giuliano

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IL TOMO

sabato 26 maggio 2018

DUE SELVE (38)



















Precedenti capitoli:

I Geni della Foresta (37)



La grande Notizia.... (da cui il Pensiero che ne deriva...)













Uscito dalla quiete del Bosco dopo l’Olimpo dalla cima nel Sentiero della Vita, qualcosa attende lungo la Via, qualcosa compone retta e saggia Parola divenuta Filosofia lungo medesima Storia.

Qualcosa non del tutto capita, sarà forse perché i termini della Natura ora descritta (per chi in nessun Dio crede e prega) dovrebbero essere uguali per tutti coloro che popolano la vita nei molteplici suoi Versi non ancor medesima Parola.

Ed anche se qualcuno esplicita una dura selezione per ciò che concerne la sopravvivenza, nel Bosco narrata e rilevata, dicono che l’uomo si differenzia anche per questa sua caratteristica evoluta, sicché ciò che ne deriva in tal legge scritta non sembra più valere, e chiunque può anche, se pur debole ed indifeso o proteso in altro difettoso accento, aspirare allo stesso ramo e verdeggiare nell’Albero della Vita in difetto ed assenza dell’antico ‘Forestaro’ che  ogni tronco e ramo al rogo del proprio castello regno della sua potenza non meno, se ben ricordo, araldo di una presunta e discussa discendenza, abbatte e sacrifica dimenticando il Principio su cui si fonde il diritto a medesima discendenza così nobilmente ispirata e dicono anche respirata.




In questa grande Serra ove il Gas tormenta ogni Anima nobilmente transitata…  

Fu il terrore dell’intera Selva!

Così l’uomo narrato e detto evoluto si distingue dal gorilla alla grotta assiso.

Così l’uomo ora narrato ad ugual bosco assiso si distingue nel tutto Creato e dicono evoluto.

Allora leggendo e replicando a quanto letto ed affisso ad una ruota impiccato alto qual tronco appassito e rinsecchito penzolare qual Ramo marcito come una foglia secca pendere da una forca, medito la Vita essendo anch’io non meno di quella in ugual Bosco della medesima Selva nato che patria era ed ugualmente esiliato:

qual Bosco in verità e per il vero narriamo?




Qual Bosco qual grotta qual vita meditiamo uniti nel ‘villaggio globale’ ove l’uomo si differenzia dalla bestia da cui nato conquistare la fiera Natura da cui evoluto?

Qual Bosco e Selva ci differenzia nel dono della Parola e con questa dell’Intelletto facoltà del superiore ingegno quando l’istinto rimane medesimo dell’uomo assiso al proprio focolare coniare arma per cacciare e sopravvivere.

Eppure signor miei voi che giudicate nelle dovute differenze coniare e tener conto della vostra quanto unica moneta litica unita, dovete pur valutare che l’evoluzione mai transitata per il Bosco narrato in medesima Via.

E per quanto esistano tribù impietrite e quelle all’età del ferro narrate, ed ancor meglio, quelle dall’altra parte dell’Oceano dicono all’antica età dell’Oro rinate, ci sembra che l’antico villaggio con cui l’uomo partì a conquistare la Terra con le dovute distinzioni che fanno del Verso glutterato e il Verso apostrofato, possano riconoscere e fors’anche decifrare fiera risposta rimata all’uomo assiso al proprio focolare coniare arma antica d’offesa oppure di difesa.




Rispondo a questo ‘homo’ saputo che la vita e con essa la Storia si riconosce dalla Natura e se pur scritta nella Storia, nulla evoluto da quando il lupo o l’orso arrecavano paura all’homo riparato meditare difesa contro ogni Elemento della Natura, giacché proprio il Lupo mio amico mi svela il mistero dell’offesa, io che pur ho avuto l’ingegno e la pazienza di allevarlo, quando scendeva dall’alta montagna conquistare ogni mia fatica divenuta pecunia difesa entro le mura; eppure anch’io esule dalla mia patria, forse il Lupo lo aveva intuito e così si mise al mio servizio non certo qual mercenario, solo pastore da medesimo coraggio nutrito e conquistato riconquistare ciò che pensavo perso.

Allora la Natura si racconta e la Storia tiene di conto quanto vasto fu il mio Regno scritto nello Spirito che da lui avevo ed ho imparato, insieme conquistammo ogni terra che pensavamo perduta, ed imparammo ad amare la libertà che nel villaggio ci fu negata per quel ferro coniato chi da quell’età ancor non del tutto scampato.




Così rispondere con poche parole e Rime o forse Versi per chi il dono della Parola, quando uscito dal Bosco qualcuno del villaggio rimprovera la mia Preghiera, ed il Verso si fece Rima per rispondere che nulla è pur mutato dall’antico riparo ove un diverso Bosco svela la propria ed altrui Natura: siamo uomini accompagnati da Lupi addomesticati, e questi che azzannano e difendono la propria caverna ai margini d’un antico Bosco che Selva era, cosa per il vero reclamano nella differenza posta?!

Qual differenza mi suggerisce il mio amico in questo Bosco narrato.

Credo di aver risposto all’occhio non meno dell’orecchio cui il Senso dell’intero diverbio narrato formano il suo ed il mio Bosco da una medesima Selva rilevata, buon custode dell’eterno fuoco ove regna più splendida saggezza scritta nei Geni di medesima Foresta…

E credo anche che vi sia uno Spirito regnare e governare il mondo di questa Terra ove ognun pose nel fuoco coniato l’araldo del proprio potere, così da porre giusta differenza e  distinguo fra il Bosco che era e quantunque tornato o fors’anche mai mutato dall’antico homo conquistato chino alla sua pietra incidere simbolo e medesima… arma d’offesa per il dono della caccia che pone la vera distanza dalla Selva da cui più elevata saggezza… 

















martedì 15 maggio 2018

ANIME INCOMPIUTE (35)




















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Il custode delle Anime (33/34)

Prosegue in:

Fors'anche (solo) taciute (36)














…Gli alberi sono santuari…
Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, percepisce la verità.
Essi non predicano dottrine e ricette ma predicano, noncuranti del particolare, la legge primordiale della vita...
Un albero parla: in me si cela un granello, una scintilla, un pensiero, io sono vita della vita eterna. Unico è il tentativo e il parto che l’eterna madre ha osato con me, unica la mia figura e la nervatura della mia pelle, unico il gioco di foglie della mia vetta e la più minuscola ferita della mia corteccia. Il mio compito è rappresentare e significare l’eterno nell’intarsio dell’unicità.
Un albero parla: la mia forza è la fede...
Io non so niente dei miei padri, non so niente dei mille figli che ogni anno da me si generano. Io vivo sino in fondo il mistero del mio seme, di nient’altro mi preoccupo.
Ho fede che Dio è in me.
Ho fede che il mio compito è sacro.
Di questa fede io vivo.
Quando siamo tristi e non riusciamo più a sopportare la vita, allora un albero può parlarci:
Fa silenzio! Guarda me! Vivere non è facile, vivere non è difficile…
(H. Hesse, Alberi, Storie di vagabondaggio)

Così nell’interrogativo dall’uomo a dio posto - dio o uomo che sia -, chiedo al principio che in ognuno dimora, chi sono questi Spiriti che vagano come onde narrare le ère trascorse. Chi questi esseri vivi e invisibili al Sentiero dell’opera magnifica comporre siffatta splendida Rima, non certo la mia. Sua, l’infinita Poesia, mi suggerisce foglia e Parola, eterna Anima  risorta alla luce di quanto Creato… 
Nel verbo ove contemplo e prego Dio, la verità per sempre taciuta narrare il Sentiero della Vita: avversa alla materia (ora) compongo e dipingo il quadro, vista del tuo occhio compiuto… Ciò che vedi e non intendi compone solo l’intento incompiuto controllato dal piatto schermo evoluto, la ‘parabola’ cui affidi il sogno sognato alla materia della vita incapace di vedere l’opera prima.
Nel Sentiero di questo esilio, la domanda si fa più compiuta di prima, e là dove poggio l’occhio dell’Eterna Memoria scopro il segreto della vita muto alla parola. Là dove prego e dipingo Dio nell’opera della Natura risorta, il quadro si forma alla segreta mia vista, per ricomporsi più bello di prima.
Così parla il ‘Dio prima di Dio’, indica la via in apparenza smarrita, dona coraggio e preghiera, ad annunciare nel quadro dipinto all’alba di una eterna mattina la sua risposta: prosegui il cammino perché il sentiero non hai smarrito, è nato l’uomo non certo lo Spirito avverso al sogno compiuto. Anch’io fui inchiodato una mattina, trascinato al rogo della vita da chi nella materia cerca il calore della vita. Da chi bracca ogni Anima perseguitare la vita. Da chi caccia ogni parola per il trofeo che sfama ed orna la sua dimora. Ugual gente mi insultava e calunniava nella stessa via.
Poi come un raggio di verità nella legge nel tempio evoluta, la legge di un dio non conforme alla vita pensata e cresciuta, terminai la parabola dell’eterna Parola al Teschio della tortura. Ciò che per il vero appare quale pazzia, è via e vita, scoperta e indagata una mattina per l’intero sentiero dell’infinita venuta.
Chi pone questa regola, vedrà comporsi e dispiegarsi la domanda ossessione di una e più vite. I sentieri percorsi furono tanti, narrarli o descriverli non basta un Universo, come non sufficiente una sola dalla  Dimensione vissuta… svelare la vita.
Da quello… neppure Dio… se è per questo.
Così quando preghi la vita, senza nome o dio. Quando preghi la Natura taciuta, io osservo l’opera compiuta, e seguo la tua via. Ciò che tutto intorno appare, è quanto dall’uomo nato studiato sfruttato e dominato, in verità, a te dico, vi è un altro Universo invisibile al loro secondo Dio. Un altro Universo ove ciascuna vita vissuta compiere il ciclo dell’eterna venuta…
Lo Spirito cui composta la Luce Divina parte dell’opera compiuta, disceso entro la materia, eterno questo sentiero, fors’anche prigione, perché se pur bella la foglia che preghi comporre l’albero della vita, prigioniera del Tempo ciclo della Natura. Prigioniera anche lei di un destino compiuto, se dona elemento, se orna la vita, sempre nel corpo della materia evoluta…, ed in lei compone l’opera di cui linfa taciuta… 

...Quel ponte sospeso nell’attimo di raccoglimento quale visione dell’opera e nella parola non scritta, ne supera in verità la sostanza. Perché non si attiene ad essa, ma da essa ne prende linfa per uno slancio nuovo che produce energia essenziale per assaporare la vita nell’incessante suo procedere posta nel ciclo costante fra la nascita e la morte.
Così mi accingo alla costruzione di questa scala che pongo nell’insieme, al di sopra di esso mi elevo per superare la stretta via del programmato, organizzato, strutturato. La costruisco con sapiente maestria, e non cerco quell’ispirazione verso l’alto inteso come superiore, ma elevazione morale e non erudizione bensì intuizione. Che no, non è linguaggio misurato, scrutato, controllato, elaborato, per divenire geroglifico d’incomprensione, ma istinto  mutato in esperienza già vissuta. Lingua già parlata, sé pensante e quantificabile nella sua evoluzione. Sé assumere coscienza di ciò che era e non ricorda. Questo ricordo indago, un sogno perso in una visione mistica verso il nostro passato troppo spesso confuso barattato venduto per altro, cerco correggo ed interpreto.
Una semplice opera di ‘metafisica’, in quanto essa supera per sua volontà le leggi della fisica e della natura così come ci appare. Cerco in questo sforzo di sollevarmi da ciò che per nostra natura ‘pensiamo’ conoscere o scrutare. Pongo delle ragioni di dubbio che risiedono nel fondamento dell’ispirazione. Quando pongo nel buio dei vostri perché questa scala, la mia ispirazione non è sollevarmi al di sopra degli uomini per raggiungere simmetrica sostanza dell’infinito, bensì, sollevarmi dall’immensità del conosciuto o del mistero, verso ciò che prescinde dall’essenza del materiale con cui per millenni è stata costruita, con ugual volontà con cui mi accingo per la stessa opera (e se nel paradosso di cotal volontà manifesta approdo, in assenza di tempo, alla prima negazione detta, allora ho pur perseguito Infinito intento e creato Spazio e Tempo nella mistica contemplativa d’una negazione la quale negando se stessa divenire affermazione prescindendo così dalla volontà con cui per secoli cotal ‘scala’ pensata e costruita, liberato cioè da qual si voglia manifesta ortodossa pretesa di cui Eckhart eretico maestro…).
Quando ci rivolgiamo alle ragioni della fisica con tutte le sue teorie, occorre questo sforzo intellettivo per elevarsi alla concezione reale di una probabile creazione e al suo motivo. Quando mi accingo allo sforzo culturale di immaginare  l’Universo secondo le ultime teorie della fisica, attenendomi alla teoria delle stringhe fino alle più recenti definizioni circa la materia scura, deve compiere questo sforzo intellettivo: assimilazione e astrazione.
Innalzo questa scala composta con tutti gli scalini del nostro sapere, ma prescindendo innanzitutto da essi, per sollevarmi a nuove e più probabili affermazioni di verità. Attraverso lo spazio tridimensionale, apro più certe dimensioni sulla consistenza dell’inizio e successiva fine, come il presente scritto attraverso più dimensioni di altri scritti, cercherà di fare.
Fra l’inizio e la fine ci sono dei perché, come punteggiature e virgole  all’interno di un disquisire. Più di certi punti esclamativi, riduttivi e ripetitivi nella loro bellica chiassosità. Mentre coloro che si soffermano su degli stili di vita e modellano grazie ad essi tutta la loro materiale esistenza, non convergono a degli interrogativi, bensì a delle pause più o meno lunghe negli intermezzi della frase, del discorso, nell’opera che si accingono compiere ogni giorno fra l’inizio e la certa fine nella grammatica della vita. Si soffermano, illusi di procedere, senza proseguire nel cammino, non compiono sforzi intellettivi e interpretativi per andare alla fonte della retta la quale da  - A -  tenta e striscia verso  - B - e successivamente camminare e volare da - B - e poi ancora procedere all’uso costante di una e più possibili grammatiche dal pensiero evolute sino alla parola e questa ad una probabile scrittura consequenziale e connessa nell’intero suo svolgere non esulando da nessuna condizione posta… Così come la foglia ed il suo ramo e questo all’albero dalla radice cui nasce e l’uomo raccoglierne il frutto ben maturo che non sia una mela nell’errata grammatica nella genesi della vita bensì pensiero evoluto all’ombra di uno o più universi nati nella corretta comprensione e successivo stupore   nella parola… celebrato…
Si sottomettono poi, senza mettersi in discussione in improbabili voli di costruzioni infinite, al pari, pensano, del nuovo mondo virtuale, da questo traggono giovamento per la propria esistenza e quella degli altri. Così l’economia del mondo. La nuova lingua: uguaglianza, emancipazione, moda, e dicono anche progresso e libertà. Non si accorgono invece di essere fermi in interminabili pause storiche che con il loro operato tendono a ricomporre con uguale precisione sottoposte all’intervento grottesco di più punti interrogativi ed esclamativi. Quante volte sottoponendoci alla umiliante visione (per l’essere umano evoluto) delle notizie che ogni giorno ci arrivano a conferma di questa teoria, ci accorgiamo che le pause di punteggiature e virgole scandirne il tempo, tendono ad essere costanti insormontabili per il giusto progredire dell’essere umano. E tutti coloro che si dilettano in questo modo a concepire la grammatica della nostra esistenza, ne rallentano in verità la vera ascesa. 



















sabato 12 maggio 2018

IL CUSTODE DELLE ANIME (33)



















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Sul commercio dell'Anima e del corpo (32)

Prosegue in:












Il custode delle Anime (34)













Elijah Browning
 


Ero tra una folla di bimbi
danzanti ai piedi d'una montagna.
Una brezza si levò da oriente e li spazzò via come foglie,
spingendone alcuni sui pendii... Tutto era cambiato.
C'erano fuggevoli luci, e lune mistiche, e musica di sogno.
Una nube calò su di noi. Quando si levò, tutto era cambiato.
Ora ero in mezzo a una folla rissosa.
Poi una figura d'oro scintillante, e una con la tromba,
e una con lo scettro mi vennero incontro.
Mi schernirono e danzarono un rigolone e svanirono...
Tutto cambiò di nuovo. Da una pergola di papaveri
una donna si denudava il seno e levava la bocca aperta verso la mia.
La baciai. Le sue labbra sapevano di sale.
Mi rimase del sangue sulle labbra. Caddi esausto.
Mi rialzai e salii più in alto, ma una foschia come da un iceberg
offuscava i miei passi. Avevo freddo e soffrivo.
Poi il sole m'inondò ancora,
e vidi le nebbie sotto di me nascondere tutto.
Allora, curvo sul bastone, riconobbi
il profilo della mia ombra sulla neve. E sopra di me
era l'aria muta, trafitta da un cono di ghiaccio,
sopra cui pendeva una stella solitaria!
Un brivido d'estasi, un brivido di terrore
mi percorse. Ma non potevo tornare ai pendii -
anzi, non desideravo tornare.
Perché le onde spente della sinfonia di libertà
lambivano le rocce eteree intorno a me.
Quindi scalai la vetta.
Gettai il bastone.
Toccai quella stella
con la mano protesa.
Svanii del tutto.
Perché la montagna affida alla verità infinita
chiunque tocchi la stella! 

(E.L. Masters; Antologia di Spoon River)















martedì 8 maggio 2018

SUL COMMERCIO DELL'ANIMA E DEL CORPO (30)









































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Anime Universali (29/28)

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Sul commercio dell'Anima e del corpo (31) &

Sul commercio dell'Anima e del corpo (32)














Il villaggio gli parve piuttosto grande; due boschi, uno di betulle e uno di pini, come due ali, una più scura e l'altra più chiara, stavano alla sua destra e alla sua sinistra; nel mezzo si vedeva una casa di legno con un mezzanino, il tetto rosso e i muri grigio-scuri, o meglio grezzi - una casa sul genere di quelle che da noi costruiscono per gli insediamenti militari e per i coloni tedeschi. Si notava che nel costruirla l'architetto aveva lottato continuamente col gusto del proprietario. L'architetto era un pedante e voleva la simmetria, il proprietario la comodità, e, come  si vedeva, in conseguenza di ciò aveva sprangato tutte le finestre che davano su un lato e al posto loro ne aveva aperta un'unica piccolina, resasi probabilmente necessaria per un ripostiglio buio. Anche il frontone non era riuscito affatto in mezzo alla casa, per quanto si fosse battuto l'architetto, perché il proprietario aveva fatto eliminare una colonna da un lato e perciò non erano risultate quattro colonne, com'era previsto, ma solo tre. Il cortile era circondato da una recinzione di legno robusta e grossa oltre misura. Il possidente sembrava essersi preoccupato molto della solidità. Per le scuderie, i granai e le cucine erano state utilizzate travi pesanti e grosse, destinate a durare per secoli. Anche le izbe dei contadini del villaggio erano costruite a meraviglia: non c'erano pareti di legno piallato, intagli decorativi e altri vezzi, ma tutto era incastrato insieme saldamente e come si deve. Perfino il pozzo era rivestito di legno di quercia così robusto, come se ne usa solo per i mulini e per le navi. In una parola, qualsiasi cosa guardasse era ben appoggiata, senza tentennamenti, disposta in un suo ordine saldo e goffo. 





Avvicinandosi all'ingresso, egli notò due volti che si erano affacciati alla finestra quasi contemporaneamente: uno femminile, con la cuffietta, stretto e lungo come un cetriolo, e uno maschile, rotondo, largo come quelle zucche moldave, chiamate gorljanki, con cui in Rus' si fanno le balalajke, dele balalajke leggere a due corde, ornamento e svago dell'intraprendente giovanotto ventenne, ammiccante ed elegante, che strizza l'occhio e fischia alle ragazze dal bianco seno e dal bianco collo, radunatesi per ascoltare il suo sommesso strimpellare. Dopo essersi affacciati, entrambi i volti si nascosero nello stesso istante. Sul terrazzino uscì un lacchè in giacca grigia con il colletto rigido azzurro e condusse Èièikov nel vestibolo, dove il padrone in persona lo aspettava già. Nel vedere l'ospite, disse bruscamente: ‘Prego!’ e lo condusse nelle stanze interne. Quando Èièikov guardò di sbieco Sobakeviè, costui stavolta gli parve assai simile a un orso di media grandezza. Per completare la somiglianza, portava un frac di un perfetto color orso, maniche lunghe, pantaloni lunghi, e camminava con i piedi di traverso, calpestando continuamente i piedi altrui. La sua faccia era del colore arroventato, acceso, che hanno le monetine di rame da cinque copeche. Si sa che al mondo esistono molte facce per rifinire le quali la natura non è andata troppo per il sottile, non ha usato alcuno strumento fine, come lime, succhielli e simili, ma ha semplicemente tagliato giù di grosso: un colpo d'accetta - ed è uscito il naso, un altro - sono uscite le labbra, con un grosso trapano ha fatto gli occhi, e, senza neanche piallare l'opera, l'ha mandata nel mondo, dicendo: ‘Vive!’. 




La stessa faccia robusta e squadrata a meraviglia aveva Sobakeviè: la teneva più verso il basso che verso l'alto, il collo non lo muoveva affatto e a causa di tale fissità guardava raramente il suo interlocutore, ma sempre o l'angolo della stufa, o la porta. Èièikov gli diede un'altra occhiata di sbieco mentre attraversavano la sala da pranzo: un orso! un autentico orso! Non ci mancava che questa strana coincidenza: si chiamava perfino Michail Semënoviè. Conoscendo la sua abitudine di pestare i piedi, Èièikov muoveva i propri con grande cautela e lo lasciava passare per primo. Il padrone di casa sembrava consapevole di questa sua pecca, e gli domandò subito: ‘Non l'ho per caso infastidita?’. Ma Èièikov ringraziò, dicendo che, finora, non c'era stato alcun fastidio. Entrato in salotto, Sobakeviè indicò una poltrona, dicendo di nuovo: ‘Prego!’ Sedendosi, Èièikov lanciò un'occhiata alle pareti e ai quadri che vi erano appesi. Raffiguravano tutti giovanotti in gamba, condottieri greci in incisioni a tutta figura: Maurocordato in pantaloni rossi e uniforme, con gli occhiali sul naso, Miaulis, Canaris. Tutti questi eroi avevano cosce così grasse e baffi così madornali, che un brivido ti passava per il corpo. Fra i robusti greci, non si sa in che modo e perché, era finito anche Bagration, sparuto, magrolino, con sotto bandierine e cannoni e una cornice stretta stretta tutt'intorno. Poi di nuovo seguiva l'eroina greca Bobelina, una sola gamba della quale pareva più grande di tutto il tronco di quei damerini che affollano i salotti di oggidì. A quanto pare il padrone di casa, essendo egli stesso un uomo sano e robusto, aveva voluto che anche la sua stanza fosse ornata da persone robuste e sane. 





Accanto a Bobelina, proprio davanti alla finestra, era appesa una gabbia dalla quale guardava un tordo scuro a puntini bianchi, che assomigliava molto anche lui a Sobakeviè. Ospite e padrone di casa non avevano avuto il tempo di tacere due minuti, che la porta del salotto si aprì ed entrò la padrona di casa, una signora molto alta, in cuffietta con nastri tinti con colori fatti in casa. Entrò solennemente, tenendo la testa eretta come una palma. ‘Questa è la mia Feodulija Ivanovna!’ disse Sobakeviè. Èièikov si accostò alla manina che Feodulija Ivanovna quasi gli ficcò in bocca, e in quell'occasione ebbe modo di notare che le mani erano state lavate in salamoia di cetrioli. ‘Tesoro, ti presento Pavel Ivanovic Cièikov!’ proseguì Sobakeviè. ‘Ho avuto l'onore di conoscerlo dal governatore e dal direttore delle poste’. Feodulija Ivanovna lo pregò di accomodarsi, dicendo anche lei: ‘Prego!’ e facendo un cenno col capo come quello delle attrici che interpretano le regine. Poi si sedette sul divano, si coprì col suo scialle di lana merinos e non mosse più né occhio, né ciglio. Èièikov di nuovo alzò gli occhi e di nuovo vide Canaris con le grasse cosce e i baffi interminabili, Bobelina e il tordo nella gabbia. Quasi per cinque minuti interi tutti rimasero in silenzio; si udiva solo il picchiettio del becco del tordo contro il legno della gabbia, sul fondo della quale pescava dei chicchi di grano. Èièikov abbracciò ancora la stanza con lo sguardo, e ogni cosa in essa era solida, goffa al massimo grado e aveva una certa strana somiglianza con il padrone di casa; in un angolo del salotto c'era un panciuto scrittoio di noce su quattro sgraziatissime gambe, un autentico orso. Il tavolo, le poltrone, le sedie, tutto era del tipo più pesante e scomodo - insomma, ogni oggetto, ogni sedia pareva dire: ‘E anch'io sono Sobakeviè!’ oppure: ‘E anch'io assomiglio tutto a Sobakeviè!’. 




‘Abbiamo parlato di lei a casa del presidente del tribunale, da Ivan Grigor'eviè’ disse alla fine Èièikov, vedendo che nessuno si disponeva ad attaccare discorso, ‘giovedì scorso. Vi abbiamo passato il tempo molto piacevolmente’. ‘Sì, quella volta non c'ero dal presidente’ rispose Sobakeviè. ‘Che ottima persona!’. ‘Chi?’ chiese Sobakeviè, guardando l'angolo della stufa. ‘Il presidente’. ‘Be', forse le sarà sembrato: ma non è altro che un massone, e il peggior imbecille che il mondo abbia mai prodotto’. Èièikov restò un po' interdetto da quella definizione piuttosto brutale, ma poi, ripresosi, continuò: ‘Naturalmente, ognuno ha le sue debolezze, ma in compenso il governatore è una persona così meravigliosa!’. ‘Il governatore una persona meravigliosa?’. ‘Sì, non è vero?’. ‘Il più gran bandito del mondo!’. ‘Come, il governatore un bandito?’ disse Èièikov e assolutamente non riusciva a capire come il governatore potesse essere annoverato fra i banditi. ‘Confesso che non l'avrei mai pensato’ riprese. ‘Ma mi permetta, però, di osservare che le sue azioni non sono assolutamente tali, anzi direi piuttosto che in lui c'è molta dolcezza’. E come prova citò persino i borsellini ricamati con le sue stesse mani, ed elogiò l'espressione affettuosa del suo viso. ‘Anche il viso è da bandito!’ disse Sobakeviè. ‘Dategli solo un coltello e mettetelo sulla strada maestra: sgozzerà, per una copeca sgozzerà! Lui e anche il vice-governatore: Gog e Magog!’. ‘No, con loro non è in buoni rapporti’ pensò fra sé Èièikov. ‘Adesso allora gli parlo del capo della polizia: mi sembra che sia suo amico’. ‘Del resto, per quel che mi riguarda’ disse, ‘confesso che più di tutti mi piace il capo della polizia. Un carattere così diretto, aperto; una franchezza che gli si legge in faccia’. ‘Un imbroglione!’ disse Sobakeviè molto freddamente. ‘Vi tradirà, vi ingannerà, e poi pranzerà insieme a voi! Io li conosco tutti: sono una massa d'imbroglioni, tutta quanta la città è così: un imbroglione ne cavalca un altro e ne usa un terzo come frusta. Tutti falsi come Giuda. Là c'è un'unica persona perbene: il procuratore: e anche quello, se vogliamo dire la verità, è un porco’. 





Dopo così laudative, ancorché un po' succinte biografie, Èièikov vide che non era il caso di nominare gli altri funzionari, e si ricordò che Sobakeviè non amava parlar bene di nessuno. ‘Allora, tesoro, andiamo a pranzo’ disse a Sobakeviè la consorte. ‘Prego!’ disse Sobakeviè. 

Quindi, avvicinatisi al tavolo degli antipasti, l'ospite e il padrone di casa bevvero come si conviene un bicchierino di vodka, accompagnandolo con gli antipasti con cui l'accompagna tutta la vasta Russia per città e villaggi, cioè con ogni genere di conserve salate e altre stuzzicanti leccornie, poi tutti rifluirono in sala da pranzo: davanti a loro, come un'oca ondeggiante, fluttuò la padrona di casa. La piccola tavola era apparecchiata per quattro. Al quarto posto si presentò ben presto... difficile dire con sicurezza chi fosse: se dama o fanciulla, parente, governante o semplicemente un'ospite della casa: qualcosa senza cuffietta, sui trent'anni, con uno scialle variopinto. Ci sono personaggi che esistono al mondo non come oggetti, ma come puntini o macchioline estranee su un oggetto. Siedono sempre allo stesso posto, tengono la testa allo stesso modo, verrebbe quasi da prenderli per un mobile, e si pensa che da quando son nati dalle loro labbra non sia mai uscita una parola; senonché da qualche parte nella stanza della servitù o in dispensa si rivelano per quello che sono e: apriti cielo! 





‘La minestra di cavoli, anima mia, oggi è molto buona!’ disse Sobakeviè, quando ebbe sorbito un cucchiaio di minestra e si fu scaraventato nel piatto un enorme pezzo di njanja, ben noto piatto che si serve con la minestra di cavoli e consiste in stomaco di agnello ripieno di polenta di grano saraceno, cervello e piedini. ‘Una njanja così’ riprese rivolgendosi a Èièikov, ‘non la mangia in città, là chissà che diavolo le serviranno!’. ‘Dal governatore, però, non si mangia male’ disse Èièikov. ‘Ma lo sa con che cosa fanno tutta quella roba? Non mangerà più, quando lo saprà’. ‘Non so come si cucina, di questo non posso giudicare, ma le braciole di maiale e il pesce lesso erano eccellenti’. ‘Le sarà sembrato. Ma io lo so che cosa comprano al mercato. Quella canaglia là del cuoco, che ha imparato da un francese, ti compra un gatto, lo scuoia, e te lo serve in tavola al posto della lepre’. ‘Puah! Che cose sgradevoli dici’ disse la consorte di Sobakeviè. ‘Perché, tesoro? È così che si fa da loro, non è colpa mia se fanno tutti così, quelli là. Tutti gli scarti possibili e immaginabili, che la nostra Akul'ja butta via, con licenza parlando, nel bidone delle immondizie, loro li mettono nella minestra! Giù nella minestra! là dentro!’. ‘A tavola racconti sempre queste cose!’ ribatté di nuovo la consorte di Sobakeviè. ‘Perché, anima mia’ disse Sobakeviè, ‘un conto se lo facessi io, ma te lo dico anche in faccia che io le porcherie non le mangio. Anche se me la ricopri di zucchero, una rana io non l'assaggio, e neanche le ostriche: lo so io a che cosa assomiglia un'ostrica. Prenda il montone’ continuò rivolgendosi a Èièikov, ‘questo è un quarto di montone con la kaša! Non una di quelle fricassee che si preparano nelle cucine dei signori con la carne di montone che è rimasta al mercato per quattro giorni! Hanno inventato tutto i dottori tedeschi e francesi, io per questo li impiccherei dal primo all'ultimo! Hanno inventato la dieta, la cura con il digiuno! Perché hanno quel loro fiacco fisicuzzo tedesco, s'immaginano di mettere a posto così anche lo stomaco russo! No, è tutto sbagliato, sono tutte invenzioni, sono tutte...’. 



(Prosegue...)

















lunedì 7 maggio 2018

ANIME UNIVERSALI ovvero: GEOGRAFIA COSMOLOGICA (28)



















Precedenti capitoli:

Un Universo nel 'Multiverso' (27)

Prosegue in:

Anime Universali (29)














…La vera svolta, rispetto alle posizioni espresse da Wolff sulla natura dell’Anima è rappresentata dall’infittirsi delle ricerche sulla fisiologia del corpo umano, che ormai lo assorbono interamente e che si configurano come la tappa successiva del programma delineato nei ‘Principia’. Partendo dalle analisi sulle prime particelle elementari della materia e passando per indagini sul regno animale, che avevano caratterizzato gli esordi della sua carriera, Swedenborg, dirige il suo interesse sul mondo organico, secondo un piano di lavoro sistematico e coerente che, dal 1745 in poi, sfocerà nello studio del mondo spirituale.

Un mondo questo che avrà modo di conoscere e descrivere grazie ad una serie di esperienze visionarie e che gli consentiranno di ‘vedere’ e ‘udire’ le forme del cielo e ciò che in esso vi accade, secondo una modalità esperienziale diversa da quella invocata dai suoi contemporanei, fra cui Hume e poi Kant. Ed il richiamo all’esperienza è continuo, a giustificazione di un percorso in cui le cause vengono indagate a partire dagli effetti, così che la natura si mostra senza più veli, in tutta la sua potenza, derivata e dipendente dalla Prima causa Infinita.

…L’Anima o fluidum spiritousum è la forma delle forme ed è anche la forza che fa emergere, dirige e organizza, da un nucleo iniziale di materia fluida, contenuta nel feto o nell’uovo, le successive strutture dell’essere vivente. Essa è anche preposta ad una conoscenza intuitiva, non discorsiva e non esprimibile… Swedenborg si riferisce qui a una scienza delle scienze, a una’ mathesis universalis’ generalissima, non riferita – come indicato Cartesio nelle ‘Regulae’ – a una speciale materia, in grado di spiegare ciò che attiene all’ordine e alla misura e di trattare tutte le cose in quanto conoscibili.
L’Anima è la sede preposta a tali operazioni di raffinata concettualizzazione che richiedono l’utilizzo di un linguaggio stilizzato diverso da quello comune, capace di rappresentare gli universali, cioè quelle nature superiori, di cui Wolff aveva parlato nell’‘Ontologia’, che a stento possono essere espresse attraverso un linguaggio analogo a quello usato dai matematici nell’analisi infinitesimale.

…Nel ‘De Anima’, chiarisce ciò che intende per ‘correspondentia’ attraverso un’esemplificazione in cui sono richiamate tutte le fasi del processo di comunicazione verbale, dalla percezione, alla rappresentazione mentale degli oggetti nelle immagini e all’espressione delle idee attraverso il linguaggio. In proposito Swedenborg afferma che la descrizione di una casa, di un campo, di un dipinto o di un qualunque altro oggetto attraverso il linguaggio produce immediatamente e senza difficoltà l’idea di tali oggetti. Eppure in realtà, le parole non sono altro che ‘tremolazioni’, vibrazioni, movimenti che si producono negli organi fonatori e, propagandosi nell’ambiente, raggiungono gli organi di senso e le membrane del soggetto ricevente per mutarsi, nell’Anima, in immagini o idee. Il rapporto che esiste, in ambito linguistico, tra la parola, che certamente ha anche un substrato fisico, ed il suo significato è chiamato in causa da Swedenborg per rendere conto di quel complesso sistema di interazione che egli presume esista tra Anima e corpo, un rapporto naturale e spontaneo, ben diverso da quello dell’armonia prestabilita.

…Per comprendere la natura del rapporto Anima-corpo, diventa necessario, una volta chiarito cosa sia l’Anima e quale sia la sua origine e struttura, definire il concetto di ‘influsso’, grazie al quale, secondo Swedenborg, la potenza e l’energia di Dio-Infinito (dal testo continua con Sole-celeste, e, contraddicendo il nome mio pongo asterisco [*] e vado oltre quanto rilevato e rivelato aggiungendo o solo attribuendo all’Infinito detto una duale appartenenza…) fluisce, attraverso la serie dei gradi e delle mediazioni naturali, fino all’Anima e da questa al corpo.


Se qualcuno cercasse l’influsso spirituale in un altro modo, è come se otturasse il rubinetto di una fonte e lì cercasse l’origine dell’acqua; oppure, come uno che ricerca l’origine di un Albero dalle radici e non dal seme; o ancora, come uno che esamina le cose derivate senza andare al loro cominciamento. L’Anima, in se stessa, non è la vita, ma la riceve da Dio, che è veramente la vita; tutto l’influsso della vita come tale la intendiamo proviene perciò da Dio…















mercoledì 2 maggio 2018

IL LABIRINTO METAFISICO DELLA SCIENZA ovvero: il multiverso (Quarta Parte)



















Precedenti capitoli:

Il Labirinto (Terza Parte) (23)

Prosegue in:

Nel mondo invisibile e labirintico del 'bipensiero' (25) &

Nel mondo invisibile e labirintico del 'bipensiero' (Seconda Parte) 

ovvero: Noi siamo i morti! Voi siete i morti! (26) &






















Un Universo nel Multiverso (27) 














(Le intuizioni di ieri che formano le domande di oggi)                 




Quando David Gross, vincitore insieme a David Politzer e Frank Wilczek del premio Nobel per la fisica nel 2004, inveisce contro il multiverso paesaggio della teoria delle stringhe, è abbastanza probabile che citi il discorso pronunciato da Winston Churchill il 29 ottobre 1941:

…Mai arrendersi… Mai e poi mai – che si tratti di qualcosa di grande o di piccolo, di importante o di poco conto – non arrendersi mai…

…Quando Paul Steinhardt, Albert Einstein Professor in Science di Princeton e coscopritore della forma moderna della cosmologia inflazionarla, parla della sua avversione per il multiverso paesaggio gli svolazzi retorici sono più contenuti, ma è scontato che ad un certo punto traccerà un confronto naturalmente favorevole, con la ‘religione’….




…Martin Rees, Astronomo Reale della Gran Bretagna, vede il multiverso come il prossimo passo naturale nel processo di approfondimento della conoscenza di tutto ciò che esiste. Secondo Leonard Susskind, chi ignora la possibilità che il nostro universo faccia parte di un multiverso lo fa per distogliere lo sguardo da una visione che gli pare opprimente…

Questi sono soltanto alcuni esempi!

Molti altri scienziati hanno preso posizione, da una parte gli oppositori accaniti e dall’altra gli entusiastici sostenitori, e non sempre esprimono le proprie opinioni in un linguaggio così nobile. Nel quarto di secolo in cui mi sono occupato della teoria delle stringhe, non ho mai visto gli animi accendersi tanto, o il linguaggio divenire tanto aggressivo, come quando si discute del paesaggio della teoria delle stringhe e del multiverso a cui potrebbe dare origine.




Il motivo è chiaro: in questi sviluppi molti vedono un campo di battaglia in cui si combatte per l’anima stessa della scienza.

Il multiverso paesaggio è stato il catalizzatore, ma le discussioni vertono su questioni essenziali per qualsiasi teoria che preveda un multiverso. E’ scientificamente giustificabile parlare di multiverso, usare un approccio che fa ricorso a regni inaccessibili non solo in pratica ma, in molti casi, anche in linea di principio?

L’Idea di multiverso è verificabile o falsificabile?

Fare appello ad un multiverso ci può dotare di un potere esplicativo che altrimenti non avremmo?

Se le risposte sono tutte negative, come sostiene fermamente il partito dei detrattori, allora l’atteggiamento dei fautori del multiverso è proprio strano. una proposta non verificabile, non falsificabile, che si appella a regni nascosti a cui non possiamo accedere sembra qualcosa di ben diverso da ciò che la maggior parte di noi è disposta a chiamare scienza.




E’ questa scintilla che accende le passioni!

I difensori controbattono che, sebbene un dato multiverso possa essere collegato alle osservazioni in un modo diverso da quello a cui siamo abituati, nelle proposte rispettabili queste connessioni non sono sostanzialmente assenti. Senza voler essere apologetici, questo modo di ragionare porta ad una visione più ampia di ciò che possono rivelare le teorie e le osservazioni e di come è possibile verificare le intuizioni.

L’appartenenza all’una o all’altra fazione dipende anche dalla propria visione del mandato fondamentale della scienza. Le trattazioni generali spesso sottolineano che la scienza si occupa di scoprire regolarità nel funzionamento dell’universo, di spiegare come queste regolarità illuminino e riflettano le leggi della natura alla base dei fenomeni e di verificare le presunte leggi formulando previsioni che possono essere verificate o confutate dagli esperimenti e dalle osservazioni.




Questa descrizione per quanto ragionevole, ignora il fatto che il processo reale della scienza è una faccenda molto più confusa e caotica, in cui porre la domanda giusta spesso è importante tanto quanto trovare le risposte e verificarle. E non è che le domande si trovino in un qualche regno preesistente e il ruolo della scienza consista nel coglierle, una alla volta.

In realtà, spesso sono le intuizioni di ieri a dar forma alle domande di oggi!

In generale i progressi rispondono ad alcune domande, ma poi danno origine ad una moltitudine di altre domande (sino a formare un intricato Labirinto!) fino a quel momento neanche immaginabili. Quando giudichiamo un nuovo sviluppo, comprese le teorie del multiverso, dobbiamo tener conto non solo della sua capacità di rivelare verità nascoste, ma anche del suo impatto sugli interrogativi che siamo indotti a porci.

L’effetto, in altre parole, sulla pratica stessa della scienza.




Come si vedrà nel metafisico suo evolversi, le teorie del multiverso hanno la capacità di riformulare alcune tra le domande più profonde a cui gli scienziati si dedicano da decenni.

La prospettiva invigorisce alcuni e fa infuriare altri….

… Giacché l’Idea generica del multiverso è famosa per non essere verificabile!

…Così per ricollegarci a livello ‘metafisico’ alla trama dei ‘labirinti precedenti’ proponiamo questa ‘simmetria’ logica dell’autore qui proposto, che ci avvicina ancor di più all’ambito di una Verità conseguibile…:

Ad un modello teorico è sempre associata una presunta architettura – gli ingredienti fondamentali della teoria e le leggi matematiche che li governano (noi in questo momento ci troviamo nell’esatta e/o inesatta situazione del mugnaio di Ginzburg, mentre gli ortodossi tutti coloro che avversano cotal metafisico Pensiero…). Oltre a definire la teoria, l’architettura determina anche i tipi di domande che si possono porre nell’ambito della teoria…




L’architettura di Isaac Newton era concreta e tangibile: le sue equazioni riguardavano posizione e velocità di oggetti che incontriamo direttamente, o possiamo vedere facilmente – le rocce, le palle, la Luna, il Sole. La moltitudine di osservazioni che hanno confermato le previsioni di Newton ci assicura che le sue equazioni descrivono realmente il movimento degli oggetti comuni. L’architettura di J. C. Maxwell introdusse un livello su periore di astrazione. Campi elettrici e magnetici che vibrano non sono il genere di cose che i nostri sensi possono percepire. Anche se vediamo la ‘luce’ – onde elettromagnetiche la cui lunghezza d’onda risiede nell’intervallo percepibile dai nostri occhi – la nostra vista non individua direttamente i campi ondulatori presupposti della teoria. Ciò nonostante, siamo in grado di costruire apparecchiature sofisticate che misurano queste vibrazioni e che, insieme alla grande abbondanza di conferme delle previsioni della teoria, costituiscono una prova schiacciante del fatto che siamo immersi in un oceano pulsante di campi elettromagnetici. Nel 900, la scienza fondamentale ha iniziato a dipendere sempre di più da caratteristiche inaccessibili. Lo spazio e il tempo, attraverso la loro unione, forniscono l’impalcatura della relatività ristretta. Quando poi Einstein li rende malleabili, diventano il fondale flessibile della teoria della relatività generale. Devo dire che vedo muoversi le lancette degli orologi e uso righelli per misurare, ma non ho mai afferrato lo spazio-tempo nello stesso modo in cui afferro i braccioli della poltrona. Sento gli effetti della gravità, ma se mi costringete a dire se posso affermare direttamente di essere immerso nello spazio-tempo curvo, mi ritrovo nella situazione maxwelliana. Sono convinto che la relatività ristretta e la relatività generale siano teorie corrette non perché possa accadere direttamente ai loro ingredienti fondamentali, ma perché, avendo accettato il modello teorico, le equazioni prevedono fenomeni che posso misurare. E le previsioni si dimostrano straordinariamente precise. Con la meccanica quantistica l’inaccessibilità sale di livello. L’ingrediente fondamentale della meccanica quantistica sono le onde di probabilità, governate da un’equazione scoperta a metà degli anni Venti da E. Schrodinger, ciò nonostante l’architettura della fisica quantistica garantisce che queste onde siano permanentemente e completamente inosservabili.  Le onde permettono di prevedere dove si troveranno probabilmente questa o quella particella, ma le onde stesse scivolano al di fuori dall’arena della realtà quotidiana. Ciò nondimeno, a causa del grande successo delle previsioni, generazioni di scienziati hanno accettato la ben strana situazione di una teoria che introduce un elemento radicalmente nuovo e fondamentale che, secondo la teoria stessa, non è osservabile.




…Il tema portante e comune a tutti questi esempi è che il successo di una teoria può essere usato come giustificazione a posteriori della sua architettura di base, anche se questa continua ad essere inaccessibile. E’ una pratica talmente diffusa nell’esperienza quotidiana dei fisici teorici che il linguaggio usato e le domande poste fanno regolarmente riferimento, senza la minima esitazione, a cose che sono a dir poco molto meno accessibili di un tavolo o di una sedia e di cui, in alcuni casi, non potremo mai avere un’esperienza diretta….

(B. Greene)