giuliano

martedì 27 giugno 2017

DIECI (39)


















































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Otto (38)













‘Giovanotto, è l’uomo a far paura, non la Natura!
La Natura ti è molto vicina se entri in sintonia con essa, l’uomo invece è una bestia!
Certo è molto intelligente, capace di inventare di tutto, dalle calunnie ai bambini in provetta, ma poi stermina due, tre specie al giorno. Questo è il paradosso dell’uomo’.

…Gronda acqua dal muschio sui tronchi degli alberi e dalle liane che pendono dai rami sulla mia testa come lunghe ciocche di capelli.
L’aria è intrisa di umidità!
Grosse gocce cristalline colano adagio sul viso e corrono gelide lungo il collo. Calpesto il manto di muschio morbido che vive da parassita sugli enormi tronchi a terra, in un ciclo continuo di nascita e morte.
Lui si ferma sul pendio davanti a me, ma non si volta, dietro la nuca oscilla ancora l’antenna formata da tre asticelle di metallo. Controlla le apparecchiature per le rilevazioni meteorologiche installate in una radura, prende nota e mi dice che il livello dell’umidità è al massimo…

…Con il fiato corto arrivo su un’altura, ho davanti una foresta di abeti della stessa specie.
‘Siamo a più di tremila metri?’, domando.
Annuendo corre sotto un albero situato nel punto più alto, poi si volta, sistema le cuffie, estrae l’antenna e la orienta in tutte le direzioni.
Anch’io mi guardo attorno: gli alberi che mi circondano, con i fusti delle stesse dimensioni e tutti alti e diritti, sono piazzati a distanza regolare l’uno dall’altro e hanno fronde che partono tutte dal medesimo punto con identica grazia. Non ci sono alberi abbattuti dall’uomo e quelli imputriditi a terra sono vittime, senza eccezione, di una rigorosa selezione naturale.
Niente più liane, niente più boschi di bambù-freccia, niente più arbusti, l’ampio spazio tra un albero e l’altro rende la foresta più luminosa e consente di far spaziare lo sguardo.

Respiro profondamente l’aria pura del bosco, ho il fiato corto ma non spreco energie, i polmoni sono purificati e l’aria penetra fino alla pianta dei piedi. Mi sento come se anima e corpo fossero congiunti al grande ciclo della Natura e avverto una sensazione di piacere mai provata prima.
D’un tratto scende la bruma, avanza a ondate e si apre davanti ai miei passi. Arretro, cerco di allontanarla con la mano come fumo, tento di scappare ma non riesco, mi passa accanto sfiorandomi e il paesaggio di colpo si fa sfocato. In un attimo i colori svaniscono e la nebbia dietro di me avanza a mulinelli. Arretro ancora ma vengo risucchiato nel vortice senza rendermene conto; giunto in prossimità di un burrone sto ancora cercando di sfuggirle quando mi volto e scopro una profonda gola ai miei piedi. Di fronte appare una magnifica catena di monti blu pallido, con le cime avvolte in uno spesso strato di nubi bianche che rotolano come cavalloni, mentre nella gola c’è solo qualche striscia di vapore acqueo che si dissipa in un batter d’occhio.
Il filo candido al centro della tetra valle è un torrente impetuoso. Non è di sicuro la valle che ho seguito qualche giorno fa per penetrare in queste montagne. In questa cupa vallata invece non ci sono che folti boschi e rocce a picco dalle forme più strane, non c’è traccia di vita umana. Solo a guardarla provo un brivido alla schiena. L’aria è talmente pura e le foreste sotto le nubi sono di un verde tanto brillante da farmi sentire in èstasi, avverto come un canto che sale dal fondo del mio essere e cambia tonalità in un attimo, seguendo luce e ombre.
Mi alzo. Aspetto sgomento. Grido, nessuna risposta. Grido di nuovo, ma sento solo la mia voce angosciata e tremante che si spegne, devo calmarmi, tornare al punto ove stavo correggendo la Freccia del Tempo, ed intuisco di colpo che la Natura e il Primo Dio mi stanno giocando un brutto tiro, mi sta enunciando un mondo non visto, mi stanno dicendo che in fondo non ti sei perso… giacché…

(Gao Xingjian, La montagna dell’Anima; le pitture sono dello stesso autore)

















domenica 25 giugno 2017

SE IGNORI I FONDI E LE CIME; SE IGNORI IL PIANTO OD IL RISO; SE PORTI MASCHERA AL VISO; NON LEGGERE QUESTE RIME...



















































C’era una volta... che cosa?
Son come grullo stasera!
Non mi ricordo; ma c’era,
C’era una volta qualcosa.

Devi saperlo anche tu,
Povera foglia di rosa....
C’era una volta qualcosa,
Qualcosa che non c’è più….


Perché il brutto e il malfermo fanno

il proprio ed altrui regno ed il…


Il bruto ci vive e tace,
E si contenta del mondo;
Ma l’uom si leva dal fondo,
E grida: No, non mi piace!

Il mondo stupido e reo,
Ove il destin mi gittò,
No, non mi piace, e perciò
Io un altro me ne creo.

Un altro molto diverso,
E più felice e più bello:
Io me lo creo col pennello
E con la nota e col verso.

Però che, tristo o giocondo,
Io da me stesso fo parte,
E perchè il fine dell’arte
Si è di rifare il mondo.


…Così prego il Sacro ricomporre mito andato

… ma ora di nuovo contemplato e per sempre rinato…  


Poi che il buon tempo è fuggito,
Un pover uomo diviene
(Se di più viver sostiene)
A se medesimo un mito.

E ricordando il passato,
Dubita e chiede sovente:
Fu tutto ciò veramente,
O l’ho soltanto sognato?

Stanco si ferma per via,
E tutto ciò che rimembra,
E per cui visse, gli sembra
Antica mitologia…



…Pregare una Dèa ed il sogno suo fuggito….



Acqua serena e tersa
Che sotto i faggi e gli elci
Scaturisci riversa
Dalle squarciate selci;

E indugi e t’inzaffiri
Nella conca profonda,
Traendo in lenti giri
Alcuna morta fronda;

Oh, quante volte, ansante,
A dissetarmi io venni,
Fra queste vecchie piante,
Ai gorghi tuoi perenni;

E a te da presso, quando
Il meriggio più cuoce,
Muto giacqui, ascoltando
La tua limpida voce!

Allor, tra l’ombre e i cavi
Sassi celata e chiusa,
Oh, allora tu cantavi
Come un’agreste musa;

Cantavi dolcemente
Una canzon giuliva
Che di sogni la mente
Innamorata empiva.

Passò quel tempo, ed ora,
Mentre disperdi e frangi
L’anima tua sonora,
Non canti più, ma piangi.
Piangi; — forse rampogni,
Sotto quest’ombre miti....
E i sogni, i dolci sogni,
Son per sempre fuggiti…


..Ma dove pur nati

non certo in quella fossa profonda

nominata progresso

la quale per il vero

fa Rima

e con questa diletto

nell'oscuro abbisso

ove… dietro enuncia pensiero

e la testa cagiona soddisfazione…

vista e diletto del proprio

…ed altrui cesso…

…Giacché una volta ove regnava la vita….

Ora la crosta rinnova frattura

e sì più che certo non essere evoluzione

da un Dio cogitata….

bensì altra materia mal purgata…

…o forse solo con la catena... liberata….  











I.

No, non è vero poeta
Chi abbia un’anima sola,
Che mutar senso o parola
A se medesima vieta.

Quegli è poeta che cento
Ne chiude ed agita in petto,
E ognuna ha vario l’affetto,
E ognuna ha proprio talento.

II.

Ho caro il verso minore
Che rechi in punta la rima,
Come lo stel sulla cima
Reca lo sboccio del fiore.

Ho caro il picciolo verso
Che guizzi come saetta,
E sia, come lama schietta,
Saldo, flessibile e terso.

III.

Se tu di ciò non ti pasci
Che sparve senza ritorno;
Se tu non muori ogni giorno,
Ed ogni giorno non nasci;

Se il rivo, la rupe, il fiore,
L’aria che odora d’assenzio,
La nube, l’ombra, il silenzio,
Non dicon nulla al tuo core;

Se ignori i fondi e le cime;
Se ignori il pianto od il riso;
Se porti maschera al viso;
Non leggere queste rime.

IV.

Leggere vuoi? Non cercare
Nel disadorno volume
Il superesteticume,
Le preziosaggini rare.

I sensi astrusi e sconvolti,
Che per la gran meraviglia
Fanno inarcare le ciglia
Alle bardasse, agli stolti.

Non vi cercare quell’arte
Che ornando svisa; non quella
Che fuca, minia ed orpella
Di parolette le carte.

Non l’armonia frodolenta
Che sembra dire e non dice;
Nenia di vecchia nutrice
Che vecchi bimbi addormenta.

Semplice, chiaro, preciso
È, pur nel verso, il mio dire:
Non so, non voglio mentire
Nè la parola, nè il viso.

Siccome sgorga nell’ime
Convalli un’acqua natia,
Così dall’anima mia
Sgorgarono queste rime.

V.

Se d’un mio querulo accento
Serbi il tuo core la traccia;
Se un mio pensiero ti faccia
Restar sospeso un momento;

Se di te stesso talvolta,
Scorrendo i bianchi quaderni,
Alcuna imagine scerni
Nel verso breve raccolta;

Se, mentre leggi, ti senti
Rigurgitare nel petto
L’onda d’un tenero affetto
E dei ricordi frementi;

Dopo aver letto brev’ora,
Il picciol libro riponi:
Forse, nei giorni men buoni,
Lo vorrai leggere ancora.

(A. Graf)





















sabato 24 giugno 2017

VENENUM MATERIA (36)




















































Precedenti capitoli:

Divergenze   &   Unità religiose  (34/35)

Prosegue in:

Venenum materia (37)












      
Per quasi 10.000 anni, dalla nascita della civiltà e per tutto l’Olocene, il mondo è apparso incredibilmente vasto. Sconfinate foreste e immensi oceani offrivano quantità infinita di risorse. Gli esseri umani potevano inquinare liberamente, ed evitare le conseguenze spostandosi altrove. Ma grazie ai progressi della salute pubblica, alla rivoluzione industriale e, in tempi recenti, alla rivoluzione verde, la popolazione mondiale è passata dai 500 milioni del 1800 ai quasi 7 miliardi di oggi.
Negli ultimi cinquant’anni il numero degli esseri umani è più che raddoppiato, e il nostro sfruttamento delle risorse ha raggiunto livelli incredibili: il consumo globale di cibo e acqua dolce è più che triplicato, e il consumo di combustibili fossili è quadruplicato. L’umanità usa da un terzo a metà di tutta la fotosistensi che avviene sulla Terra. Questa crescita sfrenata ha trasformato l’inquinamento da un problema locale a un assalto di dimensioni planetarie. L’assottigliamento dello strato di ozono e l’elevata concentrazione di gas serra sono due problemi più noti, ma stanno emergendo molti altri effetti negativi.




L’improvvisa accelerazione della crescita demografica, del consumo di risorse e dei danni ambientali ha cambiato la terra. Oggi viviamo in un mondo ‘pieno’, con risorse limitate e ridotta capacità di assorbire gli scarti. Perciò anche le regole per vivere il pianeta sono cambiate. Dobbiamo intervenire in modo da vivere all'interno della ‘zona di sicurezza’ dei nostri sistemi ambientali.
Se non rivedremo il nostro modo di agire, provocheremo cambiamenti ambientali catastrofici che potrebbero avere conseguenze disastrose.

Che cosa potrebbe causare questi cambiamenti?

E come possiamo evitarli?

Recentemente un team internazionale di scienziati ha provato a rispondere a questi interrogativi ponendosi una domanda ancora più ampia: ci stiamo avvicinando a un serie di ‘punti di non ritorno’ planetari che modificheranno l’ambiente in modi mai verificatesi nel corso della storia umana?

Dopo aver esaminato numerosi studi interdisciplinari sui sistemi fisici e biologici, il team ha individuato 9 processi ambientali che potrebbero alterare drasticamente la  capacità del pianeta di sostenere la vita umana. Per ciascuno di questi processi sono stati stabiliti limiti all’interno dei quali l’umanità può ritenersi al sicuro. 7 di essi hanno valori di soglia molto chiari, definiti in maniera scientifica per mezzo di un numero: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, inquinamento da azoto e fosforo, riduzione dell'ozono della stratosfera, acidificazione degli oceani, consumo globale del suolo. Gli altri 2 processi, inquinamento dovuto all’aerosol atmosferico e inquinamento chimico globale, non sono stati studiati a sufficienza per stabilire limiti numerici precisi. Secondo questa analisi, la terra ha già oltrepassato i limiti in 3 casi: perdita della biodiversità, inquinamento di azoto e cambiamento climatico.
Ma anche negli altri processi per cui è stato stabilito un limite numerico la tendenza è inequivocabilmente verso il raggiungimento della soglia. I singoli valori potrebbero avere bisogno di piccoli aggiustamenti, e nuovi processi potrebbero venire aggiunti in futuro, ma si tratta comunque di un primo indice dei problemi ambientali più pericolosi e di una base di partenza per pensare come gestirli.




Nella visione economica convenzionale, il consumo rappresenta la via al benessere umano.

Più si ha e più si è considerati ricchi.

Si ritiene che al crescere dei consumi corrisponda un miglioramento del benessere. Questo punto di vista riesce a spiegare molto bene il motivo per cui il perseguimento del maggior prodotto interno lordo (pil) sia diventato uno degli obiettivi politici fondamentali di quasi tutti i paesi. Un pil in aumento simboleggia un’economia robusta e fiorente, più potere di spesa, vite più ricche e soddisfacenti, più sicurezza familiare, scelta più ampia e maggiore spesa pubblica. I mercati finanziari si rallegrano per l’ascesa dell’ ‘uccello d’oro’ dell’India e la sua classe di consumatori; e la robusta economia cinese ha portato a un senso di ottimismo nel mercato ugualmente straordinario.
Però, l’economia è rimasta quasi intenzionalmente silenziosa sul fatto che la gente apprezzi o meno determinati beni e servizi. Il modello ‘utilitaristico’ è diventato così popolare che gran parte dei libri di testo di economia quasi non parlano delle sue origini e men che meno mettono in discussione la sua veridicità.
Tutto quello che gli economisti sanno dire a proposito dei desideri delle persone deriva da ciò che deducono dai comportamenti di spesa. Se la domanda per una particolare automobile, elettrodomestico o strumento elettronico è alta, sembra chiaro che i consumatori, in generale, preferiscono quella marca anziché un’altra.

I motivi dietro a tale scelta rimangono oscuri all’economia.




Fortunatamente, altre aree di ricerca, quali la psicologia del consumo, il marketing, e la ricerca motivazionale, hanno sviluppato un bagaglio di conoscenza decisamente più ampio.
Questa ‘scienza del desiderio’ si è occupata principalmente di aiutare i produttori, dettaglianti, venditori e pubblicitari a progettare e vendere prodotti che i consumatori compreranno. Una minima parte della ricerca si preoccupa esplicitamente dell’impatto sociale e ambientale del consumo. Di fatto, parte di essa è del tutto antitetica alla sostenibilità. Ma il suo spirito è preziosissimo per un’accurata comprensione delle motivazioni dei consumatori. innanzitutto, è subito chiaro che il consumo va ben oltre la mera soddisfazione di bisogni fisici o fisiologici del nutrirsi, di un tetto e così via. 

I beni materiali sono profondamente legati alle vite sociali e psicologiche di un individuo. Gli individui creano e mantengono identità utilizzando cose materiali. L’‘identità’, sostengono i ricercatori di marketing è la Roma a cui tutte le teorie del consumo portano. Gli individui raccontano la storia della loro vita attraverso la ‘roba’. Cementano relazioni con altri individui con beni di consumo.  Utilizzano pratiche di consumo per suggellare la loro fedeltà a certi gruppi sociali e per distinguersi dagli altri.  
Inizialmente, potrebbe sembrare strano scoprire che cose semplici possano avere un tale potere sulle vite sociali ed emotive, eppure tale capacità degli esseri umani di impregnare di significati simbolici cose nude e crude è stata identificata dagli antropologi in ogni società documentata che si conosca. La gente va matta per le ‘cose’, e non solo a livello materiale. Il ruolo di semplici oggetti è avvalorato da migliaia di esempi molto familiari: un vestito da sposa, il primo orsacchiotto di un bambino, un cottage ricoperto di rose vicino al mare. Il ‘potere evocativo’ delle cose materiali innesca una gamma di complesse e radicatissime ‘narrazioni sociali’ circa lo status, identità, coesione sociale e la ricerca di un senso personale e culturale. In momenti difficili, i possedimenti materiali portano speranza e offrono prospettive di un  mondo migliore in futuro. In una società secolare, il consumismo diventa una sorta di sostituto alla consolazione religiosa. Da recenti esperimenti psicologici è emerso che quando si diventa più coscienti della propria mortalità, si fa di tutto per migliorare la propria autostima e proteggere la propria visione culturale del mondo.































lunedì 19 giugno 2017

VENENUM MATERIA (32)








































Precedenti capitoli:

Il Sacro & Sacra Natura (31)

Prosegue in:

...Materia... (33)













           
La certezza massima, su cui tutto ruota, insegna che c’è uno stato ottimo e magico dell’uomo, quando egli si sente sostenuto da una sottile energia che lo contiene e che nel contempo gli si diffonde tutt’attorno.
L’uomo in tale stato è ‘benedetto’ dagli Dèi quanto dal Primo Dio, tutto il resto è un male antico antecedente alla prima condizione posta e qui rimembrata… L’uomo detto infatti simile ad un animale o ad una pianta cresce come nel moto naturale della spirale equiangolare da cui evoluto (o almeno così dovrebbe essere…), simile ad animale infatti nella pienezza del proprio fascino d’imperio o seduzione che sia…
La psiche ed il corpo ad un uomo così privilegiato non pesano, operano congiunti e in silenzio, offrendo uno specchio calmo che al suo Spirito svela il presente e anche il futuro. Un uomo ed una Natura così dette colgono i segni dell’avvenire decifrandoli come cenni di forze, delle divinità stesse che lo misero nel mondo, circondarono di certe cose, persone, occasioni, dandogli il suo destino, e che ora lo conducono con apparizioni, sogni, parole significative, ispirandolo.




Ed io che scrivo all’ombra, ossessione di un bosco per ogni albero contemplato e pregato, comprendo bene il significato di queste poche parole, giacché la nuova fatica di circa 800 e più pagine: quante le foglie di un albero in autunno il quale nell’ultimo saluto conferisce i magnifici colori di una prossima vita giammai morte solo principio e in attesa di un nuovo inizio, per ogni pagina rigo Rima e Poesia alla sua e mia corteccia; maturata là ove il Tomo medita e cogita se medesimo… Infatti: partendo dalla testimonianza qui adottata delle lingue storiche, ricostruiamo la parola indoeuropea brago, che trova il suo omonimo in latino fagus, in celtico (gallico) bagos, e germanico (tedesco) Buche con il significato di ‘faggio’; certamente la parola tedesca ed inglese per dire libro (rispettivamente book e buch) è la medesima di ‘faggio’: ne deduciamo quindi che prima di libro, significò tavoletta di legno (di faggio) su cui scrivere… Ne deduciamo ancora che chi attenta con ugual ostinazione Natura e Dio conserva per proprio principio l’elemento atto a dispensare distruzione e non certo l’evoluzione detta per ogni rogo e persecuzione offerta ombra della propria non meno che dell’altrui… ragione sofferta… Ed io ringrazio Madre Natura null’altro, agli altri abdico il fuoco dell’Inferno con cui combattono destino del proprio ed altrui malato intento… Per ogni distruzione cui ogni Natura e Dio ne abbia a soffrire anche fosse solo il fuoco e cenere di un calore con cui l’Autunno, simmetria del Primo Infinito intento, conosce la santità di un diverso Spirito nutrito…




Riprendo là ove interrotto come detto all’ombra di questo legno…: egli è come un vessillo o un fuoco mossi dal vento, dall’ispirazione di Divini Spiriti provvidenti. Tutto per lui procede secondo destino, come un gabbiano ad ali immobili egli fende il tempo, legato da esatti riti ai morti e ai vivi, da oracoli veraci all’avvenire e trabocca di gratitudine.

Tale lo stato ottimo dell’uomo (ed aggiungo: tale lo stato della Natura che in lui si specchia).


In un certo senso questo è lo stato integro e completo. Florenskij osservava che in russo si denota con celyj, che proviene dalla stessa radice del greco kalos, ‘bello’. Inoltre il gotico di integro e sano è hails. Tutti questi vocaboli mostrano la salute che diviene bellezza e la pienezza che diventa perfezione (ed aggiungo cosa dovremmo meditare circa lo stato di salute della nostra amata Terra, cosa potremmo dire inoltre circa lo stato di salute di ogni singolo essere che profanato e sottratto al sacro mira ben altro accadimento…). Questo concetto nel greco ellenistico è un certo senso dikaiosyne, giustizia, che dipende da una attribuzione della connaturata funzione alle singole parti dell’uomo. 



















venerdì 16 giugno 2017

DIFFERENZA FRA ERETICI E CIARLATANI (29)


















Precedenti capitoli:

Legge (la) Rima....(28)

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Brevi Riflessioni (30)















…Noi ci siamo riformati allontanandoci da loro, non contro di loro…; poiché facendo astrazione da quegli oltraggi e quello scambio di espressioni ingiuriose, che unicamente indicano la differenza fra le nostre tendenze e non nella nostra causa, esistono un unico nome e appellativo comune fra noi, un’unica fede e un necessario nucleo di principi comuni agli uni e agli altri; e perciò io non mi faccio scrupolo di conversare o vivere con loro, di entrare nelle loro chiese in difetto delle nostre, e di pregare insieme a loro, o per loro: non sono mai riuscito a percepire un qualche nesso logico con quei molti testi che vietano ai figli di Israele di contaminarsi con i templi dei pagani, essendo noi tutti cristiani, e non divisi da detestabili empietà, tali da poter profanare le nostre preghiere o il luogo in cui le diciamo; e nemmeno a comprendere perché mai una coscienza risoluta non possa adorare il suo Creatore ovunque, specialmente in luoghi dedicati al suo servizio; in cui, se le loro devozioni l’offendono, le mie possono piacergli, se le loro profanano il luogo, le mie possono santificarlo; l’acqua benedetta e il crocifisso (pericolosi per la gente comune) non ingannano il mio giudizio, ne fan minimamente torto alla mia devozione: io sono, lo confesso, naturalmente incline a quello che lo zelo fuorviato definisce superstizione; riconosco indubbiamente austera in genere la mia conversazione, pieno di severità il mio comportamento, non esente talvolta da qualche asperità; pure nella preghiera mi piace usare rispetto con le ginocchia, col cappello e con le mani…, insomma con tutte quelle manifestazioni esteriori e percepibili ai sensi…




…E quindi come vi furono molti riformatori, allo stesso modo molte riforme; tutti i paesi procedendo ciascuno col proprio metodo particolare, a seconda di come li dispone il loro interesse nazionale, insieme al loro temperamento e al clima; alcuni irosamente e con estremo rigore, altri con calma, attenendosi ad una via di mezzo, non con strappi violenti, ma separando senza sforzo la comunità, e lasciando un’onesta possibilità di riconciliazione; cosa questa che, sebbene desiderata dagli spiriti pacati disposti a concepirla effettuabile per opera della rivoluzione del tempo e della misericordia di Dio, pure a quel giudizio che vorrà considerare le attuali incompatibilità fra i due estremi, come questi dissentano nella condizione, nelle tendenze e nelle opinioni, potrà prospettarsi altrettanto probabile quanto lo è un’opinione fra i poli del Cielo…




…Ma per differenziarmi con maggior precisione, e portarmi in un cerchio più ristretto: non vi è alcuna Chiesa di cui ciascun punto tanto si armonizzi con la mia coscienza, i cui articoli, costituzioni ed usi sembrino così consoni alla ragione, e come formati per la mia speciale devozione, quanto questa dalla quale io traggo il mio credo, la Chiesa anglicana alla cui fede ho giurato obbedienza….
…Io non condanno tutte le cose del Concilio di Trento, e nemmeno approvo tutte quelle del Sinodo di Dort. In breve, là dove la Sacra Scrittura tace, la Chiesa è il mio testo; dove quella parla, questa è solo il mio commento; quando vi è l’unito silenzio di entrambe, non prendo da Roma o da Ginevra le leggi della mia religione, ma mi valgo piuttosto dei dettami della mia stessa religione. E’ un ingiusta calunnia da parte dei nostri avversari, e un grossolano errore in noi, far risalire a Enrico ottavo la natività della nostra religione; poiché, sebbene sconfessasse il Papa, egli non rifiutò la fede di Roma, e non effettuò più di quanto i suoi stessi predecessori desiderarono e tentarono nei tempi passati, e per cui si ritenne si sarebbe adoperato lo Stato di Venezia ai nostri giorni.
Ed è ugualmente manifestazione poco caritatevole da parte nostra associarci a quelle volgarità plebee e a quegli obbrobriosi insulti contro il vescovo di Roma, cui come principe temporale dobbiamo un linguaggio castigato: confesso che c’è causa di risentimento fra noi; grazie alle sue sentenze io me ne sto scomunicato; Eretico è l’espressione migliore di cui dispone per me; tuttavia nessun orecchio può testimoniare che io lo abbia mai ricambiato chiamandolo anticristo, uomo del peccato, o meretrice di Babilonia. E’ metodo della carità sopportare senza reagire: quelle usuali satire e invettive del pulpito possono magari avere un buon effetto sul volgo, le cui orecchie sono più aperte alla retorica che alla logica; pure in nessun modo confermano la fede dei credenti più saggi, i quali sanno che una buona causa non ha bisogno di essere protetta per mezzo della passione, ma può sostenersi con una disputa contenuta.




…Non ho mai potuto allontanarmi da alcuno a causa di una differenza di opinioni, né prendermela col suo giudizio per non essere d’accordo con me in una cosa da cui alcuni giorni più tardi avrei forse dissentito io stesso. Non ho genio alle dispute di religione, e ho spesso ritenuto saggio declinarle, specie se in posizione di svantaggio, o quando la causa della verità poteva soffrirne della debolezza del mio patrocinio; là dove desideriamo venire informati, è bene discutere con uomini al di sopra di noi; ma per rafforzare e fissare le nostre opinioni, la miglior cosa è discutere con giudizi al di sotto del nostro, sì che le frequenti spoglie e le vittorie sulle loro ragioni possano fondare in noi stessi una stima e una rafforzata opinione delle nostre.
…Non ogni uomo è un degno campione del vero, e neppure atto a raccogliere il guanto di sfida nella causa della verità: molti, per ignoranza di queste massime e uno sconsiderato zelo di ciò che è vero, hanno attaccato troppo temerariamente le truppe dell’errore, e rimangono come trofei ai nemici della verità. Un uomo può essere con lo stesso diritto in possesso della verità così come di una città, e trovarsi tuttavia costretto ad arrendersi; è quindi di gran lunga preferibile goderne in pace, anziché cimentarla in battaglia. Se sorgono pertanto dubbi sul mio cammino, io li dimentico senz’altro, o li rimando per lo meno a quando il mio giudizio meglio fecondato e la ragione più matura siano in grado di risolverli; poiché mi rendo conto che la stessa ragione di un uomo è il suo miglior Edipo e, con una tregua ragionevole, trova il mezzo di sciogliere quei vincoli con cui le sottigliezze dell’errore hanno incatenato i più arrendevoli e deboli fra i nostri giudizi.




In Filosofia, dove la verità appare bifronte, non vi è uomo più paradossale di me; ma in teologia amo percorrere la strada maestra, e con fede umile, benché non cieca ed assoluta, mi piace seguire la gran ruota della Chiesa, con la quale io procedo, senza riserve di speciali poli o movimenti originati dall’epiciclo del mio cervello; in tal modo non lascio adito a errori, scismi o eresie di cui, presentemente, spero di non offendere la verità se dico di non avere né macchia né tintura, devo confessare che i miei studi più giovanili sono sati contaminati da due o tre di queste, non generate dai secoli più avanzati, ma vecchie e in disuso, di quelle che mai sarebbero potute resuscitare, se non ad opera di menti bizzarre e indipendenti come la mia; poiché le eresie non periscono certo con i loro autori, ma come il fiume Aretusa, benché perdano la loro corrente in un luogo, esse risorgeranno in un altro: un concilio generale non è in grado di estirpare una sola eresia; questa può venir cancellata per il momento, ma la rivoluzione del Tempo e gli identici aspetti del cielo la riporteranno in vita, ed essa prospererà allora, finché non venga nuovamente condannata; poiché, come se esistesse una metempsicosi e l’Anima di un uomo passasse in un altro, le opinioni dopo certi cicli trovano indubbiamente e uomini e spiriti simili a quelli che per primi le generarono…
Non occorre attendere l’anno di Platone per rivedere noi stessi; ogni uomo non è soltanto se stesso: ci sono stati molti Diogeni e altrettanti Timoni, benché solo pochi di quel nome; le vite degli uomini vengono rivissute, il mondo è ora com’era nelle età trascorse, non ci fu alcuno allora senza che ci sia stato da quel tempo altri, che egli stia alla pari, e che in un certo qual modo è il suo rivissuto…

(T. Browne, Religio Medici) 

(Prosegue...) 














martedì 13 giugno 2017

MONIPODIO INCONTRA IL Signor VENERANDA (breve novella) (26)



















Precedenti capitoli.

Monipodio (21)  &   Governo  (25)

Prosegue in:

Come vivevano & come pensavano: i ciarlatani (27)














Il signor Veneranda si fermò davanti al portone di una casa (se sua o di altri lascio al mistero buffo di cui questa novella annuncia un più che certo [taccio e più non dico...]…), guardò le finestre buie e spente e fece un sospiro di nostalgia come si osserva un qualcosa di perduto… andato… un Tempo passato insomma…
Ma ad un certo punto alla finestra del Secondo Piano si affacciò un signore dal nobile aspetto il quale non espresse e compose Verbo, lasciò o abdicò tal compito al Rinconetto… suo allievo…

‘E’ senza quella?’, Chiese il giovane per farsi sentire…

‘Sì’ rispose Veneranda un po’ impaurito…

‘E il portone è chiuso?’, gridò di nuovo Rinconetto affacciato alla finestra…

‘Sì è chiuso’,  confermò il Veneranda…

‘Allora aspetti le butto la cesta’…

‘Per fare cosa’, chiese il signor Veneranda.

‘Per ungere i portoni non le sembra?’…

‘Va bene’, gridò veneranda, ‘se vuole che apri i portoni con la cesta la cali pure’…

‘Ma lei deve entrare da quelli e i cesti vanno riempiti… mi ha capito?’…

‘Io no. Cosa dovrei fare con quel cesto?’...

‘Ma non abita qui, lei?’, domandò il ragazzo per conto di Monipodio che seguiva attento ed accorto l’intera via…

‘Io no, sono di passaggio albergo in altro luogo’, rispose timido Veneranda’…

‘E allora perché vuole il cesto devo pur lavorare… se lei vuole che le apro i portoni ci vogliono i frutti non possiamo mica aprirli con le Poesie neppure con il piede di…. così si offende… se solo lo nominiamo o guardiamo dal piede sino alla….. non le pare…’…

‘Io non voglio cogliere frutti ne riporli nel cesto non la seguo…’, replicò perplesso Veneranda….

‘Ma io credevo che lei abitasse qui: ho visto che guardava la nostra casa…’….

‘Ma perché tutti quelli che guardano una casa come una Chiesa un po’ rapiti debbono consumar frutta non comprendo mi traduca…’…

‘Se guardano per questa o altra facciata noi caliamo il cesto dobbiamo pur lavorare e maturare i giusti frutti dobbiamo saziare e deliziare i palati di tutti… ha capito…: le calo il cesto…’…

‘Io sono senza frutti, ma se se proprio insiste le vado a prendere una mela una ciliegia’…

‘Insomma si può sapere cosa avete da gridare? Qui non si può dormire neppure lavorare si sbrighi e riempia il cesto’… Replicò un altro dal Terzo piano…

‘Gridiamo perché quello sta in alto nel proprio ed altrui Palazzo ed io sto qui in strada non le pare di per se un gran Mistero….’.

‘Ma quale Mistero qui ci passa i Min…. ed a quelli gli piacciano i frutti non ha capito… Vuole o non vuole lavorare ed allora ci vogliono i frutti le faccio calare il cesto!?....

‘Ma insomma lei cosa vuole da noi’, chiese Rinconetto in coro con l’altro…’…

‘Lo domandi a quello del Terzo piano cosa vuole’, disse il signor Veneranda, ‘io non ho ancora capito: prima mi calano questo cesto per aprire i portoni, poi non vuole che apra i portoni perché dice che ha un difetto sul piede, poi si arrabbia se solo ammiro il Palazzo e se solo la guardo debbo riempire il cesto… Io non ho ancora capito ma lei scusi è un fruttivendolo?’…

‘Io? Ma lei è un imb…! Quale fruttivendolo vuole o non vuole… mangiare… mi capisce!?’, replicò innervosito Monipodio per conto di Rinconetto, che a questo punto osservava Veneranda come si ammira una bestia rara…

‘Perché abita in questa casa’, disse il signor Veneranda, ‘l’ha detto quello del Terzo piano affacciato vicino alla sua loggia che quelli che abitano in questa casa mangiano solo i frutti… Comunque sia chiaro ad ogni modo non mi interessano sono di appetito scarso questo mattino - e le mele per principio difficilmente chiedo o consumo nel rispetto di ogni Verbo e del digiuno in nome di Dio e non urli con il suo cesto…’…

A questo punto della commedia passa un incaricato del Municipio solerte nel proprio diligente compito…. civico…

‘Mi scusi signore perché sta importunando e gridando sotto questo nobile palazzo se lei vuole gradire i frutti vada al mercato lì troverà il nostro amato Monipodio il quale l’aggiornerà sui dovuti prezzi del libero mercato noi qui non cogliamo frutti di atri ciò è sottinteso, altrimenti mi vedrò costretto a multarla per abuso di esercizio, giacché i nostri… sono certamente i migliori e più maturi’, e concluse la breve arringa: ‘E faccia presto altrimenti troverà il portone…. chiuso! Mi ha capito!!’…

Il signor Veneranda salutò con un cenno la rispettabile facciata del palazzo e si avviò per la sua strada brontolando che quello doveva essere certamente un manicomio…

(Liberamente ispirato da: ‘Il Signor Veneranda’ di C. Manzoni)