giuliano

sabato 30 giugno 2012

OLTRE LA SOGLIA (3)
















































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.....Magdalena aveva la casa in Breestraat in comproprietà con il fratello
Pieter, ma dopo il nuovo matrimonio cedette la sua parte al marito Chris-
toffel Thijs.
Nel 1636 i due uomini misero la casa all'asta, ma poiché le offerte non
superarono i 12.000 gulden, la ritirarono. La casa fu data in affitto per
due anni, poi, fu rimessa in vendita a 13.000 gulden.
Se la aggiudicò l'ambizioso Rembrandt.
Così, mentre era avvolto dalle spirale del ciclo della Passione, nel tentati-
vo di diventare il Rubens d'Olanda, Rembrandt acquistava una casa dalla
stessa famiglia da cui Rubens aveva acquistato la sua proprietà!


























Visto il clima intimo e confidenziale che regnava tra le famiglie della Bree-
straat, è alquanto improbabile che Rembrandt ne fosse all'oscuro. Forse
la circostanza contribuì in qualche modo a rendere irresistibile il fascino
della casa.
Quella casa in Breestraat era qualcosa di più di un cumulo di calce e mat-
toni. Era un concentrato di rimandi che parlavano di tutti coloro che nella
sua vita di pittore avevano svolto un ruolo importante: Lastman, van Uylen-
burgh e ora, si scopriva, Rubens.
Poteva lasciarsela scappare?
Forse a 34 anni Rembrandt pensava di potersi finalmente concedere lo
stile di vita di Rubens: cavalli, palafrenieri, servitù, cuoche, diligenti disce-
poli.







































Comunque sia, doveva ritenersi abbastanza benestante da potersi permet-
tere una casa incomparabilmente più lussuosa di qualsiasi posto in cui avesse
abitato fino allora, e di conseguenza decisamente più costosa di qualsiasi a-
bitazione cui i suoi pari o i suoi colleghi potessero aspirare.
Lo stesso anno in cui Rembrandt comprò la sua dimora, Michiel van Mie-
revelt, il veterano dei ritrattisti di corte, acquistava a Deft una casa del valore
di soli 2000 gulden, poco più del prezzo medio che ci si permetteva in città.
.....Così, sebbene la Breestraat stesse cambiando, popolandosi di stranieri -
specie di ebrei portoghesi - che varcavano i ponti dell'isola di Vlooienburg
per andare a stabilirsi là, per Rembrandt il ritorno in quella via aveva il gusto
di un piccolo trionfo.
Non trascurò nemmeno i gesti di generosità, entrando a far parte di un gruppo
di risparmatiori - tra i quali artisti - che prestavano denaro a Hendrick van
Uylenburgh, cronicamente in rosso.







































....Costruita con i criteri usuali dell'Amsterdam di fine secolo, la nuova casa
era alta e profonda, con una facciata piuttosto stretta. L'ingresso in pietra
dall'aspetto classicheggiante immetteva direttamente nella 'voorhuis', il vesti-
bolo d'ingresso, dove si veniva accolti dai calchi in gesso che l'inventario
redatto quando Rembrandt andò in bancarotta descrive come 'due putti
nudi'.
Non c'erano molti mobili a ingombrare quella stanza: solo sei sedie, quattro
'sedie spagnole in pelle russa' e uno sgabello per guardare dalla finestra in
caso in cui il 'maestro' non avesse voluto farsi trovare in casa. In compenso
l'androne era pieno di quadri, perlopiù di dimensioni modeste: piccoli pae-
saggi di Rembrandt stesso e di Lievens, ritratti di animali, qualche tronie e
opere di genere dell'artista fiammingo Adriaen Brouwer, specializzato in
scene di fumose osterie dei bassifondi infiammate dall'alcool ed evidente-
mente ammirato da Rembrandt per il suo schietto realismo.


























Oltre la 'voortuis c'era la stanza laterale con un tavolo in noce, un vano di
marmo per tenere in fresco il vino, altre sette sedie spagnole con imbottitura
in velluto verde e nientemeno che quaranta quadri, tra i quali quelli di alcuni
degli artisti prediletti di Rembrandt.
La 'stanza laterale' era quindi una piccola galleria.
Dietro di essa si aprivano altre due stanze e il salotto. Se la 'sael', con le sue
tre 'statue antiche', assolveva alla funzione di stanza principale in cui ricevere
gli ospiti, a nessuno dei vani della casa era ancora stato assegnato un ruolo
preciso; così in entrambe le stanze c'erano armadi e credenze in legno di ce-
dro, tavoli e sedie, e nella 'sael' perfino un 'angolo notte' con tanto di mobile
letto. 



















Nell'insieme l'infilata di stanze doveva dare al visitatore un'impressione di gran-
de comfort, con candelabri, portalampada d'ottone e specchi intarsiati che ri-
flettevano la fresca e umida luce del giorno.
Ma la parte della casa sulla quale Rembrandt aveva impresso la sua personalità
era il primo piano.
Constatava di quattro vani: un altro disimpegno d'ingresso, due stanze per il
pittore e, più all'interno, vale a dire sopra la 'sael', una stanza denominata 'kun-
stcaemer'. Entrare in quei locali significava trovarsi davanti a un'incredibile serie
di oggetti, paragonabile alle raccolte enciclopediche delle case degli amici di
Rubens ad Anversa e destinata a coprire praticamente l'intero ambito della cultu-
ra mondiale nota, passata e presente, nazionale e straniera.


(prosegue in: http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2011/08/17/il-ritratto.html

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venerdì 29 giugno 2012

BREVE DIARIO (2)






































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Il viaggio inizia il 12 luglio 1520.
Le tappe degli spostamenti e le soste sono indicate con grande precisione,
seguendo il calendario delle feste religiose. Per giungere fino ad Anversa,
Durer impiega 22 giorni, dal 12 luglio al 3 agosto. Ad Anversa risiederà
per l'intera durata del viaggio, allontanandose per brevi visite alle città 
vicine.


































Da Norimberga a Francoforte



Il giovedì dopo san Chiliano io, Albrecht Durer, a mie spese per vitto e
quanto altro, sono partito con mia moglie da Norimberga diretto verso
i Paesi Bassi.
Lo stesso giorno, dopo aver passato Erlangen, ci siamo fermati per la
notte a Baiersdorf e abbiamo speso 3 pfund meno 6 pfenning.
Quindi il giorno seguente, venerdì, siamo giunti a Forchheim, dove ho
pagato 22 pfenning per la scorta..........

























Primo soggiorno ad Anversa



Ci recammo quindi ad Anversa.
Presi alloggio alla locanda di Joost Planckfelt e la sera stessa l'agente
dei Fugger, di nome Bernhard Stecher, ci offrì una cena sontuosa, ma
mia moglie mangiò alla locanda. Per il trasporto delle nostre tre perso-
ne ho dato al vetturino 3 fiorini d'oro e per il trasporto delle merci ho
dato a Staiber ...Item la domenica successiva al giorno di San Pietro
in Vincoli il mio oste mi condusse nella casa del borgomastro di An-
versa.
E' di recente costruzione, straordinariamente spaziosa e ben sistemata,
con stanze splendide, ampie e numerose, con una torre riccamente de-
corata, un giardino immenso, insomma una casa di tale magnificenza
come mai ne avevo viste in alcun paese tedesco.


























C'è anche una strada molto lunga, affatto nuova, che consente l'ac-
cesso alla casa da entrambi i lati: (la casa) è stata costruita per suo
desiderio e con il suo contributo.
Item ho dato 3 stuber al messaggero. 2 pfenning per il pane e 2
pfenning per i colori.
La domenica, era il giorno di Sant'Osvaldo, i pittori mi invitarono nel-
la loro sede con mia moglie e la cameriera.
Vi erano stoviglie d'argento in gran quantità, ornamenti preziosi e cibi
oltremodo squisiti. Anche le loro consorti erano tutte presenti e, quan-
do venni condotto al tavolo, la folla stava in piedi sui due lati proprio
come si facesse scorta a un gran signore.




















Vi erano fra loro personalità di rango che, con profondi inchini, mani-
festarono nei miei riguardi il massimo rispetto. Dissero che intendevano
fare tutto ciò che era in loro potere per rendermi cosa gradita.
Mentre venivo fatto oggetto di così grande onore, giunse un messo dei
signori di Anversa con due servitori e mi fece dono di quattro boccali
di vino. Essi mi chiedevano di accettarlo in segno di omaggio e dimostra-
zione della loro benevolenza.
Da parte mia ringraziai molto umilmente e ofrii i miei umili servigi.
Giunse poi mastro Peter, maestro di legname della città, il quale mi fece
dono di due boccali di vino, offrendomi i suoi servigi.




















Dopo esserci trattenuti a lungo in allegria fino a tarda notte, ci riaccom-
pagnarono solennemente a casa con le lanterne; mi pregarono di accettare
la loro benevolenza e di fare qualunque cosa mi fosse gradita, contando
in ciò sul loro pieno aiuto.
Li ringraziai dunque a mia volta e andai a dormire.
Sono stato a casa del maestro Quentin e ho visitato inoltre i loro tre cam-
pi da tiro. Ho consumato un pasto eccellente con Staiber, e un altro con il
fattore del Portogallo, a cui ho fatto un ritratto a carboncino.
Ho ritratto anche il mio oste. Il suo studio richede una cura particolare.

(Albrecht Durer, Viaggio nei Paesi Bassi)













sabato 23 giugno 2012

'NEL NOME DEL BUDDHA' ...nella sacra abbazia della storia













Prosegue in:

http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2012/04/23/epilogo-del-viaggio.html &

http://paginedistoria.myblog.it/archive/2012/04/23/epilogo-del-viaggio-2.html







....Tra Cristianesimo e Buddismo vi è una rivalità,
più che tra le altre religioni; e il problema è chi tra i Cristiani e i buddisti saranno
i primi a chiarire le nostre concezioni sulla mèta religiosa dell'umanità in termini
semplici e piani, e adattati alle esigenze pratiche della vita.
I Cristiani possono imparare molto dal Buddismo (al patto di non cancellare la
nostra memoria genetica, per assimilarla e inglobarla ad un sistema teologico, che
trascurando la filosofia, e con essa una più e certa verità, rimuove la nostra stra-
tigrafia storica, sociale ed evolutiva. Cancellando altresì in nome dello stesso as-
solutismo che accompagnò lo zelo dei primi missionari, in terra Tibetana, a quello
dell'assolutismo politico degli invasori comunisti e cinesi.).
Ed i Buddisti possono imparare molto dal Cristianesimo.




Il Cristianesimo (come sappiamo) conquistò le nostre religioni adottando quanto
vi era di buono in esse. Adottò dai Greci la filosofia del Logos, e dai Teutoni l'e-
tica della lotta e degli sforzi energetici. E' solo da quando il Cristianesimo rifiutò
di assimilare nuove verità, che il suo progresso fu arrestato.
Il futuro religioso di una religione dipende dalla vitalità spirituale dei suoi rappre-
sentanti, e vitalità significa capacità di sviluppo.


Primo Peccato: Dualismo originale.
Come tutte le religioni, il Buddismo ebbe origine nel desiderio di sfuggire alla transitorietà della vita con le vicissitudini incidentali, e di raggiungere la beatitudine duratura di un'esistenza indisturbata dove non esistono dolore, malattie, morte o incertezza di nessuna sorta.
Non appena che la prevalenza del soffrire venne riconosciuta come una condizione inseparabile dell'esistenza corporea, il primo tentativo fatto per ottenere la liberazione dal male fu naturalmente
quello di ricorrere ad una mortificazione del corpo perché l'anima ne avesse beneficio.
Il corpo venne riguardato come la sorgente di ogni miseria, ed un'esistenza pura-
mente spirituale fu l'ideale in cui le persone religiose posero la loro speranza di
salvezza. Il corpo è destinato a morire, e venne perciò considerato come un ca-
davere animato. La nostra esistenza materiale è un corpo di morte da cui l'uomo
deve sbarazzarsi prima di poter ottenere lo stato immortale.
(Ecco ciò che forse non compresero i primi esploratori, orientalisti, dotti, acca-
demici, esploratori, pionieri, missionari, avventurieri, politici, eserciti, fondamen-
talisti, ortodossi bigotti e ...spirituali...).























Così leggiamo nella storia di Sumedha, che serve da introduzione ai Jataka:

'Come uno potrebbe sbarazzarsi d'un orrido cadavere legato al suo collo e quin-
di andare libero e allegro per la sua via, così devo io similmente sbarazzarmi da
questo pezzo di corpo, da questa dimora di carne, e andare per la mia via senza
una cura, senza un rimpianto per le cose lasciate indietro. Come gli uomini getta-
no i loro avanzi sul mucchio delle immondizie e vanno per la loro via senza una
cura o un menomo rimpianto per ciò che lasciano; così mi libererò io similmente
da questo pazzo corpo, da questa dimora di carne, e andrò per la mia via come
se avessi gettato le mie brutture nella fogna'.

Sumedha dice:

'Quale miseria rinascere! e quale aver la carne putrefarsi dopo la morte!
Soggetto alla nascita, alla vecchiaia, alle malattie, voglio cercare di trovar l'estin-
zione dove nessun decadimento è mai conosciuto, né la morte, ma la totale sicu-
rezza'.


















L'ideale dello stadio di Buddha in conseguenza è nella forma originale.
Il raggiungimento di una condizione puramente spirituale che si sperava avrebbe
portato seco una 'perfetta' emancipazione dal soffrire.
Il problema religioso, quale si presentò all'asceta Gautama prima che egli giunges-
se alla Buddhaità era formulato in termini prettamente 'dualistici'....
Non tutti gli stranieri però rimasero affascinati dal contrasto vissuto all'interno della
loro esperienza in Tibet e alcuni continuarono a dichiarare inalterato il loro disgusto.
Erano quelle persone che avevano una visione monolitica del mondo e spesso era-
no le più sicure delle proprie convinzioni e dei propri ragionamenti.
Fra questi possiamo annoverare gli ideologi cinesi preoccupati degli orrori della
vita pre-rivoluzionaria in Tibet, per i quali una visione più variegata è inaccettabile
dal punto di vista sia professionale sia morale.



















....Ma possiamo includere nella schiera anche i missionari occidentali moderni, se
dobbiamo giudicare da un volantino messo in circolazione da uno di queste confra-
ternite nel 1990:

'Non vi è luce che riesca a perforare l'oscurità satanica del Tibet, una nazione da
lungo tempo immersa nel demoniaco dal buddhismo tibetano detto lamaismo....
Satana ha reso schiava questa gente per tutta la vita con l'uso di parole atte allo
scopo: 'Om mani padme hum' e altre diciture che vengono ripetute e cantate ai
falsi dèi (e le loro poesie, canti...rime....)'.

Propagandisti cinesi e fondamentalisti cristiani hanno del Tibet una visione unitaria
dominata da un indifferenziato senso dell'orrore.
I comunisti sottolineano la crudeltà del rapporto servo-padrone nella società tradi-
zionale, mentre i missionari protestanti contemporanei parlano di cultura satanica.
Le loro prospettive sono l'immagine speculare, il negativo, del mito della felicità
collettiva proposto dagli aristocratici.
Ma è più che un puro atteggiamento.
Il punto di vista ideologico che essi rappresentano crea una rete di concetti alcuni
dei quali possono avere conseguenze anche tragiche.
Quello cinese ha portato fra gli anni 60 e 70, al tentativo di eliminare l'identità etni-
ca dei tibetani mentre i fondamentalisti cristiani, come è facile verificare, in molti
casi si sono rivelati dannosi per le culture che hanno incontrato.























Nel processo di trasformazione attraverso il quale tali ideologie mettono in moto
meccanismi persecutori, il punto più caldo del conflitto intellettuale non è necessa-
riamente - come ci si potrebbe aspettare - il dibattito sulla superiorità razziale, la
religione, le relazioni sociali, bensì l'appropriazione della storia.
Per gli assolutisti la percezione della storia è diversa dalla nostra.
Essi intendono l'esistenza come un processo storico incentrato su un momento
particolare, la redenzione.
Ciò che sta prima è male, ciò che segue è bene.
Per i propagandisti cinesi le riforme democratiche del 1959 trasformarono l'orro-
re del Tibet tradizionale nella sua immagine speculare di una felicità altrettanto per-
fetta. Per i cristiani del 1990-2010 tutto è ancora esattamente identico al momento
in cui arrivarono Landon e Weddell nel 1903, poiché i tibetani non sono ancora
redenti (ma forse ...recidivi...).



























La trasformazione storica avverrà solo quando i tibetani si convertiranno al cristia-
nesimo. Per questi missionari, persino l'odore del burro rancido entra nel quadro
della mancanza di redenzione: 'Essi usano burro di yak dal pessimo odore rancido
per quasi tutto, per proteggere la pelle, per farne il tè, per offrirlo agli idoli', diceva
un volantino missionario.
I propagandisti cinesi hanno un compito ben più complesso di quello di lamentarsi
della cucina: devono cambiare la prospettiva della storia tibetana. Devono riscrive-
re i libri di testo, modificare il calendario, dare un nuovo nome a strade e palazzi,
creare nuovi miti nello sforzo di costruire un racconto in cui l'integrazione del Tibet
nella grande madrepatria appaia uniforme e coerente.
(P. Carus, Il Buddismo e i suoi critici cristiani; & R. Barnett, Lhasa la città illeggibile)


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venerdì 22 giugno 2012

MULATTIERA DI MARE







































Ombre di facce facce di marinai
da dove venite dov'è che andate
da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l'asino c'è rimasto Dio
il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido
usciamo dal mare per asciugare le ossa dell'Andrea
alla fontana dei colombi nella casa di pietra
E  nella casa di pietra chi ci sarà
nella casa dell'Andrea che non è marinaio
gente di Lugano facce da tagliaborse
quelli che della spigola preferiscono l'ala
ragazze di famiglia, odore di buono
che puoi guardarle senza preservativo
E a queste pance vuote cosa gli darà
cosa da bere, cose da mangiare
frittura di pesciolini, bianco di Portofino
cervelle di agnello nello stesso vino
lasagne da tagliare ai quattro sughi
pasticcio di agrodolce di lepre di tegole
E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli
emigranti della risata con i chiodi negli occhi
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere
fratello dei garofani e delle ragazze
padrone della corda marcia d'acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.



JAMINA



Lingua infuocata Jamina
lupa di pelle scura
con la bocca spalancata
morso di carne soda
stella nera che brilla
mi voglio divertire
nell'umido dolce
del miele del tuo alveare
sorella mia Jamina
mi perdonerai
se non riuscirò ad essere porco
come i tuoi pensieri
staccati Jamina
labbra di uva spina
fatti guardare Jamina
getto di fica sazia
e la faccia nel sudore
sugo di sale di coscie
dove c'è pelo c'è amore
sultana delle troie
Dacci piano Jamina
non navigare di sponda
prima che la voglia che sale e scende
non mi si disfi nell'onda
e l'ultimo respiro Jamina
regina madre delle sambe
me lo tengo per uscire vivo
dal nodo delle tue gambe.

(Creuza De Ma e Jamina, Fabrizio De Andrè)









giovedì 21 giugno 2012

IL TRAMONTO DELLA CUCCAGNA













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http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2011/08/08/l-arte-della-fame-1.html &

http://paginedistoria.myblog.it/archive/2011/08/08/l-arte-della-fame-2.html










Il tramonto del mito di Cuccagna si svolge lento e inesorabile nell'arco
del XVII secolo.
Il grande, antico mito popolare innervato dalla tensione sociale del rinno-
vamento del cambiamento dei rapporti di proprietà e, in generale, dell'-
ansia utopistica del mutamento del costume civile perde lentamente vigo-
re e slancio.
...Il cuoco della nuova Cuccagna - tutta calata in una dimensione comple-
tamente culinaria e gustativa - viene generalmente indicato con precisi dati:
egli è il 'Panunto', soprannome di Domenico Romoli, celebre trattatista
'de re coquinaria', autore della 'Singolare dottrina'.



















Dal gradioso e fascinoso anonimato della Cuccagna antica, da un remoto
sovrano senza nome, misterioso come un idolo incarnato dal sogno, si
discende a un cuoco, sia pur prestigioso, segnato dagli anni dei comuni
mortali.
Dal mito si passa alla storia, dalla festa collettiva al piacere privato.
Cuccagna diventa un soggetto di pertinenza dell'ars lecandi: un teorema
gastronomico sostituisce il tripudio alimentare dei poveri e degli affamati.
Alla serialità rituale delle portate del pranzo rinascimentale - inframezzate
da intermezzi, musiche, spettacoli, buffonerie capricciose -, all'ordine li-
turgico del banchetto, si sostituisce il disordine e la confusione della gran-
de abbuffata.
Una abbondanza sguaiata e laida, da taverna, prende il posto dell'opulen-
za regolata, armoniosa e 'decorosa' del banchetto di corte: il 'mirabil or-
dine' e la 'somma armonia' di Cristoforo di Messisburgo e degli altri trat-
tatisti cortigiani viene spazzato via da un'ondata di mascelle in movimento.
Il disordinato e caotico riempirsi del ventre vuoto, il risucchio della 'bom-
bance', dell'eccesso, dell''outrance' gastronomica, coincide con la filosofia
di Carnevale, ripugnante a quella misura che è condizione di regolata e du-
ratura salute.























La battaglia fra i due opposti princìpi simula il conflitto fra Carnevale e
Quaresima: 'Una vera e propria 'danse macabre', se si pensa che quell'e-
legante giocoliere, il trinciante, quasi ministro di un'incontro vendetta, col
suo profluvio di carni frolle e speziate propinava giorno per giorno, impla-
cabilmente, a una livida parata di commensali obesi e gottosi, un veleno
mortale'.
I 'paese della mirabilità' incerti e senza confini, l''insula del Convivere' dal-
l'ignota ubicazione, vengono accantonati per un luogo molto più ristretto
ma concreto la cucina; e i vecchi utopistici sogni si ridimensionano nella
filosofia dell'unto e del pieno, si restringono nell'etica tutta gastronomica
del 'pignato grasso'.
Il cuoco sostituisce il re, le folle affamate si assottigliano in una riservata
compagnia di privilegiati ghiottoni o in una scuola di 'gastrolati', nella qua-
le il 'maestro' erudisce nella 'professione' i 'noviziati' seguendo la 'singolar
dottrina' di trattare cibi.
La 'bombance' popolare s'ingrandisce in una 'nobil scienza' nella quale l'-
edonismo culinario accantona il piacere comunitario della 'panza piena',
in cui anzi la plebea pancia viene sostituita dal ventre e dalla scienza del
ventre.
























Le ricette tendono a questo punto a obliterare le vivande, la dottrina cu-
linaria lo spontaneismo incolto e alla buona della 'kermesse' popolare.


Sia lode a Domenico Romoli che n'insegna tante sorte di vivande
con tanti condimenti per sì famosa compagnia e per creppa cuore
di Lesinanti; bona l'opra maccaronea, felice paese di Coccagna
dove chi arroste, chi cocina, chi fa guazzetti, chi pizze, chi torte, 
chi bianco mangiare, chi pastoni, chi pasticci, chi gioca di denti,
chi di mascelle, chi di punta, chi di roverso, chi di fuori, chi di
dentro, chi fa notomia, chi gioca di brocca ....altri si trastullano
con tinche riverse, cefali marini, triglie in graticola, altri con 
pottaggi di maccarelli, calamaretti di latte, telline con le cappe,
uova di storione stufato, cardo al modo di tartufi, linguate ma-
rinate con agresto, ostreghe in bruggia, lamprede alla portughe-
se, teste d'ombrine, tocchetti d'anguille alla fiorentina, minestre
di prugnoli, panza di sulmone, savor bianco d'amandole. 
Ad altri piaccioni le laccie di fiume, pasticci di pere, ischiaccia-
tine con polvere di ramerino, polpe in pottaggio alla polacca,
schiene d'arenghe, mirausto di miccarelli, zibibi stufati, teste 
di tonno coverte di mirausto, laccie lattinate, tocchetto d'an-
guille, testicoli dorati, piccioni in ganestrata, pasticcio di vi-
tella battuta alla francese, pollastri stufati e vermicelli di ri-
cotta, pan dorato con rignonata di vitella, capponi di mangiar
bianco semplice con cannella di melegrane forti di sopra, pet-
to di capretto in genestrata, budelle di vitella ripiene alla lom-
barda, croce di trippa di vitella alla fiorentina, paperi stufati
alla polacca, minestra di ravioli di carne....
Currete cuochi generosi, ciabattini volenterosi, i ricchi e dana-
rosi signori son appen arrivati fin alle porte delli boschi e del-
le ricche chiese, son padroni dello vostro bello paese. Correte
che la panza del signore e ora vuota come una botte, e se vuoi
contare qualcosa in questo bello paese, da cuoco e cameriere
da servo e buffone per il tuo ricco e fiero padrone......lo dovrai
servire come fosse il primo luminare in ogni suo arguto dire.
Tu stai zitto, se vorrai campare un po' più a lungo, e a lui do-
vrai servire anche le dotte rime, perché è sempre lui il primo
signore di ogni reame.........


(Piero Camporesi, Il paese della fame)











mercoledì 20 giugno 2012

SUL SENTIERO DEGLI INDIANI MORTI

















































(....I discorsi dei narratori registrati su nastri magnetici, sono stati
prima trascritti in dialetto, e poi tradotti con testo a fronte, in spa-
gnolo, con l'aiuto di giovani 'goajiro' bilingue. Tutti i testi inclusi
in quest'opera rispettano il più fedelmente possibile i documenti 
originali, ma non ne sono sempre la traduzione letterale. La pre-
sentazione sotto forma di 'versi liberi' non è il semplice risultato
di una ricerca di facile effetto. I 'goajiro' hanno uno stile di nar-
razione caratterizzato da frasi corte, dal ritmo poco compatibile
con quello della nostra prosa letta.)






MORTE GOAJIRO




A ciascuno di noi è legata un'anima.
E' come un batuffolo di cotone bianco,
come fumo.
Ma nessuno può vederla.

Ovunque l'anima, ci segue,
come la nostra ombra.
- Alcuni dicono persino che l'ombra è la forma dell'anima
e all'anima danno il nome di ombra -.
L'anima non ci lascia che durante il sonno,
o quando siamo ammalati,
quando siamo stati colpiti dalla freccia di un wanili.

Tutto ciò che succede nei sogni,
è quello che avviene nell'anima.
Se un goajiro sogna di trovarsi in un altro luogo,
vicino ad un pozzo, in una casa....,
e se vede degli uccelli,
vuol dire che la sua anima è uscita dal cuore.
Passando per la bocca,
per volarsene laggiù.
Ma il suo cuore continua a battere.

Eppure è l'anima che ci fa morire:
l'uomo che sogna di essere morto non si sveglia più.
L'anima l'ha lasciato per sempre.
E' ancora vivo
colui che sogna che gli hanno conficcato un coltello nel petto.
Ma la sua anima è già molto ferita.
La malattia è giunta.
La morte è vicina.

Quando un goajiro è malato,
la sua anima è come prigioniera,
là dove è il sogno.
E' laggiù che lo spirito dello sciamano
può ritrovarla e riportarla al malato.
Ma se non la incontra,
se è nascosta,
se è ritornata in qualche posto,
il goajiro muore.

La sua anima ha incrociato il sentiero,
il sentiero degli indiani morti:
la Via Lattea.
Si dirige verso il mare,
per andare nella casa dove già si trovano le sorelle,
le madri, gli zii materni, i fratelli....

E le ultime parole escono dal morente:
- Me ne vado ora, me ne vado.
Muoio.
Me ne vado per non tornare più....
Ma già la sua anima se ne è andata per non tornare più.
Ha preso la sua cavalcatura.
Vi ha sistemato i bagagli, le amache....
Se ne è andata nelle sue terre,
laggiù, a Jepira, la terra degli yoluja.....

Quando muoiono, i goajiro divengono degli yoluja.
Vanno a Jepìra, per la Via Lattea,
il sentiero degli indiani morti,
là si trovano le loro case.

Sono le anime dei morti che ritornano sulla terra,
attraverso i nostri sogni.
Sono loro che le nostre anime incontrano
quando sogniamo i morti.
Qui a volte si possono vedere le loro ombre.
Sono gli yoluja,
ombre dei morti sulla terra.

Alla nostra morte, dunque, l'anima non si perde.
Solo le ossa vanno perdute.
Le ossa e la pelle.
L'anima se ne va, ecco tutto.
Ciò che se ne va è come la nostra ombra,
o come la nostra figura, evanescente, imprecisa....

Ma noi moriamo due volte.
una volta qui,
e una volta a Jepìra.....

(prosegue in: http://paginedistoria.myblog.it/archive/2012/02/12/i-nuovi-maghi.html &

              http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2012/06/21/il-viaggio.html)









  

martedì 19 giugno 2012

PORFIRIO









































Gli antichi consacravano davvero opportunamente antri e caverne al
cosmo, considerato nella sua totalità o nelle sue parti, poiché faceva-
no della terra il simbolo della materia di cui il cosmo è costituito (per
questo motivo alcuni identificavano terra e materia) e d'altra parte gli
antri rappresentavano per loro il cosmo che si forma dalla materia:
essi, infatti, per la maggior parte sono di formazione spontanea e con-
naturali alla terra, circondati da un blocco uniforme di roccia, che in-
ternamente è cava e all'esterno si perde nella infinita illimitatezza della
terra.
Il cosmo d'altra parte è di formazione spontanea ed è connaturale alla
materia, che gli antichi designavano enigmaticamente pietra e roccia
per il fatto che appare inerte e ostile alla forma, e la consideravano in-
finita per il suo essere amorfa.
Poiché la materia è fluida, priva in sé della forma che la modella e le
conferisce apparenza, gli antichi, come simboli delle qualità insite nel
cosmo in virtù di essa, accolsero l'acqua che sgorga e trasuda dagli
antri, la tenebrosità e, come dice il poeta, l'oscurità.
A causa della materia, quindi, il cosmo è oscuro e tenebroso, ma è

























bello e amabile per l'intrecciarsi delle forme che lo adornano, per le
quali è chiamato cosmo.
Pertanto è giusto dire che l'antro è amabile non appena vi si entra
per il fatto che esso partecipa della forma ma, per chi esamina le sue
profondità e le penetra con l'intelletto, è oscuro; quindi, ciò che è al-
l'esterno e in superficie è amabile, ciò che è all'interno e in profon-
dità è oscuro.
Così anche i Persiani danno il nome di antro al luogo in cui durante
i riti introducono l'iniziato al mistero della discesa delle anime sulla
terra e della loro risalita da qui.
Eubulo testimonia che fu Zoroastro il primo a consacrare a Mitra,
padre e artefice di tutte le cose, un antro naturale situato nei vicini
monti della Persia, ricco di fiori e fonti: l'antro per lui recava l'imma-
gine del cosmo di cui Mitra è demiurgo, e le cose situate nell'antro
a intervalli calcolati erano simboli degli elementi cosmici e delle re-
gioni del cielo.

























Dopo Zoroastro prevalse anche presso gli altri l'uso di celebrare riti
iniziatici in antri e caverne, sia naturali sia costruiti artificialmente.
Come infatti consacrarono in onore degli dèi olimpi e templi, edifici
e altari, per gli dèi ctonii e gli eroi are, per le divinità sotterranee bu-
che e cavità, così consacrarono anche antri e caverne al cosmo e al-
le Ninfe, in virtù delle acque che stillano o sgorgano dagli antri, alle
quali presiedono le ninfe Naiadi, come mostreremo tra poco.
Consideravano l'antro simbolo non solo, come si è detto, del cosmo,
cioè del generato e del sensibile, ma l'oscurità degli antri li indusse
a vedervi il simbolo anche di tutte le potenze invisibili, la cui essenza
appunto non è percepibile allo sguardo.
Così Crono si prepara un antro nell'Oceano e lì nasconde i suoi fi-
gli, anche Demetra alleva Kore in un antro tra le Ninfe e passando
in rassegna le opere dei teologi si troverebbero senz'altro molti altri
esempi analoghi.
























Consacravano antri alle Ninfe, soprattutto alle Naiadi, che presiedo-
no il nome Naiadi dalle acque da cui sgorgano le correnti: lo dimostra
anche l'inno ad Apollo, in cui si dice:

A te fonti di acque intellettuali
assegnarono quelle che vivono negli antri della terra,
nutrite dal soffio della Musa
a un canto divino; esse facendole sgorgare sul suolo
per ogni rivo
offrono ai mortali di dolci acque
flussi inesauribili.

Di qui, penso, presero spunto anche i pitagorici e dopo di loro, Plato-
ne quando chiamarono il cosmo antro e caverna.
In Empedocle, infatti, le potenze che guidano l'anima dicono:

Siamo giunte in questo coperto

e in Platone nel settimo libro della Repubblica si dice:

Ecco, immagina che vi siano uomini in una dimora a forma di 
caverna sotterranea, aperta verso l'alto alla luce, e che ha una
via di accesso la quale si snoda lungo tutta l'ampiezza della ca-
verna.

E quando l'interlocutore esclama:

Che strana immagine la tua!

Egli aggiunge:

Ora, caro Glaucone, bisogna adattare questa immagine a tutto 
il nostro discorso precedente e paragonare il mondo delle appa-
renze visibili alla dimora della prigione, e la luce del fuoco alla
potenza del sole.



























Questo dimostra dunque che i teologi ponevano negli antri il simbolo del
cosmo e delle potenze cosmiche, e anche, come si è detto, della essenza
intellegibile, ma partendo da considerazioni diverse: simbolo del mondo
sensibile perché gli antri sono tenebrosi, rocciosi e umidi, e tale considera-
vano il cosmo resistente e fluido per la materia di cui è costituito.
D'altra parte, l'antro era simbolo del mondo intellegibile perché esso è di
essenza invisibile alla percezione, salda e stabile.
Così è simbolo anche delle potenze particolari invisibili e soprattutto di
quelle insite nella materia. Gli antri, infatti, ne erano considerati simboli par-
ticolari per la loro formazione spontanea, e per l'aspetto oscuro, tenebroso
e roccioso, e certo non sotto tutti i punti di vista né, come alcuni immagina-
rono per la loro forma, poiché ogni antro è sferico.
Se l'antro è a due entrate, come quello di Omero che ha due porte, non lo
consideravano simbolo della essenza intellegibile, bensì di quella sensibile,
così l'antro di cui ora si tratta, per il fatto che, come dice Omero, vi 'scorro-
no acque perenni', non potrebbe essere simbolo della essenza intellegibile,
ma di quella legata alla materia.
E perciò è sacro non alle Ninfe dei monti, delle vette o altre simili, ma al-
le Ninfe Naiadi che prendono il loro nome dalle acque correnti.





















Con Ninfe Naiadi indichiamo in senso specifico le potenze che presiedono
alle acque, ma i teologi designavano tutte le anime in generale che discen-
dono nella generazione. Essi, infatti, ritenevano che tutte le anime si posas-
sero sull'acqua che, come dice Numenio, è divinamente ispirata; egli affer-
ma che proprio per questo motivo anche il profeta disse:

Il soffio divino si muoveva sull'acqua.

Di qui il detto di Eraclito:

Per le anime è piacere, non morte,
divenire umide.
Noi viviamo la morte di quelle,
e quelle vivono la nostra morte.

(Porfirio, L'antro delle Ninfe)

(Prosegue in:

http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2010/07/21/frammenti-di-un-sogno.html &

http://paginedistoria.myblog.it/archive/2011/01/31/lo-spavento-dell-antropologo.html)













domenica 17 giugno 2012

ATTENTI (però) AI CIARLATANI

















































Bianti sono detti da Biante prieneo filosofo, primo inventore, secondo
alcuni, dell'arte d'andar vagando e girando per il mondo all'altrui spese.
Altri li chiamano cerretani dalle cerimonie de' sacerdoti della Dea Ce-
rere, da cui han tratto l'origine.
Questi, dicono alcuni scrittori, che in una sedizione essendo stati scac-
ciati da Roma da' sacerdoti maggiori, si ritirano nell'Umbria in un luogo
rilevato e di natura tellurica (che tanto fortuna portò alli ciarl... romani),
non troppo discosto dal fiume Nera, ove sono soliti coltivare e cibarsi
di neri tartufi in onor dei loro simili maiali.
Lì edificarono un castello circondato di forti muraglie (per tutti li tesori
rubati o truffati...), per poter meglio resistere (quando facesse bisogno)
agli improvvisi assalti degl'inimici, e lo chiamorno Cerreto.






















Quivi narrano le cronache esercitorno il sacerdozio e cerimonie che
erano soliti usare in Roma in onore de' falsi Dèi. E perché col tempo
mancò loro l'incenso e le vittime per sacrificare e conseguentemente
da poter vivere, il maggior sacerdote di questa religione distribuì li mi-
nori sacerdoti in varie parti del mondo, quali con parole fallaci e con
inganni, si fecero conoscere per falsi sacerdoti di gentili, e furono nomi-
nati 'cerretani' dal luogo donde partirono.
Altri negando aver avuto tale origine, dissero che in luoghi ameni e
fruttiferi del territorio di Camerino già abitava gran moltitudine di uomi-
ni gentili, li cui figliuoli cresciuti in gran numero, fuggendo la disciplina e
obbedienza de' loro padri, e temendo del castigo, abbandonando il
luogo, si ritirano ad abitare in Cerreto, da cui, poi, furon denominati
ciarlatani.























E perché traevano l'origine da' sacerdoti a cui s'apparteneva insegnare
il culto de' loro falsi Dii, ancorchè dopo avessero appreso la vere fede
di Cristo, nondimeno la natura avendoli arricchiti d'una loquacità gran-
de, quale anco oggi mostrano (oltre ad una natural arroganzia), non
possono negare la loro discendenza, facendosi vedere in luoghi pubbli-
ci a discorrere di diverse cose di cui si ritengono saputi et arguti ma la
cui fonte (delle opere o gran sapere)  non proviene mai dalla loro natura.

(Frianoro Rafaele, Il Vagabondo, ovvero sferza de Guidoni. Opera
nuova nella quale si scoprono le fraudi, malitie et inganni di coloro che
vanno girando il mondo alle spese altrui. Data in luce in Viterbo nell'
anno 1621)

(prosegue in: http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2010/08/05/zozza-miseria-anima-mia-c-e-scagnozza-lungo-la-via.html)















 


sabato 16 giugno 2012

PROCESSI INQUISITORIALI CONTRO FATTUCCHIERI, MAGHI, INCANTATORI, NEGROMANTI e simili












































Sotto il ministero dell'inquisitore generale Alfonso Manrique, l'Inquisizione
trattò molti affari relativi alla setta de' fattucchieri, di cui prendo a parlare.
Papa Adriano VI, ch'era stato inquisitore generale di Spagna, aveva nel
1523 pubblicata una bolla nella quale dicevasi che ai tempi del suo prede-
cessore Giulio II, cioè dal 1503 al 1513, era stata scoperta in Lombardia
una numerosa setta i cui seguaci abiuravano la fede cristiana, calpestando
ed oltraggiando in più maniere la croce ed abusando delle cose sacre.
I quali settatori riconoscevano il demonio per loro maestro e padrone, pro-
mettendogli ubbidienza e rendendogli un culto particolare.




























Sommessi all'impero del demonio, commettevano a di lui istigazione moltis-
simi delitti, mandavano malattie agli animali e giovani pargoli, danneggiavano
i frutti della terra colle loro malìe e sortilegi.
Avendo un inquisitore tentato di farli arrestare e tradurre in giudizio, vi si
erano opposti i giudici ecclesiastici e secolari; la qual cosa era stata cagione
che il papa dichiarasse simili delitti di spettanza dell'Inquisizione come lo e-
rano tutte le altre eresie.
In conseguenza Adriano VI ricordava alla Inquisizione di Spagna i loro diritti
a questo riguardo ed il dovere che loro incombeva di farli valere.
Gli adoratori del demonio sono così antichi quanto l'opinione de' filosofi che
hanno insegnata l'esistenza de' due principi eterni delle cose opposti l'uno all'-
altro, uno del bene, e l'altro del male.





























Ricevuta una volta questa dottrina nel mondo, si trovarono in ogni età uomini
tanto perversi che adorarono il cattivo principio; ma è del tutto insussistente
che lo adorassero i cattolici, i quali professano essere un'eresia il credere che
il demonio sia eguale a Dio e abbia avuto parte nella creazione del mondo.
Vi furono bensì frequentemente accorti inquisitori che, abusando dell'altrui
credulità ed ignoranza, trassero con false illusioni in errore non pochi spiriti
deboli, facendo loro credere di essere maghi e stregoni.
Ed è cosa notabile che cotali pretesi agenti del demonio appartengono più
frequentemente al sesso debole; anzi piuttosto alla vecchiaia che alla gioventù,
alla classe povera, che alla doviziosa, alle laide e non alle femmine avvenenti.
































Ad ogni modo l'Inquisizione di Calahorra fece nel 1507 bruciare trenta don-
ne convinte di essere fattucchiere e maghe, o, per dir meglio, di essersi date
a credere tali; e nel 1527 ne furono scoperte molte altre che si abbandonava-
no ad abbominevoli superstizioni.
Racconta don Prudenzio di Sandoval, nella sua storia di Carlo V, che due
fanciulle, una di undici, l'altra di nove anni, si accusarono da loro medesime
come streghe innanzi ai membri del consiglio reale di Navarra, confessando
d'essersi fatte ricevere nella setta delle 'Iurguinas', ossia streghe e di essere
pronte ad iscoprire tutte le donne che appartenevano a tale società, se loro
si voleva accordare il perdono.
Avutane dai giudici la promessa, dichiararono che, vedendo l'occhio sinistro
di una persona potrebbero dire s'era o no fattucchiera; indicarono il luogo
in cui potrebbero trovarsi molte di tali femmine e dove tenevano le loro adu-
nanze. Il consiglio incaricò un commissario di recarsi ne' luoghi indicati colle
due fanciulle e colla scorta di cinquanta uomini a cavallo.





























In ogni villaggio chiudevansi le fanciulle, in due separate case, indi il
commissario si faceva condurre per mezzo de' magistrati e presentava
alle fanciulle le persone sospette di magia; e ne risultò che le indicate da
queste come fattucchiere erano veramente tali.
Perciocchè confessarono in prigione di essere più di centocinquanta, e
che quando una donna chiedeva di essere ammessa nella loro società,
le veniva dato, s'era nobile, un robusto giovane che la conosceva car-
nalmente, indi le si faceva rinnegare G.C. e la sua religione.
(Pietro Tamburini, Storie dell'Inquisizione)
(prosegue in:

http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2012/06/16/processi-inquisitoriali-2.html 6

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mercoledì 13 giugno 2012

LE 'NOBILDONNE' DI IMAD-ad-DIN






































Precedente capitolo:

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Se Clemente avesse letto questo racconto si sarebbe rivoltato nella tomba
a cui nel frattempo era stato affidato.
E' però significativo, malgrado le ovvie esagerazioni e la prosa colorita d'-
Imad-ad-Din che alcune di quelle fanciulle fossero altrettanto soddisfatte
sia che 'facessero di sé libera offerta' sia che 'vendessero le loro grazie per
riconoscenza' o 'vendendosi per oro'.
Ed era proprio questo il maggior ostacolo a una legislazione che riguardas-
se la prostituzione: esistevano troppe dilettanti e praticanti occasionali il
cui controllo era impossibile. Già nell'ordinanza di Enrico II del 1161 erano
prescritte gravi pene per donne 'che vengono clandestinamente ai bordelli'
e nel 1338 troviamo William de Dalton a Londra condannato alla prigione
perché gestiva una casa di malaffare in cui ospitava donne sposate.





















Un'ordinanza voluta da Enrico V ed emessa dal sindaco e dai consiglieri
della città di Londra nel 1417 per l'abolizione dei bordelli all'interno della
città denuncia nel preambolo lo stesso spinoso problema.
Dopo aver lamentato 'i molti gravi abominii, danni disturbi della pubblica
quiete, assassini, omicidi, ladrocini e altri comuni flagelli' risultati dall'alber-
gare 'uomini lascivi e donne di cattiva e disgraziata vita' in bordelli all'inter-
no della città e nei suburbi, il preambolo terminava: '.....e ciò che è peggio
...le mogli, figlie, figli, apprendisti e servi dei rispettati abitanti della City...
sono spesso trascinati e attirati in quei luoghi....e ciò a grande disonore
della City stessa....'.
Se persino le mogli e le figlie dei rispettabili cittadini avevano l'abitudine
di rifugiarsi in quelle 'sentine d'iniquità' per appagare i loro appetiti e forse
per guadagnare un piccolo spillatico, certo una povera ragazza di campa-
gna o la madre di famiglia alla fame era molto tentata di afferrare l'oppor-
tunità di alleviare la miseria propria e dei figli vendendosi: 'Siate molto
attenta', un capofamiglia parigino mette in guardia la giovane moglie, 'alle
ragazze che cercano un posto di cameriera e si presentano con referenze
di precedenti padroni' poiché spesso queste 'donne provenienti da luoghi
distanti del paese sono state svergognate per qualche vizio nella loro regio-
ne e questa è la ragione per la quale vengono a servizio da tanto lontano'.























E date le paghe offerte da persone accorte come il bravo marito, possiamo
essere sicuri che non poche servette, fossero o no 'svergognate per qualche
vizio nella loro regione' e ricorsero poi alla prostituzione per rimpinguare i
loro scarsi salari.
Ma, così facendo, si consideravano prostitute?
Avrebbero pensato, più di quanto facessero le mogli e le figlie dei loro pa-
droni, di presentarsi alle autorità competenti per farsi ufficialmente registra-
re come tali?
Di tutti i monarchi medievali, il più preoccupato dalla prostituzione dal punto
di vista morale fu San Luigi di Francia, il cui nonno, Filippo Augusto, invece,
pare non ne fosse affatto disturbato.Durante il suo lungo regno, durato dal
1226 al 1270, San Luigi fece numerosi tentativi di redimere le prostitute of-
frendo loro incentivi per abbandonare il loro commercio. Promise una volta
che ogni prostituta che si pentisse e si ritirasse a vita privata avrebbe benefi-
ciato di una pensione e inoltre volle fondare e mantenere molte case di be-
ghinaggio per le donne che avessero deciso di dedicare la loro vita, o quanto
restava di essa, alla pratica della santa virtù della castità.



























Sempre in Francia, Francois Villon ci racconta che lui e i suoi compagni di
gozzoviglie entravano ed uscivano di continuo dai bordelli parigini come quel-
lo della 'Grassa Margot' dove spesso lui stesso faceva funzione d'aiutante
servendo i clienti di 'vasi da notte e vino....formaggi e frutta e pane e acqua
come desideravano' mentre a Digione, nel 1455 il procuratore-sindaco riuscì
a catturare proprio in un bordello un congruo numero di 'coquillards' del luogo.
Per quanto molti deplorassero l'alta incidenza di criminalità tra prostitute e so-
ci, furono ben pochi i papi, re, vescovi o consigli municipali medievali che vo-
lessero privarsi di una notevole rendita, tentando, come San Luigi, di abolire
la prostituzione.
Di norma, anzi le autorità (comprese quelle ecclesiastiche) tendevano al suo
controllo più diretto rendendo più severi i provvedimenti che la restringevano
a determinate zone per ridurre tanto la possibilità di venir truffati del dovuto,
quanto perché queste zone, ben definite, non venissero infestate da criminali.
(A. Mc.Call, I Reietti del Medioevo)