giuliano

giuliano
IL TOMO

domenica 30 dicembre 2012

...DA UN MACELLO ...ALL'ALTRO....

















































L'amico di Jonas aveva fatto fortuna ai macelli, e dunque il gruppo....
si diresse verso Chicago.
Conoscevano solo quella parola, Chicago...e non avevano bisogno
di sapere altro, Chicago...Chicago, Chicago, Chicago....Chica....
go......
Almeno finché non fossero stati in quella città. E una volta a Chica-
go, scaricati dal treno senza tanti complimenti, non si trovarono cer-
to meglio di prima: rimasero lì, imbambolati, a fissare il panorama
intorno a Dearborn Street con i suoi neri edifici svettanti sullo sfon-
do, increduli, incapaci di rendersi conto ch'erano arrivati, di capire
perché la gente non li indirizzasse più da nessuna parte quando chie-
devano 'Chicago?', e anzi li guardasse con aria interrogativa, quando
addirittura non scoppiavano in una risata o tirava dritto senza pre-
stare attenzione.




...Facevano pena, nella loro lampante impotenza....
Più d'ogni altra cosa, avevano poi il sacro terrore di tutti coloro
che indossavano una divisa e ogni volta che scorgevano un poliz-
ziotto attraversavano di fretta la strada e se la svignavano.
Per tutto il primo giorno, si trascinarono di qua e di là, nel mezzo
d'una assordante confusione, totalmente sperduti; e finalmente ver-
so sera, un agente li trovò che se ne stavano rannicchiati sotto un
androne e riuscì a condurli alla più vicina stazione di polizia.




Il mattino seguente, si trovò un interprete e la famigliola fu pre-
sa e caricata su un tram elettrico, e le venne insegnata una nuo-
va parola: 'Macelli'.
La gioia che provarono nell'apprendere che sarebbero usciti da
questa nuova avventura senza separarsi da un altro po' del gruz-
zolo prezioso, è indescrivibile.
Si sedettero e guardarono fuori dal finestrino.
Viaggiavano lungo una strada che sembrava correre senza fine,
chilometro dopo chilometro - cinquantadue in tutto, ma non po-
tevano saperlo - fiancheggiata da due file ininterrotte di misere
e cadenti costruzioni in legno, a due piani.




Gli scorci che potevano intravedere giù per le viuzze laterali erano
sempre gli stessi: mai una collina, mai un declivio, sempre una di-
stesa di casupole di legno, brutte e sudicie.
Qua e là, un ponte su un fiumiciattolo limaccioso, dalle sponde di
fango indurito costellate di banchine e capannoni cadenti; qua e là,
un paesaggio a livello, con ragnatele di scambi e locomotive sbuf-
fanti e lunghe teorie di sferraglianti treni merci.
Poi qualche grossa fabbrica, squallidi edifici punteggiati di innume-
revoli finestre, con le ciminiere che vomitavano turgide spire di fu-
mo che annerivano il cielo in alto e si depositavano sudice sulla ter-
ra in basso.




Ma, dopo ciascuna di queste interruzioni, la desolata processione
di tetre casupole ricominciava da capo.
Un'ora buona prima di entrare in città, i lituani cominciarono ad av-
vertire singolari cambiamenti nell'atmosfera che li circondava: l'oscu-
rità sembrò farsi più fitta, più densa, e l'erba intorno sempre meno
verde, meno lucida.
Con il passar del tempo, mentre il tram elettrico procedeva a tutta
velocità, era come se i colori delle cose s'andassero offuscando: i
campi si facevano aridi e giallastri, il paesaggio cupo e spoglio. E,
insieme al fumo che diveniva più denso, cominciarono a percepire
un'altra caratteristica, un odore strano e pungente: non riuscivano a
dire se era sgradevole o meno, qualcuno forse l'avrebbe definito
rivoltante, ma i loro gusti in fatto di odori non erano raffinati e quel
 che sapevano per certo era che si trattava d'un odore curioso.




Adesso seduti in quel tram elettrico, si resero conto d'esser sul punto
di giungere alla fonte di quell'odore....d'eser anzi venuti dalla lontana
Lituania per trovarlo.
Non era più un qualcosa di vago e distante, adesso che t'arriva a fo-
late; adesso potevi letteralmente assaggiarlo, oltre che annusarlo, qua-
si afferralo, esaminarlo a tuo piacere, voltandolo e rivoltandolo.
Le rispettive opinioni variavano al riguardo: c'era chi lo percepiva co-
me un odore elementare, nudo e crudo; per un altro era ricco, qua-
si rancido, o sensuale e acuto; altri ancora lo inalavano quasi fosse
una sostanza inebriante; e alcuni affondavano disgustati il volto nel
fazzoletto.




I nuovi arrivati erano ancora intenti ad assaggiarlo, perduti nel loro
stupore, quando di colpo la vettura s'arrestò, dal di fuori la porta
fu spalancata, e una voce gridò: 'Macelli!!'.
Scesero e si fermarono all'angolo, abbandonati a sé, lo sguardo fis-
so. Giù dalla via laterale potevano scorgere due lunghe teorie di co-
struzioni in mattoni e in fondo, racchiuse tra quelle due file d'edifici,
una mezza dozzina di ciminiere svettanti, alte come la costruzione
più alta, che sembravano trafiggere il cielo.
Da esse si levavano altrettante colonne di fumo spesso, oleoso, ne-
ro come le tenebre della notte, un fumo che sembrava emergere dal
cuore della terra dove divampavano senza posa i fuochi eterni.




Si rovesciava fuori dalla bocca delle ciminiere come premuto da
una forza interiore, spingendo innanzi ogni cosa, un'esplosione sen-
za fine, inarrestabile.
Sostavi ad osservarlo nella convinzione che ad un certo punto do-
vesse pur fermarsi, e invece quelle dense volute gigantesche non
cessavano di riversarsi nel cielo, stendendosi in vaste nubi di sopra
delle ciminiere, arricciandosi e turbando lente, e infine fondendosi
in un unico fiume smisurato che oscurava il cielo con un nero drap-
po funebre che si stendeva fin dove riusciva a spingersi lo sguardo.

(U. Sinclair, La giungla)












lunedì 24 dicembre 2012

...TANTI AUGURI...EDITH!













































...Edith Piaf  ...19/12/1915 - 11/10/1963





Al momento della nascita di Edith Giovanna Gassion, il 19 dicembre...
1915, l'Europa è devastata da una delle guerre più terribili della storia
dell'umanità.
Gli uomini sono al fronte, o sepolti nelle buche delle trincee, mentre nelle
retrovie i civili si barcamenano come possono per sopravvivere.



























Anita Maillard, detta Line Marsa, è una cantante di strada.
Figlia d'arte, originaria della Cabilia, sua madre è un'artista del circo che
presenta un numero con le pulci, con lo pseudonimo di Aicha.
Il suo diciannovesimo compleanno coincide con la mobilitazione genera-
le, e lo stesso giorno sposa un acrobata contorsionista incontrato alla Fi-
era di Parigi, Louis Gassion, un uomo molto bello che ha grande fortuna
con le donne.


















Quando la moglie Anita lo informa che si avvicina il giorno del parto, Louis
fa di tutto per ottenere un permesso. Sebbene fosse arrivato a Parigi qual-
che giorno prima della fatidica data, non si può affermare con certezza che
fosse presente all'Ospedale Tenon al momento della nascita della figlia:
forse si trovava davvero a festeggiare l'evento in qualche bar del quartiere...






















La bambina, che nasce in un giorno così vicino alla vigilia di Natale, viene
battezzata Edith Giovanna. Edith in onore di Edith Cavell, un'infermiera in-
glese che viveva in Belgio, fucilata dai tedeschi il 12 ottobre 1915 (un gior-
no prima della sua morte nel 963...) per aver organizzato l'evasione di nu-
merosi alleati feriti che si trovavano nel suo ospedale.
All'epoca, il caso fece molto scalpore e la coraggiosa infermiera divenne
una specie di eroina del popolo.


























Quanto a Giovanna, nome che la Piaf detesterà sempre, deriva, secondo
una pratica molto diffusa a quei tempi, dal secondo nome della madre, na-
ta in Italia pur non avendo alcun familiare di origine italiana.
Qualche giorno dopo la nascita di Edith, Louis Gassion riparte per il fron-
te. Tornerà solo nel 1917, quando otterrà un nuovo permesso.
La figlia comincerà presto ad essere un peso per la madre che, non aven-
do altra risorsa che il canto, non sa che farsene di quel fardello. Per essere



























più libera nei movimenti affida la bambina alla nonna Aicha, che abita in una
catapecchia in Rue Rébeval, un'arteria stretta e sinuosa che interseca Rue
de Belleville in prossimità del famoso civico 72.
Malgrado le origini algerine ed i precetti del Corano non hanno impedito ad
Aicha di sprofondare nell'alcolismo più nero....
Dopo alcuni problemi alla vista, Edith si ritrova con il padre ad affrontare una
vita da vagabondi, dormono all'aperto o nel retro di qualche bistrot; a volte in
qualche squallida stanza d'albergo, se l'elemosina era stata abbondante o quan-
do Louis Gassion trovava compagnia per la notte....



Padre e figlia vissero per otto anni una vita da bohémien, avventurosa e mi-
serabile, senza poter mangiare ogni volta che avevano fame, ma col vino e
il cattivo cognac sempre a disposizione per riscaldarsi quando il freddo di-
ventava troppo intenso.....
Un po' alla volta la ragazzina si abitua all'alcol a un'età in cui di solito ci si
accontenta di sciroppo di melassa allungato con l'acqua.



























Pare che che sia stato un po' per caso, nel corso degli anni di vagabon-
daggio, che Edith ha scoperto il potere della sua voce sulla gente.
Fatto sta che dopo la prima prova, padre e figlia si accorgono che gli in-
cassi sono migliorati.
Edith, quindi, inizia a cantare alla fine di ogni rappresentazione, appena
prima di passare con il cappello, diventando sempre più sicura di sé e
ampliando il suo repertorio di motivi alla moda.






















Resterà con il padre ancora per qualche tempo, finché non deciderà, all'-
età di quindici anni, che è arrivato il momento di volare con le proprie ali.....
Gli anni che seguono sono pieni di difficoltà.
Edith vive alla giornata, cantando per la strada o nei cortili dei palazzi, in
compagnia della sua amica Momone.
Gli inverni, in particolare, sono più duri perché le finestre delle case restano
chiuse, e cantare nei cortili è inutile.



























Restano solo le strade, a patto però di evitare i poliziotti, che non amano
gli assembramenti, disperdono il pubblico e usano la forza  per far sgom-
brare i saltimbanchi.
Per aggirare il problema, a Edith viene l'idea di andare a cantare nelle ca-
serme. Certo, ogni volta bisogna chiedere l'autorizzazione al colonnello,
ma quando la ottiene il pubblico è assicurato e la sala dove ha luogo lo
spettacolo, cantina o refettorio che sia, è riscaldata.



L'adolescente sta vivendo il pieno risveglio della sua sessualità e quegli
uomini ben nutriti, puliti e virili, con le loro uniformi da marinai, legionari
o spahi, la turbano.
Non serve andare lontano per rintracciare l'origine della figura della 'ra-
gazza del soldato' che Edith coltiverà per tutta la vita e che ritorna spes-
so nelle sue canzoni.
...Dopo un brutto matrimonio la ragazza sente il bisogno di cambiare aria;
decide di trasferirsi a Pigalle. Le sue frequentazioni allora cambiano del tut-
to, e si ritrova a far parte del mondo della malavita (non certo quella dei
criminali di alto livello, ma quella di strada in un periodo difficile...).






















Gli anni a Pigalle avranno grande peso nella vita di Edith, perché nell'ambi-
to della propria creatività, svilupperà una mitologia personale che idealizza-
va le figure del ragazzaccio e della donna di strada, al punto di farne due
archetipi di eroe popolare, simboli di un certo concetto di libertà, un po'
come aveva fatto Aristide Bruant alla fine del secolo precedente....

(prosegue .....)

(Edith Piaf, La mia vita)












sabato 22 dicembre 2012

11 SETTEMBRE 1933




































Prosegue in:

I roghi della storia








Il 16 giugno 1933, mezzo milione di censitori, reclutati tra coloro che avevano
'idee nazionalistche', andarono di porta in porta raccogliendo informazioni.
A essi furono aggiunte squadre di ufficiali delle SS e membri delle truppe d'as-
salto fino a creare una sorta di esercito del censimento.
In alcune località, dove il reclutamento languiva, gli individui venivano costret-
ti con la forza ad assumersi l'incarico. Le interviste comprendevano domande
precise sulla fede religiosa del capofamiglia e sull'eventuale esistenza di un ma-
trimonio misto.


























....Attenzione! .... Ricordavano cartelli scritti a lettere cubitali e appesi di fron-
te a ogni gruppo di addetti all'immissione dei dati. Le istruzioni erano chiare e
semplici.
La colonna 22, religione, doveva essere punzonata in corrispondenza del foro
1 per i protestanti, 2 per i cattolici, e 3 per gli ebrei. Le colonne 26 e 27, nazio-
nalità, dovevano essere codificate nella fila 10 per i madrelingua polacchi.....
Le preziose informazioni della Dehomag avrebbero contribuito ad alimentare
una fiorente miscela di pseudoscienza e odio razziale legalizzato. Innanzitutto
l'igiene razziale (come ho potuto constatare di persona...) assommata a un'in-
tera serie di discipline antisemite a cui in seguito si adeguarono altri tristemen-
te famosi 'burattini' ...di Roma....


























Il Censimento organizzato dalla Dehomag era un'impresa senza precedenti per
l'IBM. Watson ne era rimasto colpito sin dal momento in cui il contratto era sta-
to concluso grazie all'intervento di Karl Koch. Era chiaro che per la società si
prospettavano notevoli guadagni nella Germania nazista. In un periodo in cui le
altre aziende straniere rifuggivano dalla violenza, dalla repressione, dall'antisemi-
tismo del Reich e dall'impossibilità di recuperare gli utili delle iniziative commer-
ciali avviate in Germania, Watson agì rapidamente per ampliare in modo consi-
derevole la presenza dell'IBM nel paese.


 














Ordinò innanzitutto la fusione di varie piccole filiali tedesche della società.
L'Optima, la Degemag, la Holgemag la Dehomag furono riunite in una nuova
impresa, chiamata anch'essa 'Dehomag'.
Attraverso un'astuta rotazione delle perdite e dei profitti tra le quattro aziende
tedesche e attraverso la manipolazione dei debiti che esse avevano contratto
nei confronti dell'IBM New York per dei cosiddetti 'prestiti', sarebbe stato pos-
sibile, malgrado i cospicui proventi realizzati in Germania, evadere le imposte
sui profitti introdotte dal Reich.
L'IBM New York avrebbe semplicemente usato le entrate per coprire i presti-
ti immaginari che aveva concesso alle proprie filiali. La divisione IBM del Mary-
land venne utilizzata come tramite per le transazioni.


























Il rapporto presentato dai contabili dell'IBM al tesoriere della società non da-
va adito a dubbi: 'Il motivo della fusione consiste nell'ottenere risparmi fiscali
annuali sottraendo dai profitti netti della Dehomag le perdite nette dell'Optima
e della 'vecchia' Dehomag ... pari a circa 30.000 $ (dollari) l'anno'.
In un rapporto speciale indirizzato a Watson, Heidinger confermò: 'Poiché la
fusione tra la Degemag, la (vecchia) Dehomag e l'Optima è ormai cosa fatta ...
l'imposta sui profitti è fuori discussione ....perché detraendo i profitti dai pre-
stiti concessi non si ottiene alcun utile, bensì solo una riduzione delle perdite'.






















In secondo luogo, l'IBM aumentò il proprio investimento nella Dehomag da
400.000 a oltre 7.000.000 (7 milioni) di Reichsmark, l'equivalente di un milio-
ne di dollari americani all'epoca della Depressione.
La somma comprendeva un milione di Reichsmark per l'acquisto di nuovi ter-
reni a Berlino e la costruzione del primo stabilimento IBM in Germania. L'IBM
si stava attrezzando per quella che considerava, non a torto, una proficua rela-
zione economica con il regime di Hitler.
Watson, quindi, decise di recarsi in Germania per controllare la situazione in
prima persona, cosa che fece il 13 ottobre 1933. Nonostante fosse stato pubbli-
cizzato un boicottaggio contro i transatlantici tedeschi, Watson ignorò i picchet-
ti e salpò a bordo della nave tedesca Bremen.


























Rimase colpito da quanto vide a Berlino.
I Watson e gli Heidinger organizzarono insieme molti allegri eventi sociali.
Watson si recò anche nell'enorme complesso dei censimenti di Alexander-
platz. Lì, tra gli impiegati che immettevano i dati sugli ebrei (e non solo...)
nella colonna 22, fila 3, davanti ai cartelli di istruzioni scritti a caratteri cu-
bitali, tra il ticchettio delle lucide selezionatrici nere che sventagliavano le
schede perforate a una velocità tale da ridurle a una macchia indistinta,
Watson si commosse tanto da offrire il pranzo a tutti....






















Ordinò inoltre di acquistare dolcetti di Dresda per ogni singolo membro
del Dipartimento dei censimenti dell'Ufficio di statistica. In seguito, Heidin-
ger scrisse a Watson che il conto complessivo per il suo 'generoso dono'
di 6060 pasti offerti a 900 dipendenti ammontava a meno di 4.000 Reich-
smark.





















Oltre a offrire dolci e pasti caldi, Watson voleva accertarsi che la Dehomag
fosse efficiente e ben organizzata. Inviò personalmente in Germania Eugene
Hartley, un esperto di censimenti, affinché mettesse le sue competenze al
servizio della società.
Hartley aveva il compito di verificare i costi del progetto e di riferire tutti i
dettagli riguardanti il censimento e i metodi adottati dall'azienda. Tali detta-
gli sarebbero stati registrati in un apposito manuale di cui non sarebbe esi-
stita alcuna copia.


























Quel che per i tedeschi era ancor più rassicurante era il patto segreto tra
Watson e Heidinger, sancito nell'ottobre del 1933, durante il sopralluogo
del presidente alla Dehomag.
Nel periodo in cui il governo di Hitler dichiarava le proprie intenzioni bel-
liche in Europa, l'accordo segreto di Watson concedeva a Heidinger e al-
la Dehomag speciali poteri commerciali al di fuori della Germania....
....Vista la nuova opportunità di creare una sfera tedesca di influenza sta-
tistica in tutto il continente, non ci meraviglia sapere che nel novembre del
1933 i vertici della Dehomag inviarono a Watson un cablogramma in cui af-
fermavano:

La sua visita in Germania ha infuso coraggio non solo alla Dehomag,
ma a tutto il popolo tedesco.


























L'11 settembre Watson telegrafò così a Heidinger:

Confermo accordo concluso a Berlino ottobre 1933. Tramite detto
accordo estendiamo diritti vostra società a produrre e noleggiare 
macchine a tutte le aziende Hollerith europee.

Watson fece seguire il cablogramma da una lettera firmata in cui confer-
mava di aver inviato il messaggio e ne citava il testo esatto. Il cablogram-
ma e la lettera furono spediti nella Germania nazista.
In America, le copie carbone vennero tuttavia riposte con cura nell'archi-
vio di Otto E. Braitmayer, confidente di Watson e vicepresidente delle at-
tività finanziarie dell'IBM.


























....Per negare l'evidenza occorre una particolare forma mentis.
In ogni momento della relazione sempre più solida tra l'IBM e Adolf Hitler,
Watson e gli altri dirigenti dell'IBM New York erano costretti ad affrontare
quattro realtà innegabili.
Primo, la barbara violenza antisemita e la repressione generale erano diffuse
in tutta la Germania e facevano chiaramente parte di un programma metodi-
co finalizzato alla distruzione di talune minoranze.
Secondo, la protesta popolare e diplomatica contro il regime hitleriano in
America e in tutto il mondo era ben visibile e appariva minaccioso a ogni a-
zienda che commerciasse con la Germania.
Terzo, le imprese disposte a ignorare il disgusto morale e lo scalpore pubbli-
co dovevano accettare le dure realtà dei rapporti commerciali con il Terzo
Reich....
Quarto, chi aiutava la Germania aiutava Hitler a prepararsi per la guerra.





















La violenza antisemita e la repressione generale in Germania erano un
fatto innegabile per chiunque in America, ma soprattutto per chi aveva
la possibilità.......

(E. Black, L'IBM e l'Olocausto)



















venerdì 21 dicembre 2012

IL CENSIMENTO (...i fori degli squilibrati...)









































Prosegue in:

Una macchina che conta  &

E una che ha smesso di contare














Cortine di fumo aleggiavano su uomini resi insensibili dalle torture e dalla
fame, uomini spossati che si lasciavano cadere a terra in attesa di abban-
donarsi alla morte.
Eppure, quasi tutti i 60.000 individui stipati in quell'assurda radura tra i
sempreverdi continuavano a correre qua e là, portando a termine i com-
piti loro assegnati e dimostrando di essere pronti ad affrontare un altro
giorno di vita.
Il loro unico obiettivo era sopravvivere un momento dopo l'altro.




Quest'incubo era il campo di concentramento di Bergen-Belsen; un vero
inferno sulla Terra creato dalla Germania nazista.
Sul retro del campo, a pochi metri dal recinto posteriore, sorgeva una
solitaria torretta di guardia. La sua struttura in legno, formata da pali in-
crociati, si alzava nell'aria e, guardando giù da questa imponente costru-
zione, si vedevano sulla destra tre file ordinate di baracche di legno. A
sinistra, si scorgevano cucine, officine, latrine e magazzini sparpagliati
tra i sentieri curvi e fangosi.




Il carcere terminava diverse centinaia di metri più in là, presso il cancello
che conduceva all'ufficio del comandante del campo e all'accampamento
delle SS. Un perimetro di filo spinato delimitava il campo, mentre una se-
rie di corridoi di perlustrazione suddivideva i crudeli confini in sei sotto-
campi.
Proprio sotto la torre d'osservazione posteriore, un forno dalla sommità
arrotondata era acquattato sulla superficie del fango. Nero e di forma al-
lungata, il forno ricordava una locomotiva, ma con due pesanti sportelli
nella parte anteriore.




Il suo unico fumaiolo alto e fuligginoso si ergeva nell'aria per diversi metri.
Nelle vicinanze era sempre presente una specie di barella in metallo fatta
a mano, utilizzata per far scivolare tra le fiamme i cadaveri emaciati.
Ecco il crematorio.
Non nascosto alla vista, non oscurato da strutture o cumuli di terra, il lo-
cale era abbastanza vicino da irritare gli occhi alle guardie della SS di stan-
za nella torre. Tutti consideravano la lugubre struttura e il suo messaggio
come la stazione d'arrivo finale qualora il destino avesse deciso di vacilla-
re...o di dare la liberazione definitiva.




Situato fra due fiumi e tra le città di Bergen e Belsen, il centro vide la lu-
ce nella primavera del 1943 come campo di transito per 10.000 ebrei
che avrebbero potuto essere riscattati o venduti (prima di essere deruba-
ti di ogni loro avere....).
Negli ultimi mesi del 1944 e nei primi del 45, mentre i campi di sterminio
venivano liberati dagli alleati, Belsen si trasformò in un ammassamento u-
mano da incubo, che riceveva prigionieri dagli altri centri.
Nella primavera del 45, vi erano ormai rinchiuse 40.000 persone in con-
dizioni indescrivibili. Affamate, sovraffaticate e torturate molto spesso se-
viziate, le vittime furono quasi 20.000 solo nel marzo di quell'anno.




Dopo la liberazione, le inorridite équipe mediche dei "liberatori" non po-
tevano fare nulla per salvare circa 14.000 moribondi.
Alla fine, furono utilizzati i buldozer per gettare i corpi in fosse di racca-
pricciante rigor mortis.
A qualche metro dal crematorio di Belsen, sulla sinistra, vicino alle cuci-
ne e alle cisterne, lungo un sentiero fangoso, sorgeva la casa del diretto-
re del blocco. Talvolta i prigionieri la chiamavano 'la tana del leone'. Là
dentro vi era una stanza per l''Arbeitsdienstfuhrer', il direttore del servi-
zio del lavoro.




Era qui che venivano preparate le schede perforate Hollerith.
A prima vista, sembravano semplici schede rettangolari, lunghe 13 cen-
timetri e larghe 8, suddivise in colonne con fori disposti in varie file. Però
erano molto più di semplici schede.
A partire dal dicembre del 44, Rudolf Cheim, un ebreo olandese, fu asse-
gnato all'ufficio del servizio del lavoro. Affamato e intirizzito, ogni gelida
mattina Cheim cercava di mettere da parte un po' di cibo in più e qualche
fiammifero per accendere un fuoco.
Gli sterpi erano ammucchiati nell'ufficio, ma non i fiammiferi.




Per procurarseli, Cheim doveva avventurarsi nell'altra stanza, dove gli uf-
ficiali della SS stavano spaparanzati sulle loro sedie. Immancabilmente l'e-
breo veniva preso a pugni per essersi avvicinato, ma ne valeva la pena per-
ché avrebbe potuto sopravvivere.
Lavorare nell''arbeitsdienst' non era male.
L'Ufficio del servizio del lavoro aveva potere di vita e di morte sui prigio-
nieri, compreso Cheim. Finché erano in grado di lavorare, i detenuti pote-
vano vivere. Cheim era felice di aver ricevuto un incarico impiegatizio che
avesse a che fare con le schede perforate Hollerith e i loro numeri in codi-
ce.




Mentre lavorava, osservava tuttavia con la coda dell'occhio gli uomini del-
la SS che eseguivano la procedura di selezione delle schede. Prese mental-
mente appunti per cinque settimane.
L'ebreo imparò ben presto il metodo.
Ogni giorno, arrivavano nuovi carichi di schiavi.
I prigionieri venivano identificati mediante le descrizioni delle schede Hol-
lerith, che contenevano ognuna colonne e fori indicanti nazionalità, data di
nascita, stato civile, numero di figli, motivo dell'incarcerazione, caratteri-
stiche fisiche ed esperienze lavorative.




Nelle colonne 3 e 4 erano elencate 16 categorie codificate di prigionieri,
che variavano a seconda della posizione del foro:
il foro 3 significava omosessuale,
il foro 9 antisociale &
il foro 12 vagabondo.
Il foro 8 significava invece ebreo.




Anche i tabulati stampati a partire dalle schede elencavano i prigionieri
in base al numero di codice personale.
La colonna 34 recava il titolo:
'Motivo dell'allontamento'.
Il codice 2 si riferiva semplicemente al trasferimento in un altro campo
per il proseguimento del lavoro.
Il codice 3 indicava la morte naturale.




All'esecuzione corrispondeva il codice 4.
Al suicidio il codice 5.
Lo spaventoso codice 6 equivaleva a 'trattamento speciale', l'espres-
sione comunemente utilizzata per designare lo sterminio nella camera
a gas, per impiccagione o con un proiettile.




Mentre i treni arrivavano dal Belgio, dalla Francia e dall'Olanda, mi-
gliaia di schede perforate venivano esaminate ed elaborate e le infor-
mazioni venivano inviate al dipartimento di statistica dell'Ufficio econo-
mico delle SS a Oranienburg.
Gli uomini e le donne numerati venivano confrontati con una lista di in-
carichi vacanti a Bergen-Belsen e in altri campi.
'Mai un nome' ricorda Cheim.
'Solo numeri'.
Il numero dei morti era solo una statistica di cui prendere atto, un detta-
glio che le macchine avrebbero dovuto elaborare.




Nel dicembre del 944, furono registrati circa 20.000 prigionieri; sulle
schede perforate vennero documentati in media 50 decessi al giorno.
Cheim imparò che, per scoprire di quali figure professionali fosse com-
posto un gruppo di prigionieri, occorreva inserire la scheda perforata di
ciascun detenuto nel classificatore meccanico. Poi i quadranti venivano
regolati in modo da isolare determinate professioni, esperienze lavorati-
ve, gruppi d'età o conoscenze linguistiche necessarie per i battaglioni.
Quando un prigioniero veniva destinato al lavoro, il suo nome compari-
va sugli stampati Hollerith e lui veniva trasportato in un sottocampo, in
una fabbrica o persino in una fattoria dei dintorni......

(E. Black, L'IBM & l'Olocausto)