leland fu....
Maddalena, che occasionalmente gli fece conoscere altre streghe,
tra le quali una certa Marietta.
A un certo punto Leland si insospettì, tanto che in una lettera del
23 giugno 1889 e una del 28 dello stesso mese, scrisse che Madda-
lena e Marietta avrebbero potuto essersi inventate dei versi magi-
ci facendoli passare come qualcosa di antico (in realtà sappiamo di
certo che erano due cirlatane...).




Forse espose a Maddalena i suoi dubbi e ottenne ampie rassicura-
zioni, dato che in una successiva lettera, scritta nel gennaio del 1891,
annotava:

Maddalena fu regolarmente addestrata (.....) come una strega.
Ha detto l'altro giorno che non si può mai arrivare alla fine di
questa stregheria, o stregoneria. 
La sua memoria sembra essere inesauribile (tanto è vero che 
non riusciamo a comprendere l'origine o il pozzo della sua...
scienza segreta.....).
Fa parte della formazione di una strega imparare incantesimi
senza fine, e questi sono sicuro che sono di origine estrusca...
Maddalena mi ha scritto lei stessa circa 200 brevi messaggi
di questo folklore, incantesimi e storie.....(compresi scanna-
menti e vari altri accidenti....).




Certo, una prima perplessità viene dal fatto che le formule magiche
riportate in entrambe le opere di Leland (Etruscan Roman Remains,
e Legends of Florance) non hanno alcuna corrispondenza con le tra-
dizioni raccolte nella stessa epoca, e nessuna attinenza storica circa
i consueti argomenti riguardanti il paganesimo, neppure alcuna corri-
spondenza con il folclore locale.
Ma è soprattutto la struttura delle brevi formule a lasciare perplessi:
sono troppo ripetitive e simili l'una all'altra per poter provenire da
aree culturali tanto diverse come le campagne toscane e le colline
romagnole...... 
(Prosegue...)  













lunedì 17 giugno 2013

LA 'TESTA' DELL' UOMO ELEFANTE













Prosegue in:

la testa dell'Uomo Elefante (2)











Il dottor Treves mise per iscritto, dopo molti anni, i suoi ricordi
sull'Uomo Elefante, sembra fosse interessato non solo a presen-
tare la propria testimonianza in nome del culto vittoriano del sen-
timentalismo, ma a rispondere a certe accuse rivoltegli in occasio-
ne della morte di Merrick.
E' difficile capire in che cosa consistessero con precisione queste
accuse dal circospetto 'Rapporto dell'inchiesta del coroner' appar-
so sul Times il 16 aprile 1890.




'Il coroner ha detto che il defunto era stato presentato al pubblico
come curiosità e che, quando è sopravvenuta la sua morte, si è
deciso per ragioni prudenziali di svolgere questa inchiesta'.
Fu presumibile per proteggere Merrick dai suoi sfruttatori che Tre-
ves lo fece ricoverare nell'ospedale di Londra e che il dottor F.C.
Carr Gomm, direttore di questa istituzione, raccolse con una sot-
toscrizione pubblica una somma sufficiente a farvelo rimanere.




Tuttavia venne esibito anche in seguito, con la supervisione del
dottor Treves, in vari congressi medici e costretto a mostrare le
proprie 'nudità' per amore della scienza e del progresso, come a-
veva fatto sapere in precedenza per il profitto del suo impresario.
Comunque, poiché il coroner stabilì che era morto nel proprio
letto per cause naturali, l'unico tribunale che avrebbe potuto con-
testare il comportamento di Treves era la sua stessa coscienza.
Ma anche davanti a un giudice così spietato, egli avrebbe potuto
invocare come circostanza attenuante il fatto che i rapporti da
lui preparati per questi congressi sono la sola testimonianza at-
tendibile a nostra disposizione di quello che era l'aspetto dell'Uo-
mo ..... Elefante nei suoi ultimi giorni.....




Sono redatti nel linguaggio neutro della 'teratologia' e di conse-
guenza non è facile capire basandosi soltanto su di essi, che cosa
avesse fatto di Merrick la meraviglia della sua epoca (visto che an-
che il dottor Treves in fin dei conti adoperò, come precedentemen-
te altri, il povero Uomo Elefante...): 'alcune esostosi congenite del
cranio; abbondanti escrescenze papillomatose e grandi masse pen-
dule con riferimento alla pelle (colore, origine, gen...), grande allar-
gamento dell'arto superiore destro, interessante tutte le ossa'.




A un certo punto, tuttavia, Treves si interrompe per spiegare l'ori-
gine del nome (forse è più corretto dire.. dei nomi...) mitologico
di Merrick: 'Per la massiva deformazione del capo e per le ampie
aree coperte da escrescenze papillomatose, il paziente è stato chia-
mato 'l'Uomo Elefante'; e più avanti ci conferma che 'Merrick attri-
buiva la propria condizione a uno choc subito dalla madre quando,
(un lontano 11 settembre, ma forse ancor prima...) poco prima che
lui nascesse, venne buttata a terra da uno elefante in un circo'.




Era in quella maniera che Merrick poteva affrontare ciò che altri-
menti gli sarebbe parso mostruosamente inspiegabile; come parla-
re di 'esostosi congenite' e di 'escrescenze papillomatose' era la
soluzione data dal dottore al medesimo problema.
Ma il loro linguaggio antimitologico non dà idea dell'attrazione e
insieme della ripugnanza suscitata dal suo aspetto, l'aspetto per in-
tenderci dell'Uomo Elefante, che gli rendeva impossibile uscire per
strada senza essere circondato dalla folla (e senza neppur impedire
che la stessa folla da baraccone, divenisse la nuova ed inaspettata
ricchezza....del dottor...).




In questo senso non ci aiutano molto nemmeno le diagnosi succes-
sive che definirono la sua malattia congenita 'iperostosi generalizza-
ta con pachidermia' o 'neorofibramatosi multipla' (tumori sparsi nei
nervi ed ovunque dal cranio alla pelle).
Ma nel suo ultimo saggio su questa 'delicato' tema, destinato al let-
tore generico (ricordiamo che il dottor Treves gode di cospicue sov-
venzioni dall'ospedale cui dipende, nonché dallo Stato stesso..., ra-
gione per cui il saggio destinato ad un volgo inesperto tendeva a tra-
scurare molti più particolari, di quanto in realtà il bravo dottore vole-
va svelare....).
Comunque il dottor Treves enuncia l'Uomo Elefante in questi termi-
ni:




"La sua caratteristica più impressionante è la testa enorme e defor-
me. Dalla fronte sporgeva una grande massa ossea simile a una pa-
gnotta, mentre dalla nuca penzolava un sacchetto di pelle spugnosa
con l'aspetto di un fungo, la cui superficie ricordava un cavolfiore
bruno.... L'escrescenza ossea sulla fronte gli occludeva quasi com-
pletamente un occhio.  La circonferenza del capo non era inferiore
a quella media della vita di un uomo. Dalla mascella superiore spor-
geva un'altra massa ossea. Usciva dalla bocca come un moncherino
rosa, rovesciando il labbro superiore e riducendo la bocca stessa a
una mera apertura sbavante.... Il viso non era più espressivo di un
blocco di legno nodoso....".
(Prosegue....)









sabato 15 giugno 2013

L' ALTRO WARREN













Precedente capitolo:

l'altro Oswald (2)

Prosegue in:

l'altro Warren (2)











.... Meglio non ricordare a tutti che i prestigiosi poliziotti di
Scotland Yard non erano mai riusciti a catturare il colpevole,
inutile soffermarsi su un brutto periodo della storia inglese,
allorché la polizia metropolitana era afflitta da uno dei suoi
peggiori commissari capo.




Sua maestà la regina non doveva essere del tutto in sé quan-
do aveva deciso di richiamare dall'Africa un generale troppo
tirannico e di assegnargli il comando delle forze di polizia di
una città che già odiava gli sbirri e i 'mosconi', come allora
venivano chiamati con disprezzo i poliziotti.




Cherles Warren era un uomo aspro e arrogante che amava
indossare uniformi rutilanti.
Quando iniziarono i delitti dello Squartatore nel 1888, War-
ren era a capo della polizia da due anni e la sua risposta a
ogni evenienza erano il sotterfugio politico e la forza, come
aveva mostrato l'anno prima, nella 'domenica di sangue' del
13 novembre, quando aveva proibito una pacifica manifesta-
zione socialista a Trafalgar Square.




L'ordine di Warren era illegittimo e perciò fu ignorato da ri-
formatori socialisti come Annie Besant e il deputato Charles
Bradlaugh, e la dimostrazione pacifica procedette come an-
nunciato.
Per ordine di Warren, la polizia assalì il corteo, che era di-
sarmato e non si aspettava l'attacco. La polizia a cavallo ca-
ricò, 'facendo rotolare sulla strada uomini e donne come bi-
rilli' scrisse Annie Besant.




Poi giunsero i soldati - che erano pronti a fare fuoco e che
brandivano gli sfollagente - e donne e uomini, lavoratori pa-
cifici e rispettosi della legge, rimasero sulla strada con le os-
sa rotte.
Due morirono, molti erano feriti, moltissimi vennero impri-
gionati senza processo. Fu allora che venne fondata la Lega
per la legge e la libertà, che aveva lo scopo di difendere le
vittime della brutalità poliziesca.




Né gli abusi di potere di Warren erano finiti, perché quando
venne annunciato il funerale di uno dei manifestanti, egli pro-
ibì al carro funebre di passare lungo le vie principali a ovest
del ponte di Waterloo...
(Prosegue...)












mercoledì 12 giugno 2013

L' ALTRO OSWALD













Simmetrie......

Mauser 7.65 (22)

Prosegue in:

l'altro Oswald (2)










Walter rappresentava la terza generazione di artisti.
Il nonno Johann Jurgen Sickert era un pittore così dotato da
guadagnarsi la protezione del re Cristiano VIII di Danimarca.
Il padre di Walter, Oswald, era un ottimo pittore e disegnato-
re che però non riuscì mai a farsi un nome né a guadagnarsi
da vivere.




Una vecchia fotografia lo ritrae con una barba lunga e disordi-
nata e gli occhi gelidi che brillano di collera.
Come per gran parte della famiglia Sickert, i particolari che lo
riguardano sono svaniti col tempo, come le immagini di un da-
gherrotipo sviluppato male.
Da una ricerca di documenti è emersa una piccola raccolta di
scritti e disegni che fa parte delle carte del figlio conservate
presso la biblioteca di Islington.




E' stato necessario tradurre l'alto tedesco di Oswald, scritto
a mano, prima in basso tedesco e poi in inglese, procedimen-
to che ha richiesto sei mesi e che ha fruttato solo una sessan-
tina di brani, perché gran parte dei suoi scritti erano assulata-
mente indecifrabili.
Per quel che si sa, Oswald era sempre in procinto di partire,
al punto che ci si domanda quando trovasse il tempo per lavo-
rare.




Le sue escursioni occupavano talvolta la maggior parte della
giornata, e a volte viaggiava in treno fino a tarda notte.
Un esame delle sue attività nel corso di una settimana scelta
a caso ci mostra un uomo che non riusciva a stare fermo e
che faceva sempre quello che voleva; le pagine del diario so-
no incomplete e non hanno data, ma dalle sue parole emerge
il ritratto di un uomo tutto preso in se stesso, capriccioso ed
irrequieto.




Il Giovedì di una data settimana, Oswald Sickert viaggiò in
treno da Echkenforde a Schleswig e poi a Echen e Flenburg
nel Nord della Germania.
L'indomani andò a 'dare un'occhiata' alla nuova strada 'lungo
la ferrovia' e camminò 'lungo il porto fino alla Nordertor' e
attraverso un campo fino 'alla gora e di lì a casa'.
Consumò la colazione e trascorse il pomeriggio alla 'birreria
all'aperto di Notke'.




Di lì andò a vedere una fattoria e poi tornò a casa.
Venerdì: 'Andato da solo' a visitare Allenslob, Nobbe, Jantz,
Stropatil e Moller.
Incontrò un gruppo di persone e cenò con quelle e alle 22...
tornò a casa.
Sabato: 'Andato a passeggio da solo, in città'.




Quella domenica era stato fuori casa per tutto il giorno, poi
aveva cenato e in seguito avevano suonato e cantato in casa
fino alle 22.
Il Lunedì era andato a piedi fino a Gottorf, poi era 'tornato at-
traverso i campi/le fattorie e la torbiera...'.
Il Martedì si recò a cavallo da Mugner, pescò fino alle 15 e.....
prese 'trenta carpe'. Incontrò alcuni amici presso una mescita
di liquori.
'Mangiato e bevuto' con loro, 'tornato alle 23'.




Dagli scritti di Oswald risulta chiaro quanto odiasse le autori-
tà, in particolare i poliziotti, e le sue parole irridenti e rabbiose
fanno stranamente pensare a quelle con cui Jack lo Sqartatore
sfidava la polizia:
- Prendetemi se potete...
scrisse varie volte lo Squartatore.




- Urrah! La guardia è addormentata!
scrisse il padre di Walter Sickert.
'Quando lo vedete così stentereste a credere che è una guardia.
Devo dargli una scrollatina per amore dell'umanità e avvertirlo
che la campana è suonata.... oh, no, lasciamoli dormire un così
bel sonno.
Può darsi che sogni di arrestarmi, non togliamogli questa illusio-
ne'......
(Prosegue.....)













sabato 8 giugno 2013

LA CACCIA

































Prosegue in:

la caccia (2) &

Lee Oswald










Chester Napier: 'Queste sono storie tramandate dai miei an-
tenati e dagli antenati di mia moglie.
E ti racconto questa che mi hanno raccontato su un prozio o
un parente di mia moglie.
Andavano a caccia di orsi. E andavano coi cani o seguivano
le tracce nella neve; se l'orso entrava in una grotta, uno di lo-
ro si sdraiava sulla soglia col coltello e quando l'orso usciva
fuori gli piantavano il coltello in pancia e gli tagliavano via le
viscere, e lo ammazzavano in quel modo, capisci...




Allora, lui stava a caccia e i cani stanano l'orso, e l'orso gli
veniva addosso giù dalla cresta della collina, e lui fa per ar-
rampicarsi su un albero.
Ma aveva tanta di quella paura che non ci si arrampicava
sopra - resta ai piedi dell'albero e raccontano che correva,
correva tutto intorno al tronco.




Alla fine, quando lo trovano e lo calmano un po', dice:
- Aspettate che scendo dall'albero.
E uno degli altri dice:
- Va' al diavolo, non ci sei salito sull'albero. Stai seduto per
terra.
Aveva preso uno spavento tale che non era riuscito a salire
sull'albero. Ma credeva che ci stava sopra'.




Il rapporto è rovesciato, ma i protagonisti (della caccia al-
l'orso...) sono ancora quelli della storia di George Burkhart:
l'albero e l'orso, e un confronto con i pericoli della natura.
L'albero cavo di George... unisce la vita e la morte: le sue
dimensioni offrono protezione, ma il fatto che sia cavo sug-
gerisce che è morto.




Il rapporto fra gli alberi cavi e la morte torna anche in altri
racconti: per esempio un albero cavo dà il rifugio agli ante-
nati di Curtis Burnam dopo che hanno passato Pennington
Gap, ma è abbattuto dal vento e gli crolla addosso ucciden-
doli. Come nel racconto di London  'silenzio bianco'.
Fred Napier racconta la storia di un fuorilegge a Cranks do-
po la guerra civile:
- Lo fecero a pezzi, un pezzo alla volta. Orecchie, naso,
lingua, gli cavarono gli occhi e nascosero il corpo in un tron-
co cavo, dove le sue ossa furono trovate per caso dal nonno
di Fred molti anni dopo.




E poi, l'orso. Da 'The Big Bear of Arkansas' di T. Bangs
Thorpe a 'The Bear' di W. Faulkner, l'orso è una metafo-
ra letteraria della terra, del sangue, della caccia, del sa-
crificio. Ed è legata al suo possesso, al suo dominio.
O vive l'uomo, o vive l'orso, non c'è posto per ambedue.
In modo forse meno articolato e cosciente, ma non meno
carico di senso, l'orso svolge lo stesso ruolo nei miti d'ori-
gine di Harlan County - l'orso letteralmente sciolto nelle
acque secondo il racconto di J. Shell, l'animale pugnalato




a morte in un abbraccio quasi erotico nel racconto di C.
Napier.
E certe storie a Harlan intrecciano la comicità e il gusto
della 'tall tale' esagerata della frontiera.
Ben Campagnari: 'Una volta c'era un ragazzo, gli piaceva
di sentirmi raccontare le 'tall tales', e dice, 'Ben, sai qual-
che bella storia?'.
'Be', non tante', dico io. Stavo coi miei fratelli - dico - a
giocare a carte, e resto senza soldi e gli chiedo se me li
prestano.




Non se ne parla, dicono loro; di te non ne vogliamo più
sapere. E quando dissero così, io dissi, 'Va bene, vado
fuori e mi ammazzo un orso'.
Così sto un po' lì fuori, sotto una roccia sporgente, e ve-
do un grosso orso nero che viene avanti - mi giro sui tac-
chi e scappo di corsa verso la baracca, e quando arrivo
alla porta avevo tanta ansia di entrare che apro la porta
e casco dentro e l'orso pure entra e casca addosso a me.
Loro stavano lì che giocavano a poker.
Dico, 'Scuoiatelo ragazzi, intanto io ne vado a prendere
un altro!'.
(Prosegue.....)