giuliano

mercoledì 16 gennaio 2013

PASSAGGIO A NORD-EST

























Dal diario di Giacomo Bove sulla spedizione artica svedese 

con la nave Vega (1878-1880).




VISITA DI MENKA, CAPO DEI CIUKCI




Questa mattina fummo visitati dal capo dei Ciukci della Penisola omonima,
il quale dimora a Markowa e trovasi da queste parti per riscuotere il tribu-
to delle popolazioni poste lungo la spiaggia di questa penisola.
Wassily Menka, non appena messo piede a bordo, ci presentò un 'ukase'
scritto in russo nel quale era considerato come il capo dei Ciukci della par-
te orientale della baia di Coliucin, i quali dovevano ubbidirgli e pagargli quei
tributi che egli sarebbe andato a riscuotere.
Questo 'ukase' portava il timbro della Cancelleria imperiale di Ircutsk.




Fu fatto scendere nel quadrato, ed egli, vedendo alcuni quadri appesi lungo
le parti e credendoli santi, cominciò a gesticolare dinanzi ad essi facendosi
a più riprese il segno della croce e borbottando certe preghiere senza darsi
il minimo pensiero delle persone che gli stavano intorno.
Finita che ebbe la sua preghiera dinanzi ad un quadro che rappresentava una
visita notturna di Romeo, ci salutò con lunghi 'probasci' (unica parola che sa-
pesse di russo e che vuol dire buon-giorno).




Nordquist, che giunge già a farsi capire in ciukcio, gli rivolse diverse domande.
Rispose che veniva da Markowa, distante dieci giorni, e che, lasciate le sue
renne ad una giornata di marcia a monte di Pitlekai, s'era spinto con una slitta
e due schiavi a detto villaggio, non tanto attiratovi dal tributo che doveva riscuo-
tere dagli abitanti di Pitlekai, quanto dalla notizia del nostro arrivo, che a quest'-
ora credo abbia già fatto il giro di tutta la penisola.




Gli furono offerti dei sigari, che egli fumò colla voluttà che impiega un barbaro
quando arriva a mettersi in bocca uno di questi malanni dell'umanità; ma ciò
che gli stava a cuore era la bottiglia di cognac.
Il Menka, di capo non ne ha certamente la presenza: è piccolo e con una fac-
cia delle più brutte che si possano immaginare.
Gli si domandò quando ripartiva per Markowa, rispose: dopodomani; allora
il professor Nordenskiold lo pregò di portare una lettera al Governatore di
Anadirsk, ove si diceva che la 'Vega' era giunta all'est della Biaia di Coliucin,
e si attendeva che le acque si facessero libere per continuare il nostro viaggio.




Gli furono consegnate, chiuse tra due tavolette, anche delle lettere personali,
e Hovgaard e Nordquist seguirono Menka sino al suo prossimo accampamen-
to.
Menka volle vedere quello che le tavolette contenevano e apertele tirò fuori
la lunga lettera al Governatore, la spiegazzò dinanzi al popolo e cominciò con
un sangue freddo ammirabile a leggere, benché il brav'uomo non si fosse ac-
corto che il foglio era capovolto.




Menka gode di tutta l'autorità di un capo e su di questo pare non voglia transi-
gere. Ed invero, sia che si trovi nella tenda che lo ha ospitato, sia fuori di essa,
i restanti stanno a rispettosa distanza e si fanno un dovere se non un piacere di
prevenire qualunque suo desiderio.
Del resto la nostra presenza nella rada di Pitlekai deve aver servito non poco
ad aumentare la sua autorità, poiché egli ebbe l'onore di scendere nel nostro
quadrato.

Prosegue in:

Dal diario di Giacomo Bove








lunedì 14 gennaio 2013

GIACOMO BOVE (23 aprile 1852, 9 agosto 1887)











Brevi pagine tratte da:






















Giacomo Bove, Viaggio alla Terra del Fuoco

Prosegue in:

il suicidio di un grande








Sebbene il tempo fosse minaccioso, e molti mi avessero sconsigliato
di partire, tuttavia per rompere ogni indugio ordinai alla 'San Iosé' di
porre alla vela.
Breve fu però il cammino, che sia per l'aumento del vento, sia per
dar ordine alle molteplici impedimenta che erano state cacciate alla
rinfusa nella stiva, all'imbrunire ancorammo presso la baia dell'Acqua
Fresca.




Nella notte soffiò un mezzo uragano dal SO, ma la mattina seguente
il vento si ridusse ad una leggiera brezza e noi ponemmo alla vela.
Era mia intenzione di entrare nel canale di Maddalena senza ulteriori
dilazioni, ma giunti dinanzi a Porto Fame, spinto dal desiderio di visita-
re questa famosa località ed attratto dalla presenza della goletta 'San
Pedro', ordinai di ancorare.




Gettammo l'ancora in Voces Bay, una leggiera insenatura posta al
Sud del soprannominato porto. Sbarcati fummo ricevuti cortese-
mente dal signor Haase, che aveva fatto di Voces Bay il quartier ge-
nerale dell'immensa concessione ottenuta dal governo Chileno.
L'attività che il signor Haase spiega in ogni sua intrapresa è vera-
mente sorprendente.




Benché da sol tre giorni in Voces Bay, non meno di dieci cammini
erano stati aperti nel bosco, ed uno di essi lungo quasi due miglia,
finiva ad un magnifico parco di alberi, alcuno dei quali fu da me tro-
vato da uno a due metri di circonferenza.
Il signor Haase mi assicurò che le sponde del Rio S. Juan possie-
dono alberi di maggiori dimensioni; ma io non ebbi il tempo di ac-




certarmene, desiderando ardentemente d'impiegare le poche ore
di giorno che ancora rimanevano nella visita di Porto Fame.
Quanti attraversano lo Stretto di Magellano non mancano di getta-
re una commiserevole sguardo su quella località, la quale fu teatro
di tante sciagure e di tante sofferenze.
Porto Fame venne scelto da Sarmiento come il punto più adatto




per fondazione della colonia che, per suo consiglio, Filippo II di
Spagna aveva ordinato di stabilire nello Stretto di Magellano, ad
impedire il passaggio di quelle navi straniere che potessero pregiu-
dicare il successo delle colonie spagnole del Chili e del Perù.  
Ventitre navi partirono dalla Spagna a tale scopo, ma di esse solo
cinque raggiunsero lo Stretto, dal quale pochi giorni dopo furono
scacciate da un continuo succedersi di cattivi tempi.




Sarmiento riparò colla sua flotta in Rio Janiero, per rifornirsi del
necessario e nel novembre (1584), rinforzato da quattro vascelli
pervenutigli di Spagna, rifece vela per il Sud.
Senza gravi inconvenienti raggiunse la baia Gregorio, ma quivi i
capitani delle sue navi dichiararono di non volere più oltre proce-
dere.




Sarmiento sbarcò con 300 uomini, e nella località ora conosciuta
col nome di N. S. della Valle fondò una colonia a cui pose il nome
di Gesù.
La colonia nacque sotto i più tristi auspici; però né l'avversità del
tempo, né l'ostilità dei Patagoni, né l'infame diserzione delle navi
valsero a scuotere il ferreo Sarmiento, il quale, dopo aver dato gli
ordini necessari per la costruzione di alcuni fortini sul secondo Re-
stringimento, si pose in marcia con 100 uomini verso Porto della
.....Fame.....









sabato 12 gennaio 2013

STEPHEN SOMMIER (1848 - 1922)












 

Brevi pagine da Un viaggio d'inverno in Lapponia di Stephen Sommier

Dello stesso autore un prezioso per quanto raro Tomo di un suo viaggio:
















S. Sommier, Un'Estate in Siberia 







Compiuta con pieno successo la prima parte del nostro viaggio, ci rimane
da menare a buon fine la seconda.
Vogliamo traversare la Lapponia nella sua massima larghezza, fino al Mar
Bianco o fino al Golfo di Botnia, secondo le circostanze. Vogliamo cono-
scere quelle fredde regioni dell'interno, dove regna sovrano il Lappone no-
made colle sue renne.
Non v'è qui l'attrattiva di una impresa non ancora tentata, come nella no-
stra visita invernale al Capo Nord; tuttavia all'infuori degli indigeni, sono
ben pochi quelli che hanno visitato il cuore della Lapponia in inverno, ed
ancora meno quelli che l'hanno traversata in interno.




Siamo dunque ansiosi di cimentarci alla prova, e di imparare a conoscere
una vita del tutto nuova per noi. Per questo da Hammerfest siamo venuti a
Bossekop, che deve essere il punto di partenza.
E' questo piccolo villaggio in fondo ad un lunghissimo fjord, e per conseguen-
za in paese già in parte sottratto alla influenza della corrente del Golfo.
Ce ne accorgiamo dal freddo maggiore, dai venti meno impetuosi, dal cielo
più spesso sereno.
Un piccolo tratto del mare qui è gelato, cosa che non avviene sulla costa ester-
na. La prima cosa che abbiamo fatta giungendo, è stata di spedire un messag-
gio a Karasjok, distante tre giorni di qua nell'interno, chiedendo un treno di
slitte, renne e guide per condurci costà.




Prima che giungano però, passeranno ancora molti giorni, durante i quali avre-
mo, per distrarci, una gran fiera alla quale devono venire alcune centinaia di
Lapponi dall'interno; sarà una eccellente occasione per fare più ampia conoscen-
za con questa strana gente.
Intanto per passare il tempo, posso dirvi qualcosa di questi Lapponi dei quali for-
se conoscete poco più che il nome.....
I Lapponi sono un piccolo popolo di circa 30 mila anime, che vive nelle parti più
settentrionali dell'Europa, nella regione che da esso è detta Lapponia. Quella re-
gione comprende l'estremo Nord della Scandinavia, e la parte della Russia che
è a ponente del Mar Bianco.




I Lapponi sono quindi sudditi della Svezia e Norvegia, in parte...della Russia.
La Lapponia è regione di altipiani, di monti, di paludi e di boschi. Freddissima
e coperta per due terzi dell'anno di neve, non è adatta ad alcuna cultura.
Anche i boschi di pini e betulle non vi prosperano che nelle valli riparate e nel-
le parti meno fredde. Il terreno è ricoperto per la maggior parte da muschi e
da licheni.
Un tal paese non può essere abitato che da un popolo pastore, cacciatore e
pescatore; e difatti tale è il Lappone. D'inverno caccia gli animali da pelliccia
e i francolini; ma durante tutto l'anno, principale occupazione del Lappone è
il custodire le sue renne......

Prosegue in:

S. Sommier, Un viaggio d'inverno in Lapponia (2)


Ascolto consigliato:

Agnes Buen Garnas, Jan Garbarek, Rosensfole




















venerdì 11 gennaio 2013

FRANCESCO NEGRI (Ravenna 1623 - Ravenna 1698)













Brevi pagine da "Viaggio Settentrionale" di Francesco Negri.




Il Nord-cap, anzi la Lapponia, che forma l'ultima parte boreale della
Scandinavia, ha la figura di promontorio però ha da tre parti il mare,
che molto le mitiga il rigor del freddo, e ne addussi la ragione nella
lettera quinta, onde può produrre, alberi, benché piccoli e a stento,
i quali somministrano il fuoco continuo e necessario alla nazione, e
per conseguenza può sostentarvisi.




La Gronlandia ha da una parte sola il mare, e da tre la terra: dunque
patisce maggior freddo che la Lapponia, anche a gradi 72; dunque
tanto più lo patirà a gradi 76; il che mi fa credere che non vi nascano
alberi, e per conseguenza sia il paese disabitato, e fors'anche disabita-
bile agli uomini.
Similmente la Novazembla a gradi 72 ha da una parte la terra ferma,
colla quale è continua; dall'altra parte verso al polo ha pure la terra
di sè stessa, che si sporge fino a 77: sicchè da due parti ha nevi e
ghiacci.




Dalla parte di ponente ha il golfo, nel qual si entra per lo stretto Vai-
gatoh; e questo golfo, essendo circondato da terra, si agghiaccia l'-
inverno, in modo che la terra di Novazembla corrispondente al Nord-
cap è assediata da tre parti da nevi e ghiacci; il che pure mi rende
credibile, che non vi nascano alberi, nè abitatori vi siano.




Per ritornar al racconto della Finmarkia, dico che la terra in tutta la
provincia è montuosa, sassosa e alpestre; e per esser vicino al suo
mare il giogo dei monti, che la dividono dalla Lapponia di Svezia,
conseguentemente i suoi fiumi, che hanno breve corso al mare, so-
no piccoli.
Consiste per lo più la provincia in isole, alcuna delle quali sarà di
cento miglia italiane di giro: così Sur-o, e poco meno Magr-o, nella
quale è il Nord-cap, e la residenza d'un paroco, col quale ho potuto
parlar latino.




Questi golfi danno buon ricovero alle navi, servendo loro quasi di
molo naturale le rupi scoscese e i monti sassosi, che li circondano:
l'inverno ghiacciano totalmente, e vien il ghiaccio tutt'intiero solle-
vato e abbassato dal flusso e reflusso.
Pochi alberi produce il paese, ma solo alla fine dei golfi. Qui non
si vede popolazione alcuna, ma le famiglie stanno separate tra di
loro per qualche miglia, e vivono o sopra la spiaggia del continente,
o dell'isole.




Al più tre o quattro abitazioni si ritrovano in qualche luogo, sicchè
poco popolato è il paese. E tuttociò non riesce di gran lunga tant'-
aspro e orribile l'abitarvi, quanto uno concepirebbe, che non l'aves-
se provato.
Tutte le cose necessarie al mantenimento della vita sono facilmente
parabili, fuori che una. Abitazione, fuoco lumi, vesti, cibi e bevande
nessun danaro e poca fatica costano.....







 

giovedì 10 gennaio 2013

ESPLORATORI PERDUTI (2)















Precedente capitolo: esploratori perduti: Hillyer Giglioli

La collezione fotografica di Enrico Hillyer Giglioli conservata nel
prezioso Archivio Fotografico del Museo Nazionale Preistorico
Etnografico comprende ben 6.095 immagini prevalentemente su
tematiche etno-antropologiche, eseguite per la maggior parte tra
il 1860 e il 1890, divise per sezioni geografiche e illustranti popo-
li di tutti i continenti.




La raccolta riveste oggi un valore eccezionale sia per la storia
della scienza antropologica che per la storia della fotografia.
I criteri alla base dell'uso della fotografia negli studi antropolo-
gici ottocenteschi emergono con chiarezza da tutta l'opera del
Giglioli.




Il quale costantemente documenta con il mezzo visivo le sue
descrizioni di questi antichi e rari tipi umani, di usi sociali dei
popoli 'altri', le più diverse patologie, senza però trascurare il
più domestico costume italiano.




La formazione della raccolta fotografica è ben illustrata dalle
stesse preziose parole del Giglioli, che risplendono come gem-
me di altri mondi, qui e per sempre conservati.




Il quale Giglioli in un suo scritto, apparso postumo nel 1911,
diceva:
Durante il mio viaggio di circumnavigazione cominciai 
una raccolta di ritratti fotografici di indigeni dei vari 
paesi visitati; dopo il mio ritorno continuai sistematica-
mente ad accrescerla con altri soggetti e classificarla, e 
oggi essa riempe 25 grandi cartelle in quarto più una in 
folio, e consiste di oltre 10.000 fotografie.




Citiamo solo qualcuno dei nuclei di questa raccolta:
le fotografie di Mantegazza e Sommier in Lapponia, di
Loria nel Borneo, di Montabone in Persia, di Beato e Re-
njo in Giappone, di Boggiani in America meridionale, di
Hillers, O'Sullivan e Jackson in America settentrionale,
di Brogi e Traversi in Africa.
(The American West, L'arte della frontiera americana;
libro consigliato: S. Mazzotti, esploratori perduti)

















martedì 8 gennaio 2013

LA GIURIA & LA GUERRA (...delle banche)















I paesi detti 'in via di sviluppo', in realtà non possono affatto svilupparsi perché
quel poco che riescono a guadagnare devono darlo alle banche, privando i cit-
tadini di scuole, ospedali e della possibilità di vivere una vita vivibile.
La creazione e il controllo della moneta danno un potere di creare crisi, oppu-
re di avitarle.
La Federal Reserve è nelle mani di alcuni banche private, possedute dai soliti
personaggi: i Rockefeller, i Rothschild, i Warburg, i Morgan, Jacob Schiff, Ber-
nard Baruc ecc....
Nel 1913, questi potenti banchieri riuscirono a far approvare una legge, la Fe-
deral Reserve Act, per avere il potere sull'emissione delle banconote. Gli stes-
si americani non sanno e non immaginano che la Fed è costituita da banche pri-
vate, e che ottiene il pagamento delle cifre che stampa sui 'pezzi di carta', più
gli interessi.
Un salasso per tutti i lavoratori americani (e non...).
Il premio Nobel per l'economia Maurice Allais spiega il meccanismo truffaldino
delle banche:




La banca crea ex nihilo....Essenzialmente, l'attuale creazione di denaro ex-
nihilo operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da 
parte di falsari. 
In concreto, i risultati sono gli stessi. 
La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto.

Lo studio fatto dal Congresso americano nel 1964 spiegava cosa era la Fed
e quali erano i suoi poteri:

La Federal Reserve è una macchinetta che crea moneta. 
Può emettere moneta o assegni. Non ha il problema di concepire gli asse-
gni perché può ottenere le banconote da 5 e 10 dollari, necessarie per co-
prirli, semplicemente chiedendo all'ufficio del conio del Ministero del Te-
soro di stamparle.




Questo gruppo di banchieri si impadronisce delle ricchezze del mondo, sen-
za produrre nulla in cambio. Il governo americano preleva la tassa sul reddi-
to per pagare gli interessi sul denaro stampato da questo gruppo di privati,
cioè sottrae ricchezza al popolo per rimpinguare le casse dei ricchi.
Avere il potere di stampare denaro è avere moltissimo potere.
Significa anche condizionare l'intero sistema socio-economico, e poter impe-
dire l'esistenza di una vera e duratura democrazia (contraria a taluni principi
economici...).
I presidenti americani che hanno cercato di cambiare le cose sono stati ucci-
si. Ad esempio, Lincoln e Kennedy avevano entrambi trovato un modo per
sottrarre potere alla Fed, e pagarono con la vita.




Oggi le autorità politiche americane non osano mettere in dubbio lo strapo-
tere dei banchieri, e si limitano a percepire somme enormi per le loro cam-
pagne elettorali....
La autorità americane ingannano i cittadini facendo credere che la Fed sia po-
sta sotto il controllo del governo americano. Per rendere credibile l'inganno,
i presidenti nominano il governatore della Fed, ma in realtà è il governo ameri-
cano ad essere subordinato al potere delle banche, e non viceversa.
La cosiddetta 'globalizzazione' comprende di fatto una serie di strategie atte
a rafforzare il potere dell'élite ricca e ad imporlo quale stile di vita e pensiero
...a tutti i paesi del mondo.
Il Fondo Monetario e la Banca Mondiale sono istituti privati.




Nel Fondo Monetario il peso di ogni Paese dipende dalle quote azionarie.
USA & Gran Bretagna hanno il 60% delle quote e perciò ne hanno il control-
lo. Tali istituti rappresentano le banche commerciali che concedono prestiti ai
governi.
Applicano interessi da usurai (dal 22 al 52%) e condizionano i prestiti all'attu-
azione, da parte dei governi, di politiche che trascinano la maggior parte della
popolazione verso la miseria o la morte: svalutazione della moneta, il consegu-
ente rincari dei prezzi delle merci importate e dei beni primari: licenziamento
to degli impiegati pubblici; soppressione di aiuti o incentivi all'agricoltura o all'-
artigianato; privatizzazioni delle aziende statali e riduzione drastica delle spese
sociali.




Gli effetti sono devastanti: aumenta l'analfabetismo, la durata della vita media
diminuisce e aumenta la mortalità infantile. I funzionari di queste organizzazio-
ni non sono eletti, e non devono rendere conto dei danni che arrecano alle
popolazioni e dei morti che le loro politiche causano nei paesi del Terzo Mon-
do.
Le politiche economiche del Fmi e della Bm, mirano a sottrarre ricchezza e a
devastare le politiche sociali, ad indebolire i governi e a togliere loro ogni pote-
re di intervenire per risolvere i problemi.
Il ritiro improvviso dei crediti permette alle banche di appropriarsi dei beni del
paese e del potere finanziario. In questo modo sono stati devastati almeno 150
Paesi in tutto il mondo.




La perdita della sovranità finanziaria ed economica equivale alla perdita della
sovranità nazionale.
Le politiche del Fmi e della Bm sono volute dalle grandi banche 'globali', cioè
dalle banche commerciali e d'affari come la Goldman Sachs & Co, la Citigro-
up, la J.P. Morgan, Merril Lynch, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Salomon
Smith Barney, Lazard e Deutsche Bank (quest'ultima vanta interessi secolari
con la grande amata e odiata america...).
Anche oggi le banche, come ad esempio quella dei Rothschild, sono banche
'armate', cioè ricavano dal traffico di armi & eroina & petrolio profitti enormi.
Ad esempio, la Bipop-Caire gestisce il controllo dell'esportazione, dell'impor-
tazione e del transito di materiali bellici per un guadagno di oltre 118 milioni di
Euro (19,4% dati del 2002).




La Banca Nazionale del Lavoro gestisce il 17,1% (più di 104 milioni di euro),
e il Banco di Roma l'11,7% (più di 71 milioni di euro).
Per i Rothschild le guerre sono affari irrinunciabili (se non ci sono le inventano
o meglio le creano per loro sottinteso interesse...), e finché avranno così tanto
potere, nel mondo ci saranno guerre....(inteso che gli stessi posseggono l'80%
delle risorse israeliane...).
(A. Randazzo)













domenica 6 gennaio 2013

IL CONDANNATO A MORTE















Condannato a morte!
Ebbene, perché no?
Gli uomini, ricordo d'aver letto in chissà quale libro dove non c'era che
questo di buono, gli uomini son tutti condannati a morte con proroghe
...indefinite.
Cosa c'è dunque di tanto cambiato nella mia situazione?
Dall'ora in cui è stata pronunciata la sentenza, quanti sono morti, che
si disponevano a una lunga vita!
Quanti mi hanno preceduto che, giovani liberi, sani, certo contavano d'-
andare un giorno a vedere cadere la mia testa!




E forse, da oggi ad allora, quanti ancora mi precederanno, che cammi-
nano e respirano all'aria aperta, entrano ed escono a loro piacimento!
Ma in fondo, che cos'ha la vita perché io debba tanto rimpiangerla?
Solo un po' di luce fioca, il tozzo di pane nero del carcere, la povera
razione di brodaglia presa dalla marmitta dei galeotti; e venir maltratta-
to dai carcerieri, dagli aguzzini, dai delatori, dagli infami, dalle spie, ...
dai colpevoli...
Proprio io, affinato all'educazione, non vedere mai un essere umano che
mi creda degno di una parola e a cui rispondere, trasalire di continuo per
quello che ho fatto e che mi faranno: son questi, pressappoco, i soli beni
che il boia possa togliermi.
...Ah! non importa, è orribile!




La nera vettura mi condusse qui, nell'infame Bicetre.
Da lontano, l'edificio non manca d'impotenza. Si profila all'orizzonte, sul
fianco d'una collina, e a distanza conserva qualcosa dell'antico splendore,
un'aria di castello reale.
Ma provate ad avvicinarvi, e il palazzo diventerà una stamberga.
I frontoni in rovina offendono lo sguardo, Un che di vergognoso e mise-
rando aleggia sulle regali facciate; i muri paiono affetti da una lebbra.
Non più vetri né ante alle finestre; solo sbarre massicce di ferro incroci-
ate, con la faccia sparuta d'un galeotto o d'un matto che qua e là vi s'incol-
la.




E' la vita vista da vicino, la vita dei pazzi che s'accalcano, recitano, 
piangono, urlano, minacciano, indicano, bevono, ed in ultimo si riti-
rano anche loro.... nella cella....
Appena arrivato, s'impadroniscono di me delle mani di ferro.
Le precauzioni si moltiplicarono (quelle mani vogliono legare così da non
dover più pensare...e continuare a recitare...); non un coltello né una for-
 chetta per il pasto; la camicia di forza, una specie di sacco di tela da vela,
m'imprigionò le braccia; c'era da rispondere della mia vita.
M'ero appellato alla cassazione (ingordi cinghiali in cerca di potere...).
La gravosa faccenda poteva durare sei o sette settimane; per questo era
importante conservarmi vivo (ma poteva durare anche una vita intera, per
questo si conservavano così bene...).




I primi giorni venni trattato con una gentilezza che mi parve ripugnante.
I riguardi d'un secondino puzzano di patibolo.
Per fortuna, dopo pochi giorni prevalse l'abitudine; mi confusero con gli
altri prigionieri nella comune brutalità, e non ebbero più quegli inconsueti
tratti di cortesia che di continuo mi rimettevano davanti agli occhi del boia..
Non fu quello l'unico miglioramento.
La mia giovane età, la mia docilità, gli interessamenti del cappellano della
prigione, e soprattutto qualche parola in latino al guardiano che mai capì,
mi fecero ottenere la passeggiata una volta alla settimana...
Tutte le domeniche, dopo la messa, mi lasciano andare in cortile, all'ora
della ricreazione.....

(Hugo, L'ultimo giorno di un condannato a morte)

Prosegue in:

un condannato a morte (1/4)