giuliano

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IL TOMO

giovedì 27 settembre 2012

L' UOMO CHE CADDE SULLA TERRA

































Dall'inviato del Corriere della Sera: Dino Buzzati 27 Settembre 2 Ottobre 1948......








Ai primi del luglio 1945 la guida alpina Gabriele Franceschini, salito da solo
nell'alta Val Canali (Pale di San Martino di Castrozza) per studiare una via
nuova sulla parete della Cima del Coro, scorse a oltre 100 metri dalla base
delle rocce, una cosa bianca appesa a una gobba strapiombante.
Guardato bene, capì che era un paracadute e si ricordò come nel gennaio
un quadrimotore americano di ritorno dall'Austria fosse precipitato da quel-
le parti: sette otto degli aviatori erano calati incolumi presso Gosaldo.
Altri due, portati via dal vento, erano stati visti scendere dietro le creste nel
gruppo della Croda Grande e non se n'era più saputo nulla.
Sotto lo strapiombo si vedevano dei fili bianchi che dondolavano sostenen-
do una piccola cosa nera: una borsa per le provviste di emergenza?
O il cadavere stesso dell'aviatore così ridotto dal sole, dai corvi, dalle bur-
rasche?
























La parete in quel punto era rapidissima, però non molto difficile, circa un
'terzo grado'. In breve Franceschini raggiunse il posto, costatò che la cosa
nera era l'intrico delle cinghie che aveva sostenuto l'aviatore e che erano
state tagliate nette con un coltello.
Trasse giù il paracadute.
In un terrazzino più sotto vide un oggetto rosso vivo: era un giubetto di
gomma doppia con due curiose leve metalliche; lui ne mosse una e con un
sibilo il giubetto si gonfiò d'ria in un istante. Sopra c'era scritto: Lt. F.P.
Muller, Philadelphia (Pa).
Più sotto ancora Franceschini trovò un caricatore di pistola con le cartuc-
ce tutte sparate, e in fondo, nel buco di fusione tra la roccia e la neve che
riempiva il canalone, una sciarpa di flanella color verde. Inoltre: una pic-
cola baionetta con l'estrema punta spezzata.
Dell'uomo non una traccia.





















(Per primo si era lanciato Franklin Gogger, lui immediatamente dopo.
E gli altri? Già il suo ombrello si era aperto e gli altri non si erano anco-
ra gettati. Gogger sarà stato una cinquantina di metri più in basso. Il
rombo dei motori si spegneva nelle orecchie, pareva di sprofondare
nell'ovatta.
Si accorse che il vento li spingeva, man mano che scendevano, fuori
dalla valle, verso le montagne cariche di neve. A vista d'occhio esse 
si radrizzavano: irte di punte strane, spaccate da valloni in ombra, e
in fondo l'azzurro di neve.
- Gogger, Gogger!
chiamò, ma all'improvviso tra lui e il compagno si levò una muraglia
che gli veniva incontro. Era una parete a picco, gialla e grigia. A
un tratto gli si avventò addosso. Lui tese le mani per smorzare l'urto.)



















Sceso in valle, Franceschini avvertì il più vicino comando americano.
Tornò lassù dodici giorni dopo; nel frattempo molta neve si era sciol-
ta. Ma cercò a lungo inutilmente. Stava per ridiscendere quando sul
lato destro del vallone vide il morto mezzo fuori della neve. Era pres-
soché intatto, solo i globi degli occhi erano spariti; e una tremenda
ferita alla sommità della testa, una fossa rotonda e larga come una
ciotola.
Un giovane sui 24 anni, bruno, alto di statura. Già qualche mosca
girava intorno.





















(Batté contro la roccia, fu un colpo meno tremendo del previsto.
Non riuscì ad afferrarsi; si trovò, come di rimbalzo, sospeso ancora.
Ma fermo, Il paracadute si era impigliato su una specie di minuscolo
torrione sporgente in fuori. Lui pendeva così nel vuoto.Intorno rupi
assurde, frastagliate, vecchissime, non si capiva come potessero sta-
re in equilibrio. Il sole le illuminava. Ma lui guardò il fondo del vallo-
ne, quella bianca pista liscia ed affettuosa. Gli venne in mente di es-
sere ridicolo, così sospeso come un burattino. Una guglia sghemba
assomiglia a un monaco, proprio di fronte, lo fissava; però senza  
partecipazione. Troppo silenzio. Si tolse il casco, sperava di udire
qualche suono umano, sia pur remoto. Niente. Non un grido, uno
sparo, campana, rombo di autocarro. Urlò a tutta voce: 'Gogger!
Gogger!. 'Gogger, Gogger, Gogger! Gog!....Gog!.....
ripeterono gli echi: freddi, matematici, e pareva volessero dire 
non ci siamo che noi, rocce, ed è inutile che tu chiami.)


















Informato il comando americano, salirono col Franceschini una deci-
na di uomini al comando di un tenente. Con grande fatica, nuovi alla
montagna, giunsero sul posto.
Guida e ufficiale si intendevano in francese alquanto problematico.
Il cadavere fu messo in un sacco e cominciarono a discendere il ripi-
do canalone pieno di neve. A un certo punto però il vallone è interrot-
to da un salto di rocce. Qui il tenente ordinò l'alt e si fermarono.
Franceschini ne approfittò per guardare la 'sua' parete, esaminando
un certo camino. Con la coda dell'occhio allora vide una cosa muover-
si. Il sacco con la salma precipitava a balzi giù per la rocce. France-
scini guardò il tenente ma questi era impassibile.


















(Un metro e mezzo sotto i suoi piedi correva una brevissima cornice,
con sopra, a tratti, qualche cuscino di neve. L'unica, tentare. Tagliò
le cinghie che lo trattenevano. Tenendosi sospeso con le mani alle fu-
nicelle si lasciò spenzolare fin che toccò coi piedi. Fu sulla cengia.
Ma, di sotto, la parete precipitava. Sporgendosi, egli non riusciva a
vedere dove finisse. Le montagne! Mai le aveva viste da vicino; era-
no straniere, esageratamente belle, tutte sbagliate. Come le odiava.
Pure, bisognava uscirne. Avesse potuto utilizzare le cordicelle del 
paracadute. Ma quelle ormai penzolavano sopra di lui; come arram-
picarsi a prenderle?
Un abbassamento della luce perché il sole se ne stava andando gli
diede la paura. Faceva freddo. 'Aooh!' chiamò con una specie di fu-
rore. 'Aooaaoooh!' ripeterono sette otto volte le montagne, anche 
dall'altra parte della valle. Allora gli venne una speranza. Trasse la
rivoltella e tendendo il braccio in alto, quasi che lo potessero udir
meglio, sparò, scanditi, tutti i colpi. Gli echi ripeterono. Silenzio.
Mai aveva visto cose tanto immobili come le montagne, neanche le
case erano capaci di stare così ferme. La tenuta di volo non basta-
va, il giovane sbatté le braccia per scaldarsi. Provò una sigaretta,
non ebbe sollievo. Quando si sarebbero decisi ad arrivare, per far-
lo prigioniero, QUEI PORCI DI TEDESCHI?....)
(Dino Buzzati, I fuorilegge della montagna, Notte d'inverno 
a Filadelfia)




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mercoledì 26 settembre 2012

26 SETTEMBRE 1937





























UNA LAPIDE PER BESSIE....




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Bessie Smith morì il 26 settembre del 1937, alle 11,30 del mattino nel
padiglione numero uno dell'Afro-American Hospital, 615 Sunflower
Drive, Clarkesdale, Mississippi.
Proprio quando stava per fare una grande rentrée. Percorreva la Route
61 con Richard Morgan (zio di Lionel Hampton) per andare ad esibirsi
nel Mississippi. La vecchia Packard di Bessie, guidata da Richard, andò
a finire contro un camion della National Biscuit Company parcheggiato
a fari spenti sulla strada, nei pressi di Coahoma, Mississippi.
Il suo braccio fu tranciato di netto.
Quando la portarono all'Afro-American Hospital era ancora viva, le am-
putarono il braccio, ma ormai aveva perduto troppo sangue e le gravi le-
sioni interne le furono fatali.


















L'Imperatrice è rimasta in una tomba senza nome per 33 anni.
La sua tomba è stata oscura e umile come le sue origini.
Aveva speso molti soldi per una polizza assicurativa, voleva avere una
degna sepoltura. Forse sapeva già che nessuno dei suoi cari avrebbe
voluto sborsare un centesimo. Forse a quell'epoca aveva già capito co-
me erano fatti davvero Jack Gee e le sue sorelle.
Chiunque avesse voluto visitare la tomba di Bessie Smith fra il 1937 e
il 1970, avrebbe avuto grandi difficoltà a trovarla.
Cosa significa una tomba senza pietra tombale?


























Nella grande America 'terra della libertà e patria dei valorosi' la pove-
ra gente, bianca o nera che fosse, veniva seppellita senza lapide.
Le tombe degli schiavi erano senza lapide.
Era come morire senza nome, .....come non essere mai esistiti!
Bessie non aveva più un'identità.
Era invisibile.
Come molti altri neri, morti prima di lei, era stata spazzata via, can-
cellata!
Era scomparsa.




















Era l'ennesima vittima della tendenza storica degli Stati Uniti a dimen-
ticare la gente di colore, a dimenticare la loro esistenza cancellandone
la loro importanza.
Per anni le canzoni che cantava furono così famose in tutto il Paese
da essere quasi considerate degli inni nazionali. E lei le cantò meglio
di chiunque altro.
Eppure per più di trent'anni Bessie Smith ebbe una 'tomba da pove-
ra', la cosa che forse temeva di più.
(J. Kay, Bessie Smith)


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ORDINE E DISORDINE




























L'HUMUS CULTURALE DI UN POPOLO........(Il mondo di Sprenger & Institor

e loro futuri eredi....nel razionale non teologico di una sola pianta...)



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(Così fra i geni della foresta

 mi volli ritirare/

 e la natura con Dio....

 ammirare/

 per scoprire che lui

 è diverso/

 da come insegna....

 quell'uomo/

 (E' Dio che lo dice....

 nulla io invento.....

 quanto da Lui detto....)





























Emerge soprattutto una casistica sterminata e onnicomprensiva di prescrizioni,
quella di cui prevalentemente si occupa il 'Malleus Maleficarum', il cui filo con-
duttore è appunto il 'modello'.
Elaborato sulla base del criterio fondamentale 'esclusione-inclusione', esso ser-
ve esplicitamente a determinare non la 'verità', ma 'la verità cattolica', ove 'ogni
ambiguità è tolta'.
Il concetto di 'verità cattolica', piega il mondo che è al mondo come deve esse-
re. Dimensione gnoseologica (la verità) e dimensione etico-comportamentale
(cattolica) si fondono dilagando oltre i propri specifici confini, e precisamente
questo abbattimento del senso del limite è fondamento principale di un pensie-
ro totalitario che accampa i suoi diritti in ogni più remoto angolo e della cono-
scenza e dell'esistenza.




















L'ambiguità del mondo comprende appunto tutto ciò che non rientra nella 've-
rità cattolica'. Il mondo del 'Malleus' è invece come frutto di una seconda crea-
zione, dopo quella divina, che pretende di mettere ordine nei residui del caos
originario.
Togliere l'ambiguità significa ri-creare il mondo (ideale) una seconda volta, e
questa volta non a immagine e somiglianza di Dio, ma per e in funzione della
burocrazia ecclesistaica (prima, dopo in funzione di quella politica..) che ha
compiuto il passo di avocare a sé l'idea stessa del divino.
Quanto è cristiano lo pseudorazionalismo che interviene per compiere un'ope-
razione tanto potente?
La risposta è data da Ernesto Buonaiuti, che tratteggia la questione proprio
da un'ottica profondamente cristiana:

Una apologetica religiosa che fa appello a forze razionali per costituirsi
su basi presunte incrollabili, è condannata a fare appello e a fare ricorso
alle repressioni feroci. Solo l'apologetica religiosa che vive di spirito e 
di carismi è automaticamente e senza violenze conquistatrice. L'inquisi-
zione è nata nella Chiesa cattolica quando la Chiesa ha creduto di poter
dimostrare apoditticamente l'esistenza di Dio e la ragionevolezza del mi-
stero! Mistero dei misteri della umana psicologia associata! Una fede
che è veramente tale, che vive cioè delle proprie risorse e del proprio
prestigio, senza aver bisogno di ricorrere alle grucce della ragione per
sostenersi, ha, nella sua forza, la sua enorme ed invisibile violenza, la
santa violenza (che è e sarà). Domina per virtù propria, piega e fiacca
col suo peso e il suo fascino irresistibili. La ragione è completamente 
impotente di fronte ad essa. Ma quando la fede cessa di esser fede e 
dubita di se stessa e chiede ragione, il soccorso per vincere i propri
dubbi, la fede è spacciata, perché la ragione, che a volte è la manu-
tengola di Satana, venderà caro il suo soccorso, e dopo aver presta-
to ipocritamente alla fede la sua man forte, prenderà beffardamente
la sua rivincita e caccerà la fede, intronizzandosi al suo posto. E al-
lora la fede non potrà difendersi in altro modo, da quella di cui avreb-
be voluto fare la sua cooperatrice e che diviene fatalmente la sua ri-
vale, che con i cavalletti e le torture dei processi inquisitoriali (o con
le semplici intimidazioni) aveva chiamato Aristotele al proprio soc-
corso la fede traballante del medioevo-cadente, e la dialettica ari-
stotelica la cacciava di seggio.


























Il mondo di Sprenger e Institor è un mondo perfetto (nulla a che vedere
con i poveri 'perfetti' loro eterne vittime), troppo perfetto per essere au-
tenticamente cristiano, e un mondo perfetto in quanto tale esclude la pie-
tas per l'altro da sé.
L'impropria contaminazione di verità e realtà, è un altro degli 'slittamenti
concettuali', su cui tutto il 'Malleus' si regge. La razionalità e il bene iden-
tificati con l'ordine, l'irrazionalità e il male con il disordine:

Come alla gestione del bene sono pertinenti la misura e l'ordine, 
così alla gestione del male è pertinente il disordine.

Lo slittamento dal concetto di male/disordine al problema dell'ordine
pubblico consegue immediatamente. La società dei diavoli è anarchica,
priva di 'imperium', nessuno comanda a nessuno, e dunque, s'intende'
corrisponde ad una struttura non omogenea rispetto all'ordine divino
della convivenza umana:

Quando non c'è sottomissione e obbedienza, tutti agiscono indiffe-
rentemente. Ma tra i diavoli non c'è alcuna sottomissione e obbe-
dienza.


























Non a caso uno dei molti nomi del diavolo è Belial: 'che s'interpreta co-
me senza giogo o senza padrone', dal che si capisce come spesso gli e-
retici medievali, e in particolare gli apostolici di Segarelli e Dolcino era-
no stati indicati dalle fonti avverse come 'figli di Belial', ovvero come ri-
belli e figli della libertà.
Altri nomi significativi del diavolo in questo ambito sono 'il grande schia-
vo rivoltatosi' e 'fa-ciò-che-vuoi'. Vale la pena ricordare che uno dei trat-
ti tipici di Segalelli, iniziatore degli 'apostolici' intorno al 1260 è proprio
quello di rifiutare sempre una posizione di preminenza all'interno della
fraternitas apostolica, deludendo permanetemente i suoi fideles che lo
innalzavano a tale ruolo, chiamandolo a più riprese e acclamandolo come
'pader, pader, pader!', con ciò portando a compimento un tratto essen-
ziale all'ispirazione originaria di Francesco d'Assisi che nella Regola non
bollata del 1221 aveva scritto dei suoi frati:

E nessuno sia chiamato priore, ma tutti siano chiamati semplicemen-
te frati minori. E l'uno lavi i piedi all'altro.

Una società senza capi è perciò, per Sprenger e Institor, strutturalmen-
te diabolica nel suo rifiuto del potere esteriore, mentre per gli evangeli-
ci medievali è la struttura gerarchica a portare con sé un'organizzazione
troppo umana e quindi non evangelica.




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domenica 23 settembre 2012

I GENI DELLA FORESTA



































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Fu il 15 giugno che il colonnello ordinò l'inizio dei tagli nel Bosco Vecchio.
Evitato definitivamente il pericolo di Matteo, Sebastiano Procolo ordinò
che si abbattesse una lista di piante in corrispondenza del centro della fo-
resta; si apriva così un varco utile per l'eventuale trasporto di altri tronchi
dalla sommità della valle.
Gli operai attaccarono un grandissimo abete, di circa 40 metri, al limite
del bosco.
Verso le ore 15,30 il colonnello uscì di casa per andare a vedere; lo ac-
compagnò il vento Matteo.


























Avvicinandosi, udiva farsi più distinto il rumore della sega. Quando giunse
sul posto rimase meravigliato di trovare una folla di uomini in semicerchio
attorno alla pianta. Matteo avvertì che erano geni venuti per assistere alla
fine del loro compagno. Non erano tutti; si erano riuniti soltanto quelli del-
la zona di bosco vicina.
Tra essi il Procolo vide subito il Bernardi.
Erano persone alte ed asciutte, con occhi chiari, il volto semplice e come
seccato dal sole. Portavano vestiti di panno verde fatti secondo la moda
del secolo prima, senza pretese di eleganza ma molto puliti. Tenevano tut-
ti in mano un cappello di feltro. Nella maggioranza avevano capelli bianchi
ed erano sbarbati.
Nessuno sembrò accorgersi che fosse arrivato il colonnello.
Il Procolo ne approfittò per avvicinarsi alle loro spalle e assistere così


























più da vicino a quello che stava succedendo. E come fu a ridosso della
schiera dei geni, con molta circospezione, toccò la falda di una delle lo-
ro giacche, constatando che era stoffa vera e non una semplice illusione.
I boscaioli continuavano il lavoro con la massima indiffirenza, come se
non ci fosse nessuno a osservarli. Quattro facevano andar su e giù la se-
ga che aveva ormai oltrepassato la metà del tronco. Il quinto era salito
per attaccare la fune che sarebbe servita per far cadere l'albero dalla
parte giusta.
Seduto su un sassone, da solo, vicino alla base dell'albero, stava uno
dei geni, simile a tutti gli altri; era il genio dell'abete che si stava taglian-
do. Seguiva il lavoro dei boscaioli con grande attenzione.
Tutti stavano zitti.
Si udiva soltanto il rumore della sega e il fruscio dei rami mossi involon-
tariamente da Matteo. Il sole andava e veniva a causa delle frequenti
nubi.





























Il colonnello notò che sull'abete che si stava abbattendo non c'era nep-
pure un uccello mentre quelli intorno ne erano addirittura rigurgitanti.
Ad un tratto il Bernardi si staccò da un punto del semicerchio, avanzò
per il terreno libero e si avvicinò al genio che sedeva solo, battendogli
una mano sulla spalla.
"Siamo venuti qui per salutarti, Sallustio!"
disse a voce alta come per far capire che parlava a nome di tutti gli al-
tri compagni.
Il genio dell'abete rosso si alzò in piedi, senza però staccar gli occhi
dalla sega che rodeva il suo tronco.
"Quello che succede è triste, non ci siamo assolutamente abituati"
continuò il Bernardi con voce pacata.


























"Ma tu sai quanto io abbia fatto per cercare d'impedirlo. Tu sai che
siamo stati tutti quanti traditi e che ci è stato rubato vento (e aria)".
E così dicendo rivolse i suoi sguardi, forse per puro caso, in direzio-
ne del colonnello Procolo, nascosto dietro la schiena dei geni.
"Siamo venuti a dirti addio"
Continuò il Bernardi.
"Questa sera tu sarai lontano, nella grande ed eterna foresta di cui
in gioventù abbiamo sentito tanto parlare. La verde foresta che non
ha confini, dove non ci sono conigli selvatici, né ghiri, né grillitalpa,
che mangiano le radici, né bostrici che scavino il legno, né vermi che
divorino le foglie.
Lassù non ci saranno tempeste, non si vedranno fulmini o lampi, nep-
pure nelle calde notti d'estate".


























"Ritroverai i nostri compagni caduti. Essi hanno ricominciato la vita
questa volta definitivamente. Sono tornati piantine a fior di terra, han-
no di nuovo imparato a fiorire e sono saliti lentamente verso il cielo
(senza bisogno di scalare nessun montagna). Molti di loro devono
esser già cresciuti bene. Salutami il vecchio Teobio, se lo rivedi, digli
che un abete come lui non si è più visto, e si che sono passati più
di 200 anni. Questo gli potrà far piacere".
...Non si è riusciti mai a capire perché Sebastiano Procolo, con quel
tempaccio se ne stava immobile, ormai perfettamente scoperto, per-
ché i geni se n'erano andati.
Lo stormire dei rami nella foresta faceva un rombo cupo che spesso
riusciva a coprire il rumore della sega.....
(D. Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio)











giovedì 20 settembre 2012

UNA STANZA TUTTA DEGLI ALTRI












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Portelli: 'Che tipo di comunità è questa?'.
Will Gent: 'Cool town - un villaggio minerario. Uno dei primi. Verso il 1910,
1917, mi sa che l'hanno fatto. Le case qui sulla collina l'hanno fatte nel 1916,
1915. E quelle sul fondo valle l'hanno fatte tra il '17 e il ' 18. La vecchia ve-
na della miniera qua sotto si è esaurita, credo, nel 1932. Quando s'è esauri-
ta, se ne sono andati quasi tutti'.

'Non c'erano strade, perciò dovevano fare i 'camps'. Se volevi gente per
lavorare gli dovevi dare la casa. Per questo abbiamo fatto i villaggi'.
Harlan era lontana dai centri urbani; il carbone si trova in luoghi diffici-
li da raggiungere, e gran parte della forza lavoro fu portata da fuori.
Per queste ragioni le 'coal towns', o 'coal camps', o 'company towns': cen-
tri abitati recintati e autosufficienti di proprietà delle 'compagnie mine-
rarie' e interamente sottoposti al loro dominio.




















Intorno al 1925, almeno due terzi della forza lavoro nella regione mineraria
degli Appalachi viveva in villaggi di proprietà delle compagnie. A Harlan se
ne contavano non meno di 25; gli ultimi furono dismessi negli anni '60.
Alcuni erano vere e proprie 'slums', altri erano villaggi modello; ma tutti e-
rano sottoposti al potere assoluto dei proprietari, come se la sovranità del-
lo Stato e il dominio della legge si fermassero ai cancelli del villaggio.


















Delbert Jones: 'Sotto certi aspetti eri libero, e sotto altri no. La maggior
parte dei villaggi avevano una legge privata che manteneva la pace e l'ordi-
ne nella comunità. Che, a modo suo, era una cosa buona. Scoppia una ris-
sa di ubriachi, arriva lui, a mantenere la pace e l'ordine. Delle volte hai biso-
gno della legge, e delle volte no. Ai tempi che stavamo organizzando il sin-
dacato - li chiamavano 'gun-thug', pistoleri, allora - se ti beccavano a parla-
re al sindacato, capace che ti ammazzavano o ti cacciavano fuori dal villag-
gio. Buttavano la tua roba sulla strada e te ne dovevi andare. E tante volte
eri 'black-balled', in lista nera. 'Blackballing' vuol dire che non trovi lavoro
da nessuna parte a Harlan Country, devi andare fuori contea e andare in
West Virginia, o altro, a cercare lavoro.
E TI INSEGUIVANO E TI BECCAVANO PURE LI'. ERI NELLA
LISTA NERA DOVUNQUE ANDAVI!'.






















A. Lynch: ' 'I coal camps' a quell'epoca erano autosufficienti, avevamo
il dottore, e pagavi un dollaro e un quarto al mese e avevi assistenza
medica gratis; avevamo il cinema, c'era la sala da biliardo, la gelateria,
lo spaccio, il negozio di stoffe e l'alimentari e tutto'. 
'I villaggi erano racchiusi in confini tangibili che li segnavano come spa-
zi separati in cui i diritti della proprietà prevalevano sulle leggi dello...
Stato... e sui diritti dei cittadini.
Negli anni trenta, l'ingresso del 'coal camp' di Louellen, di proprietà
della Cornett-Lewis Coal Company, a Clover Fork, era sbarrato da
cavi d'acciaio. C'erano dei pali ai due lati, dove uscivi dalla strada pub-
blica e entravi nel villaggio; avevano messo un cavo d'acciaio tirato fra
due traversine ai lati della strada, e chiuso con un lucchetto. E se vede-
vi venire qualcuno, dovevi avvertire i guardiani e loro ti facevano entra-
re e poi lo richiudevano' (L. Lefevre).


























'C'erano le guardie per farti entrare e per farti uscire. Come un cam-
po di concentramento o qualcosa del genere. E noi siamo cresciuti
sotto queste condizioni. Non entravi nel villaggio senza permesso, e
non uscivi dal villaggio senza permesso'. (J. Cowans)
Anche il sindacalista G.B. Titler usa immagini carcerarie per descri-
vere Verda: 'Un grande albero torreggiava sulla strada di fronte all'-
ingresso. A cinquanta piedi di altezza fra i rami c'era una casetta.
Ma non serviva per far giocare i bambini. Era una postazione dove
si mettevano i 'gun-thug' della Harlan-Wallins, come i guardiani sul
muro del penitenziario, per sorvegliare il villaggio'.
L'unica via di accesso a Verda era una strada privata della 'compa-
gnia'; Sill Leach ricordava le mitragliatrici sul ceppo del macellaio
nell'emporio della 'compagnia' e nella baracca dei guardiani. Il reti-
colato attorno al villaggio modello di Lynch aveva la funzione dichia-
rata di impedire l'ingresso agli organizzatori del sindacato. Poiché
Lynch era attraversata da una strada pubblica, la 'compagnia' non
poteva sbarrare il passaggio, ma si assicurava che tutti gli estra-
nei che ci passavano fossero seguiti dappresso dalle guardie azien-
dali e dovessero giustificare la propria presenza o andarsene.



















Testimoniando di fronte alla commissione del Senato federale sulle
'Violazioni della libertà di parola e dei diritti del lavoro' presieduta
dal senatore LaFollette, Robert E. Lawson, direttore di Louellen,
affermò che i cavi d'acciaio e i lucchetti non servivano tanto a tener
fuori i sindacalisti quanto a tenere dentro i minatori - a impedire che
dipendenti che erano in debito con la 'compagnia' per merci acqui-
state allo spaccio o per l'affitto se ne andassero di nascosto senza
pagare.
Ma ciò che ci testimonia Becky Simpson, ci conferma o meglio
ci illumina circa il tipo di regime che governava tali villaggi: 'C'è
una donna di colore, non mi ricordo come si chiama, e suo marito
aveva la febbre e la polmonite e non ce la faceva a andare a lavo-
rare, così gli mandarono - qui li chiamano 'gun-thug' - si presenta-
rono a casa e gli dissero, dice, 'C'è bisogno di te in miniera oggi'.
E la moglie disse, 'Sta male, non ce la fa a lavorare'. Così lo riem-
pirono di botte e manganellate e alla fine si alzò dal letto e andò
a lavorare. Non era solo coi neri che facevano queste cose, lo fa-
cevano anche ai bianchi'.
(A. Portelli, America Profonda)




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domenica 16 settembre 2012

CACCIA e PESCA




























(Con dedica all'astuto ....cacciatore.... pesce spada saporito.....lungo

 questo cammino. E' sempre prosa dedicata al mio amico ....aguzzino..)






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Dietro i grossi baffi spioventi e gli zigomi sporgenti di
Vanzetti, si nascondeva una fisionomia dai lineamenti
buoni e sensibili.
Era un uomo di temperamento riflessivo, ben noto nel-
la colonia italiana di North Plymouth. Non era sposato.
Abitava a pensione dai Fortini, in Cherry Lane. Faceva
il pescivendolo ambulante. Andava in giro, ogni giorno
spingendo il suo carretto con la bilancia dai piatti di ot-
tone, che risuonavano ad ogni sobbalzo, a vendere ...
merluzzo, passera o pesce spada alle famiglie di italiani
o portoghesi nella zona di Cherry Lane, Cherry Court e
Standish Avenue.
Aveva anche una clientela fissa, per la quale il pesce già
avvolto in giornali, sui quali segnava il nome e il prezzo.
Gl'italiani, a North Plymouth, lavoravano in gran parte al-
la corderia locale. Vi aveva lavorato anche Vanzetti per
diciotto mesi, tra il 1914 e il 1915; ma si era licenziato,
perché lo avevano trasferito, assegnandogli mansioni all'-
interno dello stabilimento.
Preferiva lavorare all'aperto, sui moli di Plymouth.
Durante uno sciopero per motivi salariali, scoppiato nel gennaio del 1916, aveva fatto
parte della commissione di mutuo soccorso tra scioperanti. Gli operai prendevano allora
otto dollari la settimana, e le operaie sei; ne chiedevano rispettivamente dodici e otto, ma
finirono con l'accordarsi su un aumento generale d'un dollaro.


In seguito, Vanzetti non lavorò più per la corderia, e nemmeno tentò di farsi riassumere.
Nella primavera del 1919, pur
di guadagnarsi da vivere in
modo indipendente, senza pa-
droni né capisquadra, aveva
comprato il carretto, la bilan-
cia e i coltelli di un amico che
rientrava in Italia.
Dai Fortini, egli scendeva a
pianterreno ogni mattina in
pantofole, prendeva le sue
grosse scarpe, poste sulla
lastra di zinco sotto il forno
a carbone, se le infilava, e
faceva colazione.
Col suo carretto a mano si recava in seguito al molo, oppure alla stazione
ferroviaria, e tornava con la sua partita di pesce. Per pulirla, aveva a dispo-
sizione la cantina dei Fortini.
Se scarseggiava il pesce, andava a raccogliere molluschi sul lido, nel tratto
aperto tra il molo e la corderia.
L'aria di mare gli piaceva.
Tutti, compresi i poliziotti yankees, conoscevano 'barba bert', il pesciven-
dolo, nelle viuzze che egli percorreva abitualmente.

I bambini gli volevano bene.
A mezzogiorno, era sempre il benvenuto al
desco familiare dei suoi connazionali, nel
quartiere. Nelle loro cucine, seduto con i
gomiti sulla tovaglia di cotone a quadri, be-
veva caffè (mai desiderava altro oltre quel-
la sua tazza preferita). Mentre gli altri but-
tavano giù bicchieri e bicchieri di alcol fat-
to in casa.
Gli piaceva parlare e leggere.
Era riuscito a leggere Darwin, Marx, Spen-
cer, Hugo, Tolstoj e Zola, perseguendo, di-
sordinatamente ma con tenacia, lo scopo di rimediare alla mancanza di un'istruzione.

Naturalmente, aveva letto i testi dei patriarchi
anarchici, Kropotkin, Proudhon, Malatesta, es-
sendosi presto convinto che soltanto l'anarchia
potesse spezzare le catene che tengono l'uomo
prigioniero.
Ma i suoi libri preferiti erano la Divina Comme-
dia e la vita di Gesù di Renan. Nei rapporti col
prossimo, non poneva l'intransigenza e il fanati-
smo propri di altri anarchici. Una volta, aveva
anche seguito un corso serale, tenuto a Plymouth
da un pastore protestante di idee democratiche.
Sacco, invece, non avrebbe messo piede in chie-
sa, a nessun costo.
Come l'amico, apparteneva al gruppo anarchico
del New England, che faceva capo a Galleani:
un gruppo mediocramente organizzato, del resto.
Aveva una coscienza di classe accesamente in-
transigente; ma, in tema di vita privata, la sua mentalità puzzava di piccolo-
borghese lontano un miglio.

A differenza di Vanzetti, era estremamente sensibile
alle gioie della famiglia, dell'intimità domestica.
Abitava, con la moglie Rosina e con il figlio di sette
anni, Dante, in una specie di villino di cinque locali;
glielo affittava Mechael Kelley, proprietario del cal-
zaturificio Three-K, in cui era impiegato.
La moglie, che aspettava un altri figlio, era una tipi-
ca italiana del Nord, dai capelli biondo-castani; co-
me gran parte delle sue connazionali, lasciava che
di politica si interessasero gli uomini. Era rimasta cat-
tolica praticante.
Sacco era operaio specializzato; lavorando a cotti-
mo, arrivava spesso a guadagnare fra i 60 e i 70 $
settimanali. Era piccolo di statura, muscoloso.
Non leggeva quasi nulla, all'infuori del giornale e del
monotono materiale di propaganda anarchico. Prefe-
riva dedicare il tempo libero a curare il suo orto: nel-
la buona stagione si alzava molto presto per coltivarlo, prima di andare in fabbrica; e terminata
la giornata, tornava a occuparsi dei suoi ortaggi fino a buio.
Qualche volta, diede a Mecheal Kelley fagioli, granoturco, pomodori, da distribuire a
famiglie bisognose del quartiere. Kelley lo stimava.
Durante i mesi freddi, gli dava modo di fare qualche piccolo straordinario, affidandogli
il compito di badare alla caldaia del riscaldamento, allo stabilimento.
Sacco come Vanzetti, era giunto negli Stati Uniti nel 1908......

(Francis Russell, La tragedia di Sacco e Vanzetti)




Prosegue in:

http://paginedistoria.myblog.it/archive/2011/12/25/un-cristo-percio-voglio-oggi-raccontare.html &

http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2011/12/25/e-la-sua-fine-ricordare.html











giovedì 13 settembre 2012

A QUELL'ESSERE NASCOSTO NEL FOLTO DEL BOSCO....UOMO NON ERA PER QUESTO GLI DEDICO QUESTA..... (4)



































(Con sette foto di Pietro Autier (?), che quell'essere non ritraggono...,

  a lui ....che pesce non era ed è....ma forse lo sarà, in questa terra

auguro una vita più evoluta...più sana ...e dall'acqua può sempre

cantar la sua canzone strana, che poesia o rima non è ed era, per ciò

tutti ci auguriamo che da cacciator non sia proprio lui quello braccato,

perché da uno stagno si posò proprio sopra un albero e noi tutti .....

lo guardiamo nel suo movimento strano...... Ora non mi si chieda di 

che specie è o era la sua natura. Ora non mi si domandi come mai è 

lì immobile proprio in mezzo a quei rami. Io di certo mai l'ho creato,

in questo suo movimento strano, forse è solo un'opera di un altro

...Dio. Io sto parlando e seppellendo una cosa della mia natura...

mentre morivo nella sua strana ...tortura. 

A te dedico queste parole di poesia, aguzzino lungo una via......)




































Precedenti capitoli:

Mentre morivo (1/2) &

Vardaman (3) &

Prosegue in:

Mentre morivo (5/6) 












Era quasi mezzanotte e si era messo a piovere quando ci ha svegliato.
Era stata una serata che non prometteva niente di buono, con quella
tempesta in arrivo; una di quelle serate quando uno si aspetta di tutto
prima di esser riuscito a governare le bestie e sia rientrato in casa,
mangiata la cena e a letto con la pioggia che comincia, e quando è ar-
rivata la pariglia di Peabody tutta coperta di schiuma, coi finimenti
spezzati a strascicare e il giogo giù in mezzo alle zampe della bestia
di destra, Cora dice:
- E' Addie Bundren. Se n'è andata, alla fine.
- Peabody potrebbe esser passato da una dozzina di case qui intorno,
dico io.
- E poi, come fai a dire che è quella di Peabody?
- Be', è quella no?
dice lei.
- Vai a attaccare.
- Per far che?
dico io.
- Se davvero se n'è andata, fino a domani mattina non si può fare nien-
te. E sta per scatenarsi.




























- E' mio dovere,
dice lei.
- Attacca le bestie.
Ma io non volevo.
- Ragionaci: se avevano bisogno di noi ci mandavano a chiamare. Non
sai neanche se ancora se n'è andata.
....Tenevo la lampada alta, con la pioggia che scintillava di traverso e
Cora lì dietro nell'entrata che diceva:
- Chi è Vernon?
ma lì per lì non riuscivo a vedere proprio nessuno finché ho guardato
in giù dietro la porta, abbassando la lampada.
Pareva un cucciolo affogato con quella tuta, senza nulla in testa, inzac-
cherato fino alle ginocchia avendo camminato per quelle quattro miglia
nel fango.
- Be', che mi venga un accidente,
dico io.
- Chi è, Vernon?
dice Cora.
Lui mi guardava, gli occhi rotondi e neri nel mezzo come quando si
getta una luce in faccia a un gufo.






















- Sa quel pesce?
dice.
- Entra dentro,
dico io.
- Che cos'è? La mamma.....
- Vernon,
dice Cora.
Se ne stava lì fermo, dietro la porta, nel buio. La pioggia sferzava la
lampada, sfrigolandoci sopra che io ho paura da un momento all'al-
tro scoppi.
- Lei c'era,
dice guardandomi.
- L'ha visto.
Poi Cora viene alla porta.
- Togliti subito dalla pioggia,
dice, tirandolo, con lui che mi fissa. Pareva proprio un cucciolo affo-
gato.
- Te l'avevo detto,
dice Cora.
- Te l'avevo detto che stava succedendo. Vai a attaccare.
- Ma mica ha detto....,
dico io.
Lui mi guardava, sgocciolando sul pavimento.
- Qui rovina tutto il tappeto,
dice Cora.




























- Vai a tirar fuori le bestie mentre io lo porto in cucina.
Ma lui restava indietro, fissandomi con quegli occhi.
- Lei c'era. L'ha visto, lì per terra. Cash ce la inchioderà dentro, e
il pesce era lì per terra. L'ha visto. Ha visto la traccia nella polvere.
E' cominciato a piovere solo dopo che stavo venendo qui.
Sicché si riesce a tornare in tempo.
Che mi venga un accidente se non m'ha fatto venire i brividi, anche
se ancora non sapevo. Ma Cora sì.
- Spicciati, vai a tirar fuori quelle bestie,
dice.
- Non capisce più nulla dal dolore e la preoccupazione.....
.....A un certo punto, verso l'alba, la pioggia cessa.
Ma non è ancora giorno quando Cash pianta l'ultimo chiodo e si rad-
drizza, rigido, a guardare la bara finita, con gli altri che lo guardano.
Alla luce della lanterna il suo viso è calmo, pensoso; lentamente si
strofina le mani sulle cosce coperte dall'impermeabile con un gesto
calmo, composto e definitivo.
Poi tutti e quattro - Cash, Pa', Vernon e Peabody - sollevano la ba-
ra, se la mettono sulle spalle e si avvicinano verso la casa.
E' leggera, eppure si muovono con lentezza; vuota, eppure la traspor-
tano con attenzione; senza vita, eppure si muovono con caute parole
sottovoce, parlando come se, completata, sonnecchiasse adesso qua-
si viva, in attesa di svegliarsi.
Sul pavimento scuro i loro piedi pesticciano goffi, come se da tempo
non camminassero su un pavimento.






















La posano davanti al letto.
Peabody dice piano:
- Facciamoci uno spuntino. E' quasi l'alba. Dov'è Cash.
E' tornato al suo cavalletto, di nuovo chino nella luce bassa della
lanterna e raccattare i suoi arnesi, ad asciugarli preciso con un cen-
cio e a rimetterli nella cassetta con la sua cinghia di cuoio da passarsi
sulla spalla. Poi tira su cassetta, lanterna e impermeabile e torna verso
la casa, salendo gli scalini a formare una sagoma incerta contro l'orien-
te che impallidisce.
In una stanza sconosciuta ti devi svuotare per il sonno.
E prima che tu sia svuotato per il sonno, che cosa sei.
E quando sei svuotato per il sonno, non sei.
E quando sei riempito di sonno, non sei mai stato.
Io non so che cosa sono.
Io non so se sono e no.
Jewel sa che è, perché non sa di non sapere se è o no.
Lui non può svuotarsi per il sonno perché non è quello che è e è quel-
lo che non è.
Al di là del muro senza lampada sento la pioggia formare il carro che
è nostro, il carico che non è più di quelli che l'hanno abbattuto e sega-
to né ancora di quelli che l'hanno comprato e che non è neanche nostro,
anche se è là sul nostro carro, dato che soltanto il vento e la pioggia lo
formano soltanto per Jewel e me, che non siamo addormentati.
E dato che il sonno è non-è e la pioggia e il vento sono erano, non è.
Eppure il carro è, perché quando il carro sarà era, Addie Bundren
non sarà.
E Jewel è, così Addie Bundren deve essere. E allora io devo essere,
se no non potrei svuotarmi per il sonno in una stanza sconosciuta.
E allora se ancora non sono svuotato, io sono è.
Quante volte sono rimasto disteso, con la pioggia sopra un tetto sco-
nosciuto, a pensare a casa.

(W. Faulkner, Mentre morivo)














     

martedì 11 settembre 2012

VARDAMAN (3)

















Precedente capitolo:

Mentre morivo 

Prosegue in:

A quell'essere nascosto nel folto del bosco....












.....Quando l'hanno finita ce la metteranno dentro, lei,....
e poi per parecchio tempo non sono riuscito a dirlo.
Ho visto il buio rizzarsi e andarsene vorticando e ho detto:
- Ce la inchiodi dentro, Cash? Cash? Cash?
Io sono rimasto chiuso nel silo la porta nuova era troppo pesante
per me sicché non riuscivo a respirare perché il topo respirava l'-
aria.
Ho detto
- La chiudi coi chiodi, Cash? Coi chiodi? Coi chiodi?



















Pa' cammina avanti e indietro.
La sua ombra cammina avanti e indietro, sopra Cash che va su e
giù sulla sega, sull'asse che sanguina.
Dewey Dell ha detto che compreremo delle banane.
Il treno è dietro il vetro, rosso sulle rotaie. Quando va, le rotaie
luccicano ora sì ora no.
Pa' ha detto che farina zucchero e caffè costano tanto. Perché io
sono un ragazzo di campagna perché i ragazzi in paese. Biciclette.
Ma perché farina zucchero e caffè costano tanto quando lui è un
ragazzo di campagna.
























- Piuttosto, non ti piacerebbero le banane?
Le banane son bell'e sparite, mangiate. Sparite.
Quando va sulle rotaie luccica ancora.
- Ma perché io non sono un ragazzo di paese, Pa'?
ho detto.
E' Dio che m'ha fatto. Io mica ho detto a Dio di farmi in campa-
gna.
Se lui può fare il treno, perché non può farli tutti in paese visto
che farina zucchero e caffè.
- Piuttosto, non ti piacerebbero delle banane?


























Cammina avanti e indietro.
La sua ombra cammina avanti e indietro.
Non era lei. Io c'ero, e guardavo. Ho visto. Credevo che
fosse lei, ma non era lo era. Non era la mia mamma.
Lei se n'è andata via quando quell'altra si è messa nel suo
letto e ha tirato la trapunta. Lei se n'è andata via....
- E' andata fino in paese?
- E' andata più in là che in paese....
























E tutti quei conigli e quegli opossum sono andati più in là che
in paese?
Dio ha fatto i conigli e gli opossum. Ha fatto i treni. Perché
deve fare un posto differente dove loro devono andare se lei
è come il coniglio.
Pa' cammina avanti e indietro. Anche l'ombra.
La sega fa un rumore che sembra addormentata.
E allora se Cash chiude la cassa coi chiodi, lei non è un coniglio.
E allora se non è un coniglio io non riuscivo a respirare nel silo
e Cash la chiude coi chiodi. E allora se lei glielo lascia fare non
è lei.....
Lo so. C'ero....
L'ho visto quando non era lei. L'ho visto....
Loro credono di sì e Cash la chiude coi chiodi.


























Non era lei perché lui era proprio lì per terra.
E ora è tutto a pezzi. E' lì in cucina nella padella sanguinante,
che aspetta d'esser cucinato e mangiato.
....Prima lui non era e lei era, e ora lui è e lei non era.....
E domani sarà cucinato e mangiato e lei sarà quello lì e Pa'
e Cash e Dewey Dell e non ci sarà nulla nella cassa e allora
lei può respirare.....
Era proprio lì per terra.
Posso andare a prendere Vernon.
Lui c'era e l'ha visto, e fra tutti e due sarà e poi non sarà.....
(W. Faulkner, Mentre morivo; Foto di Esther Bubley)